Franz West / Dettaglio evento





Camere

Dal mercoledì 07 dicembre 2005
al mercoledì 07 dicembre 2005

Gli artisti correlati Franz West, Jannis Kounellis, Sol LeWitt

Comunicato stampa evento: Camere

Sol Lewitt, Jannis Kounellis, Franz West

Musica da Camera

Il giorno mercoledì 7 dicembre 2005 alle ore 19.00, si apre presso la sede di RAM, RadioArteMobile (www.radioartemobile.it) CAMERE, un evento polivalente che vede insieme le installazioni degli artisti Jannis Kounellis, Sol Lewitt e Franz West e una serie di interventi sonori in quella che è anche la sede del Sound Art Museum (www.soundartmuseum.net). Kounellis sorprende lo spettatore con una montagna di teli in cui lascia tracce la pittura; Sol Lewitt mima il profilo delle vette svizzere con i colori primari che sempre hanno contraddistinto i suoi wall drawings e lascia che le musiche rarefatte di Alvin Lucier si diffondano nell’ambiente; Franz West e Tamuna Sirbiladze abitano lo spazio con sottili reinterpretazioni dell’arredo domestico e si accompagnano con le musiche al limite del rumore di Philip Quehenberger (due gli esecutori dal vivo).
Tutti adoperano la propria “camera” come luogo di concentrata affermazione dell’individualità ma anche come strumento di un più ampio concerto che evoca la fluida convivenza della musica da camera, pertinente tradizione che viene richiamata dai testi di presentazione di Daniele Pieroni e Riccardo Giagni.

Nella stessa sera, dalle 20 alle 21, avrà luogo una diretta radiofonica (sul sito www.radioartemobile.it selezionando RAM Live) condotta da Riccardo Giagni e Daniele Pieroni, pronta a dar voce oltre agli artisti protagonisti dell’esposizione, a Corrado Bologna, Franco Fabbri, Cesare Pietroiusti, Emanuele Trevi. Onde sollecitare il pensiero di studiosi, letterati e artisti sul tema portante della manifestazione, il rapporto fra suono e spazio, fra camera e comunicazione, fra immagine e risonanza.
Per l’occasione l’artista Alberto Garutti, realizza una postazione composta di tavolo e sedie che si illuminano nella penombra, quasi a sottolineare la magia della risonanza stessa e la specialità dell’avvenimento.
C’è chi al cospetto di elevate cime montane prova timore, si rannicchia nella propria piccolezza, come se questa gli assicurasse un riparo, una condizione protetta. Qualcuno si lascia così sopraffare da perdere il fiato, la pur minima parola di commento. C’è viceversa chi individua nel profilo delle vette un disegno armonico che lo ammansisce, gli dona saggezza ed eutimia, la tranquillità d’animo di cui già disquisivano prima Democrito poi Seneca.
Più spesso prevale lo sgomento, la natura è così ferina che perfino una roccia, statica e silente, può atterrire, turbare lo spirito. L’uomo, in tal caso, sperimenta una profonda inadeguatezza, quasi che la sua misura fosse un impedimento ad essere, a respirare, a sussistere. Soggezione per l’enorme, lo sconfinato, l’irriducibile; vassallaggio cosmico, remissione della volontà. Ecco che il sublime si muta nel terrificante.
Eppure quello scacco spaziale può risolversi in uno stato di grazia che concede all’individualità della persona in questione di ottemperare alla sua più intima legge, là dove è scritto il senso stesso del suo essere al mondo: di uno strumento carico di potenzialità espressive e significative, di una prodezza dell’evoluzione unica e irripetibile. Circostanza che non può essere trascurata e che invece merita tutta la dedizione di cui è capace il soggetto.
Così una realtà personale si applica alla cura e al perfezionamento della propria voce, la cui sonorità è tutt’uno con la sua valenza. Fare apprendistato in solitudine non è una punizione. Tutt’altro: è in solitudine che si lavora per un risultato comune, per la felicità altrui. Esercitarsi in luoghi appartati e senza testimonianza, ben prelude ad un confronto che promette d’essere assai più fecondo. Il prodigio della buona musica da camera è frutto di preliminari consolazioni o se si vuole di necessaria desolazione. Ciascuno appronta il proprio strumento nella fucina della sua stanza e una volta in compagnia saluta gli altri elementi con l’iniziale rito dell’accordatura, un darsi la mano fondante e beneaugurante. Da qui si avvia il gioco delle parti, lo straordinario entusiasmo del moltiplicare i suoni, le fughe, i fraseggi, le battute comuni, la grande festa dell’armonia, il puro piacere del fare insieme. Un’intesa che fa dimenticare le paure, le esitazioni degli esordi e regala un coraggio voluttuoso e trascinante, tale da mutare le cime dei monti in mobili onde di fiume che amiche scendono a valle, sino ai nostri piedi.


