Fabio Viale

Fabio Viale
Nato a: Cuneo Italia

Fabio Viale / Dettaglio evento

Nato a: Cuneo Italia

Moltiplicato Tre

Villa Capriglio

Sede Strada al Traforo del Pino 67, Torino 10132
Altre informazioni Tel +39 011 19705618 | info@villacapriglio.it | http://www.villacapriglio.it/

Data di apertura giovedì 13 novembre 2003
Data di chiusura mercoledì 07 gennaio 2004

Comunicato della mostra : Moltiplicato Tre

Villa Capriglio
Ass. Cult. I Leonardi



Giovedi' 13 novembre dalle ore 18.30 alle 22.30

INAUGURAZIONE

MOLTIPLICATO TRE Pittura , fotografia e scultura.

Una mostra collettiva con la partecipazione di tre critici e nove artisti.

Norma Mangione presenta Alice Belcredi, Maura Banfo e Giancarlo Scagnolari
Luisa Perlo presenta D.J.Lamù, Marco Rabino e Riccardo Todde.
Dario Salani presenta Fabio Ballario, Paolo Grassino e Fabio Viale.

Ideata da Pietro Boffelli , direttore artistico Associazione CulturaIe Leonardi.

Prorogata al 7 gennaio 2004

Orari:
Giovedì - domenica 17.00-20.00.In settimana su appuntamento.
Ingresso libero.


MOLTIPLICATO 3

Maura Banfo, Alice Belcredi, Giancarlo Scagnolari

Le opere degli artisti Maura Banfo, Alice Belcredi e Giancarlo Scagnolari, sebbene diverse per tecniche, stili e tematiche, sono accomunate dall’intento, più o meno consapevole, di dare forma al senso di inquietudine e irrequietezza della vita contemporanea. Un’inquietudine che si traduce in una frammentazione dell’immagine, ottenuta con particolari accorgimenti, come i punti di vista e i tagli d’immagine inusuali nelle grandi stampe fotografiche di Maura Banfo, o come la tecnica di stampa di Alice Belcredi, o, ancora, come l’occultamento di parti del corpo nelle sculture di Giancarlo Scagnolari.

Nelle fotografie di Maura Banfo (Torino, 1969) non compare mai la figura umana, ma è sempre evocato il suo passaggio: una spazzola ha qualche capello tra i “denti”, tazze e bicchieri sono sporchi di rossetto, i vestiti sono stati tolti di fretta e lasciati cadere a terra. Le nature morte che caratterizzavano il suo lavoro di qualche anno fa, erano al tempo stesso autoritratti, descrivendo le persone, gli oggetti o i luoghi d’affezione dell’artista. Come le scarpe e la biancheria erano “svuotate” dal volume corporeo, così, nel nuovo lavoro Round Trip, dedicato al senso di vertigine e alla perdita di sensibilità spaziale, il vuoto diventa il soggetto primario. Le giostre, la ruota panoramica in particolare, luoghi-non luoghi costruiti per procurare divertimento e suggestione, evocano il sogno, ma al tempo stesso la paura (di volare) e la sfida (alle leggi fisiche e alla morte).

Il lavoro di Alice Belcredi (Torino, 1977) ha una valenza autobiografica ancora più accentuata: la fotografia è usata da questa artista per fermare volti e momenti della sua vita. Nella serie Kimono alcune sue amiche posano nello sfondo di una natura artificiale e incolore, indossando le vesti della tradizione giapponese. Dal ritratto di gruppo traspare però un senso di solitudine e di isolamento nella folla, tipici della modernità. La frammentazione, in questo caso, invade anche la tecnica di stampa, che separa e distribuisce l’immagine ingrandita e sgranata su fogli A3, tessere astratte di un puzzle per giganti.

L’inquietudine assume toni più drammatici nelle sculture di Giancarlo Scagnolari (Lecco, 1966). La cera, permette all’artista di creare una materia quasi organica, simile alla carne. La sua iconografia personale (lumache, uova, veneri…) trae spunto dalla natura, come dalla mitologia letteraria e religiosa, creando simboli di sacralità e sensualità. In mostra una Vergine, raccolta in preghiera, appoggiata contro un muro, ci dà le spalle ed è completamente coperta da un macabro telo nero, che lascia scoperte solo le piante dei suoi piedi, deformate dalla posizione dell’inginocchiamento e realizzate con un impressionante iperrealismo.

