Franz Ackermann
|
|
Franz Ackermann / Dettaglio evento
Nato a: Neumark St. Veit
Germania
Comunicato della mostra : XIV Quadriennale 2005 - Italian Feeling
Italian Feeling
Una sorpresa della XIV Quadriennale è la sezione “Italian Feeling”, che accoglie opere di undici artisti stranieri “innamorati dell’Italia”, si potrebbe dire. Gli artisti sono appartenenti a varie generazioni e sono stati scelti da Luca Massimo Barbero (curatore associato della Peggy Guggenheim Collection di Venezia e curatore, tra l’altro, della grande mostra sull’Action Painting in corso a Modena)
La Quadriennale, istituzionalmente, è chiamata a offrire un ragguaglio dell’ arte contemporanea italiana. Ma siamo nella “condizione connettiva” ed è, quindi, arbitrario separare una parte dal tutto nel tempo della globalizzazione. Un’occasione di confronto arricchisce, inoltre, d’interesse la rassegna.
In catalogo è puntualmente raccontato “l’Italian Feeling” di ciascun artista. Chi ha vissuto in Italia, chi ancora ci vive, chi l’ha scelta come vetrina privilegiata, chi vi ha studiato, chi vi viaggia ogni volta che può. Tutti sono di fama internazionale e rappresentano nel loro insieme una varietà di linee tematiche e di linguaggi. Quanto alla loro collocazione nel percorso espositivo della mostra, le loro opere daranno il benvenuto ai visitatori della mostra, anche in omaggio al sentimento che gli undici artisti riservano al nostro paese. Questi sono gli artisti.
FRANZ ACKERMANN
Nato a Neumarkt St. Veit (Germania) nel 1936. Vive e lavora a Berlino e Karlsruhe.
L’artista tedesco Franz Ackermann ha condotto la propria ricerca artistica attraverso continui soggiorni e viaggi nelle più grandi metropoli europee, americane e asiatiche. Questa sua particolare predilezione per il viaggio lo ha portato negli ultimi anni anche nel nostro Paese, dove ha anche esposto in alcuni spazi pubblici e privati.
Nel 2000, al Castello di Rivoli di Torino si è tenuta la mostra personale dal titolo B.I.T (Back in town), nella quale Ackermann ha avuto modo di sviluppare e di presentare al pubblico italiano la sua complessa concezione allargata di viaggio e di turismo planetario. Una delle opere presenti nella mostra torinese, dal titolo Naherholingesgebeit, è entrata a far parte delle collezioni del Castello di Rivoli.
ARTHUR DUFF
Nato a Wiesbaden (Germania). Vive e lavora a Marghera.
Un rapporto molto intenso intercorre tra l’Italia e l’artista americano Arthur Duff, che da diversi anni, infatti, vive e lavora nel nostro Paese.
A Venezia ha compiuto gli studi artistici diplomandosi presso l’Accademia di Belle Arti, e da qui hanno avuto inizio le sue prime esperienze espositive. Riferendosi all’Italia, lo stessa artista afferma: «A volte l’ho considerata la mia casa».
Dopo aver trascorso diversi anni a Vicenza, da qualche tempo Duff si è trasferito vicino Mestre, a Marghera, una città che si è sviluppata nel corso del Novecento intorno ad un nucleo industriale, vicenda che ha suscitato un interesse particolarmente profondo dell’artista:
«Solamente il fatto di abitare tra Via dell’Atomo e Via dell’Elettricità dice molto riguardo lo spirito con il quale è stata costruita quest’area, dove gli spazi dentro e intorno al porto industriale trattengono ed emanano (parola pericolosa per una zona fortemente inquinata) un forte senso di neutralità. Non sono molti i posti come Marghera, nel nord Italia, che mantengono una distanza così grande tra quelli che lavorano in città e quelli che invece vi risiedono.
Ciò ha comportato per me un momento essenziale di riflessione e di adattamento a vivere e lavorare in un luogo in cui ho avvertito il bisogno di mantenere un certo grado di distacco tra il mio posto di lavoro e l’ambiente circostante.
L’area industriale di Marghera non trasmette a nessuno un senso di intimità. Nessuno reclama qualsiasi tipo di appartenenza sociale. Questo potrebbe essere la base di un discorso, un discorso che al momento è silenzioso. Infatti, nulla è mai completamente detto. Le navi arrivano, vengono svuotate e poi ripartono. Le navi arrivano, vengono riempite e poi ripartono.
