Francesco Vezzoli / Dettaglio evento

Nato a: Brescia Italia



XIV Quadriennale di Roma - Fuori tema

Dal Tuesday 08 March 2005
al Tuesday 31 May 2005

Gli artisti correlati Adriano Altamira, Agostino Ferrari, Alberto Biasi, Alberto Garutti, Aldo Damioli, Aldo Mondino, Alessandra Giovannoni, Alessandra Tesi, Alessandro Pessoli, Alex Corno, Alfredo Pirri, Antonella Mazzoni, Antonio Paradiso, Aris, Arnold Mario Dall’O, Bertozzi & Casoni, Bruno Conte, Carla Accardi, Cesare Pietroiusti, Chiara Dynys, Davide La Rocca, Domenico Mangano, Eduard Habicher, Eduardo Palumbo, Elisa Sighicelli, Elisabeth Hölzl, Enzo Cucchi, Ettore Spalletti, Eva Marisaldi, Fabrizio Plessi, Federico Pietrella, Francesco Simeti, Francesco Vezzoli, Franco Vaccari, Gabriele Di Matteo, Getulio Alviani, Giacinto Cerone, Gian Marco Montesano, Gian Paolo Tomasi, Gianni Piacentino, Gilberto Zorio, Giorgio Milani, Giovanni Arcangeli, Giuliano Guatta, Giulio Paolini, Giuseppe Restano, Grazia Toderi, Graziano Pompili, Ignazio Gadaleta, Ilir Zefi, Irma Blank, Lara Favaretto, Letizia Fornasieri, Luca Padroni, Luca Vitone, Luciano Fabro, Lucio Perone, Luigi Ontani, Luisa Lambri, Marco Cingolani, Maria Lai, Mario Airò, Marzia Migliora, Massimo Bartolini, Massimo Giannoni, Massimo Kaufmann, Maurizio Cannavacciuolo, Maurizio Elettrico, Maurizio Mochetti, Michelangelo Pistoletto, Michele Cossyro, Mimmo Nobile, Mimmo Paladino, Mimmo Rotella, Mino Trafeli, Mirella Saluzzo, Nicola De Maria, Nicola Salvatore, Ninì Santoro, Ottonella Mocellin - Nicola Pellegrini, Paola De Pietri, Paola Pivi, Paolo Bresciani, Paolo Giorgi, Pierpaolo Campanini, Pietro Roccasalva, Pino Pinelli, Rafael Pareja, Riccardo Cordero, Robert Gligorov, Roberto Caracciolo, Roberto Cuoghi, Roberto Floreani, Salvatore Sava, Salvo, Silvia Levenson, Stefano Arienti, Tino Stefanoni, Umberto Mariani, Vedovamazzei, Yumi Karasumaru

Comunicato stampa evento: XIV Quadriennale di Roma - Fuori tema

Perché “Fuori tema”

Verso la fine degli anni Sessanta i sociologi statunitensi Donald L. Shaw e Maxwell McComb s’interessarono alle ragioni per cui temi, paesi, personaggi, generi vengono a galla nel sistema mediatico e monopolizzano perciò, durante periodi più o meno lunghi, l’attenzione generale, spesso a discapito di soggetti più rilevanti e urgenti, che finiscono in ombra. I loro studi approdarono alla nota teoria dell’Agenda Setting, vale a dire a una definizione d’una tavola di modalità e di fattori che presiedono all’inclusione di un argomento – naturalmente con il suo corredo di positività o di negatività – nel novero di quelli intorno ai quali, poi, ruoteranno più intense le reazioni.
Più recentemente Shaw e McComb, divenuti nel frattempo molto noti, assieme a David Weaver hanno pubblicato un altro lavoro – Communication and democracy. Exploring the intellectual frontiers in Agenda Setting theory – confermando le loro iniziali conclusioni, in gran parte verificate sperimentalmente. Quali conclusioni? Secondo i due studiosi, le priorità accolte dall’“agenda”, come anche i tempi di permanenza di esse nella stessa, derivano non soltanto dall’oggettività dei casi, bensì pure dalle pressioni, dal sostegno, talvolta dall’inventiva di “poteri forti”, attivi nella sfera politica, in quella economico-finanziaria o in quella culturale. In verità, prima di Shaw e di McComb, era stato Walter Lippman, il più famoso giornalista della storia americana, a segnalare come fosse prudente dubitare della limpidezza di certe fortune tematiche, splendenti ed oscuranti al tempo stesso. E prima di Lippman, da sempre ad avvertirci c’era stato il buon senso.

