Gianni Lizio / Dettaglio evento





Dall'incanto dei sensi, Gianni Lizio

Dal sabato 18 settembre 2004
al lunedì 18 ottobre 2004

Gli artisti correlati Gianni Lizio

Comunicato stampa evento: Dall'incanto dei sensi, Gianni Lizio

Gianni Lizio nato a Napoli nel 1948, vive nei Campi Flegrei dal 1952 al 1965 territorio del mito e crocevia di culture antichissime e varie ma ancor di più “contrada dell’immaginario”. Compiuti gli studi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, si trasferisce a Roma dove vince una borsa di studio del Centro Sperimentale di Cinematografia diretto da Roberto Rossellini. Convinto delle enormi potenzialità offerte dall’uso degli audiovisivi, si dedica ad un attento lavoro di ricerca sui mezzi di ripresa cinematografica e televisiva.
A Napoli continua la sua ricerca estetica nel campo della pittura approfondendo con rapporti di ricambio continuo gli stimoli e i motivi derivanti dall’esperienza cinematografica.
È del 1971 una mostra al Centro Arte Europa, dove, in uno spazio scenografico, espone oggetti ibernati che la memoria ha recuperato come relitti di un tempo sopravvissuto a se stesso. In seguito , col verificare l’uso e la funzione sociale dei suoi mezzi espressivi, la sua produzione artistica ha come oggetto la realtà sociale. La città , la campagna, la periferia, sono i temi che propone e sviluppa in una mostra organizzata dal Comune di Ferrara del 1973.
Nel 1974 pubblica “Una favola moderna” dove le immagini e le frasi sono unite in una sola sequenza e parlano chiaramente dei problemi più profondi della nostra società che ricadono implacabilmente sul bambino. In questo periodo si innesta la ricerca pedagogica che Lizio porta avanti all’interno dell’insegnamento scolastico.
Successivamente opera sul territorio flegreo riproponendo il paesaggio come progetto dell’uomo sulla natura, il litorale flegreo diventa momento conoscitivo della storia del paesaggio e dei cicli produttivi che su di esso hanno inciso.
Ma la realtà urbana è ciò che lo affascina e così in una personale “La città gentile” questa realtà è raccontata con tratti di matita e pastello ed è una “realtà a mezz’aria tra ricordi infantili e la consolazione del presente…”
Nel suo lavoro artistico, articolato come una autobiografia analogica, Lizio tratta la superficie pittorica come un enorme alfabeto orizzontale dove poter ricostruire la mappa di un lungo racconto interiore, ricercando l’archetipo della memoria e recuperando un’antica purezza.