Strings in the earth and air
Make music sweet;
Strings by the river where
The willows meet.


Così James Joyce inizia la sua Chamber Music, indovinando la parentela fra rami e corde, fra salici e violini e cogliendo la dolcezza languida della musica in natura. Suonare in gruppo è anche cercare di somigliarsi, un estenuante esercizio di mimesi che mai può d’altronde guarire le ferite della distinzione originaria e costituzionale. L’arte però si dissocia dalla sciocca comparazione proprio in quanto rifiuta la facile analogia: essa punta a generare equilibrio a partire da un disaccordo interno delle parti che via via si stempera nella pratica imitativa, vera scuola della compiacenza. Ciò non toglie che il singolo strumento conservi gelosamente la sua unicità, la sua selvaggia disuguaglianza mantenendo altissima la tensione con gli altri, percepibile negli strappi, negli sgambetti, negli individualismi. Una vicissitudine senza soluzione in quanto la convergenza non implica mai la placida mescolanza, meno che mai l’assoggettamento, il sacrificio. Se si dà momentanea assenza, è solo per ritornare più strenui di prima, più necessari. Al contrario, è nel pieno delle voci, nel rischio dell’unisono che si conduce all’estremo la portata del proprio singolo tributo, di un primato non primiero. Quando la corda si tende allo spasimo, l’archetto sfinisce il legamento, il martelletto percuote furiosamente, quando insomma il forte e il tutti toccano l’apice, nessuno dei partecipanti va in ombra o perde di carisma. È un prodigioso effetto corale che illumina ogni cosa, annulla le categorie e dona indistintamente l’applauso dell’uomo che ascolta.
Strumento solista e connubio orchestrale: come due lame di una stessa spada coabitano nello stesso regno. Mai dimenticare l’ostinata attività del primo, la sua gestazione, la ricerca della perfezione; e neppure l’afflato del secondo, la beatitudine che se ne ricava, il fasto. In fondo si tratta di una gara con se stessi e col resto, per giungere da un’isola spigolosa e contratta in un cipiglio da lavorante ad una sommità erbosa e appagante, un letto regale in cui stridori e note rabbiose siano messe a riposo.


Non subire lo sconcerto della propria limitatezza, affidarsi al dialogo, all’intreccio, al concerto. Così non va smarrita l’unità che contribuisce all’amalgama, al tripudio di suoni. Ora è il turno dello strumento più acuto, che ama essere pizzicato più che vibrare; accoglie volentieri il trillo fra i suoi diabolici artifici, si torce, si affila fino allo stremo. Tartini e Paganini ne fecero potenza del virtuoso o del delittuoso, se è lecito omologare i due termini. E i romantici lo investirono di un compito massimamente espressivo, capace di canto lacerante.
È l’anima moderna a lacerarsi, la sua Sehnsucht; lo spazio della risonanza si fa piccolo, diventa Hausmusik, strazio ed estasi di un salotto. La domus riaccende con Schubert la fiammella protettiva dei Lari e il culto degli affetti. L’esperienza dell’arte non è riproducibile, non si racconta: conviene ai presenti e soltanto a loro. Bisogna accorrere per godere della bellezza stringendosi gli uni attorno agli altri. La beatitudine è un evento privato.
Così si produce un senso di pace e di concordia che cancella le asprezze dell’egoismo. Voglia il tempo che duri e non si estingua. Certo occorre impegnarsi affinché la tensione dell’aggregazione non venga meno, occorre rinnovare l’adesione al mondo, non sottrarsi, non astenersi. Probabilmente ci vorranno eroi per scongiurare una flessione e persino una mesta conclusione. Ma di questi sembra essercene ancora qualcuno: preghiamoli di agire, di riunirsi, generosamente, come nel trio che oggi suona la sua musica.


