Gianfranco Goberti
Dal sabato 19 novembre 2005
al domenica 11 dicembre 2005
Orari: dal lunedì al venerdì 17.0020.00; sabato e festivi 10.3012.30 17.0020.00 martedì chiuso
Comunicato stampa evento: Gianfranco Goberti
Gianfranco Goberti La moltiplicazione dei pani, Ultima cena, Annunciazione
Dal Vangelo secondo Luca
Il 19 novembre inaugura alla Galleria del Carbone di Ferrara la mostra personale di Gianfranco Goberti intitolata:
"La moltiplicazione dei pani, Ultima cena, Annunciazione".
L’esposizione presenta un ciclo pittorico che Gianfranco Goberti ha ideato nel 1978. Di quell’idea la mostra propone il testo della conversazione avvenuta tra Goberti ed il critico d’arte Pierre Restany, alcuni bozzetti dell'"Ultima cena" e del "Trigramma di S. Bernardino". Le opere in mostra, ora realizzate per la Galleria del Carbone, si inseriranno nelle sale espositive in forma di installazione. Le tecniche utilizzate da Goberti: pittura ad acrilico, fotografia, pane... su supporti di carta su tavola e stiferite. La mostra rimarrà visitabile fino all’11 dicembre 2005.
Introduzione alla mostra di: Marco Bertozzi
L'arte ci salverà?
Conosco Franco da tempo "immemorabile", come si usa dire. Ma il tempo ha le sue scansioni, con cui lascia riaffiorare i ricordi: profumi, sapori, immagini... le temps retrouvé... Era il 1989, anno fatale, e con alcuni amici ce ne andammo a fare un giro verso gli argini del Po. Qualcuno non aveva ancora visto la Rocca Possente (ma lo è davvero?) di Stellata e così indugiammo in questo luogo "delizioso", trovando nelle anguste sale della Rocca una bella mostra di Franco. Non ne sapevo nulla, nessuno mi aveva avvertito. Tanto meno Franco, forse per quella delicatezza nei confronti degli amici, che a volte diventano gli ultimi a sapere le cose... Tra vivide immagini di corde annodate, sfilacciati o stretti cordami e nodi che inanellavano le loro segrete trame, rimasi a lungo a contemplare un quadro raffigurante una calda poltrona a righe, che rispecchiava il suo disegno nella parete di fondo, coperta dalle stesse tonalità di bruno e giallo. Un'altra analoga poltrona affiancava la prima, duplicando le forme: magico specchio, lì posto a lasciar respirare ed espandere la fantasia dello sguardo. Quel morbido ed accogliente rifugio di velluto, dove sembrava di veder impressa l'impronta di qualche mano, era il luogo ideale in cui immergersi e lasciarsi andare a leggere, pensare, e anche scrivere: privilegiato sostegno di sogni o di bruschi risvegli. Un'attrazione fatale, un amore improvviso, una sorta di colpo di fulmine... Da allora, come si può immaginare, il dipinto di Franco fa bella mostra di sé, discreta e avvertita presenza, in un punto speciale della casa, posto di fronte ad uno specchio ovale, incorniciato da volute barocche, dove riverbera la sua suggestiva immagine. Qualche giorno fa, Franco mi ha fatto vedere, invitandomi ad entrare nel suo studio, il materiale che andrà a formare questa nuova mostra, a lungo pensata e coltivata, come risulta dalla conversazione con Pierre Restany del 1979. Si tratta, come ormai sapete, di una moltiplicazione di pani e di pesci: evocazione simbolica, in un'epoca di umana carenza. Un piccolo segno, un invito ad essere più generosi verso l'altro, una flebile voce sulle tracce della nostra mondializzata realtà. Franco ama particolarmente il trigramma di San Bernardino (JHS), francescano predicatore di carità, unità, concordia e giustizia. Fra Tre e Quattrocento, egli si erse a fustigatore di ricchi mercanti, banchieri, usurai e sensali, che chiamava (con un gioco di parole) "senz'ali". Essi non erano capaci di alzarsi in volo, di sollevarsi dalla loro "robba", che Dio aveva dato al mondo per sopperire ai bisogni di tutti gli uomini, non di uno solo o di pochi. E aveva parole di fuoco per "le belve dalle zanne lunghe che rodono le ossa del povero". Con simili atteggiamenti, così radicali, possiamo immaginare che non dovette avere vita facile...Forse Franco aveva in mente queste cose, o forse no, quando ha pensato di porre, alla fine del suo percorso, un grande angelo nunziante, sullo sfondo di un cielo nordico, con le ali dispiegate e il volto abbassato, nascosto in un cono d'ombra, mentre ci mostra il biondo colore dei suoi capelli. Un angelo postmoderno, anche questo, che rievoca Il cielo sopra Berlino del tedesco Wenders, o il biondo replicante sul tetto di un livido grattacielo, nel finale di Blade Runner, che Ridley Scott ha ricavato da un celebre libro di Philip Dick...E come non pensare all'angelo della storia di Walter Benjamin, che volge lo sguardo verso il passato e che una irresistibile bufera di vento, soffiando sulle sue ali dispiegate, spinge verso un futuro che non riesce a vedere? Non so, usando un vecchio e un po' retorico detto, se l'arte potrà salvarci. Ma può nutrire i nostri sensi e aiutarci a vivere meglio. Penso al grande libro di Jacob Burckhardt, Il cicerone, e al suo significativo sottotitolo: guida al "godimento" dell'arte... , davvero un bel termine, che qualcuno vorrebbe neutralizzare con una più anonima "fruizione". Uno slancio di "passione" visiva potrebbe scaldare il nostro animo raggelato, inducendo qualche lieve speranza in questa nostra epoca, messa a ferro e fuoco dai dèmoni della guerra e dalla ormai dilagante insicurezza.