Il mio attaccamento all’Italia è diventato, nel tempo, speciale. L’idea di lasciare l’Italia permanentemente non è mai stato un mio desiderio, ma allo stesso tempo neppure rimanere qui per sempre è mai stato nei miei progetti. L’Italia mi è sempre sembrata “in mezzo” a posti differenti, e in questo senso è diventata paradossalmente la mia casa. Lavorare all’estero vorrebbe dire lavorare fuori dall’Italia, portare quello che ho qui “fuori”. È abbastanza strano ma potrebbe essere una possibilità: entrare a fare parte, un giorno, di un nuovo movimento artistico come “italiano”.
ERIC FISCHL
Nato a New York nel 1948 dove vive e lavora.
Una profonda relazione di carattere spirituale lega l’artista americano Eric Fischl al nostro Paese e in particolar modo a Roma.
Dopo la scomparsa del padre, avvenuta nel settembre 1995, il mese successivo Fischl decise di trasferirsi e vivere a Roma per qualche tempo, perché il senso dell’eternità, così forte e radicato in quella città, lo potesse aiutare a superare il lutto, che era stato particolarmente doloroso.
Il soggiorno durò diversi mesi durante i quali Fischl si sposò e diede vita ad una nuova serie di opere ispirate a temi religiosi, esposte nel 1996 presso la Galleria Mary Boone di New York, con un’introduzione al catalogo dello stesso Fischl.
Riguardo a questo intenso e profondo legame che unisce l’artista all’Italia è interessante leggere una sua dichiarazione:
«Se si avverte la necessità di rimpiangere la scomparsa di una persona cara, Roma è il miglior luogo dove poter stare (e io andai là appena dopo la morte di mio padre).
È una città dove tutto è memoria. È il passato e il presente allo stesso tempo.
È, inoltre, una città nella quale la resurrezione fa parte dell’esperienza di ogni giorno, perché gli operai qui scavano nelle strade e sotto una pietra rovesciata si possono intravedere le rovine antiche.
A Roma puoi vivere con la “grande” arte, e la “grande” arte ti parla, allo stesso tempo, della vita e della morte, del dolore e della perdita.
Ti dà, in altri termini, la possibilità di vivere tutti questi sentimenti uniti gli uni agli altri. Nella serie di dipinti che ho eseguito a Roma, mi sono ispirato alle architetture europee per esprimere il concetto di nostalgia. Roma, infine, è anche il luogo dove ho cominciato a lavorare con il “chiaroscuro”, ispirandomi alla lezione della pittura barocca italiana».
CAIO FONSECA
Nato a New York nel 1959, dove vive e lavora.
Un lungo e lontano legame affettivo unisce l’artista americano, di origine sudamericana, Caio Fonseca, all’Italia. Risale a più di trent’anni fa, e più precisamente agli inizi degli anni Settanta, quando l’artista compì il primo di una lunga serie di viaggi verso il nostro Paese dove, a Pietrasanta, nelle vicinanze di Lucca, si era già trasferito nei primi anni Settanta il padre Gonzalo Fonseca, noto scultore uruguaiano, che espose numerose volte, tra gli anni Settanta e Novanta, alla Galleria del Naviglio di Milano e partecipò alla Biennale di Venezia del 1991.
Compiuto il venticinquesimo anno di età, Caio Fonseca ritorna per la seconda volta a Pietrasanta, dipingendo per due inverni consecutivi sulle colline di Seravezza.
Quel periodo, ricordato dall’artista come uno dei più intensi per la sua ricerca, culmina nella sua prima mostra personale realizzata nel nostro presso Villa Delatre.
Dopo aver passato cinque anni a Barcellona e tre a Parigi, l’artista torna a New York alla fine degli anni Ottanta e inizia da quel momento quella che egli definisce una “doppia vita”, tra la grande metropoli americana e Pietrasanta dove, da vent’anni ormai e senza interruzione, l’artista vi fa ritorno ogni anno nel mese di maggio, per cinque mesi consecutivi.
Pietrasanta è diventata per Fonseca un lusso assolutamente necessario, in grado di offrirgli la possibilità di dedicare centocinquanta giorni di seguito al lavoro e alla ricerca artistica.
