Giovanni Sesia

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Giovanni Sesia / Dettaglio evento

LA CRISI DELLA PRESENZA

Antico Palazzo della Pretura

Sede Via Magno, Castell'Arquato
Altre informazioni Tel +39 02 860290 | agency@dars.it | http://www.dars.it/

Data di apertura martedì 25 maggio 2004
Data di chiusura domenica 16 maggio 2004

Comunicato della mostra : LA CRISI DELLA PRESENZA

OPERE DI: Connie Bellantonio, Julia Bornefeld, Eleonora Chiesa, Beppe Dellepiane, Ulrich Egger, Daniele Ferrarazzo, Federica Genovesi - Luca Andriolo, Piero Gilardi, Lory Ginedumont, Ale Guzzetti, Geoffrey Hendricks, Ernesto Jannini, Alison Knowles, Michael Kucera, Nataša Ljubojev, Massimiliano Messieri, Sergio Muratore, Mimmo Padovano, Fabrizio Plessi, Plumcake, Nicola Renzi, Giovanni Sesia, Renata Soro, Daniel Spoerri

A CURA di: FABRIZIO BOGGIANO

LUOGO: CASTELL’ARQUATO (PC) - Antico Palazzo della Pretura

DATA: dal 25 aprile al 16 maggio 2004

INAUGURAZIONE: DOMENICA 25 APRILE ORE 11

ORARI: SABATO E FESTIVI 11/12,30 – 15/18,30

Con il patrocinio di: Comune di Castell’Arquato, Provincia di Piacenza, Regione Emilia Romagna, Musei del Piacentino, Associazione Castelli del Ducato PR e PC

Promozione: mim Museum in Motion, Castello di San Pietro, San Pietro in Cerro (PC)

sito: www.mimonline.it, responsabile Roberta Castellani tel. 3382531126

Sostegno: FRANCO SPAGGIARI e COPROMET S.p.A., Fiorenzuola D’Arda (PC) BANCA DI PIACENZA, Piacenza

Organizzazione: Fondazione D'Ars - Oscar Signorini Onlus – Milano, tel. 02 860290

Coordinamento: Roberta Castellani (3382531126)

Testi in catalogo: Edoardo Di Mauro e Fabrizio Boggiano


Il mim Museum in Motion del Castello di San Pietro in Cerro, inaugurato nel 2001, è nato dalla grande passione per l’arte del proprietario Franco Spaggiari. La collezione è costituita da opere di autori contemporanei, ed è composto da circa quattrocento opere tra quadri sculture disegni e raccoglie una sisntesi delle maggiori tendenze, dal dopoguerra ai nostri giorni. Sono presenti al mim anche alcune delle opere che sono state ospitate nelle rassegne d’arte che si sono tenute presso l’Antico Palazzo della Pretura di Castell’Arquato, sponsorizzate da COPROMET S.p.A. e organizzate dalla Fondazione D’Ars-Oscar Signorini onlus.


Il mim Museum in Motion continua la sua attività espositiva con questa mostra "La crisi della presenza" che presenta venticinque artisti italiani e internazionali che lavorano anche nell'ambito delle installazioni. La mostra è suddivisa in tre situazioni differenti: la prima comprende cinque stanze nelle quali altrettanti artisti hanno invaso lo spazio creando in ognuna di queste un'installazione ad hoc; la seconda occupa il salone principale nel quale diciassette installazioni di varia natura e dimensione dialogano fra loro mostrando, ancora una volta, come artisti diversi possano coesistere sulla base di lavori idealmente e strutturalmente significativi; la terza situazione, che unisce le due precedenti, si appropria del corridoio di collegamento fra i vari ambienti ed è di carattere musicale. Questo ambiente, infatti, è dedicato al suono grazie all'installazione musicale di un compositore sanmarinese.

La mostra, inoltre, scandaglia volutamente i vari momenti dell'installazione partendo dalla presentazione del "semplice" progetto per arrivare a lavori eseguiti per lo spazio espositivo e ad altri costruiti sul luogo stesso.

