Leonardo Pivi / Dettaglio evento





Comunicato stampa evento: I Neo Contemporanei

Negli anni ’80 si entra in quella che molti definiscono, non di rado con confusione terminologica, stagione postmoderna, etichetta che va usata come parziale sinonimo di contemporaneità, a meglio indicarne una condizione di non del tutto compiuto dispiegamento.Molti segnali fanno intendere come anche questo interregno volga al termine, e sono una globalizzazione economica e culturale ansiosa di essere governata con spirito giusto ed equanime, come richiedono ampi movimenti di opposizione, la cultura occidentale messa alle corde dai flussi migratori e dal terrorismo islamico, con il crollo delle Torri Gemelle ad indicarci che il mondo virtuale in cui ci siamo più o meno pigramente cullati per un ventennio abbondante si è alla fine manifestato con una oggettività concreta e devastante, la crisi definitiva degli ultimi nuclei di capitalismo tradizionale, ancora non piegatisi alla necessità di collocarsi in un ambito sopranazionale di scambi ed accorpamenti governati dalle leggi della finanza internazionale. Tuttavia, pur in presenza di una sensazione diffusa di sconcerto ed incertezza, si avverte il senso di una stagione che si libera da una sia pur compiacente stagnazione per approdare ad un orizzonte, in un modo o nell’altro, rinnovato, ad una nuova epoca. Naturalmente l’arte, e non poteva essere diversamente, ha seguito in parallelo questi mutamenti, ora assecondandoli, ora precedendoli. A partire dalla seconda metà degli anni’70 e per tutti gli anni’80, ha inizio quella fase di esaurimento dell’incedere progressivo del linguaggio delle avanguardie con l’avvento di un nuovo e diffuso clima, caratterizzato inizialmente dal ritorno della manualità pittorica ed in seguito da un eclettismo stilistico dove la citazione delle principali esperienze formali del Novecento si è abbinato al tentativo di stabilire un dialogo con una realtà caratterizzata da una presenza sempre più invasiva delle nuove tecnologie e degli strumenti di comunicazione. Gli anni’90 hanno sostanzialmente proseguito in questa direzione, con una marcata presenza della fotografia e del video ed un graduale infittirsi delle presenze operanti a vario titolo nella scena artistica. Nell’ambito di un panorama sempre più uniforme e globalizzato, la connotazione negativa dell’arte italiana dell’ultimo decennio è stata la conformistica adesione a moduli compositivi estranei alla nostra tradizione. Particolarmente riguardo la vasta area del cosiddetto “neoconcettuale”, dove è stato privilegiato quello che ha stancamente ricalcato i canoni espressivi degli anni ’60 e ’70 proponendo un appiattimento totale sulla realtà, spesso limitato alla dimensione del proprio microcosmo individuale, ed invece hanno spesso faticato ad imporsi quelle opere in grado di esprimere autenticamente lo spirito del tempo, in bilico tra realtà ed allegoria, e dotate di una carica di corrosiva e disinibita ironia, peculiarità del “genius loci” italiano. Un clima di questo genere favorisce indubbiamente la riflessione sulle esperienze del recente passato, e sulla loro frequente condizione di attualità, permettendo una positiva rilettura di importanti esperienze individuali e collettive, che si riversano ed arricchiscono uno scenario in cerca d’autore. Non a caso, infatti, la generazione emersa tra la seconda metà degli anni ’80 ed i primi anni ’90, ignominiosamente “saltata” dal computo epocale cui l’arte non può sottrarsi, essendo un fiume scorrente a valle con flusso regolare, che prevede anse e mulinelli ma non ammette straripamenti, per motivi a metà tra il cinico interesse di settori del mercato e del potere critico ed una condizione, all’epoca, di oggettivo svantaggio logistico, pressati da un’Arte Povera in fase di ascesa e recupero ed una Transavanguardia non certo disposta a perdere la posizione da poco acquisita, sta adesso conoscendo una lenta ma graduale e regolare rivalutazione. In più, così come si verificarono, negli scorsi anni, interessanti analogie tra quel nucleo artistico e numerosi esponenti di una “generazione di mezzo”, composta di autori nati tra il ’40 ed il ’50 il cui stile si rivelò estraneo sia al Concettuale che alla pittura neoespressionista, per via di un’attenzione precisa nei confronti dell’oggetto e della tecnologia attualmente, su base molto più evidente ed allargata, analogo fenomeno si manifesta, stilisticamente parlando, con molti autori della generazione più giovane, come appare evidente dai contenuti di questa collettiva. Alla quale ho voluto dare la sigla di “ I Neo Contemporanei” per indicare quello che mi sembra, in maniera sempre più evidente con lo scorrere dei primi