«Le giornate a Pietrasanta – sostiene l’artista– iniziano prestissimo nella piazza deserta: prima al bar per il caffè e il giornale, poi al pianoforte per una o due ore e infine allo studio sino all’imbrunire della sera. Lunghe giornate, molto produttive».
In un recente numero della rivista Modern Painters, che gli dedicato la copertina ed una lunga intervista, lo stesso Fonseca ha affermato inoltre che l’esperienza italiana di Pietrasanta gli ha permesso di “assaporare in modo esemplare la bellezza e l‘intensità di una solitudine che, nel senso letterale del termine, non ti abbandona mai più”.
NAN GOLDIN
Nata a Washington D.C. nel 1953. Vive e lavora a Parigi e New York.
Sono state numerose, negli ultimi vent’anni, le occasioni di contatto tra l’artista americana Nan Goldin e l’Italia.
Con il nostro Paese ha allacciato, nel corso degli anni, un rapporto molto intenso sia a livello professionale che umano, in particolare durante i vari soggiorni a Napoli e in Sicilia, dove ha realizzato alcuni dei suoi più celebri scatti fotografici paesaggistici, come le isole Eolie, il vulcano di Stromboli, Capri e le sue meravigliose grotte.
Dopo la pubblicazione, nel 1986 del suo primo libro The Ballade of Sexual Dependency, Nan Goldin compie il suo primo viaggio in Italia, a Napoli, accompagnata dalla sua migliore amica, la celebre scrittrice Cookie Mueller.
In Ten years after: Napoli 1986-1996, secondo libro pubblicato dall’artista, viene documentato, come si evince dal titolo, il suo ritorno nella città flegrea a dieci anni dalla sua prima esperienza.
L’opera, divisa in due parti, è un omaggio in ricordo di Cookie Muller, scomparsa per AIDS insieme al marito nel 1989. La prima parte è composta dal tributo offerto all’amica attraverso gli scatti del primo viaggio del 1986. Nella seconda parte invece, oltre a scatti a nuovi amici, paesaggi e still life, vengono ripercorsi visivamente anche i luoghi legati alla memoria del suo primo soggiorno italiano.
A conferma dell’importanza dell’opera di Goldin nel nostro Paese, sono state moltissime le mostre alle quali l’artista è stata invitata negli ultimi anni presso spazi pubblici e privati, e in particolare si ricorda l’importante retrospettiva sulla sua opera tenuta alla Galleria d’Arte Moderna di Torino nel 2002-2003.
JACOB HASHIMOTO
Nato a Greely (Stati Uniti d’America) nel 1973. Vive e lavora a Los Angeles.
A partire dal 1998, l’artista americano Jacob Hashimoto ha intensificato il suo rapporto affettivo e professionale con il nostro Paese, dove da qualche tempo ormai ha preso uno studio a Verona, città nella quale ha compiuto le sue prime uscite espositive, e dove a volte trascorre un periodo di circa sei mesi all’anno.
Sul tipo di legame che si esiste tra Hashimoto e l’Italia è interessante leggere qui di seguito una dichiarazione rilasciata dallo stesso artista:
«Sono stato fortunato di aver avuto la possibilità di esporre il mio lavoro in Italia fin dal 1998. Lavorare in Italia è stata per me un’esperienza gratificante perché qui esiste una cultura di collezionisti, curatori e galleristi, che sono cresciuti circondati da alcuni dei più grandi capolavori di tutto il mondo. Culturalmente, questa sensibilità verso l’arte è molto stimolante e niente di tutto questo esiste invece negli Stati Uniti. Se l’Italia abbia influenzato il modo di concepire la mia ricerca artistica, non ne sono sicuro ma credo tuttavia che esista una forte relazione. Il mio lavoro è fondamentalmente astratto e si ispira al paesaggio e di conseguenza risente costantemente dall’ambiente in cui mi trovo ad operare. Dal momento che lavoro per quasi metà dell’anno nel mio studio a Verona, penso che questo abbia avuto una profonda influenza nelle mie opere.
Mentre vado in bicicletta allo studio ogni giorno, passando per San Zeno attraverso il serpeggiante dedalo di vie ed eleganti piazze della città, è impossibile non assorbire la storica bellezza di una città come Verona. Ovviamente ho studiato l’arte e la cultura italiana quando ero all’accademia negli Stati Uniti, ma vivere in una città italiana è qualcosa di completamente differente. Penso di essere probabilmente meno influenzato dalle opere d’arte storicizzate italiane, che dalle attitudini culturali degli italiani – persone che vivono in un modo che prova diletto nella bellezza e nelle sue sfumature. Persone che hanno costruito una cultura che è legata al territorio. Persone che trovano piacere nella dialettica e nel dibattito, che sono elementi vitali rispetto ad un certo opprimente dogmatismo presente negli States.