Il sistema dell’informazione è nei fatti un suggeritore di temi, e non di rado il suggerimento è così insistente da risultare ineludibile. Ed eccoci allora tutti, o quasi tutti, a occuparci di latitudini remote, a disputare di questioni che non conosciamo o delle quali non c’importa nulla, oppure a giudicare persone che giungono a noi come mere immagini. Ma anche il sistema dell’arte, che gira assieme all’altro nel rotismo del nostro tempo, è – per così dire – un’emittente tematica; che in questa funzione riesce utilissima se la sua musica – sia detto insistendo nella metafora radiofonica – non è assordante, bensì piuttosto è come quella che viene diffusa negli ascensori o nei supermercati: composta non per essere ascoltata, ma per indurre alla migliore disposizione. Quella del “mettere a tema” – è persino superfluo notarlo – resta insomma un’operazione proficua e auspicabile finché non si avvelena di toni prescrittivi, ravvolti magari in chiacchiera invadente. Insomma, finché non ammala la gustosa libertà di uscire fuori tema, di cambiare discorso (viene in mente il titolo di un riscoperto romanzo di Silvio D’Arzo, Essi pensano ad altro).

Un tema è in realtà una commissione. Dunque, è un vantaggio e una prigione. Un vantaggio, anche perché è una sponda per chi “in gran mare di pensieri ondeggia”, ossia è un approdo per quanti sono nella frequente condizione di non sapersi risolvere per questa o quella scelta. Una prigione perché nel tema, come nella commissione, è difficile all’artista servire le ragioni dell’arte. Gombrich è stato forse il primo a rivelare che finanche le commissioni medicee, a un certo punto, divennero una sofferenza insopportabile per gli artisti, che infine ne uscirono fuori volgendosi al mercato, provando a vendere nelle variegate piazze di Venezia e Anversa. Ma poi: anche agli scolari che visitano le mostre dedicate al Caravaggio viene spiegato com’egli tentò di svolgere in fraintendimento i temi assegnatigli, o come cercò di eluderli riducendoli a pretesti della sua pittura. Però, se tutto ciò non sminuisce i meriti dei Medici, o quelli del cardinal Del Monte e delle nobili famiglie che si fecero committenti di Michelangelo Merisi, tuttavia esemplifica alla buona l’assunto che, il più delle volte, il rapporto dell’artista con il tema che gli viene assegnato è un rapporto più conflittuale che dialettico.

Prescrizione in forma di seduzione, ecco una divisa del tempo corrente. Che, come è noto, è anche il tempo dell’uso estremo, e improprio, di tutte le disponibilità, di tutte le occasioni, di tutti i ruoli e i mezzi. Dorfles scrisse di questo connotato del contemporaneo in anticipo rispetto ad altri autori, e citò ad esempio il caso dei ragazzi centauri che impennano la moto, perché sfrecciare in sella non basta. Ma abbiamo Mr President sassofonista, il cuoco filologo, la cena di lavoro, il fuoristrada da città. E così si spiega che, senza esitazione, si possa alterare la natura del mass-medium mostra, si possano forzare disinvoltamente i suoi limiti (perché ciascun medium ha i suoi limiti) fino a impiegarlo, per esempio, come se fosse un libro, un libro di molte pagine destinato a un testo di filosofia. È un’operazione di morphing, alla fine. E certo, se il titolo della mostra arieggia in modo seducente un tema filosofico, è anche possibile che i visitatori accorrano in folla. Ma andranno tra le opere, indugiando: e incuranti del tema, passo passo ne usciranno fuori.

Allora, “Fuori tema” per presentare qui, in questa rassegna, più di cento temi. E per esprimere la voglia comune a tanti artisti d’essere soltanto essi stessi i propri autori. Insomma, il diffuso desiderio di sottrarsi, per quello che è possibile, all’insidia indicativa che così spesso raggiunge i loro studi e prelude alle esposizioni così frequentemente.

Gino Agnese

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