anni di questo nuovo millennio, e la metà ormai prossima è idonea per una prima, seria disamina degli eventi, un fenomeno di mutazione formale che va in direzione di una nuova consapevolezza estetica. Alcuni segnali li avevo già colti nel 2002 quando a Parma ordinai la rassegna “Una Babele postmoderna”, dove cercai, nell’ambito di quelle ampie ricognizioni generazionali che, insieme ad altre iniziative, hanno periodicamente caratterizzato la mia carriera di critico, di estrapolare, dall’informe massa artistica della seconda metà degli anni ’90, quelle che mi parevano le opere più sincere e motivate. Ebbi quindi a denunciare, forse non del tutto senza ragione a vedere i confortanti giudizi espressi da buona parte degli osservatori esterni, come si fosse in presenza di un duplice atteggiamento, opportunamente dotato di numerosi punti di tangenza e collegamento. I confini artistici di quella fase erano, a mio parere, delimitati da due precisi stati d’animo in bilico tra realtà ed allegoria, tra un’arte che aderisce il più possibile al reale adottando le “protesi” tecnologiche di cui l’uomo si è provvisto o, all’opposto, cerca di dialogare con la contemporaneità con un distacco vissuto come rifugio nella magia del simbolo, con frequenti casi in cui queste tendenze convivono all’interno della medesima opera. Ora mi pare che queste due ipotesi sempre più tendano a convergere verso una soluzione unitaria, per quanto non omologata a canoni seriali, sempre dotata di confortanti scarti linguistici derivanti dall’ispirazione e dalla cultura del singolo autore, con una conciliazione estetica tra particolare ed universale. La babele di linguaggi è tuttora vigente, ed ormai dovremo abituarci a convivere con una massa imponente di immagini, ma la sua decifrazione e relativo ordinamento, compito preciso della critica, non appare più impresa così ardua. Un nuovo stato d’animo all’interno della contemporaneità. Ho inteso usare questo termine per correttezza culturologica. Una rassegna interessante, non fosse altro perché si poneva l’obiettivo di esporre una tesi, un’ipotesi critica, cosa di questi tempi sempre più rara e vista addirittura con sospetto, allestita lo scorso anno dalla curatrice attuale del Castello di Rivoli Carolyn Bakargiev, era dotata dell’interessante titolo de “I Moderni”. In mostra erano presentati una serie di artisti internazionali che denunciavano, secondo la tesi della curatrice, con il tramite di installazioni, pitture, fotografie e video, la volontà di reagire al disincanto ed allo scetticismo del post moderno con un atteggiamento di rinnovato slancio utopico verso il futuro, tramite un uso consapevole e costruttivo delle nuove tecnologie e di un repertorio oggettuale talvolta volutamente sconfinante nel territorio del design, come a voler recuperare, in un’ansia di rinnovamento, lo spirito tipico delle avanguardie. Al di là delle considerazioni di merito sugli artisti di cui ogni critico legittimamente si avvale per corroborare le proprie tesi, si tratta di un’ipotesi di lavoro interessante che, per alcuni aspetti, ricalca quanto io da anni vado sostenendo. Tuttavia penso, se si vuole effettivamente verificare la concretezza di un reale mutamento di rotta ed evitare di avvallare una delle molti varianti linguistiche caratterizzate dalla citazione, fenomeno ricorrente dalla seconda metà degli anni ’70, tutte ascrivibili alla composita ed eclettica area della post modernità, che sia opportuno volgere lo sguardo verso una nuova definizione del termine “contemporaneo”. Da un punto di vista culturologico la modernità è quell’ampio lasso storico, il cui itinerario scorre dalla metà del 1400 alla successiva metà dell’800 caratterizzato, al suo esordio, da due importanti invenzioni, una riferita all’ambito della cultura ideale, l’altra a quella materiale, cioè la codificazione teorica della prospettiva come sistema di inquadramento spaziale e la stampa a caratteri mobili. L’esordio della contemporaneità, destinata come fine ultimo alla fuoriuscita dell’arte dal suo tradizionale involucro bidimensionale, lo si colloca nella seconda metà dell’800, con le prime applicazioni pratiche dell’elettromagnetismo, quella nuova, immateriale fonte energetica destinata a rivoluzionare nel profondo il sistema della comunicazione e l’assetto sociale ed economico dell’Occidente, con l’approdo che noi ora stiamo vivendo nella fase del suo massimo esplicarsi. Lungo il crinale novecentesco, con precise anche se non deterministiche rispondenze nell’ambito correlato della cultura”alta”, in particolare nelle arti visive, le tecnologie immateriali hanno convissuto con la fase di ascesa e di repentino declino della modernità figlia della