Speriamo che parte di tutto ciò sia stato assorbito, digerito, e che si evinca dalla mia opera.
Per un’artista che lavora ogni giorno nel suo studio è difficile da dire, comunque sia, nutro la speranza che qualcosa di questa ricca sensibilità che permea la vita e la cultura italiane possa continuare in questa direzione all’interno della mia pratica artistica».
ANSELM KIEFER
Nato a Donaueschingen (Germania) nel 1945. Vive e lavora a Barjac (Francia).
Si è fatto sempre più frequente, negli ultimi anni, il legame che unisce l’artista tedesco Anselm Kiefer all’Italia.
Dagli inizi degli anni Settanta sono state numerose, infatti, le occasioni di contatto tra l’artista e l’Italia. Una relazione, quella di Kiefer, che come già detto si è intensificata vieppiù negli ultimi tempi. Lo confermano una serie di mostre che gli sono state recentemente dedicate: prima al Museo Archeologico di Napoli (giugno-settembre 2004), poi l’imponente installazione I sette palazzi celesti presso l’Hangar della Bicocca a Milano (dicembre 2004), e infine la mostra che ha da poco inaugurato (gennaio 2005) a Villa Medici a Roma.
Sempre lo scorso anno, inoltre, durante il soggiorno napoletano, l’artista ha curato le scenografie per l’Electra di Richard Strauss al Teatro San Carlo.
Non solo negli ultimi tempi però, l’opera di Kiefer ha avuto modo di essere apprezzata nel nostro Paese. A tal riguardo, si ricordano l’importante partecipazione alla Biennale di Venezia del 1980, le retrospettive al Museo Correr di Venezia nel 1997 e alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna nel 1999. Una monumentale opera dal titolo Sternenfall, realizzata nel 1998, è inoltre entrata a far parte nel 2002 delle collezioni della Galleria Nazionale D’Arte Moderna di Roma e quivi esposta permanentemente.
Quello di Kiefer si potrebbe definire un rapporto d’elezione “d’altri tempi” con il nostro Paese. Tempi non molto remoti, nei quali l’Italia era considerata una meta imprescindibile per la comprensione della civiltà classica europea.
Da trent’anni a questa parte l’Italia è divenuta per l’artista non solo uno dei luoghi di esposizione della propria opera, ma anche e soprattutto una meta ideale per la meditazione e il riposo, per la contemplazione e la creazione artistica.
Alcune opere realizzate negli anni Settanta si sono ispirate alle rovine classiche di Roma, altre ancora a Napoli e al suo golfo. E allo stesso modo in Puglia e in Sicilia l’artista ha maturato un profondo rapporto d’osmosi con il paesaggio e le tradizioni che qui si sono sviluppate.
JASON MARTIN
Nato nel 1979 a Jersey (Channel Isles). Vive e lavora nel Middle Sex (Gran Bretagna).
Nonostante l’artista americano Jason Martin abbia fatto solo qualche sporadica apparizione nel nostro Paese (le sue opere sono state infatti esposte solo in tre occasioni negli ultimissimi anni, a Napoli, Torino e Bergamo), ha maturato, fin dalla prima infanzia artistica, un rapporto di particolare interesse per l’Italia e soprattutto per ciò che essa ha rappresentato e ancora rappresenta nella storia della cultura mondiale.
Un feeling, il suo, che si può ricondurre ad una personale concezione del processo creativo.
Le prime esperienze artistiche di Martin sono maturate infatti a seguito di una profonda lettura del futurismo italiano. In particolare, ciò che ha attirato l’attenzione dell’artista è stata la lezione pittorica di Balla e Severini, e quella scultorea di Boccioni: «Essi – afferma Martin – sono stati la testimonianza delle capacità insite nella rivoluzione espressiva della pratica modernista. Furono dei veri e propri sovversivi. Anche altri artisti italiani, come Wildt, Morandi e Manzoni, e più significativamente Fontana, hanno giocato un ruolo importante all’interno di quel dialogo sulla pratica modernista alla quale tende anche il mio lavoro. In questi artisti, ho ritrovato la concezione di un primo minimalismo e uno scambio di idee che hanno influenzato la mia concezione estetica. Si può senz’altro affermare che ho sentito una grande un’ascendenza nei confronti della pittura italiana del primo Novecento e ho avvertito l’intensità del disegno che permea la vita italiana e le grandi architetture del suo passato».