Norma Mangione


Nella struttura progettuale della mostra Moltiplicato 3, ci troviamo in presenza di notevoli esempi di creatività nell’arte di oggi, e ciò avviene, a questo punto del percorso espositivo, con l’introduzione degli ultimi tre autori presenti: la pittura di Fabio Ballario, l’installazione ambientale di Paolo Grassino e la scultura di Fabio Viale.
Fabio Ballario, artista che ben conosciamo per le sue peculiarità di ricerca formale, che si addentrano nella specificità di una figurazione che tende alla trasformazione della figura umana, del ritratto, con un approccio compositivo che, da una certa iconografia tipica del medium fotografico, si avvicina alla decostruzione della linea e della forma; tale processo è teso a sviluppare una deformazione che – spesso – tende all’astrazione e all’informale. Il tutto con un utilizzo decisamente tipico del colore, acceso, brillante, con toni dichiaratamente “pop”, il quale è diventato la cifra stilistica dell’autore.
Paolo Grassino, ricercatore di materiali, forme e mezzi atti a concepire l’arte come un mezzo continuamente rinnovabile per la comunicazione di codici personali che si scontrano con un immaginario più vasto, presenta, in questa occasione, un’installazione ambientale e sonora che deriva, appunto, da esperienze personali, da affetti e memorie, con una sorta di estensione affettiva per una persona cara scomparsa, a cui si omaggia tutto il senso di una silhouette di una figura umana distesa, irradiante una luce ed un suono avvolgente: energie che perpetrano l’idea, la memoria e l’immagine del Radiant Child a cui è dedicata l’opera.
Per la scultura, Fabio Viale rappresenta un esponente davvero virtuoso del modellato marmoreo. Viale, pur lavorando con un certo approccio “classico” per la scultura e i suoi materiali canonici, sviluppa una ricerca decisamente personale, una sorta di percorso a ritroso sulla materia, e su tutti i suoi sinonimi e contrari: antimateria, vuoto, leggerezza, fragilità, instabilità… galleggiamento. Viale riesce a far navigare le sue creazioni marmoree, è capace di far “volare” i propri aeroplani, sospesi, appesi, poggiati. La sensazione che si ha, osservando le sue opere, è proprio una sorta di annullamento di tutti i significati canonici che la scultura, da sempre, porta con sé.
Con questi ultimi tre esempi di artisti si chiude
l’idea progettuale di Moltiplicato 3, esposizione che mette in luce, focalizzando le varie peculiarità personali di tutti gli artisti coinvolti nella mostra, le potenzialità e le ultime ricerche nell’ambito della pittura, della fotografia, della scultura e dell’installazione.
Dario Salani

FRAME/S
di Luisa Perlo

DJ LAMU’
Specialista nell’appropriarsi di scenari preallestiti dal caso, DJ Lamu’ ha fotografato e ripreso con la telecamera supermercati, centri commerciali, locali pubblici, interni di case, cortili, strade di grandi metropoli, alla ricerca di dettagli apparentemente insignificanti di vita, privata ai suoi accidentali soggetti come in un saggio postumo di narrative art. Pagine di un singolare diario visivo, le sue immagini danno corpo a racconti frammentari, pervasi del senso di precarietà che lei stessa trasmette quando afferma di “rapire” immagini, suggerendo quindi un possesso transitorio: di intimità, di singolarità, o più semplicemente di esperienza. La tela esposta deriva da un piccolo video digitale girato dall’alto di una impalcatura nel corso della sua frequentazione, in veste di reporter non autorizzata, di rave parties illegali e teknival (festival di musica underground autoprodotta) in giro per l’Europa. Ciò la che affascina sono le forme non convenzionali di familiarità e convivenza che si creano all’interno dell’enclave sonora, la sua architettura mobile - fatta dalle tribes con i loro furgoni, le console e gli enormi muri di casse - gli stati di alterazione delle menti e dei corpi. La vocazione antispettacolare di questi happening ammantati di segretezza, figli del “nomadismo psichico” alla base delle T.A.Z. - le Zone Temporaneamente Autonome teorizzate a metà degli anni ottanta da Hakim Bey - si manifesta nel frequente divieto dell’uso di macchine fotografiche. Le immagini “rapite” da DJ Lamu’ hanno quindi, per necessità e per scelta, l’immediatezza e la noncuranza compositiva di snap-shot amatoriali, da cui scaturiscono le suggestioni per disegni e di tele, redatti dapprima come appunti a margine della fotografia e poi quasi sovrapposti ad essa, nel tentativo di rielaborare il vissuto nel luogo e nel tempo dilatato della pittura.