Rivoluzione Industriale, della fabbrica, della catena di montaggio. Questo fino ad un certo punto. Dopo la data emblematica del 1968, non a caso corrispondente ai moti sociali e giovanili di piazza che caratterizzarono l’intero Occidente ed alla smaterializzazione dell’arte con le varie correnti concettuali che, peraltro, ricercavano momenti di collegamento con la ribellione politica e di costume del periodo, inizia l’accelerato ingresso in una nuova dimensione produttiva e relazionale caratterizzata dall’invasività tecnologica. Ciò ha causato il graduale ma inevitabile tramonto dell’industria tradizionalmente intesa, la perdita delle antiche certezze occupazionali, l’introduzione del concetto di “flessibilità” con il quale dovranno confrontarsi soprattutto le più giovani generazioni, dai trent’anni in giù, ma anche un minor livello di alienazione produttiva, che significa maggior spazio alla fantasia ed alla creatività, e l’ espansione del tempo libero a disposizione di ognuno, da cui deriva la possibilità di dare spazio ai propri interessi culturali. Tutto ciò è stato vissuto nei trent’anni successivi, analizzando sociologicamente gli stati d’animo diffusi, con un misto di angoscioso sconcerto e febbrile euforia. Da un lato quindi un senso di smarrimento per la perdita dei tradizionali punti di riferimento, dopo il crollo del Muro di Berlino anche ideologici, dall’altro una sorta di eccitazione per il mondo luccicante della tecnologia, per la realtà virtuale, per quel predominio ormai definitivo dell’immagine sul “logos” che ha confermato la lungimiranza inascoltata di Guy Debord nel predicare, in tempi ancora non sospetti, l’avvento della “società dello spettacolo”. Tutto ciò non ha mancato di generare effetti nel mondo dell’arte. Come in tutte le stagioni di passaggio, naturalmente con modalità mai eguali a sé stesse, l’effetto corrispondente a queste profonde, traumatiche mutazioni del tessuto sociale, è stata, su di un piano generale accentuato in Italia da problemi relativi al nostro sistema dell’arte su cui nella circostanza non mi soffermo, l’ ho fatto in varie altre occasioni, per l’appunto questa babele di stili e tendenze in cui è stato arduo, ed in parte impossibile, ritrovare un filo conduttore, specie negli anni ’90, dove il tutto si è manifestato all’ennesima potenza. La post modernità, intesa non nella sua accezione etimologica ma in quella propria del linguaggio d’uso comune dove assume la funzione vagamente spregiativa di atteggiamento tendenzialmente effimero è anch’essa approdata alla sue estreme conseguenze e quindi, a questo punto, deve inevitabilmente manifestarsi qualcosa di nuovo. Quindi potrebbe essere opportuno iniziare a discutere di una possibile “nuova contemporaneità” Naturalmente siamo agli inizi di questa ennesima mutazione delle pelle dell’arte ed anche i punti di vista sono spesso diversi, talora antitetici e ricordano l’antica dicotomia di Umberto Eco, agli inizi degli anni ’60, tra “apocalittici” ed “integrati”. Riprendendo quanto scritto qualche giorno fa in un testo di supporto critico prodotto per un’interessante rassegna ideata da Fabrizio Boggiano sulla “crisi della presenza”, vi è la visione in negativo del filosofo dell’arte francese Jean Baudrillard, la cui recente
teoria indica il ruolo dell’arte come interamente assorbito dalla visualità della pubblicità e dei media mentre diverse posizioni, tra vari distinguo, rinvengono, ad esempio, una insolita alleanza tra i miti arcaici, le simbologie religiose della premodernità con la realtà futuribile delle nuove tecnologie e sostengono come ci si stia incamminando verso la costruzione di una nuova estetica, dove il confine tra arte e vita è ormai sempre più ravvicinato, pur continuando a non coincidere, a mantenere un fondamentale per quanto minimo scarto. Il confronto con l’oggetto, con le nuove tecnologie, con il rinnovamento dell’iconografia, il desiderio di analizzare i complessi meccanismi sociali denunciandone i limiti, quanto emerso, cioè, nell’ultimo ventennio, non fa a meno della citazione perché in arte questo è culturalmente impossibile quanto meno a partire dalla tarda antichità, dalla stagione ellenistica. Ma essa non è più il riferimento centrale della composizione. Attualmente vari artisti, e quanto conforta è che molti di loro appartengono alla più giovane generazione, alla quale si uniscono in una insolita alleanza diversi dei migliori talenti apparsi negli anni precedenti, adoperano con sicurezza e maturità le opzioni stilistiche prima citate, con una risultante linguistica dove lo spiazzamento ironico spesso si abbina e talvolta dialoga con una vena di simbolicità quasi mistica, dove le tecnologie si fanno docili