A cura di Stefano Castelli
Il Torchio - Costantini arte contemporanea presenta la seconda mostra personale di Gianni Cuomo nei suoi spazi.
Nell’occasione la galleria sarà popolata dalla presenza di numerose sculture dell’artista, i cosiddetti “Ominidi”, opere realizzate con materiali poveri come la carta, che rappresentano l’essere umano, figure al tempo stesso tragiche e poetiche.
Altre presenze affolleranno le pareti: si tratta dei lavori su tavola multidimensionali, costellazioni di volti, inseriti in contesti urbani, che proiettano il loro sguardo verso lo spettatore.
La cifra stilistica di Cuomo è caratterizzata dall’uso del bianco e nero, evocativo ed enigmatico; inoltre la presenza di numeri e lettere sulle superfici richiama l’incombenza del sistema della comunicazione di massa.
Le tavole e le sculture di Cuomo coinvolgono emotivamente il pubblico, reclamando l’attenzione e dichiarando con forza la propria esistenza.
Gianni Cuomo
Gianni Cuomo (1962 Battipaglia SA) si forma artisticamente a Milano, frequentando per alcuni anni un atelier-scuola di pittura.
Parallelamente allo studio di tecniche pittoriche, sviluppa una personale ricerca artistica, rivisitando il prodotto mass-mediatico e restituendolo stravolto e deformato.
Attraverso questa operazione l’artista intende criticare fortemente il messaggio della comunicazione di massa, il quale obbedisce a interessi esclusivamente materiali deformando il pensiero comune tramite un “bombardamento” di messaggi imposti, indesiderati e subliminali.
I lavori attuali sono esclusivamente in bianco e nero, sia per quanto riguarda le tecniche miste che nel caso delle sculture. Queste ultime sono realizzate con stratificazioni di materiali riciclati e non, e sono innestate di oggetti che l’artista produce o decontestualizza, al fine di rappresentare un teatro scultoreo tragico, ironico e paradossale.
INNOMINABILI
di Stefano Castelli
Nail me to my car and I’ll tell you who you are
Possiamo partire da qui: dalla descrizione che fa David Bowie della sanguinolenta arte di Chris Burden. Burden che si fa crocifiggere sul cofano di una macchina, Burden che si fa sparare a un braccio... Bowie interpreta queste espressioni della body-art / performance-art come interrogazioni sciamaniche sull’identità profonda dell’uomo, come sofferenza indotta che consente di avere visioni sul proprio futuro e sul proprio destino.
Pur non contemplando dinamiche tanto psicologistiche e sciamaniche, gli “ominidi” di Gianni Cuomo rispondono a una logica simile. Essi subiscono mutilazioni, trasformazioni, innesti artificiali. Da uomini essi diventano, passando attraverso il trauma, simboli della condizione dell’uomo contemporaneo. Gli ominidi, piaccia o no, siamo noi: suppostamente immunizzati al dolore tramite l’accumulo del godimento, in realtà collassati su se stessi, novelli “uomini a una dimensione” . Proprio come il Burden di Joe the lion, gli ominidi raggiungono tramite le “torture” e le modificazioni squarci di illuminazione, visioni che gli consentono di contemplare il loro destino individuale e soprattutto di interpretare quello dell’intera loro stirpe (ancora una volta: noi).
Quasi come se le modificazioni corporali terribili fossero un potenziamento. Certo, i ganci al posto della mani, i tubi per l’Autoalimentazione, le grucce al posto degli arti sono segno principe della tragicità che si imprime persino sui tratti del corpo; eppure essi costituiscono un potenziamento di senso, un attributo in più. E’ la regressione al subumano che si trasforma in attributo aggiunto, che raggiunge la dimensione di fenomeno massimamente rivelatore ed esplicativo.
“E dove ora? Quando, ora? Chi, ora? Senza domandarmelo. Dire io. Senza pensarlo. Chiamarlo domande, ipotesi. Andare avanti, chiamarlo andare, chiamarlo avanti.”
Probabilmente sono questi i pensieri che fanno gli ominidi. Gli stessi pensieri dell’Innominabile di Beckett... “E magari, non avendo mani, esser tenuto ad applaudire, o a chiamare il cameriere, battendole l’una contro l’altra, sarebbe più intrigante, e a danzare la carmagnola, non avendo piedi...” L’Innominabile, “troncone umano affondato in una giara” , è un progenitore diretto degli ominidi. L’uomo-bidone Beckettiano è figlio del Modernismo, gli ominidi dell’era post-moderna: possiamo ricavare da questo paragone un senso di continuità piuttosto inedito rispetto all’idea che la postmodernità abbia costituito uno stacco epocale. E, di più, esiste un’inversione di tendenza, se l’Innominabile rinnega ogni speranza di elevazione –propria del Modernismo-, mentre gli ominidi hanno una pur flebile ansia di riscatto –esclusa per principio dal Postmoderno. D’altronde gli artisti scompigliano sempre le carte del codificato, la teoria non può competere con la pratica (e massimamente pratica e concreta è l’arte, pensiero messo in opera tramite la sublimazione).
L’Innominabile e l’ominide, dunque: inanità, indolenza inizialmente forzata poi accolta con cialtronesca pigrizia; immobilità del corpo –di ciò che ne resta- che produce pensiero ossessivo-compulsivo, numeri e lettere elencati mentalmente fino a quando essi diventano parte costitutiva dell’individuo.