MARCO RABINO
Il punto di partenza, un frame digitale, è lo stesso per Marco Rabino. Questa volta prelevato in rete, anche nel suo caso “rapito”, ma con un notevole coefficiente di casualità, in una piazza virtuale. Il volto dello sconosciuto frequentatore di chat viene ricostruito da Rabino in pittura, con un procedimento combinatorio basato sulla giustapposizione di ventidue diverse gradazioni di bruno. Ciascun colore - una tempera piuttosto diluita - viene steso longitudinalmente su grandi fogli di carta, in maniera da ottenere una texture mai omogenea, in cui appaia visibile la traccia del pennello e del gesto che lo ha guidato. I fogli vengono fustellati per dare forma a cubetti di quattro centimetri di lato, assemblati poi come mattoncini nelle sue architetture visive. Il risultato di questo trattamento dell’immagine fa venire in mente le “numerizzazioni” di Yvaral (figlio di Vasarely e membro del GRAV, il parigino Groupe de Recherche d’Art Visuel)), che negli anni sessanta, molto prima dell’invenzione del personal computer e di Photoshop “campionava” l’intensità luminosa della superficie di immagini fotografiche riproducenti Marilyn Monroe anziché la Gioconda, secondo uno schema geometrico prestabilito, per ottenere i dati necessari a determinare le gamme cromatiche delle sue grandi tele ad acrilico. Se questo artista tendeva verso una pittura “digitale”, si può dire che Rabino faccia il percorso inverso, riconducendo i numeri alla pittura. Così rivisitando l’eredità moderna lasciataci dalle neoavanguardie, tenta di conciliare due culture opposte e distanti, da una parte quella “esatta” e analitica, che tendeva a far scomparire dall’arte ogni traccia di soggettività, e dall’altra quella legata a un’arte gestuale ed emotiva, che sulla soggettività fondava la propria ragion d’essere.

RICCARDO TODDE
Il frame in questione è, per Riccardo Todde, quello tratto dalla videoinstallazione da lui realizzata nel 2001 alla Galleria di San Filippo, Se non vedo e non tocco, non credo. Il titolo di questo lavoro si riferisce, in sintesi, alla frase pronunciata nel Vangelo di Giovanni da Tommaso ai discepoli che affermano di aver visto il Cristo risorto. Emblema, nella tradizione cristiana, dell’incredulo che diventa credente, colui che, secondo San Gregorio Magno, dubitando “diveniva testimone della verità della risurrezione”, per Riccardo Todde è il pretesto per una riflessione sulla dipendenza dalla visualità nella società contemporanea, nel contesto di una più ampia indagine sul rapporto tra memoria individuale e collettiva. Todde si concentra sull’icona più rilevante e longeva dell’arte occidentale, la figura del Cristo, così come appare nella versione televisiva più popolare della narrazione evangelica, offerta nel 1977 dal Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. La rappresentazione di questo messia catodico risulta infatti debitrice della tradizione pittorica, in particolare nella sua accezione più oleografica e idealizzata del soggetto, almeno quanto determina una autentica rifondazione iconografica, quale persistenza mnemonica depositata nell’immaginario collettivo. Estendendo questo principio all’intera vicenda drammatizzata dal racconto cinematografico, Todde ne estrapola una breve sequenza, mandandola in loop con un lieve effetto comico, a sottolineare il carattere ironico di questo breve esercizio critico sul “potere di autentificazione” dell’immagine televisiva.











VILLA CAPRIGLIO-Associazione Culturale I Leonardi- Strada al traforo del Pino 67 Torino

Progetto di recupero e riutilizzo in ambito artistico-culturale.Collezione permanente.

Promozione di giovani artisti.Laboratori,mostre,proiezioni,presentazione di spettacoli di ricerca.

Riqualificazione aree verdi.Orto e giardino.

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