strumenti nelle mani dell’artista. Veniamo ai protagonisti di questa collettiva. Walter Bortolossi è, sin dai primi anni ’90, uno degli autori più innovativi della nuova pittura italiana. Egli fornisce una sua personalissima interpretazione iconografica addensando su tele spesso di forme irregolari, atte a condividere il dinamismo della composizione, una fabulazione narrativa fertile, densa di simboli, storie, citazioni filosofiche e scientifiche che si sposano ad elementi del più bieco trash. Una fantasmagoria barocca di immagini che stordisce il fruitore per poi indurlo, saggiamente, ad approfondire, spesso con stupore, i contenuti di una visione dove le coordinate spazio temporali classiche sono completamente saltate. Carmine Calvanese è un artigiano della contemporaneità. Egli dissemina di simboli giocosi ed irriverenti levigate superfici plastificate che si inarcano e si intrecciano andando ad occupare lo spazio indifferentemente a suolo od a parete. La sua iconografia indica un corto circuito evidente tra pre e post modernità, riecheggiando, con stile assolutamente riconoscibile e personale sia le decorazioni parietali tardo antiche, che i motivi dell’Art Nouveau e del futurismo contaminativo di Balla e Depero. Il giovane Guido Castagnoli adopera la fotografia con già notevole maturità, usando la tecnica allo stato puro, senza ricorrere, nonostante le apparenze, ad artifici digitali. L’artista allestisce scene miniaturizzate od, al contrario, ingigantite, adoperando tonalità di colore intense. Il risultato è dato da immagini spesso disposte in dittici e trittici, dotate di una carica di inquietante irrealtà in grado di evocare fascino e mistero e, in taluni casi, intensa simbolicità religiosa. Davide Coltro produce visioni suggestive, che denunciano un incedere nomadistico all’interno dei simboli e dei paesaggi interiori della contemporaneità. Questa sua vena narrativa da sensibile raccoglitore di immagini, che riesce a stabilire una sinergia empatica con il fruitore, e ben esplicitata dai suoi “systems”. Si tratta di una tecnica autenticamente innovativa tramite cui l’artista è in grado di mutare l’iconografia delle opere esposte tramite una connessione con il suo server che modifica in tempo reale, secondo il suo umore, l’immagine riprodotta sui monitor appesi all’interno della superficie espositiva. L’affascinante pittura di Daniele Girardi, prodotta con tecnica mista, rivolge la sua attenzione alla simbologia zoomorfa. Da sempre l’immagine degli animali ha assunto una precisa valenza simbolica, in particolare in ambito rituale e religioso, ma anche politico, come icona in grado di riassumere, in termini di potenza sia salvifica che distruttiva, le caratteristiche di una determinata entità o funzione. Gli animali di Girardi si manifestano quasi con sembianze umane, e scrutano il fruitore con sguardo minaccioso ed ambiguo, come a voler indicare la rottura di una tregua, una volontà di protagonismo. Questa ibridazione tra natura e cultura, una inquietante ma attuale dialettica tra antropomorfismo e zoomorfismo, è da sempre al centro della poetica di Leonardo Pivi, artista in grado di realizzare icone e sculture di estrema contemporaneità avvalendosi di una grande maestria formale e di tecniche che variano dalla pittura, al mosaico, alla scultura in marmo. Pivi simboleggia con efficacia ed ironia attraversata dal dramma e dalla consapevolezza le mutazioni genetiche ed ambientali dell’uomo immerso in nuovo e difficile dialogo con l’universo naturale. Silvano Tessarollo getta anch’egli il suo ironico sguardo all’interno dell’universo post – umano, dei miti e dei riti della società dello spettacolo e della comunicazione, centrata più sull’apparire che sull’esserci. Tessarollo realizza complesse installazioni popolate da animali ed umani dalle fattezze curiose e stravolte, progettati con l’ausilio della grafica computerizzata, e poi solidificati con il tramite delle più recenti tecnologie e materiali plastici. Francesco Totaro pone anch’egli il suo occhio vigile all’interno delle tensioni e delle inquietudini contemporanee. I personaggi di Totaro sembrano esprimere il disagio di vivere e di comunicare simboleggiata dallo sguardo, dagli occhi, dalle fattezze fisiche celate da maschere e filtri. La facilità di contatto, la necessità di relazione tipica dei nostri tempi nasconde spesso una ritualità formale che ci induce, anche quando non lo vogliamo, a recitare un ruolo finalizzato ad una precisa funzione, a stabilire un rapporto fintamente empatico con il prossimo, quando invece aneleremmo ad un vissuto autentico, reale e non virtuale.

Edoardo Di Mauro, aprile 2004.

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