Gian Marco Montesano / Dettaglio evento

Nato a: Torino Italia



Gian Marco Montesano -

Dal Wednesday 15 October 2003
al Saturday 15 November 2003

Gli artisti correlati Gian Marco Montesano

Comunicato stampa evento: Gian Marco Montesano -

Gian Marco Montesano
Signal


15 ottobre-15 novembre 2003 - Milano, Via Borgospesso 4
SILBERNAGL UNDERGALLERY
Inaugurazione: mercoledì 15 ottobre 2003, dalle ore 18.


Vi aspettiamo da mart. a sab. 10.45-13 e 14.30-19, lun. 15-19. L’ingresso è libero.

La SILBERNAGL UNDERGALLERY in collaborazione con le Gallerie G. Raffaelli di Trento e l’Ariete di Bologna apre un’esposizione, dal titolo Signal, dedicata a Gian Marco Montesano e ai suoi lavori d’esordio. In mostra una ventina di pitture ad olio su carta di giornale realizzate nei primi anni Settanta a Parigi, ritrovate dallo stesso Montesano dopo trent’anni durante un trasloco, sul fondo di una scatola di cartone.

Le 20 carte in mostra, accompagnate da un catalogo con un testo di Vittoria Coen, sono un omaggio al pubblico che potrà ammirare opere pressoché inedite, ma vogliono anche segnare un evento culturale. Tali lavori che, come precisa Montesano in un’intervista a “il Domani”, “non sono collage perché non ho assemblato, aggiunto o sovrapposto, anzi ho tolto, ho sottratto, servendomi della pittura per cancellare l’inutile […] e evidenziare il necessario”, permettono a chi le osservi di comprendere come l’intera ricerca pittorica di Gian Marco Montesano sia una riflessione sull’uomo, compiuta servendosi delle differenze individuali, culturali e della storia.

Anche il titolo di questo ciclo di mostre è il frutto di un’esperienza vissuta da Montesano: il ritrovamento, in una Parigi d’inverno, di un’amicizia con un uomo nel frattempo diventato pittore. L’amico, Louis Quilici, specializzato nel dipingere sulla carta stampata, gli cede, dopo l’acquisto a peso della collezione completa del settimanale tedesco “Signal” del 1940 e del “Tempo” dello stesso anno, il pacco del settimanale italiano. Montesano ancora non è un artista e utilizza quelle pagine che stropiccia come segatura per il suo gatto. “Il pacco si riduceva a vista d’occhio[…] quando il Destino[…], il gatto rifiutò categoricamente il bugliolo che gli avevo preparato con la carta. […] in un angolo occhieggiava il “Tempo”[…] cominciai a dipingere le pagine. Il primo ad essere servito fu il Duce”. Così racconta Montesano nelle tre pagine, intitolate “Signal”, che scrive in memoria di quei giorni a Parigi: “Il trasferimento di Quilici all’Alto Comando dei Cieli mi rivelò come necessario, come dovere inderogabile, l’obbligo di dipingere tutte le pagine del “Tempo” rimaste. […] procedevo in direzione contraria alla precisione, alla densità poetica di Quilici. Lui ricostruiva, scavava e restituiva senso al documento, trovava l’anima. Io capivo solo la forza seduttiva di questa o quella immagine da evidenziare, ripulire, esaltare. Non cercavo nulla, lavoravo in superficie. Non ho mai fatto altro che questo. Da quei giorni fino ad oggi ho ripetuto, dilatato, variato i temi delle “Nuits d’Eté” (Le Notti d’Estate eseguite durante le feste di fine anno dal ciclo musicale “Leder di Berlino”).

Le Notti d’Estate parlano dunque della vita, della vita di Montesano e del suo amico Quilici e chiunque popoli le tele o le carte di Gian Marco Montesano (personaggi famosi del cinema, dittatori come Lenin o Hitler e Mussolini, bambini e gente comune) pare si incontri in una sorta di interregno, dove il tempo è sospeso, irreversibile, ma allo stesso tempo carico di vita, come lo sono i segni, gli accadimenti che volontariamente o meno ci cambiano.

Dalle pagine del “Tempo”, del tempo di Montesano emergono le siluette di giovani donne abbigliate anni trenta e pettinate come nel dopoguerra, simili a manifesti pubblicitari, scene di vita piccoloborghese, ritratti dell’italietta fascista, assorbiti da sfondi monocromatici uniformi.

