A cura di Martina Corgnati
Sale Storiche di Palazzo Bricherasio, Torino
dal 5 Aprile al 15 Aprile 2007
La Fondazione di Palazzo Bricherasio e l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, in occasione della mostra di Francesco Preverino “Tra cielo e terra”, s’incontrano nelle Sale Storiche di Palazzo Bricherasio, contribuendo così ad animare il dibattito culturale sul tema della ricerca artistica e del suo possibile approccio didattico.
Il 4 Aprile inaugura, nelle Sale Storiche di Palazzo Bricherasio, la mostra “Tra cielo e terra” di Francesco Preverino, titolare della cattedra di Decorazione dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino; curata da Martina Corgnati, l’esposizione si compone di sette grandi quadri, totalmente autonomi l’uno dall’altro, eppure “pensati” insieme, tanto da costituire un ciclo unitario. Sono sette grandi paesaggi dedicati ciascuno alla rievocazione di un’immagine impressa nella memoria dell’artista. Luoghi e momenti emblematici della sua infanzia, particolari dello spazio, istanti sottratti al tempo sono riportati con forza al presente, proprio attraverso la pittura. Tenerezze come “l’orto del nonno” o “una sfida fra ragazzi”, invece di offrirsi con delicatezza, come l’argomento sembrerebbe richiedere, investono lo spettatore nell’impatto di grandi masse scure e piene di bagliori. Alle grandi tele si affiancano gli studi che ne costituiscono i passaggi preliminari.
“È come voler gridare un sussurro”- scrive nel catalogo la curatrice della mostra. “Questo contrasto attira l’attenzione, fino a quando non si prende atto che, in realtà, questi registri espressivi corrispondono ad intime necessità di Preverino e derivano dalla profonda coerenza dell’artista con se stesso, autentico anche nel dar forma a una pittura “forte”, a volte persino brusca”.
Attraverso questo ciclo di mostre, di cui un primo appuntamento si era già tenuto l’11 Aprile 2006, con l’esposizione di Gaetano Grillo, titolare della cattedra di Pittura dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, le due importanti Istituzioni s’incontrano dando vita ad una collaborazione che diventa occasione di analisi e di riflessione sull’opera d’arte, sul suo linguaggio e sul modo di essere comunicata. Un’occasione per parlare di arte e didattica, vocazioni congiunte e fortemente perseguite da entrambe le Istituzioni torinesi.
Francesco Preverino è nato a Settimo Torinese nel 1948. Ha studiato presso il liceo Artistico di Torino dove vive e lavora, e dove è titolare della cattedra di Decorazione alla Accademia Albertina delle Belle Arti.
NERO
Grandi dipinti, dove il nero si presenta invadente, una presenza che occlude. Ricacciato fuori da queste pennellate coese e impregnate d’oscurità, lo sguardo è costretto ad addentrarsi negli interstizi, a spingersi lungo i bordi delle masse d’oscurità, nel tentativo forse di indovinare il contorno, di decifrare il senso segreto delle cose della pittura.
In realtà il nero di Francesco Preverino, come tutti i neri che si rispettino, è pieno di bagliori o, per essere più precisi, alberga moltitudini di avvenimenti pittorici. In termini non troppo diversi da quanto accade a Emilio Vedova, si parva licet, di cui riferisce Cacciari: (Per Vedova. Dieci pensieri, in R.Chiappini (a cura di), Emilio Vedova, cat. della mostra, Villa Malpensata, Lugano, Electa, Milano 1993, pp.97-112).
Così il nero di Preverino è un nero complesso, capace di evocare senza descrivere e di raccontare senza raffigurare. Per rendergli giustizia lo si dovrebbe intendere non come entità singolare e, come tale, riduttiva rispetto alla pluralità dei toni possibili, alla ricchezza di esperienze e di vibrazioni della pittura, ma invece come sintesi di un tutto, compresenza da cui emergono senza sosta né limite sempre nuove sfumature, nuove componenti. Francesco Preverino ha scelto questo nero, questo modo di fare molti anni fa, nel mezzo di un percorso che, prendendo le mosse dal versante più trasgressivo e più sperimentale dell’ultimo informale (Pinot Gallizio e Asger Jorn fra le sue fonti), è arrivato puntuale all’appuntamento con una nuova figurazione dall’elevato tenore emblematico più che simbolico o metafisico, che coinvolge svariati artisti piemontesi dei più dotati e sensibili fra gli anni sessanta e settanta; e approda poi, ancora una volta con perfetta puntualità, a un espressionismo intenso, talvolta addirittura drammatico e, d’altra parte, monumentale.