Il particolare tema di questa esposizione è stato voluto dal curatore quasi per provocare chi, come questi artisti, è abituato a occupare gli spazi. La crisi della presenza, infatti, non sottende solo un significato di assenza vera e propria, ma, piuttosto, vuole sottolineare come oggi sia sempre più difficile essere se stessi in modo autentico e naturale. I condizionamenti sociali sono forti e noi dobbiamo imparare a contrastarli con altrettanta determinazione, pena l'omologazione e una pericolosa perdita di identità. Come scrive il curatore: "… Le mutazioni sociali avvenute nella seconda metà del '900 hanno condotto l'essere umano verso una quasi totale emancipazione da tempo desiderata. Inoltre, libero da imposizioni e controlli operati da qualcuno a lui superiore, è finalmente diventato unico padrone di se stesso. Tutto questo ha aperto nuovi scenari nell'ambito dell'esistenza, ma la conquista dello status di puro individuo ha anche dilatato i contatti con le altre individualità le quali, anch'esse libere da vincoli, hanno contribuito a sgretolare l'idea e la realtà del gruppo. Anche le regole morali hanno cominciato ad allentarsi subendo sempre minori controlli sociali e, per molte di esse, si è arrivati quasi alla definitiva scomparsa. In questo modo il senso di onnipotenza, da sempre latente, è lentamente emerso anche grazie a una società dei consumi che subdolamente lo sostiene. A questo punto il passo è stato breve e l'individualità, libera da leggi morali e tradizioni, è entrata in fibrillazione lanciandosi verso nuovi orizzonti-miraggi.

Il mondo e le sue regole si sono trasformati da leciti o vietati a possibili o impossibili con l'inevitabile conseguenza che nulla è diventato, almeno all'apparenza, irraggiungibile.

Convinto di essere ormai senza padroni, anzi, di essere il solo padrone di se stesso, l'uomo ha pensato di poter cavalcare qualsiasi onda incurante del fatto che ogni mare, in qualsiasi momento, può diventare tempestoso. Stordito da questi ultimi decenni di euforia libertaria e liberticida, ha abbassato la guardia lasciando scoperto il fianco alla dittatura mediatica che, lentamente, è penetrata al suo interno condizionandolo in modo impalpabile ma profondo. Entrato nell'epoca dell'apparenza, l'essere umano si è convinto che tutto quello che vede o gli viene detto corrisponda alla realtà assoluta e, lasciandosi isolare in sempre più piccole realtà distinte, ha permesso che venissero tagliate le connessioni neurali che collegavano bontà e pensiero, rispetto e azione, trasformandosi così sempre più in automa telecomandato. Vittima di uno o più padroni nel passato, è ora succube dell'apparenza, della finzione, di stili di vita poco eleganti, di comportamenti sempre più personalistici ed egoistici. Inoltre, senza quasi rendersene conto, ha intrapreso il viaggio verso la morte senza avere la possibilità di lasciare alcuna traccia sulla sabbia dell'esistenza, permettendo che le uniche tracce a futura memoria fossero marcate da fondamentalismi, prevaricazioni e ingiustizie di differente natura.

Tuttavia l'impressione, anche se ancora flebile, è che questa crisi della presenza inizi a farsi sentire sempre più pesantemente costringendo l'essere umano a dirigersi, anche se con fatica, verso l'unica salvezza e, cioè verso un doppio ideale di vita: il primo a salvaguardia dell'individualità in sé e per sé a tutti gli effetti e il secondo verso una nuova individualità facente parte ancora una volta di un gruppo umano in grado di affrontare e costruire la propria esistenza nel totale rispetto per gli altri.

