Variazioni sul "sacro"
Dal martedì 16 ottobre 2007
al sabato 10 novembre 2007
Orari: martedì-sabato, ore 16.00-19.00; apertura al mattino su appuntamento
Comunicato stampa evento: Variazioni sul "sacro"
Inaugurazione: martedì 16 ottobre 2007, alle ore 18.00
Devis Venturelli, vincitore dell’edizione 2006/2007 del Premio Artivisive San Fedele, Simone Saibene, Matteo Cremonesi (secondo e terzo classificato) e Gianni Moretti (segnalato dai giovani curatori), hanno realizzato alcuni lavori per una collettiva dal 16 ottobre al 10 novembre negli spazi della Galleria San Fedele dal titolo Variazioni sul “Sacro”.
Per questa mostra è stato loro chiesto esplicitamente di riflettere su alcuni temi “sacri” della tradizione iconografica occidentale, come l’Annunciazione, la Passione, l’Ecce Homo, o in senso più generale sulla vita o sulla morte… Temi “sacri”, in quanto toccano le dimensioni originarie della vita.
È stato questo un compito non facile, in quanto difficilmente oggi l’artista si confronta con contenuti dati in precedenza. La mostra nasce dunque come piccolo laboratorio, come luogo di sperimentazione. L’interesse non è stato solo rivolto alla realizzazione dell’opera ma al cammino percorso, nella comprensione del significato del tema, nel confronto con gli esempi del passato, nell’ammettere difficoltà che potranno essere superate solo in momenti successivi.
In questo senso, attraverso il Premio la Galleria San Fedele desidera aiutare i giovani a riflettere, a pensare, ad approfondire il senso dell’esperienza estetica, a non accettare soluzioni immediate. Arte e vita sono due aspetti strettamente legati tra loro. Approfondire l’esperienza dell’arte significa attraversare gli abissi stessi della vita. Significa mettersi in gioco, con generosità, passione e coraggio.
Andrea Dall’Asta S.I.
Direttore Galleria San Fedele
Brevi note sul lavoro di Devis Venturelli
Le immagini delle opere video di Devis Venturelli, vincitore del Premio Artivisive San Fedele 2007, vanno a indagare temi portanti della storia dell’uomo al di là del tempo e dello spazio: il sacro, la maternità, la guerra, la violenza. Artista intelligente, che si colloca fuori da prevedibili schemi, Venturelli lavora con grande attenzione sul linguaggio della video arte con una certa attenzione anche all’espressione cinematografica.
In Nonostante tutto è una donna in nero, completamente coperta. Una maternità negata, violata. Sarebbe sin troppo facile rintracciare un riferimento alla cultura e al costume musulmano, una dimensione in cui oggi in molti si tuffano, pregni di un facile conformismo culturale. Al contrario Venturelli vuole mettere in crisi, con un’operazione come questa, la comoda, quanto stupida semplificazione degna del mondo degli slogan pubblicitari, tendenti all’omologazione, alla globalizzazione del pensiero, nel tentativo di offrire una spiegazione a tutto. Una semplificazione che banalizza e che non arriva mai all’essenza delle cose, nella tensione a trovare una collocazione.
Le immagini del video sono eleganti, di una compostezza classica, influenzate dalla formazione di Devis Venturelli, che ha studiato ed esercita il mestiere di architetto, ma anche da certe espressione della nostra contemporaneità artistica come la ricerca di Bill Viola o di Douglas Gordon .
Si indaga il mistero della nascita. Anche in tempi come il nostro, in cui si tenta di offrire una spiegazione a tutto quanto ci circonda, l’evento della nascita è ancora per molti versi un tabù. Qui si tende a indagare le radici dell’uomo, i suoi archetipi. Non si tratta, tuttavia, di una ricerca di matrice sociale. Questa dimensione talvolta semplice, spicciola, facilmente riassumibile non lo interessa. Venturelli offre uno spunto, una riflessione sull’ovvietà dell’interpretazione. Qui è la maternità colta nella sua sacralità, una sacralità che è oltraggiata ogni giorno dalla violenza del mondo dalle guerre del macrocosmo, ma anche dei terrificanti microcosmi quotidiani. La maternità per il giovane artista romagnolo non è solo bellezza. Piuttosto tende a cogliere la complessità degli eventi. È qui, anzi, una sorta di contraltare alla bellezza. Si percepisce un’atmosfera di solitudine, di angoscia, di timore evidenziata anche dalla scelta dei colori. In questa opera video, ma anche nelle altre presentate non vi è comunicazione, non tutto deve essere per forza esplicito, dichiarato, spiegato.
Il secondo video, dal titolo Softair, presenta un gruppo di soldati che striscia per terra in un attacco bellico, presunto o virtuale. Sopra le loro schiene è un corpo nudo di un giovane uomo. Il riferimento è chiaro: il rimando è a Cristo, alla sua passione, nell’incomprensione del mondo. Sono anche qui immagini legate alla tradizione iconografica della pittura occidentale. Dramma, tragedia dell’umanità che ogni giorno si ripete in un tempo in cui ancora sono guerre piccole e grandi, in cui ci sono oppressi e oppressori, forti che, prepotenti, si scagliano contro i deboli, vittime più o meno dichiarate dell’inguaribile arroganza del potere.
