Giulio Paolini / Dettaglio evento

Nato a: Genova Italia



per neon>fdv | Incontri

Dal mercoledì 29 novembre 2006
al mercoledì 29 novembre 2006

Orari:
18.00
Gli artisti correlati Giulio Paolini, Marco Belpoliti

Comunicato stampa evento: per neon>fdv | Incontri

per neon>fdv milano mercoledì 29 novembre 2006 ore 18.00 neon>fdv via Procaccini 4 Milano

per neon>fdv è un progetto di Aurelio Andrighetto articolato su due livelli indipendenti tra loro.
Un primo livello espositivo con due fotografie di Giulio Paolini accostate a un video di Marco Belpoliti proiettato nel vano interno di una libreria, insieme a una scelta di testi sul vedere messi a disposizione del pubblico per la consultazione. Alcuni tavoli completano l’esposizione trasformando lo spazio espositivo in una biblioteca.
Un secondo livello nel quale il tavolo servirà da piano per i materiali e le idee che saranno presentate, discusse e prodotte in modo sincrono o asincrono, sia sul posto che a distanza, sul tema proposto dall’esposizione: lo scambio tra fotografia, video e scrittura.
L’indipendenza dei due livelli giustapposti sulla linea orizzontale del tavolo, skyline di un nuovo paesaggio mentale, è contrassegnata dalla scansione temporale in cui si susseguono gli eventi e dalla suddivisione dello spazio in cui si collocano.

ESPOSIZIONE
L’accostamento del dittico fotografico di Giulio Paolini al video con libreria di Marco Belpoliti segnala la complessità del vedere in rapporto al modo in cui le tecniche di produzione e percezione visiva scambiano con quelle di scrittura e lettura. Lo segnala richiamando il mito del raggio che ancora domina la nostra cultura visiva.
Avvicinandosi per contrastare il movimento di apertura dello zoom e allontanandosi per contrastare quello di chiusura, Belpoliti avanza e indietreggia a rapidi passi parando e deviando come uno schermidore lo stesso raggio visivo e luminoso che nel dittico fotografico di Paolini perfora lo studio da parte a parte.
Il raggio si rifrange per focalizzarsi concentricamente o per disperdersi eccentricamente, come la stessa proposta espositiva, destinata a rifrangersi e disperdersi negli incontri che seguiranno.

SECONDO INCONTRO MERCOLEDI' 29.11.06

Contributi di Anna Valeria Borsari, 'com.plot.city' Massimo Mazzone e Nicoletta Braga, Mauro Folci, Giovanni Mazzitelli, Mili Romano, Alberto Zanazzo

> Anna Valeria Borsari

leggerà ad alta voce i suoi "Dipinti perduti": "Paesaggio", "Casa gialla", "Interno con figure", "Ritratto di donna". Una serie progressiva di descrizioni di dipinti presumibilmente perduti, i cui testi (di dimensioni decrescenti), ricchi di informazioni pittoriche e di dettagli di carattere cromatico, conducono dalla visione di un iniziale paesaggio - senza tracce di vita umana o animale, ma solo con alcuni indizi di eventi naturali -, all’esterno di una casa con la porta ed una finestra aperta - quasi a lasciar intendere che qualcuno vi abita -, ad un interno ove quattro dipinti sono appesi alle pareti - forse gli stessi che si stanno descrivendo -, due uomini sono seduti a un tavolo e una donna è in piedi, di fronte; si giunge infine ad un ritratto di donna (che potrebbe essere la stessa che è presente nel precedente quadro, ed anche una raffigurazione dell’artista), nei cui occhi si riflette il verde del paesaggio. La progressione, che procede per immagini "adiacenti" e successive, che si tende a concatenare, come avviene normalmente nei processi di comunicazione, compie quindi un percorso circolare, chiudendosi con il riflesso del paesaggio iniziale negli occhi di chi lo guarda. La memoria dei quattro dipinti, ove la vita è stata raggelata in materiche pennellate di colore, ripercorre l’itinerario di chi ha visto ed ora, con uno sdoppiamento del punto di osservazione, si specchia in quella visione nel momento in cui la offre agli altri.

Il primo di questi "Dipinti perduti", "Paesaggio", è stato pubblicato nel 1987 dalla rivista "Alfabeta" tra le "Prove d’artista"; l’intera sequenza è stata invece pubblicata a metà degli anni ‘90 dalle edizioni Sintesi. Alcuni esemplari del libro (con testo italiano/inglese) saranno sul tavolo ove si raccolgono i materiali della mostra in corso.