Una nuova visione della vita che mette sullo stesso piano ogni essere umano, si circonda di nuove e più giuste regole morali e rigidamente nega e combatte qualsiasi prevaricazione. Imparando a rigovernare il cammino della coscienza, partendo dal nulla interiore, si potrà rifondare un'etica di appartenenza all'interno della quale ogni uomo troverà il terreno fertile nel quale seminare i semi del rispetto, della condivisione, dello scambio disinteressato e della pacifica convivenza. Dovrà trasformare l'irreale in reale aiutando così l'anima a ritornare l'unica espressione vera, fondante l'essere in quanto umano e, nello stesso tempo, permettere al corpo di percepire questa realtà comprendendone l'assenza sostanziale…"

Edoardo Di Mauro scrive che "Il tema proposto da Fabrizio Boggiano per questa rassegna, "La crisi della presenza", al pari dell’interessante ciclo, tuttora in divenire, dedicato alla poetica del corpo in tutta una serie di varianti di relazione, centra al cuore una delle tematiche centrali della scena artistica contemporanea. Il tema della presenza è, in realtà, implicito al concetto stesso di arte fin dai più remoti esordi, in particolare nelle correnti filosofiche sin dall’antichità impregnate di spirito pragmatico e razionalista, che, nel corso del Novecento, sfoceranno nella fenomenologia e in tutte le correnti di pensiero ad essa collegate. Infatti per Husserl, padre della fenomenologia, il carattere specifico dei fenomeni psichici è nella loro intenzionalità, cioè nella loro direzione verso l’oggetto. Nell’antichità classica Aristotele supera l’interdetto platonico nei confronti della percezione visiva, vista come interpretazione delle cose derivante dai sensi, quindi fallace e menzognera, fornendo una teoria dell’arte come mimesi naturalistica. Bisognava fare "come la natura", in quanto azione artistica e divenire naturale presentavano precise omologie da un punto di vista processuale. Questa intuizione viene ulteriormente radicalizzata e "mondanizzata" all’interno della stagione ellenistica caratterizzata dall’estetica dello stoicismo. La metafisica stoica si muove non tanto in direzione della forma quanto in quella dell’evento. La funzione dell’artefice nei confronti del mondo come presenza partecipe e vitale viene simboleggiata dalla figura del danzatore, che occupa la dimensione spaziale con passi agili e precisi, frutto di determinate regole derivanti da una rigorosa disciplina, in cui la norma si unisce al caso manifestandosi nell’epifania del "qui ed ora". Viene quindi anticipata la dimensione della performance, in cui l’artista adopera le funzioni corporee per interagire con l’ambiente, stabilendo il massimo livello di "presenza" nell’ambito dell’avanguardia novecentesca. Vari poi sono i passaggi di testimone tra "presenza" ed "assenza" nella successiva, ciclica evoluzione della storia dell’arte in parallelo con quella della cultura, ed enunciarli tutti con dovizia di particolari richiederebbe la stesura di un apposito ed articolato volume. In sintesi si può dire come siano caratterizzate dal modello della "presenza" quelle stagioni in cui si sono rese possibili fondamentali mutazioni del linguaggio, per circostanze in cui gioca un ruolo preponderante l’ambito relativo alla cultura materiale, quindi l’innovazione tecnologica, così come le condizioni strutturali dell’apparato socio – politico. Sotto questa etichetta si possono collocare la stagione rinascimentale, quella barocca, pur tra alcune contraddizioni all’interno di un sistema, quello secentesco, estremamente articolato, la seconda metà dell’800 e tutto il corso del ‘900, dall’esordio "esplosivo" delle avanguardie storiche fino alla metà degli anni ’70. Nelle fasi prima citate l’uomo si pone di fronte alla natura ed al mondo con spirito protagonista, stabilendo con l’esterno il massimo di "apertura" possibile. Con il termine "assenza" si possono invece indicare, per sommi capi, quei periodi di stasi e di riflessione che si manifestano in concomitanza con passaggi epocali in cui è l’intero apparato sociale a dover ridefinire un ruolo ed una funzione. Sotto questa egida possiamo collocare la stagione manierista, quella del Neoclassicismo e, naturalmente, quanto è avvenuto