Dall’incanto dei sensi: Gianni Lizio

“La forza creatrice sfugge ad ogni denominazione, essa resta in ultima analisi un mistero indicibile”. Da questa affermazione di Paul Klee che mi ha sempre attratta e che ho sempre tenuta presente nell’avvicinarmi ad ogni nuovo artista onde evitare classificazioni ed appartenenze a correnti, oggi mi sento maggiormente attratta perché, in questo caso, se la forza creatrice è un mistero indicibile, ancor di più mi sento coinvolta dal mistero indicibile Gianni Lizio.
Da svariati anni conosco Lizio e di lui ho apprezzato sempre le sfaccettature della sua indole, la poliedricità del suo operare,del suo fare arte, l’eclettismo nel quotidiano, ma in Gianni, mi si consenta la confidenza di chiamarlo per nome, ciò che maggiormente mi ha coinvolta è l’alone di mistero che lo avvolge e di cui si avvolge come un baco che laboriosamente costruisce il suo bozzolo con un delicatissimo filo di seta.
Lizio è un artista coinvolto dal suo tempo e dalla storia, ma allo stesso tempo, fuori e al di là di esso, un uomo solitario e riflessivo, ma “bizzarro”, con una grande timidezza e una forte dose di ansia, carico di dubbi esistenziali, ma alla ricerca continua di un rigoroso equilibrio. Ma in ognuna di queste sfaccettature c’è sempre qualcosa che lo rende l’uomo del mistero, c’è sempre un quid che lo rende indefinibile ed enigmatico.
In Lizio è come se le cose sensibili non dessero soddisfazioni, consolazioni e, ancor di più, emozioni perché schiave della logica convenzionale; Gianni è alla continua ricerca della creazione del meraviglioso attraverso il nuovo e l’ignoto non disconoscendo il passato a lui più lontano. Egli ritorna ai sogni della giovinezza, ai tempi vissuti, attraverso una lirica trasfigurazione del ricordo e della memoria, conferendo ad ogni sua forma artistica un carattere di favola e quindi di mistero, di sconosciuto.
Ebbene si, ad ogni forma artistica, perché Lizio è pittore, disegnatore, scultore, poeta, regista. Forse è proprio questa sua poliedricità a renderlo sfuggente e quindi misterioso. Dopotutto chi più di lui poteva essere poliedrico e misterioso essendo vissuto nella zona flegrea, territorio poliedrico per natura geologica e luogo di miti, presagi, misteri?
Ma se il Lizio misterioso mi ha attratta, il Lizio artista mi ha affascinata per le sue opere cariche di energia sensoriale che creano delle scosse dell’immaginario. Attraverso un capriccio della mano Gianni realizza segni che si moltiplicano su un foglio di carta che diventa un teatro, uno spazio fittizio nel quale si gioca il mistero della creazione dell’opera. Opere delicate e raffinate, piene di grazia e di fascino, esprimono fedelmente le sue sensazioni. La sua mente rielabora frammenti di idee, evanescenti ricordi, smuove i pensieri depositati che si rincorrono e si accalcano, mentre la sua mano esplora lo spazio del foglio in movimenti rapidi e sinuosi inserendosi nella tramatura della carta stessa. Non occupando interamente la superficie Lizio determina un territorio magico offrendo felici immagini di sogno e l’incentivo a chi le guarda all’approfondimento del proprio mondo intimistico e sentimentale.
Se ci sono artisti che operano come diceva Baudelaire “d’après une image écrite dans leurs cerveaux”, il che significa privilegiando l’intelletto come tramite fra la realtà e la fantasia, ed altri, pur senza alcun disprezzo per le facoltà razionali, che si affidano esclusivamente all’eterna voce dei sentimenti o addirittura dei sensi, Lizio rappresenta questa fascia. In lui il nesso realtà-memoria si legittima prima che nell’opera nella coscienza sua stessa, creando atmosfere rarefatte della memoria. E se “l’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile”, il nostro artista organizza nell’immagine le proprie emozioni, il fluttuare delle passioni, i turbamenti e le proprie incertezze errando incantato dai sentimenti e dai sensi sul foglio di carta o sullo schermo della tela.
Ed ecco quindi la nascita della mostra già da tempo programmata ma che in occasione delle manifestazioni del maggio dei monumenti 2004 “Napoli,l’incanto dei sensi”, ha avuto la sua progettazione. Ho ritenuto che migliore occasione non potesse esserci perché reputo che ogni opera di Lizio scaturisce dall’incanto dei sensi che Gianni prova, ha provato e proverà sempre nella sua vita.
Certo le opere esposte fanno della mostra quasi un’antologica, ma sono l’avvio per un discorso che ci proponiamo continui nel tempo. Circa 60 opere tra disegni, tempere su tela e su carta dove prendono forma il mondo di immagini archetipe e fantastiche in una geometrica spazialità irreale e dove dentro c’è tutto: anni di studio e di mestiere, affetti, emozioni, ricordi, malinconie, sensi ammaliati.
Il nucleo maggiore delle opere in esposizione si evidenzia nei disegni inediti a carboncino degli anni ’60. Disegni di intensità psicologica e di deformazione espressiva con cui il visibile viene trasfigurato rendendo la c.d. astrazione figurativa.
Per il modo in cui affronta le figure femminili in corpi allungati e sensuali con una linea di contorno dolce e sinuosa, e per il modo in cui realizza la plasticità come nel disegno “Baluardo erotico”, comprendiamo quanto sia forte la conoscenza di Modigliani e Rodin e quanta influenza essa abbia avuto sull’artista, così come in altri carboncini si evidenzia l’influenza del classicismo moderno di Morandi e Carrà, in “Posa disinvolta” e “ Parole inutili” ricordiamo “Le cinque bagnanti di Cézanne”, così come in altri notiamo la lievità e la leggerezza dell’interpretazione assai personale del surrealismo mironiano codificato in segni elementari volta a volta inquietanti o gioiosi. Autore Mirò che ritroviamo nelle realizzazioni grafiche di cui abbiamo preferito esporre pochi pezzi per darne spazio in una prossima ed univoca esposizione.
Per quanto riguarda le tempere, il cromatismo è vivo ma al tempo stesso soffuso di una patina di impenetrabile dolcezza. La sua è una pittura materica e di segni che parla ed esprime la grammatica della sensualità in una sequenza di pieni e di vuoti dove sempre ad errare è la fantasia che segna le “rotte” nello spazio del foglio o della tela con segni costanti di elementare semplicità in una tessitura grafica variabile che ci ricorda Capogrossi. La pastosità o ancor di più la stesura dei colori richiamano le grandi compiture di Burri. La delicatezza dei toni bassi, l’intensità del colore e gli effetti percettivi di ogni minimo spostamento sia cromatico che spaziale ricordano Morandi così come la rinuncia ad ogni figurazione e la spazialità del colore in stesure monocrome lo avvicinano all’espressionismo astratto di Mark Rothko.
Questi stessi elementi pittorici relativi al colore e all’uso della materia e dello spazio, Lizio li applica, da buon cineasta, nelle produzioni video realizzate con la massima attenzione dei passaggi tonali sia nelle inquadrature quanto nelle sequenze del montaggio che ci fanno comprendere la sua affinità con Antonioni.
Freud mettendoci in guardia nei confronti delle lusinghe dell’interpretazione diceva: “Può essere che noi abbiamo costruito una vera caricatura dell’interpretazione, attribuendo ad un’innocente opera artistica intenti che il suo creatore neppure sospetta, e dimostrando così che sia facile trovare ciò che si ricerca”. Col conoscere Lizio, anzi se si parla con Gianni, se si guarda ogni sua forma artistica, ci si accorge che l’interpretazione del fare arte di Gianni che ho qui enucleato non è costruita su ciò che ho voluto cercare ma è sul reale pensiero dell’artista, nelle sue più concrete espressioni e nella sintesi di uomo artista.
Lizio, attraverso la sua opera parla, offre le sue tracce e poi tace coinvolgendo e lasciando immergere lo spettatore in una atmosfera carica di senso etico ed estetico, in un silenzio meditativo perché nel fare di Gianni il trascendente, l’indicibile, il mistero raggiungono sintesi estreme dove lo spirito si perde e si confonde in fluttuanti pulsioni.