> 'com.plot.city' Massimo Mazzone e Nicoletta Braga

muro da tavolo

Il luogo, in italiano suona diversamente dal topos greco; nel luogo ci sono lucus e lux, alludono al bosco, alla radura, al raggio di sole che penetra l’oscurità come spazio indeterminato e potenziale detentore di memorie. Il bosco ci porta anche l’eco di Hieronymus Jeroen Anthoniszoon van Aeken, Bosch come di Barbizon, dunque il luogo è per l’uomo, la vera possibilità di persistenza, di traccia, di Storia. Warburg per primo, attraverso coordinate differenti, ha costituito nel Moderno, un tessuto permeabile che del Moderno ha esteso l’orizzonte di ricerca. Questo approccio e l’omonimo Istituto, sono a mio avviso la sua vera eredità.

Del luogo, come territorio, come edificio, bosco e luce, qui trattiamo l’opera, opus, oppidum, Op-Era, Ara, il confine, il vallo, il muro e la trasparenza che, nel Moderno era sintomo e simbolo di una prospettiva sociale orizzontale e che oggi, è rappresentata negli edifici di banche e multinazionali, solo come illusione, tutto è facilmente raggiungibile col solo sguardo e profondamente oscuro, impenetrabile, in realtà.
Se la cultura, il progresso sono apertura e osmosi, oggi viviamo un periodo oscuro.
Barriere, muri, dividono; crollano per poi riemergere in altri luoghi come se il nostro cervello dimenticasse troppo presto il passato appena trascorso. Le immagini della trasparenza del nostro vivere sono in fondo muri di un’eleganza sottile e perversa. Lo spazio come custode della memoria, lo spazio dell’elaborazione intellettuale, dell’arte e della ricerca, rimangono così i soli che sono in grado di offrire il dono del sogno alle future generazioni. Una città di libri (com. plot city) dilata i confini consentendo l’estensione del pensiero. L’edificio reale invece, (museo, auditorium, ecc.), prende forma segnando il tempo, talvolta perde il proprio contenuto manifestando l’involucro solo, dietro al quale si nascondere la mediocrità contemporanea.

> Mauro Folci

Kadavergehorsam (Scheda etimologica – bottiglia di rosolio)

Kadavergehorsam, parola ossimorica che conserva nell’etimo la storia di una prassi politica secolarizzata, tanto passata quanto presente.
Kadavergehorsam che vuol dire ‘obbedienza cadaverica’ è l’espressione usata dal nazista Eichmann durante il processo in Israele, ripresa da H. Arendt in La banalità del male, per descrivere lo stato di cieca obbedienza che colpì carnefici e vittime dell'olocausto.
Ci sono alcune parole che indubbiamente posseggono un peso specifico di senso aggiunto, capaci più di altre di raccontare storie, dire, evocare narrazioni, e kadavergehorsam, grazie anche ad un’ammaliante estetica fono-grafica, è certamente tra queste. L’analisi etimologica è uno storyboard della civiltà cristiana e occidentale: dall’obbedienza come quella di ‘un corpo morto’ di San Francesco ( Tommaso da Celano) che risponde alla Legge di Dio, al perinde ac cadaver (allo stesso modo di un cadavere) di S. Ignazio in riferimento all’ordine gerarchico ecclesiastico (controriforma), fino all’obbedienza cadaverica di Eichmann che descrive lo stato di ‘cieca obbedienza’ del popolo del terzo Reich alla Legge di Hitler. Un percorso che mostra come il processo di secolarizzazione abbia trasformato un concetto appartenente alla sfera spirituale, monastica, in categoria politica, o meglio, per essere più pertinenti alla contemporaneità, lo abbia trasposto in categoria economica: in un mondo plasmato dalla ragione produttiva, dalle leggi del mercato che riducono l’individuo a soggetto economico, in un contesto di liberalizzazione del mercato del lavoro e di competizione selvaggia, l’essere obbediente corrisponde a una condizione senza la quale si è privi dell’accesso.
Il collegamento con Warburg, oltre l’esilio condiviso con la Arendt, è nella scheda etimologica che somiglia, come strumento della memoria e dunque di conoscenza, e non escludendo la funzione politica delle genealogie foucaultiane, all’idea di archivio.

Kadavergehorsam è un lavoro del 2002 che qui presento in una versione ridotta alla sola scheda etimologica accompagnata da una bottiglia di rosolio.