nel nostro sistema artistico, non più solo europeo ed occidentale ma ormai tendenzialmente globalizzato, dopo il 1975. In queste fasi storiche, seguenti puntualmente stagioni di grande propulsione innovativa, gli artisti, consci di non potere, al momento, porre in essere ulteriori segmenti di innovazione si cimentano in quella che il filosofo francese Gilles Deleuze con felice terminologia, definì, negli anni ’70 "ripetizione differente", intendendo con ciò la volontà di andare a pescare frammenti di immagini e di pensiero all’interno dell’immensa banca dati della storia dell’arte per ricontestualizzare il tutto al presente come se si manifestasse per la prima volta. Il rapporto dicotomico tra "presenza " ed "assenza" diviene assolutamente centrale nel dibattito artistico a partire dall’immediato secondo dopoguerra. L’Informale, che fu la prima corrente diffusa su di una scala ampia, che non si limitava più all’ambito occidentale, si manifestò con le modalità di un linguaggio aperto al mondo ed all’esperienza, in un rapporto di coinvolgimento e di transazione con l’ambiente che intendeva andare oltre lo schematismo interiore di buona parte delle avanguardie storiche, che tendeva a sfociare il una rigida geometria delle forme. Inevitabile, e preparata da un secolo abbondante, la fuoriuscita dell’espressione artistica dal sito tradizionale della bidimensione con relativa invasione spaziale dell’ambiente, tipica di parte della stagione pop e, per intero, di quella del Concettuale, sia nella versione "mondana", Land Art ed Arte Povera, che in quella tautologica e rigidamente mentale caratterizzata, tra gli altri, da gruppi come Art & Language e singole personalità come Sol Lewitt e Joseph Kosuth. La smaterializzazione progressiva dell’opera e la quasi sparizione del livello iconografico determinarono quindi la crisi del Concettuale, ormai condotto alle sue estreme conseguenze, e l’ingresso nella successiva stagione, caratterizzata dal ritorno della manualità pittorica dapprima e, successivamente, da una lunga stagione di citazione degli stili e delle tendenze caratterizzanti l’intero corso del Novecento sullo sfondo di una società caratterizza dall’invadenza tecnologica e mediale. Il tutto non casualmente incorniciato in uno scenario sociale palesemente di passaggio e mutazione. L’essere entrati in maniera decisa e definitiva all’interno di quella contemporaneità più volta annunciata nel corso dell’ultimo secolo, a partire dalle prime applicazioni pratiche dell’elettromagnetismo nell’800 ha generato grandi aspettative ed altrettanto intense angosce. Da un punto di vista artistico in questi anni si confrontano punti di vista differenti rispetto a quella che attualmente è una indubbia crisi del modello della "presenza". Ad esempio vi è la visione, sostanzialmente "apocalittica", del culturologo francese Jean Baudrillard che sostiene come il ruolo dell’arte sia attualmente interamente assorbito dalla visualità della pubblicità e dei media, e che quindi la partita vada giocata interamente sul fronte dell’"assenza" ricorrendo alla poetica del frammento e del dettaglio, visto come esemplare "parte per il tutto" in grado di fornire ancora un senso all’esperienza visiva o chi invece in questi anni rinviene elementi di maggiore speranza riproponendo la "presenza" nei termini di una insolita alleanza tra i miti arcaici, le simbologie religiose della premodernità con la realtà futuribile delle nuove tecnologie, in una civiltà, la nostra, dove è necessario, ormai, dare per scontato come la cultura del logos sia stata sostituita da quella dell’immagine e ci si incammini in direzione della costruzione di una nuova estetica, dove il confine tra arte e vita è ormai sempre più ravvicinato. Quindi la fatica ed il malessere nell’essere presente, simboleggiata da Fabrizio Boggiano nell’ideazione di questa mostra, esiste ma può essere superata ponendosi l’obiettivo di costruire nuovi progetti all’interno di un’esistenza che è ormai radicalmente mutata."


La mostra è corredata da un catalogo, edito per l'occasione, con testi di Edoardo Di Mauro e Fabrizio Boggiano.

Numerosi artisti saranno presenti all'inaugurazione


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