Ad arte
un non luogo che avrebbe sicuramente l’approvazione di Lewis Carrol: sulla soglia un portaombrelli di Lawrence Weiner, poi, sotto una maschera di porcellana, una chiave di Jiri Kolar c’introduce in una stanza illuminata da una lampada di Pistoletto.
Un fregio metallico di Piacentino ed una panca di Sol Lewitt accolgono il visitatore che dopo una breve sosta prosegue la sua visita: alla destra un’ampia finestra spazia su un bosco d’alberi d’alto fusto di Giovanni Penone, all’interno una lampada consumata indica la vacuità delle cose suggerita in modo lieve ed ironico da Giulio Paolini; giusto un attimo per prender conforto ad una tavola di bronzo di Sandro Chia imbandita da objet de charme, ed eccoci di fronte ad una civettuola alcova di cuscini variopinti in seta e velluto di Maurizio Vetrugno.
Un ampio tappeto sul quale giace abbandonata una scarpina, lì ad evocare una mezzanotte -di o da favola- per l’immaginazione di Maurizio Bertinetti, ci conduce ad un’improbabile sedia a dondolo ricreata ad arte da Wim Delvoye.
Ed è ancora un armadio improbabile nel quale Michelangelo Pistoletto ha nascosto gli abiti del re nudo, poco più in là una finestra spalancata su una vigna dove Radu Dragomirescu in un gioco alchemico immerge in una coppa d’acqua acini d’uva rigonfi di nettare trasformandoli in vino.
E giganteschi fiammiferi di Hains forse dimenticati dal cappellaio matto, un rospo di Dario Ghibaudo in trepida attesa di fronte ad un immaginario specchio d’acqua appena increspato da un refolo di vento provocato dall’altalena di un Cupido catturato al volo da Tintin Biral.
Un attimo per riprender fiato di fronte al san Giorgio in ceramica policroma di Salvo che secondo tradizione uccide il drago e caccia il male dalla casa, quindi è un’anfora anche questa di ceramica con la quale Silombria ha dissetato atleti d’Olimpia versando succhi mielati in coppe create da Matilde Domestico, certamente meno auliche ma che in gran disordine mostrano le tracce della festa da poco terminata
.Ed ancora, oggetti improbabili scaturiti dalla fantasia di Man Ray: un metronomo scandisce un tempo immobile e un ferro da stiro chiodato riduce a brandelli gli abiti della povera Alice;
poco più in là un fermaportone di marmo, inespressivo ma conscio della sua potenza, avverte gli ospiti che la visita volge al termine ed una pentola di rame di Frank West, ancora tiepida su di un fornello ormai spento, ci saluta sulla soglia.
Dal 24 settembre al 25 ottobre 2005
10,30/12,30,15,30/19 dal lunedì al venerdì, sabato su appuntamento .
PAOLO TONIN ARTE CONTEMPORANEA
Palazzo Della chiesa di Roddi,
via San Tommaso, 6.
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