Dagli anni Settanta ad oggi Gian Marco Montesano è stato presente in molte sedi prestigiose, come la Biennale di Venezia del 1993, le mostre di Annina Nosei e Barbara Gladstone a New York, da Mazzoli a Modena, a Trento presso la Galleria Civica, alla Certosa di San Lorenzo a Padula (Salerno) nella rassegna Le opere e i giorni curata da Achille Bonito Oliva a quella più recente dell’11 gennaio nella sede della Fondazione Carisbo di Bologna.





VISIONI D’ARTISTA Eventi e comunicazioni per la cultura
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Signal


Risaliva Boulevard Monparnasse verso la Coupole, poco vestito come sempre , solo la giacca per fronteggiare la pioggia fredda e sottile del primo inverno. Venendo dal Select io dovevo solo attraversare il Boulevaed . Nelle prime ore del pomeriggio i tavoli della terrazza riscaldata della Coupole – sul lato sinistro – sono occupati da signore mature, una per tavolo, tutte ben tenute , ben curate, quasi tutte ricche, alcune molto ricche. Ci incrociammo sulla porta della Coupole. Evidentemente anche lui veniva a guadagnarsi cento franchi. Così, dopo alcuni anni , ritrovai Louis. Louis Quilici. Ero molto giovane , lui un po’ meno. Ma sempre un beau mec, un bel tipo, alto, magro, la faccia malandrina, il sorriso ingenuo, disarmante. E l’ eterno fazzoletto rosso attorcigliato sottile attorno al collo come gli “apaches”, i mauvais garcon di mezzo secolo prima. Ripensandoci ricordo di aver notato che Louis era un po’ troppo magro , il volto scavato. Luois Quilici – ex marinaio , ex legionario – quando lo ritrovai era artista , pittore per la precisione. Non un dilettante , non un naif, Luois artista , lo era veramente a tutti gli effetti . Lavorava con Mathias Felds, una delle gallerie più importanti in quegli anni . Per quanto fosse trattato male e tenuto in disparte – il carattere difficile di Louis forse contribuiva a metterlo fuori gioco – pur vivendo poveramente Quilici , riferito a quella galleria , aveva almeno un’ identità sociale ben definita : artiste peintre . Quilici dipingeva , con la pazienza ostinata di un monaco sulle pagine illustrate di giornali o settimanali trovati per caso . Rifaceva , ricostruiva la pagina la quale , strato su strato di colore , alla fine diventava spessa come cartone. Quello spessore di lavoro e di passione trasfigurava miracolosamente l’ immagine stampata , gli elementi inutili sparivano , sostituiti da prolungamenti, da estensioni del veramente necessario . la banalità illustrata rivelava sorrisi inattesi , malinconie durissime . La realtà figurata sulla pagina di giornale , inizialmente sorda , tutt’al più documentale , sedotta dallo sguardo carico di vita di Quilici, liberava a sua volta tutto il proprio potere di seduzione. Dove e come avesse imparato quell’ ossessivo saper fare anche tecnico , lui che nella felice stagione trascorsa all’ inferno , la sera , nel cielo sabbioso di una frontiera lontana, suonava la piccola armonica a bocca , dove avesse allenato quelle mani capaci di frugare quelle inezie divulgate , riprodotte a stampa , e di scovarne il cuore , questo non so e mai ho cercato di sapere . Tutta la verità dicibile di Luois Quilici stava lì , sotto gli occhi , disposta con precisione e chiarezza su quelle pagine di giornale diventate consistenti come cartone .
Qualche tempo dopo l’ incontro alla Coupole andammo alle “puces” della Porte de Montreuil dove Quilici si riforniva di settimanali e giornali illustrati acquistati a peso. Andai con lui proprio per il peso , per aiutarlo . Gettato l’ occhio esperto su due pacchi legati con lo spago , intenzionato ad acquistarne uno solo , Louis dovette cedere alla volontà dell’ ambulante che vendeva solo in blocco i due pacchi , il prezzo era alla nostra portata , vale a dire leggerissimo , ma il peso di tutta quella carta era tragico . Con quei dieci kili di probabile ispirazione a testa dovevamo infatti raggiungere il metrò , salire e scendere le scale di tre cambi di direzione , percorrere i corridoi e camminare per quasi