Espressionismo: con quest’etichetta un po’ generica intendo riferirmi a una pittura di segno e di traccia, a un’azione quasi violenta che si imprime sulla superficie della tela con tutta la forza di un impulso subitaneo che, pur senza perdere di vista la rappresentazione, un’esigenza di fondo che permane, la sfibra continuamente e la víola. Un confronto si richiede, quello con de Kooning, soprattutto nell’insistente e quasi ossessiva dedizione che Preverino manifesta nei confronti della donna, anzi del corpo femminile e che si protrae per cicli interi – specialmente importante quello dei Trittici, giustamente apprezzato da un “cultore della materia Preverino” attento e raffinato come Francesco de Bartolomeis.
Nel caso dell’artista piemontese, come dell’americano, l’immagine è affondata nel corpo denso della pittura, ma più che un totem da sfregiare, idolo da distruggere, essa è piuttosto un nucleo solido, centro irradiante della composizione, volume pregno e consistente. Preverino, in altre parole, non sembra aver particolarmente bisogno di distruggere per affermare qualcosa, a differenza di molti titanici ribelli del primo espressionismo astratto, ma utilizza piuttosto il referente come un appiglio emozionale, per concentrarvi l’attenzione sopra e lasciar fare alla pittura, alle sue tessiture tese e vibranti, ma sempre morbide, consapevoli e in qualche misura parenti delle trame ad altissima densità drammatica del neue Expressionismus tedesco degli anni ottanta.
Una parentela niente affatto scontata e sostanziata anche dalla esplicita predilezione, che l’artista dimostra da sempre, nei confronti di formati grandi o grandissimi, a loro volta “monumentali” o perlomeno magniloquenti, che gli permettono, o impongono, di dipingere non solo con gli occhi e con le dita ma con tutto il corpo, abbracciando lo spazio in gesti ampi, fronteggiando una superficie concepita per misurarsi con l’uomo che ha davanti, la sua statura e il suo sguardo. Una superficie quindi a misura d’uomo nel senso che non richiede alcun sforzo d’astrazione (l’immersione metaforica nella famosa “finestra” prospettica o no) né straniamento né, per contro, ricerca forzosa dell’intimità, ma si offre tangibilmente al confronto fisico con l’autore e poi con lo spettatore; con chi, in altre parole, le si mette davanti.
Una superficie cosiffatta è un altro elemento, oltre alla trama cromatica e segnica, che apparenta il lavoro di Preverino alle ricerche condotte in Germania dagli anni Ottanta in avanti: non è un caso che nei paesaggi recenti si colgano impreviste ma precise affinità col lavoro di Anselm Kiefer, proprio nelle continue infrazioni della tessitura complessiva del segno, nella luce interna, quasi endogena che affiora da dietro al nero nella relazione ambigua, ma sempre significativa e incisiva, fra narrazione e presentificazione, astratto e figurativo, immagine e racconto. Perché c’è, c’è sempre stato qualcosa da raccontare in questo lavoro; ma l’esigenza narrativa non spezza la tensione del segno, il compatto dilagare della pittura, il suo dominio del campo operativo. Inoltre Francesco Preverino, come immagino Kiefer, pianifica accuratamente i suoi grandi quadri che escludono quindi, per forza di cose, la spontaneità, vero fantasma dalle frequenti apparizioni e ancora più frequenti invocazioni nell’arte moderna; ma fantasma comunque.
No: l’artista per prima cosa disegna, poi abbozza in piccolo una composizione presumibilmente definitiva, prima di osare il salto di scala dove l’esercizio della pittura non è più, non più soltanto, cosa mentale ma anche fisica, tattile, è faccenda di barattoli, macchie, spatole, braccia e sigarette, fatto, insomma, del tutto materiale, pratica del vivere e del vissuto, che non è possibile ritagliare e semplicemente mettere tra parentesi.
Ecco: perché tutto questo possa avere luogo bisogna che lo stadio preliminare, l’approccio conoscitivo, lo studio e il pensiero abbiano fatto il loro corso e possano considerarsi conclusi.
MEMORIA
L’ultimo ciclo di lavori di Francesco Preverino, Tra cielo e terra, presentati in questa occasione per la prima volta, si compone di sette grandi paesaggi,dedicati ciascuno alla rievocazione di un’immagine impressa nella memoria, o di un ricordo d’infanzia. Arrampicandosi pericolosamente sul filo della memoria, per parafrasare il titolo di un’altra mostra di qualche tempo fa, l’artista è risalito fino a luoghi e momenti emblematici della sua infanzia, frammenti della campagna piemontese, particolari dello spazio e anche istanti sottratti al flusso del tempo e riportati con forza al presente attraverso la pittura.
Colpisce innanzitutto che tenerezze di questo genere, l’orto del nonno, una sfida fra ragazzi, un paesaggio invernale che si spalanca ampio e improvviso dietro alle colline all’oltrepassare di una curva o di un dosso; colpisce che tutto questo, invece di offrirsi con delicatezza come l’argomento sembrerebbe richiedere, ci investa nell’impatto di grandi masse scure e piene di bagliori, messe in atto dalla pittura. È come voler gridare un sussurro, o trasformare il tono sommesso e intimo dell’elegia in declamazione altisonante, urlo, pietra, tempesta.