Nel terzo video, intitolato L'isola Venturelli parte da un tema spesso affrontato dagli artisti, soprattutto in passato, quello dell’annunciazione, di cui coglie e sottolinea alcuni aspetti: l’ascolto, la meditazione, l’apertura a ciò che è altro da noi. Una donna, vestita di bianco, gira su se stessa in un tempo di attesa, il tempo del progetto, della creazione in cui è una dimensione di raccoglimento profondo. Non si tratta di un tempo storico, cronologico, è, piuttosto, un tempo che gira su stesso, eccentrico. Le immagini perdono il coordinamento logico. La donna si pone con le mani aperte in un atmosfera di bucolica evanescenza in perfetta armonia con il circostante: acqua, terra, una leggera nebbiolina. La scena è immersa in un silenzio eloquente che sottolinea la normale straordinarietà dell’evento.
Angela Madesani
Ritorno a San Andrés
Il film è dedicato al critico e autore cinematografico scomparso nel marzo del 2006, l’amico Ezio Alberione.
Le forze misteriose della terra galiziana si avvertono già nel senso del titolo.
Ritorno a San Andrés non a caso prende il nome da un luogo, quello del Santuario di San Andrés de Teixido situato nei boschi non lontani dal finisterrae. Zone magiche, invase dalla natura e illuminate da un cielo cangiante che si specchia nel mare. Ma l’idea del ritorno evoca anche il titolo di un altro film, girato dal regista Eloy Lozano nel 1974: Retorno a Tagen Ata, uno dei primi film indipendenti girati in Galizia. Considerando anche che il ritorno, inteso come ‘ritorno alla vita’ è un tema ricorrente nelle produzioni indipendenti galiziane. Infine, a rendere il tutto più intrigante c’è anche un detto popolare spagnolo che, in riferimento al santuario, dice: "ci vai da morto se non ci vai da vivo". Concetto legato al destino degli immigrati galiziani che durante il franchismo lasciavano la loro terra in cerca di fortuna in America Latina, senza più farvi ritorno da vivi. La storia della Galizia, i segreti narrati nella sua cinematografia e le interpretazioni fornite da alcuni registi spagnoli, da Almodòvar a Leon de Aranoa, hanno colpito Simone Saibene che ne ha fatto materia di studio per la sua tesi di laurea allo IULM di Milano. Questo per dire che il film Ritorno a San Andrés lascia intravedere una preparazione e una passione che non hanno tralasciato nulla. Ogni inquadratura, ogni dialogo o parola, ogni dettaglio e ogni paesaggio non sono mai lì per caso; anzi contengono un sottotesto e un background ricco di simboli e significati. Forse non tutti comprensibili così in profondità, ma non importa perché da Ritorno a San Andrés si esce con qualcosa di più, con una maggior conoscenza dell’anima di certi luoghi e con la scoperta che un’immagine esteticamente bella, curata e luminosa si può creare anche con pochi mezzi e in digitale.
Chiarito che cosa si cela dietro la parola ritorno, nel film di Saibene in realtà ci troviamo di fronte ad un primo viaggio, che però contiene tutte le caratteristiche elencate. Esther, la protagonista, parte per la Galizia alla ricerca di Andrea, il fidanzato morto. A farle da guida è un diario che raccoglie i pensieri e gli stati d’animo dell’uomo amato, mentre nella cartelletta che porta sempre sotto braccio, ci sono i disegni che fanno da mappa. Esther sembra arrivare da un altro mondo, sulle tracce di un’assenza che diventa presenza, ingombrante e imprescindibile. La voce fuori campo, che corrisponde al verbo di Andrea, ci trasporta su un doppio binario e suggerisce una doppia lettura del film. Così come la figura del defunto che si materializza in due sequenze ad un certo punto ci fa capire che il film nasconde un’altra storia. Una storia ancestrale e cristologica, che parla d’amore e di unioni trascendentali. Ma l’aspetto soprannaturale sta dietro all’immagine perché il contesto del film è realistico, quotidiano. Le relazioni tra i personaggi sono piuttosto normali, tra loro si scambiano parole semplici a seconda dei contesti: utili al soggiorno di Esther in Spagna oppure battute tra amici, senza sottotesto. Invece è diversa la consistenza delle parole lasciate da Andrea e lette fuori campo, è lì che si consuma la chiave di lettura più profonda del film, accanto alle immagini poetiche e ammalianti della natura galiziana. Il tema della natura tra l’altro ricorre anche attraverso le fotografie della ragazza che Esther incontra al faro, una spagnola che di mestiere documenta la vita per un giornale. Gli unici scatti che vediamo sono quelli che ritraggono il disastro ambientale provocato dalla petroliera Prestige; si tratta di una natura ferita, soffocata e che in questo caso non farà più ritorno, se non sotto forma di rigenerazione del cosmo.