Nel caso di Cuomo i numeri e le lettere si incidono sulla pelle degli ominidi –così come in Beckett il bidone che contiene il corpo diventa il corpo stesso dell’Innominabile. Si tratta di segni che hanno un’origine molto concreta: sono quelli che compaiono sullo schermo del computer quando si apre un file con un programma non adatto. Potremmo considerare questo fenomeno come uno dei segni più innocui dell’incomunicabilità attuale; si tratta invece di un simbolo molto forte di tale incomunicabilità, causata paradossalmente dall’eccesso di comunicazione, e anche dalla natura autoriflessiva dei mezzi di comunicazione di massa. L’arte parla di sè stessa, così come il cinema, la televisione... E’ l’arte della metalinguistica che rafforza l’entropia del sistema.
Anche l’individuo –di cui L’Innominabile è un formidabile rappresentante universale- continua a riflettere su se stesso. Racchiuso su di sè non riesce più a definire se stesso, a delineare il confine tra sè e gli impulsi esterni che riceve. Non riuscendo a definire autenticamente il proprio Io, sviluppa un’ossessione e continua a ripetere “io” come monosillabo insensato. Così fanno gli ominidi, o almeno facevano...
Sono infatti innegabili le trasformazioni che hanno connotato le opere di Cuomo nel corso del tempo. Oltre alla capacità di modellare le fattezze umane (umanoidi...), che si è notevolmente perfezionata, l’umore generale dell’opera dell’artista si è discostato da una tragicità assoluta, fino ad arrivare a comprendere tratti di ironia. La situazione tragica dei personaggi talvolta sembra lasciare intravvedere la possibilità di un riscatto, il corpo sembra avere la possibilità di ricomporsi, almeno potenzialmente (fra l’altro, quest’ultimo è stato il tema della mostra Neo-organic, alla quale ho avuto il piacere di invitare Cuomo, tra gli altri ). Non sempre l’oggetto che accompagna l’ominide entra a far parte del suo corpo, in alcuni casi esso è anche protesi, possibile potenziamento, tramite verso il mondo esterno e verso una parvenza di elevazione. Giusto un accenno, però, un inizio di ricomposizione a partire dall’atrofizzazione...
Il punto è la comunicazione: pur partendo dalla sofferenza dovuta dall’incombenza della comunicazione di massa, lo sfocio attuale contempla la costruzione di primordiali strumenti di comunicazione autentica. L’antenna sullo schienale della sedia (Ogli), il contatto e il collegamento fra i due esseri “inscatolati”, uno bianco e uno nero (Lipwek), il filo che esce dalla testa di Meg... E vanno nella stessa direzione di “accenno di rinascita” anche la corporalità evocata dall’autoalimentazione di Aif, nonchè la bendatura parziale della “mummia” Wof (si sta forse risvegliando, liberandosi delle bende? O la fasciatura è intervento chirurgicamente mirato e permanente?).
Anche l’“esploratore” di Ajs ha imparato a fare di necessità virtù: non solo egli scappa dagli inferi in cui si trova relegato, ma sembra aver trasformato la sua fuga nella ricerca di un senso più elevato, forse addirittura spirituale. Lo stesso vale per Zok, che ha dovuto fornirsi di trampoli per auscultare le pareti della sua prigione, ma che una volta evaso potrà continuare ad usarli, diventando così essere potenziato.
L’epopea dell’ominide di Cuomo comprende l’intero spettro, dalla monodimensionalità Marcusiana alla tridimensionalità delle sculture. Il punto di passaggio sono i lavori su tavola, nei quali bi- e tridimensionalità si compenetrano in una dinamica incessantemente metamorfica. Sulle tavole più recenti il bianco ha prevalso sul nero –altro sintomo di speranza; i personaggi si fondono in un magma che comprende anche i luoghi in cui essi vivono. Preludio alla scultura, quadro-scultura, “scultura panoramica”, un tourbillon che trova compimento in Uskav: tavola che si fa nicchia per contenere una scultura, come se quest’ultima fosse un resto umano rinvenuto in un futuro ulteriore.
“Nel bosco c’è qualcosa che mi fa torcere lo stomaco... C’è uno strano odore... E’ davanti a te! Che cos’è? Non posso spiegartelo a parole. Sono solo pochi passi... Le Creature Innominabili!”
Il parziale ottimismo di cui si è parlato consente alle sculture di Cuomo di assumere forza poetica, richiamando alla mente i personaggi archetipici delle fiabe e del cinema, ad esempio. E’ il caso dell’uomo-albero del già citato Uskav, ma soprattutto di Gic, con le sue “unghie” lunghissime. Il richiamo, peraltro del tutto involontario da parte dell’artista, è alle “Creature” del film The Village, di M.Night Shyamalan. Creature che, spaventando, consentivano alla società utopica di Covington Woods di mantenere saldi i propri confini, di non vedere infranto il patto sociale. Nel caso degli ominidi si dà però il caso opposto: essi sono esploratori che scandagliano i confini preposti, che si rendono perfettamente conto della natura socialmente costruita del contratto sociale, e soprattutto delle sue componenti di costrizione. E che preparano silenziosamente una ribellione... Forse definire questa ribellione persa in partenza rivelerebbe solo quanto anche noi siamo accecati dall’orizzonte di senso attualmente vigente...
Inaugurazione giovedì 4 ottobre 2007 ore 18.30
4 ottobre – 3 novembre 2007
Catalogo bilingue in galleria a cura di Stefano Castelli
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