un kilomentro prima di arrivare a destinazione , a questo punto non ci restava che salire la scala di servizio fino al sesto ed ultimo piano per raggiungere la chambre de bonne dove viveva Quilici . Il percorso di guerra comprendeva anche una drammatica deviazione in Rue de la Gaité per comperare la segatura del Colonnello . Colonnello era il gatto che Louis aveva raccolto piccolissimo e subito battezzato con quel grado di ufficiale superiore prima di accorgersi che il microscopico trovatello era femmina , una gatta . Con l’ aggiunta dei cinque kili di segatura per il gatto da portare a turno sul percorso , arrivammo a destinazione . I due pacchi di piombo erano finalmente lì , sul tavolo. Uno consisteva nella collezione completa del settimanale tedesco “Signal” del 1940 , l’ atro nella collezione dello stesso anno dell’ italiano “ Tempo “. Quilici , da autentico poeta , non esitò un’ istante e si mise subito a sfogliare “Signal” , trascurando del tutto il settimanale italiano. Non so come e perché mi trovai carico del pacco italiano rifiutato da Quilici e tutto quel “Tempo” del 1940 finì a casa mia, dall’ altra parte della Senna , in Faubourg st. Honoré, cioè, a quaranta e più minuti di metrò, con un cambio in mezzo. Quilici ed io eravamo legati da tempo non solo da una cameratesca amicizia ma anche da una specie di parentela stabilita dal Colonnello, dal gatto il quale , essendo in realtà una gatta , qualche tempo prima aveva messo al mondo un numero imprecisato di disgraziate creature, tanto gracili da meritarsi un pronostico di morte prematura. Le povere creaturine vissero, sane e invadenti contro ogni logica aspettativa e , fatalmente , una di queste mi tocco in sorte , dopo aver ricevuto il suo nome d’ ordinanza : Dugomier, un Maresciallo di napoleone . Appena cresciuto di qualche centimetro anche il Maresciallo si rivelò femmina . Evidentemente non eravamo esperti di sessualità felina . Per sottrarmi alla corvée della segatura mi venne l’ idea di usare il “Tempo” utilizzando le pagine del giornale , opportunamente stropicciate , per imbottire la vaschetta di plastica che Dugomier, usava per le sue necessità fisiologiche . Al ritmo di una ventina di pagine al giorno inghiottite dal gabinetto del gatto il pacco si riduceva a vista d’ occhio. Si sarebbe esaurito di lì a poco quando il Destino fece irruzione nella mia chambre de bonne producendo un accadimento imprevedibile . Il gatto Dugomier , da un giorno all’ altro , rifiutò categoricamente il bugliolo che le avevo preparato con la carta . Non ci fu niente da fare , con la diabolica testardaggine di quei felini , Dugomier ci girava attorno, annusava , grattava poi , furiosamente distruggeva il suo cesso illustrato andando a liberarsi altrove . Sotto il lavandino . Atterrito dagli effetti devastanti delle armi batteriologice del gatto mi arresi immediatamente sottoponendomi alla doverosa ricerca della segatura.
L’ incidente sembrava chiuso , ma , in un angolo occhieggiava il “Tempo” , cioè i numeri superstiti del settimanale . Dalla copertina del giornale che stava sopra gli altri il Duce , virile e volitivo , mi guardava. Questa volta il Destino lo aveva risparmiato , almeno in immagine. Oppure fu Dugomier il gatto , a volerlo salvo . Non ricordo come il Fato continuasse ad agire a mia insaputa indirizzando enigmaticamente la mia vita . Ricordo però una notte trascorsa con Quilici – il quale stava lavorando su “Signal” e mi mostrava i primi , emozionanti risultati - e ricordo che , ritornato a casa con il primo metrò, dunque all’ alba , dopo essermi occupato del gatto , cominciai a dipingere le pagine del “Tempo” . Il primo a essere servito fu il Duce . Erano i giorni gelidi delle feste di fine d’anno . Con Louis avevamo festeggiato molto sobriamente il natale e trascurato San Silvestro – Louis ricordava giustamente che la Legione celebra solennemente il Natale ma non considera festivo il Capodanno – queste tracce consentono di situare il periodo durante il quale le pagine di giornale , dipinte ad olio , sono