Scheda etimologica a cura di Giuliano Ranucci (Letteratura Latina, Dipartimento di Filologia Classica, Università di Pisa)

Kadavergehorsam

Questo vocabolo è in tedesco un sostantivo di genere maschile, risultante dalla composizione di due altri sostantivi, entrambi di genere maschile: Kadaver (che nel composto ha funzione secondaria, in quanto determina l’altro sostantivo, quello principale) e Gehorsam: una traduzione approssimativa in italiano suona “obbedienza passiva e totale come quella di un cadavere”.Gehorsam è parola a sua volta composta da un prefisso (Ge-), una radice (hor-) e un suffisso (-sam).
Il suffisso -sam compare frequentemente in tedesco nella formazione di nomi e aggettivi: più interessante appare invece analizzare le due altre componenti della parola in questione.
La radice hor- è la stessa che compare nel verbo hören = “ascoltare”. Allo stesso modo, in latino, il verbo oboedire (= “obbedire”) è una forma parallela di obaudire, termine composto dalla preposizione ob e dal verbo audire = “ascoltare”. In sostanza, l’obbedienza è sentita, in tedesco come in latino (e nelle lingue da esso derivate: cfr. l’italiano “obbedire”, il francese “obéir” ecc.). come conseguenza dell’aver bene udito l’ordine ricevuto.
Il prefisso ge-, in tedesco, dà ai sostantivi significato collettivo o iterativo (cioè di ripetizione). Nel caso di Gehorsam il valore del prefisso appare essere iterativo: l’obbedienza è dunque vista come un “ascoltare ripetutamente” o “abitualmente” gli ordini che si sono ricevuti, eseguendoli ogni volta.
Il vocabolo composto Kadavergehorsam non è una rarità in tedesco, tanto che il dizionario Bidoli-Cosciani (ed. Paravia), nella sezione tedesco-italiano, lo inserisce tra i lemmi (dato che in tedesco i possibili vocaboli composti sono praticamente infiniti, la scelta di inserirne uno in un dizionario è indizio che il suo uso è relativamente frequente).
Questo vocabolo è entrato nella lingua tedesca certamente per influsso della locuzione latina perinde ac cadaver (= “allo stesso modo di un cadavere”) che i Gesuiti usavano per definire con quale sottomissione un sottoposto deve obbedire al suo superiore. A loro volta, i Gesuiti mutuarono la similitudine da un passo della vita di San Francesco scritta da Tommaso da Celano (parte 2, cap. 112): il Santo, richiesto di un paragone che definisse il suo concetto di obbedienza, aveva citato l’esempio di un corpo morto.
È curioso come la lingua tedesca, per indicare un’obbedienza assoluta, abbia privilegiato la metafora del cadavere, mentre l’italiano ha scelto quella del cieco (il cadavere compare invece in altre similitudini più pertinenti, come per indicare il pallore, l’immobilità ecc.): noi diciamo “obbedienza cieca” (e, analogamente, i francesi parlano di “obéissance aveugle” e gl’inglesi di “blind obedience”).

> Mili Romano
ESERCIZI DI RIFLESSIONE

Nel duplice significato di “ripiegarsi della mente su se stessa" :“atto conoscitivo mediante il quale lo spirito, ritornando su se stesso, prende coscienza delle sue operazioni e dei loro caratteri",e di “effetto del riflettere e del riflettersi”: “fenomeno per cui un raggio, incidendo su una superficie riflettente, viene rinviato secondo un raggio riflesso " ( Vocabolario della lingua italiana Nuovo Zingarelli).

Esercizio di riflessione numero uno.

Là dove ciò che è solido si dissolve nell’aria ( affettuosamente dedicato a Karl Marx , Marshal Berman e a Charles Baudelaire , primo a fotografare la vaporizzazione dell’io).

Esercizio di riflessione numero due.

Attraverso lo specchio ( dopo trent’anni, all’incontro con Alice)

Esercizio di riflessione numero tre.

Occhi “d’azzardo” giocosamente doppiano la loro copia fotografica e il loro riflesso come un nuovo invito a rileggere le pagine di Rilke, Saramago, George Bataille, Bonnefoy, Wells e di Gianni Celati in cui si narra del pittore di insegne Menini che un bel giorno comincia a credere di essere gravemente malato agli occhi perché, lungo la via Emilia, palazzi e nuovi quartieri, paesaggi e oggetti cominciano a disfarsi davanti ai suoi occhi apparendogli come avvolti da pulviscolo luminoso e traballante…


> Alberto Zanazzo
CH-Ailleur – Quaderni dell’altrove
O.Q. – Del dicibile/indicibile - numerabile/innumerabile tra la chimica dell’idrogeno e del carbonio, tra Hermes e Chrono.
Pre-testo: un giocattolo di produzione cinese che, grazie a un piccolo campo elettromagnetico (e alla forza di gravità) produce le evoluzioni di due acrobati. Già l’etimologia - akros alto, cima, estremità, punta, e batew, io vado / vado in punta di piedi – prefigura la metafora di un cammino rischioso: quale è il limite entro il quale perdura un equilibrio, prima di esaurirsi e lasciare spazio a un altro equilibrio? O anche, più semplicemente, dal punto di vista dell’osservatore, come porsi davanti al giocattolo? Solo guardandone incantati le evoluzioni? O cercando di capirne leggi e geometrie, di pre-vedere le evoluzioni delle due figurine circensi?

