A cura di Mimma Pasqua
Testi di Donatella Airoldi, Mimma Pasqua, Paolo Stramba-Badiale
Poesie di Tonino Milite
”…; non fece altro che usare la memoria come i vecchi e dire la verità come i bambini”. W.H.Auden (1907-1973)
Dodici artisti esplorano, nel 150° anniversario della nascita di Sigmund Freud, quel profondo che l’inventore della psicoanalisi portò alla luce ne “L’interpretazione dei sogni” e ne fece oggetto della terapia analitica.
opere di: Paolo Barlusconi, Enrico Cattaneo, Luce Delhove, Fernanda Fedi, Mavi Ferrando, Ferdinando Greco, Max Marra, Tonino Milite, Ettore Moschetti, Lucio Perna, Milvia Quadrio, Stefano Soddu
Mimma Pasqua
Sull’opportunità per un critico d’arte di una mostra sul profondo
Ma poi perché un critico, a cui istituzionalmente spetta il compito di un’analisi tecnico-estetica, e quindi un giudizio sul valore dell’opera d’arte, deve affondare nella dimensione concettuale del profondo, rischiando una pericolosa invasione di campo?
Le perplessità sono state, per così dire, paralizzanti ed hanno censurato sul nascere il tentativo di fare luce, di spiegare e motivare la scelta tematica di questa mostra.
In realtà anche certe scelte che a prima vista paiono spiegabili hanno motivazioni non consapevoli all’inizio. L’indagine sul profondo muove da dentro e pertanto svela le sue ragioni strada facendo, rivelandosi nel suo porsi all’esterno, nel suo affiorare alla coscienza e nel suo farsi.
In questa inconsapevolezza il critico si muove all’unisono con gli artisti nel tentativo di dare anima e concretezza visiva al suo mondo immaginifico, contaminandolo e mescolandolo a quello degli stessi artisti.
Problematicità di un discorso sulla complementarietà parole / immagini.
Non è l’immagine autosufficiente, avendo un suo proprio linguaggio, che parla per sé e da sé?
Le parole potrebbero allora non affiorare e non essere visibili, ma farsi comprensione interiorizzata e non comunicata.
Di fronte ad un’opera d’arte parlerebbero le emozioni e queste feconderebbero il pensiero. Tutto potrebbe rimanere lì, su uno spazio di confine fra il dentro e il fuori. Ma un’emozione non espressa e non comunicata rimarrebbe tronca, si tradurrebbe in un solipsismo narcisistico.
E d’altronde l’opera d’arte ha un carattere sociale, perché presuppone una storia di cui rappresenta una tappa e il critico si fa cantore di questa storia e narra miserie e meraviglie di uno sforzo titanico che si è convenuto chiamare ricerca.
Ricerca di sé attraverso l’arte. Del se, l’inconoscibile, l’inafferrabile se non per brandelli, di cui ci sfugge la totalità perché è multiforme e mutevole. Perché è vivo e di per se indicibile se non per l’attimo che si offre all’altro da sé.
Ad un noi stessi oggettivato e per un attimo spettatore esterno e agli altri, importanti e indispensabili specchi, che ci aiutano ad afferrare la nostra immagine e ad identificarla per nostra. “Se tu non si fossi // io non saprei chi sono // guardo e colgo nei tuoi occhi // l’immagine di me che mi rimandi //. E sono //. Perché poi questa storia non è solo la sua storia, quella dell’artista, ma anche la nostra e quella della società in cui viviamo, perciò è giustificabile il tentativo di esplorarla e di capirla, anche cercando di afferrare i segni del profondo che vi si celano, affiorando attraverso il linguaggio che si apparenta alla metafora poetica e che diventa mitopoiesi.
Che si condensa in improbabili connivenze e analogie, in irrazionali connubi, che ama il travestimento dell’inconfessabile fosse pure in un innocuo cerchio o in un mite triangolo.
Sicchè il prato di Gauguin dopo la lotta di Tobia e l’Angelo, narrata nel sermone, diventa rosso della rabbia che si accompagna alla lotta.
Una voluta intrusione del critico che non vuole perdere di vista l’altro nella sua intierezza, non escludendo nulla; di recuperare la sua umanità attraverso la sua dimensione artistica. Un soggiorno a Parigi. Sulle bancarelle libri vecchi, alcuni sul Surrealismo e poi una mostra dell’ 89 su questa corrente artistica. Come critico potrei fornirmi così un alibi storico. Forse fu quella mostra e quel cercare vecchi libri sul Surrealismo l’antefatto di tutto, o forse c’è dell’altro. Quella sensazione di essere in bilico fra il Bianco e Nero. La ricerca del silenzio che rifiuta la chiassosità del colore. E una ricerca di compagni di viaggio per trovare un senso all’insensatezza.
La consapevolezza di una inutilità terapeutica dell’arte come terapia analitica, già affermata da Freud in una lettera a Breton, per gli ovvi motivi dell’assenza di un procedimento scientifico, non valse a spegnere il mio interesse per quel tentativo che attraverso alcuni procedimenti automatici solleticava l’inconscio dell’artista ad apparire. Era il messaggio di libertà che proveniva dal Surrealismo ad affascinarmi. La libertà dell’artista, non più vincolato ai principi della realtà, della logica, della censura della coscienza. E penso che a quel principio di libertà teorizzato dai surrealisti, ma già praticato dai dadaisti e dalle avanguardie storiche, è debitrice tutta l’arte moderna e contemporanea.
E Freud? Bè, qui si parla di sogni, signori. E di quel serbatoio di sogni che è l’inconscio e pertanto doveroso è l’omaggio a Sigmund Freud, nel 150° anniversario della nascita, allo scopritore di quel mondo da lui studiato e analizzato e che divenne da premonitore di avvenimenti futuri vera e propria terapia, amata, odiata, idolatrata, contestata. Ma non mi avventurerò sul sentiero delle sabbie mobili. So solo che dopo di lui la storia dell’uomo non è stata più la stessa e che l’origine della creatività rimasta a lungo in ombra fu all’improvviso illuminata da un cono di luce di un occhio singolare e trasgressivo. E un po’ inquietante.
Inaugurazione mercoledì 24 gennaio 2007 ore 18
24 gennaio - 7 febbraio 2007
Finissage mercoledì 7 febbraio 2007 ore 18
“Psicanalisi e arte: facciamo il punto”. Conversazione di Mimma Pasqua con gli artisti e il pubblico
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* Il capitolo secondo della mostra avrà luogo presso la Biblioteca Dergano Bovisa tra aprile e maggio 2007