Daniele Pieroni
Kammerspiel

Uno spazio libero, anzitutto. Room: spazio/stanza. Vuoto ma disponibile, anzi disposto: spazio non indifferente alla mobilitazione, all’attraversamento, al passaggio. Spazio per muoversi, insomma; uno spazio che consenta il movimento, che gli sia almeno sufficiente: enough room to move. E’ inevitabile che il pensiero corra a certe stanze beckettiane, lo spazio quadrato attraversato dall’incessante movimento che di quello stesso spazio accuratamente evita il centro: periferia del muoversi con mezzi umani. Il fine sembra quello di esaurire uno spazio. Se ne ricava, esausti, l’esaurimento, anche di sé…

Uno spazio per muoversi, ma anche per muovere, spazio in attesa di una mossa, della prossima mossa, come in quei giochi che si mettono in atto sul campo quadro e delimitato di una scacchiera: your move! Campo di confronto, campo dialettico, campo di battaglia, governato da regole d’impegno, da regole d’ingaggio: campo militare, con le sue truppe di stanza. Spazio strategico.

L’utilizzo tattico dello spazio e dei suoi ambigui confini è storicamente consono alla mercurialità concettuale del suono. In questo senso non sembrerebbe davvero un caso l’indugiare di tanta musica, anche del nostro tempo, sull’idea di spazio/stanza, in particolare quella che promana dall’invisibile linea nigra che partendo da Satie (musica d’ameublement, che aleggia in luoghi dati ma “non ha bisogno di essere ascoltata”) raggiunge l’ambient music contemporanea e passa per Harold Budd, attraverso John Cage… The Room… A Room… Musica di suono e di luogo.

Uno spazio libero, dunque. Ma che in determinate circostanze può facilmente trasformarsi in stanza serrata, apparato di cattura. La sua più schietta deputazione sembra ancora una volta riservata al suono. Esso si camerizza, imprigionandosi nella stanza anecoica o risuonando in una chamber echo, “camera d’eco”. I meccanismi che presiedono alla sua riduzione implosiva sono sempre di natura carceraria: la compressione, questa camera “ardente” del suono…

E infine una captazione analoga ha per mandante ed esecutore il cinema, mobile profeta della fotografia. La camera chiara che nasce per “fare il punto”, può articolare la sua verità / ventiquattro volte al secondo / sequestrando il movimento attraverso opera alchemica e vettoriale di frammentazione, quella stessa frammentazione che Robert Bresson dichiarava necessaria al cinema e che finisce per essere “il primo passo di una depotenzializzazione dello spazio”, attuandosi per via locale. Ecco dunque che il suono sconta qui la sua provvisoria, necessaria stanzialità: esso patisce l’effetto di quinta, l’espressione della teatralità del cinema contemporaneo, in cui la polvere sonora si diffonde nello spazio con modalità inglobanti, circolari, e in cui lo spazio d’ascolto prende un diverso rilievo.

Eppure, spiritus loci catturato, polverizzato e infine espulso, il suono si riappropria sempre del luogo interdetto per via aerea, immateriale. Torna nella sua stanza, e la stanza si trasforma nello spazio in cui si consuma il ritorno inatteso, la tranquilla vendetta: una pietanza che per antica definizione si gusta fredda ma che il suono, nella sua grazia anarchica, gradisce servita a temperatura ambiente.

Chambrée, appunto…

Riccardo Giagni


7 dicembre ore 19.00


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