Le leggi della fisica, la teoria del caos, il calcolo delle probabilità, la geometria dei frattali, possono aiutarci a studiare il piccolo sistema caotico-entropico (la batteria che alimenta il campo magnetico, prima o poi si esaurisce) un sistema chiuso che, per la posizione di partenza e altri parametri tra cui le mutevoli condizioni - anche ambientali - in cui si svolge l’esperimento, ha possibilità dinamiche al tempo stesso finite e indefinite. Come suggerisce la stessa struttura dell’insieme di Mandelbrot. Quel che è certo è che, nella dimensione temporale, c’è sempre una frazione, un momento giusto perché una certa acrobazia si compia in un determinato modo e perché un fenomeno possa essere osservato.

Analogamente, anche se con variabili ed esiti difficilmente misurabili, esiste un momento opportuno (Kairós, Platone, Fedro) per pronunciare una parola, per poterla ascoltare e per dar vita a qualcosa. Ma come individuare l’eventuale ostacolo per il linguaggio, la roccia contro cui può infrangersi la vanga? Come riconoscere il limite tra dicibile e indicibile? È lecito ignorarlo e superarlo? Ed eventualmente, in che modo? Ma soprattutto, come individuare la giusta sintonia e come ri-comporre il senso di un corpo frammentato, nel tempo e nello spazio, tra idee, culture, identità, discipline, linguaggi - il corpo disseminato di un’Orfeo Quantistico? Come ri-conoscere un’armonia tra le parti, un denominatore comune, una forza unificatrice al di là di apparenze e differenze? Certo, prescindendo dai termini strettamente utilitaristici della necessità prepolitica (H. Arendt) e dagli automatismi istintuali, primitivi. Piuttosto, continuando a interrogarsi e a porre dubbi (la Natura, come il dio che dimora a Delfi, non svela né nasconde, ma parla per enigmi). Non rinunciando, dunque, a cercare - nonostante la consapevolezza dell’insolvibilità dell’equazione - una via d’uscita dal frattale di appartenenza, una prospettiva che sia in grado di dissolvere in filigrana, con filtraggi sempre più sottili, tanto la stasis quanto le dinamiche illusorie, i moti virtuali, per riconoscere e coltivare la conoscenza, la sapienza socratica, per non confonderla con la curiosità di Ulisse, dei turisti e dei professionisti dell’anima, che consumano ‘esperienze autentiche’ senza tregua, tra gite, trasferte di lavoro, evasioni più o meno eccitanti (Z. Bauman) magari ‘in cerca di se stessi’. Un’uscita come viaggio, come Ek-stasis, per tentare l’impossibile, e cioè dar forma, come potesse essere ‘ritagliato’ e compreso dallo sguardo, all’invisibile, all’imponderabile, al problema insolvibile (M. Cacciari).

La mia tendenza – dice Wittgenstein - … è stata di avventarsi contro i limiti del linguaggio. Questo avventarsi contro le pareti della nostra gabbia è perfettamente, assolutamente disperato. L’etica, in quanto sgorga dal desiderio di dire qualcosa sul significato ultimo della vita, il bene assoluto, l’assoluto valore, non può essere una scienza. Ciò che dice, non aggiunge nulla, in nessun senso, alla nostra conoscenza. Ma è un documento di una tendenza dell’animo umano che io personalmente non posso non rispettare profondamente e che non vorrei davvero mai, a costo della vita, porre in ridicolo.

Dafne - Del visibile/invisibile tra simmetria/asimmetria - onde/masse - materia/antimateria.

Pre-testo: un Acceleratore di particelle, denominato Dafne, entrato in funzione nel 1997 per generare mesoni K e mesoni anti-K. Riflessioni scientifiche di Giovanni Mazzitelli, ricercatore presso i Laboratori Nazionali di Frascati dell’INFN, nel campo della Fisica subnucleare (Video).

Il viaggio a ritroso nel tempo, nella memoria del Cosmo, che la fisica nucleare compie per studiare l’evoluzione della materia e l’origine dell’Universo. Ricerca del punto limite in cui si è determinata l’asimmetria tra materia e antimateria, dando origine al mondo che conosciamo; teoria del Modello Standard con sei tipi di leptoni e sei tipi di quark, raggruppati ciascuno in tre famiglie di particelle; tentativo di unificare le quattro Forze Fondamentali; ricerca del bosone di Higgs; Teoria delle Stringhe; particelle supersimmetriche e ricerca della Grande Unificazione o Teoria del Tutto.

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