Ma per comprendere meglio Ritorno a San Andrés non si può ignorare il percorso esistenziale del film. La sceneggiatura è stata concepita da Simone Saibene durante un viaggio in Galizia e si è arricchita di alcuni episodi biografici del regista legati ad un insieme di coincidenze più o meno fortuite susseguitesi anche durante la fase di realizzazione. La prima stesura del testo conquistò l’interesse di Ezio Alberione che affascinato dallo sguardo che ne emergeva decise di finanziare il progetto. Infine, per chiudere il cerchio legato alle forze misteriose della Galizia bisogna dire che durante le riprese, durate meno di 15 giorni, si sono verificati una serie di episodi inquietanti degni di un film gotico, in un perfetto stile horror che si adegua alla cinematografia spagnola. Quindi, anche alla luce di tutto questo Ritorno a San Andrés è un film sorprendente.
BARBARA SORRENTINI, critico cinematografico di Radio Popolare
Ecce Homo… Ecce Homines
“Ecce Homo” pronunciò Ponzio Pilato, il quinto procuratore romano della Giudea, presentando al popolo il corpo di Gesù martoriato dal supplizio inflittogli dai suoi soldati. Il momento estremo del sacrificio del figlio di Dio che, con l’offerta della propria vita, rendeva possibile la redenzione dell’uomo, si stava compiendo. Il Dio invisibile, fattosi carne, si donava ora sulla croce per vincere la morte. Il Rex Iudeorum, l’Hominorum Salvator, palesava con quelle ferite, con quel sangue versato per una corona di spine e per ripetute frustate, la fragilità e la crudeltà umana. La fragilità di un corpo terreno che appartiene alla Vita solo il momento dell’esistenza, la crudeltà radicata nella bestialità in cui l’uomo spesso si smarrisce. Ecco l’uomo, il Cristo condannato, che è la traduzione più reale, di ciò che siamo e di ciò che non avremmo mai più voluto essere. Ecco l’uomo, quello più tristemente vero. Ecco l’uomo e le sue gesta più terribili.
L’icona dell’Ecce Homo, tramandata dal Vangelo di Giovanni e consegnataci dalla storia pittorica, si è però spesso languidamente concentrata soprattutto sul suo valore estetizzante: c’è stato un susseguirsi di figure di un giovane uomo, poco più che trentenne, che, non curante del corpo martoriato, assolveva alla missio divina affidatagli dal Padre. È stato, in una certa misura, smarrito il senso di mortalità, di umanizzazione legata a quel volto: ogni pittore, ogni artista che ha inteso infatti rivolgere l’attenzione a questo episodio della vita di Cristo, per quanto aderente al proprio linguaggio pittorico, l’ha mostrato essere sempre troppo distante, pur venerabile, rispetto alla realtà degli uomini. Questa figura esprime il trionfo della Gloria divina e, per questo, si rivela distante dalle vicende e avvenimenti umani. Nella ciclicità della storia e delle sue barbarie, invece, il senso di quel sacrificio si è trasferito e perpetrato inesorabilmente in milioni di altri. Non si è affatto smarrito, lo ritroviamo fino al nostro presente.
Anche gli Ecce Homines che la storia ci ha portato sin dentro al nuovo millennio sono stati spesso dimenticati e trascurati. La loro morte è stata tradita come è stato tradito l’istante in cui un procuratore romano regalava alla folla urlante la scelta della sua vittima. Oggi queste vite spezzate, questa differente ripetizione, questa cruenta moltiplicazione del sacrificio, si consegna solo alla volubile istanza della notizia, al passeggero clamore del momento. Il ricordo si offusca e trascolora poi nella dimenticanza. Analogamente a quelle icone che, ripetute ed artefatte nei secoli, ci hanno allontanato dalla comprensione di quel martirio.
Gianni Moretti ci restituisce un dittico che affianca un presente e un passato, l’Ecce Homo evangelico e un Ecce Homo di oggi, tentando di esprimere attraverso la sua arte, concepita e nata nella polvere, il valore profondo di quel sacrificio e l’immagine che ora ne conserviamo. Ieri e oggi si accostano in labili e misteriose figure, nell’evanescenza corruttibile della polvere si accomunano e accompagnano due visioni lontane ed identiche.
Due corpi lacerati che nel pigmento ritrovano l’espressione autentica del dolore e del sangue, della vita che cede alla morte; due sofferenze tangibili e reali, senza contorni, senza eccedenze iconografiche. L’emozione cerca la deduzione di un sentimento, di un riscontro nell’esperienza a noi più misteriosamente prossima.
Le ombre scure sono gli spettri di un passato che continua a rendersi presente, nel buio minimale diviene attuale il Mistero di quella storia che non è stata più capace di non ripetersi. Ecco allora che possiamo forse ritrovarci nel pieno resoconto del suo senso: ieri come oggi viene a noi affidata una scelta. Senza più bisogno del clamore e della concitazione di una folla urlante, senza che nessuno se ne lavi le mani, dobbiamo comprendere perché ancora: Ecce Homo… Ecce Homines…
Matteo Galbiati
Critico d’arte