nate. Qualche sera prima , nella chiesa di Notre Dame des Champs a Montparnasse avevo ascoltato un concerto , i Leder di berlioz , “ Les Nuits d’Eté” . E si gelava . Da Louis faceva freddo , da me era peggio . Berlioz e il gelo motivarono il titolo delle carte dipinte : “Les Nuits d’Eté”, un sogno ad occhi aperti , un sogno fisico , le notti d’ estate . Il Maresciallo andò in calore , come gli accadeva spesso, una volta Dugomier, il gatto che era una gatta, se ne andò e non tornò più. Portata a termine la sua misteriosa missione sparì per sempre . Dopo il gran rifiuto del gatto erano rimaste un centinaio di pagine , ne avevo dipinte più o meno la metà ed avevo abbandonato l’ arte . Mi occupavo di frutta e verdura da consegnare ai ristoranti dei Campi Elisi . Poco dopo il gatto Maresciallo anche Louis se ne andò . Immagino che Louis Quilici , il mio amico, non potendone più di quella vita fredda e ostile , abbia segretamente inoltrato domanda di trasferimento all’ Alto Comando dei cieli. Domada accolta. Credo che Louis volesse tornare al sole di Sidi bel Abbes e sono convinto che oggi sia ancora là dove, nelle notti d’ estate tra un quarto di sentinella e l’ altro , può suonare in pace , al caldo , la sua piccola armonica a bocca . Il trasferimento di Quilici , non so spiegare perché , mi rivelò come necessario , come dovere inderogabile, l’ obbligo di dipingere le pagine del tempo , del mio tempo. Nel completare il lavoro procedevo in direzione contraria alla precisione, alla densità poetica di Quilici . Lui ricostruiva , scavava e restituiva senso al documento , all’ immagine della realtà, santificandola. Io privo della paziente perizia amorosa di Quilici , non capendo la ragion d’ essere della pittura , capivo solo la forza deduttiva di questa o quell’ immagine da evidenziare , ripulire, esaltare. Non cercavo nulla , lavoravo in superficie . Non ho mai fatto altro che questo. Da quei giorni fino ad oggi ho soltanto ripetuto, dilatato, variato i temi evidenti delle “Nuits d’ Eté”. Opere, operine, operette figlie di un gatto che non volle pisciarci sopra. Quante volte , da allora ho raccolto le mie cose in pochi scatoloni e due valige non ricordo più . Tante volte , forse troppe . Ma di buco in buco , di casa in casa , da un’ avventura all’ altra , senza averne l’ esatta percezione , probabilmente senza volerlo ero diventato artista in servizio permanente effettivo. Artista , scrittore , filosofo , drammaturgo e regista , “ che fu tutto e non fu niente … “ come Cyrano dice di sé prima che si chiuda il sipario. Quelle pagine le ho dipinte tutte e le ho perdute , dimenticate . Scomparse sul fondo di una scatola di cartone che aveva contenuto un elettrodomestico Mulinez, occultate sotto i resti di tante precarie abitazioni , “Les Nuits d’ Etè” mi seguivano , non mi hanno mai abbandonato , viaggiavano con me . Ma io non lo potevo sapere.
In un recente trasferimento , ancora un altro , apertosi il fondo della scatola ormai divorato dall’ umidità e dalla vecchiaia , le notti d’ estate , mal ridotte, sparse sul pavimento , sono ritornate . E con loro Louis Quilici , il gatto Dugomier, il freddo e tante , troppe altre cose delle quali non è necessario parlare . Il resto è noto , restaurate , rafforzate dalla trasposizione su tela , “Les Nuits d’ Eté” costituiscono l’ insieme originario , la matrice evidente di tutto il mio lavoro . Quilici avrebbe voluto chiamare il suo ciclo di dipinti Signal , era attratto dal significato simbolico di quel titolo : Segnale. Un segnale , il segnale della sua vita . Non so se da quel lungo lavoro che non s’è compiuto sarebbe derivata una “mostra” , il Destino vuole che la “mostra” abbia luogo per me . E voglio chiamarla “Signal” per segnalare Quilici – al quale tutti questi lavori sono dedicati sul retro delle tele – per segnalare la sua vita e la mia . E per ricordare l’ ineffabile Maresciallo , il co- autore , il gatto Dugomier . Che era una gatta.

Gian Marco Montesano

Trento dicembre 2001

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