KENNETH NOLAND
Nato a Asheville (North Carolina) nel 1924. Vive e lavora a Port Clyde (Maine Usa).
Una relazione di lungo corso lega l’artista americano Kenneth Noland all’Italia. Essa risale alla prima esperienza espositiva da lui compiuta nel nostro Paese, presso la Galleria dell’Ariete a Milano nel 1960.
Nel 1964 partecipa alla storica Biennale, che, con il Gran Premio assegnato a Robert Rauschenberg, decretò il successo a livello internazionale dell’arte americana. Nel 1976 viene invitato per la seconda volta a partecipare alla Biennale veneziana.
Negli anni Ottanta Noland ritorna in Italia altre quattro-cinque volte, ospite a Todi dall’amico Piero Dorazio. Durante questi vari soggiorni trascorsi tra le colline umbre, Noland ebbe modo di avvicinarsi all’arte della ceramica, assistito dal prof. Graziano Marini, all’epoca stretto collaboratore di Dorazio e direttore del Centro Internazionale della Ceramica di Montesanto, presso cui realizzò diverse opere.
Nel 1986 sarà ancora presente, per la terza volta, alla Biennale di Venezia.
Al giungo del 1993 risale il suo ultimo soggiorno umbro. Di questo periodo è anche l’importante mostra, composta da una serie di opere su tela, presso la Galleria Extra Moenia di Todi.
Nel 1994 l’artista viene invitato, dalla rivista di studi sulla comunicazione “Mass Media”, a realizzare la copertina del n. 4, anno XIII.
Nel maggio del 1996 l’artista viene invitato a partecipare ad un seminario presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, in ricordo di Carlo Belli a cinque anni dalla sua scomparsa, mentre il mese successivo viene inaugurato un grande mosaico dell’artista nella stazione della metropolitana del Colosseo, nell’ambito del progetto “Artemetro Roma”, patrocinato dal Comune di Roma.
TONY OURSLER
Nato nel 1957 a New York dove vive e lavora.
E’ in particolare negli ultimi dieci anni che, per l’artista americano Tony Oursler, si sono presentate varie occasioni di contatto con l’Italia. Le sue opere sono state esposte infatti in molte gallerie pubbliche e private sparse in tutto il territorio italiano: da Trento a Reggio Calabria, passando per Milano, Genova, Modena, Siena e Roma, città quest’ultima in cui, presso il Macro, si è tenuta nel 2002 una sua importante mostra personale.
Intervistato in merito al rapporto che egli ha stretto in questi anni con il nostro Paese, Oursler ha affermato di amare l’Italia perché «lì non c’è differenza tra il cielo e la terra, non si ha realmente l’impressione di camminare sulla terra, ma ci si sente continuamente proiettati tra la storia e le sue attuali sollecitazioni. A Roma, in particolare, si ha sempre questa sensazione di galleggiare nel tempo”.
TOBIAS REHBERGER
Nato a Esslingen, Neckar (Germania) nel 1966. Vive e lavora a Francoforte.
Un fattivo rapporto di lavoro si è sviluppato, negli ultimi anni, tra Tobias Rehberger e l’Italia.
Dal 2002 al 2003 l’artista tedesco ha insegnato la materia “Laboratorio delle tecniche e delle espressioni artistiche”, presso il corso di laurea specialistica in “Progettazione e Produzione delle Arti Visive” della Facoltà di Design e Arti dell’Università IUAV di Venezia.
Durante il soggiorno veneziano, Rehberger ha avuto modo di collaborare con alcuni mastri vetrai, proprio all’interno delle loro botteghe di Murano, realizzando una serie di opere in vetro.
Nel 1997 ha partecipato alla Biennale di Venezia venendo premiato dal Grand Jury della Biennale con la seguente motivazione: “perché si infiltra nella percezione dello spettatore con un approccio reale, fittizio, personale, scultoreo”.
Numerose sono state infine le esposizioni realizzate dall’artista presso gallerie e spazi d’arte italiani.
|
|