Il contrasto, in un primo momento, attira l’attenzione, almeno finché non si prende atto che questi registri espressivi corrispondono entrambi a intime necessità di Preverino e derivano dalla profonda coerenza dell’artista con se stesso, altrettanto autentico nel dare forma a una pittura “forte”, a volte persino brusca, e nel bisogno di , come scriveva qualche tempo fa a proposito dei Giardini Neri; ritrovarsi, insomma, in una “casa” non solo del linguaggio ma dell’anima.
Questi sette grandi quadri sono totalmente autonomi l’uno dall’altro eppure “pensati” insieme, tanto da costituire con ogni evidenza un ciclo unitario. Sono dipinti tra cielo e terra, tra presente e passato. Sono neri, si è detto. Ma in realtà non solo neri. L’artista piemontese lavora su tavola e incrosta la tavola di limatura, inserti ferrosi, detriti, quasi per renderla ancora più materiale (non solo “materica”). La struttura è potente, la composizione procede per grandi masse che reagiscono compenetrandosi. Per esempio in Fantastica notte la luce bianca sembra letteralmente spiccare il volo, levarsi dalla densa e pesante cortina di nero, fitta e impenetrabile nella parte inferiore. Sono uccelli, angeli è luce. La notte di San Giovanni è imperniata intorno a un grande albero, ma sarebbe meglio dire “corpo dall’andamento verticale e irradiante”, buio impregnato di particole luminose che si ramifica nel fondo di blu di Prussia. Prevale, prevedibilmente, il notturno, genere di composizione musicale che Preverino adatta alle proprie esigenze, trasformandolo in un modo di raccontare, meglio di evocare, sottratto all’aura di romanticismo che il genere porta con sé e immergendolo invece nell’atmosfera intermedia, sospesa fra vita e sonno, notte e giorno, dove (la psicoanalisi insegna) può aver luogo una specie di trasfigurazione delle apparenze e di nuova epifania del senso.
Non sono frequenti i notturni nella storia dell’arte. Ritorna alla mente Piero della Francesca ad Arezzo, il misterioso sogno irrorato dalla folgorazione dell’angelo che si precipita sulla tenda dischiusa; l’affollata e teatrale Ronda di Rembrandt, ove l’oscurità inghiotte il retroscena; scene di interno a lume di candela, luce puntuale da una fonte ben circoscritta, trattenuta fra quei particolari che sono dotati di senso simbolico e narrativo nel mare disperso nel buio, cioè del nonsense, ciò che non vale la pena di mostrare (far vivere). Quadri, tutti, soprattutto misteriosi, dove la notte è sinonimo di una visibilità parziale, limitata e proprio per questo tanto più intenzionale. È questa sottolineatura che Preverino cerca, questa intensificazione, emozionale e lirica e pittorica cui anche il nero potentemente concorre, con la propria brulicante vitalità e irrequietezza annidata nell’intimo delle pennellate, delle sfrangiature, dei corsi e ricorsi, come ebbri ma consapevoli, del pennello e della spatola.
Il ricordo, insomma, non produce appagamento né malinconia, piuttosto nuove occasioni di fare. E forse, al fondo di tutto, c'è una specie di pacificazione da cercare ancora, una stabilità intuibile magari per una via tutta lirica, ma non afferrabile nella consistenza definitiva di un'immagine data, così come nella pienezza di un attimo che li contiene tutti e che, di fatto, potrebbe coincidere soltanto con quello finale. La pittura no, la pittura invece è piena di accensioni, di intuizioni, di speranze, di bellezza anche, quella a cui Preverino e molte ricerche contemporanee non mi risultano aver mai rinunciato pur senza averne fatto un presuntuoso e limitante atto di fede esclusiva.
Non a caso le stazioni di queste terre e di questi cieli sono lacerate da tensioni antagoniste, sono incontri provvisori con un simulacro tanto accogliente quanto fragile.
La storia continua.
Martina Corgnati
SEDE: Sale Storiche di Palazzo Bricherasio
Via Teofilo Rossi angolo Via Lagrange – TORINO
Tel. 011 57 11 811 – Fax 011 57 11 850
www.palazzobricherasio.it
DATE: Dal 5 Aprile al 15 Aprile 2007
INAUGURAZIONE: 4 Aprile ore 18.30
ORARI
lunedì: 14.30 – 19.30
da martedì a domenica: 9.30 – 19.30
apertura serale: giovedì e sabato fino alle 22.30
Ingresso gratuito
Per informazioni: 0115711811
UFFICIO STAMPA FONDAZIONE PALAZZO BRICHERASIO
Vittoria Cibrario–
v.cibrario@palazzobricherasio.it
Paola Varallo–
ufficiostampa@palazzobricherasio.it