Gianfranco Goberti dal Vangelo secondo Luca
La moltiplicazione dei pani, Ultima cena, Annunciazione
Incontrai la prima volta, Pierre Restany alla Galleria Schubert, a Milano, nel settembre del 1977. L’incontro fu organizzato, con il solito entusiasmo progettuale, da Alberto Schubert. Restany avrebbe scritto la presentazione per una mia mostra che Schubert stava organizzando ad Artefiera, a Bologna.
In quell’occasione proposi due progetti: il primo comprendeva l’istallazione di un filo a piombo (quello usato dai muratori) e di un "cappio da impiccagione". Il filo a piombo voleva mettere in dubbio la verticalità della caduta degli oggetti: lo immaginai al centro dello stand, inclinato e distanziato di alcuni centimetri da terra a significare che l’asse terrestre era in contraddizione con la "nostra" verticalità. L’altro lavoro da collocare era un "cappio da impiccagione": ad una grossa corda, sospesa al soffitto, andava a sovrapporsi la fotografia di un nodo scorsoio, per rappresentare la continuità tra la realtà e la sua rappresentazione. Come dire che non vi è distinzione tra il reale e il virtuale. Il titolo della mostra era Ipotesi.
Il secondo progetto prevedeva un argomento biblico riguardante due momenti dei Vangelo secondo Luca: la moltiplicazione dei Pani (e dei pesci) e l’Ultima Cena.Decidemmo per il primo, anche perché Restany era più interessato alla natura che allo spirito, proponendoci, però, di rivederci presto per mettere a punto anche il secondo progetto, possibile tema per un’altra mostra a Milano e a Bologna l’anno seguente.
Trascorsero invece due anni prima che ci potessimo rivedere. Ci incontrammo al Baretto, in Via Sant’Andrea, a due passi dalla Galleria Schubert. In quell’occasione mi munii di un piccolo registratore, perché l’idea alla quale avevamo accennato due anni prima non prevedeva una presentazione tradizionale ma una conversazione. Pierre quella sera era molto in forma e il mio progetto lo stimolava molto, così ricordo una chiacchierata informale ma divertente e molto brillante. Bevemmo e parlammo a lungo, poi pagai il conto – piuttosto salato! che ci giocammo a testa o croce e che sicuramente Restany vinse in modo truffaldino. Diavolo di un Pierre! Ci lasciammo dandoci appuntamento per l’inaugurazione della mostra. Quella mostra, però, per una serie di motivi, non si fece più.
Recentemente, con il trasloco dello studio, mi è tornata in mano il nastro registrato al Baretto. Gli anni e l’umidità non gli hanno giovato: ho potuto riascoltare le nostre voci lontane e confuse. Già mentre mi provavo a trascrivere la conversazione le parole si impastavano, sfumavano fino a diventare indistinguibili. Proprio l’evanescenza di quella registrazione, l’essere e contemporaneamente contraddire la sua natura di documento, mi ha risvegliato l’interesse per la realizzazione del vecchio progetto che mi è parsa, oggi, di particolare attualità.Quanto ho potuto ricostruire dall’ascolto del nastro è riportato integralmente di seguito. In presenza di frasi o parole incomprensibili ho preferito lasciare spazi vuoti.
Questa mostra è stata completata con l’Angelo Annunciante, non previsto nel progetto di allora e che è opera recente.
La moltiplicazione dei pani(e dei pesci) è opera a consumo:
i pani e i pesci verranno posti in venditaun pane e un (due) pesce.
L’acquisto, da parte del pubblico, corrisponde all’atto del mangiare.
Le opere mangiate (vendute) verranno staccate dall’installazione e consegnate al "commensale".
Il pane e il pesce costituiscono un dittico di cm. 19 x 41,8.
Tutti sono invitati al pasto biblico.