Lisa Castellani / Dettaglio evento





Lisa Castellani - Tir-nan-Og

Dal Saturday 19 April 2008
al Tuesday 10 June 2008

Orari:
sab h. 17.00/19.00; tutti i giorni su appuntamento (335 6174115)
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Comunicato stampa evento: Lisa Castellani - Tir-nan-Og

Sabato 19 aprile 2008, alle ore 18.00, presso la sede della galleria Loft Arte, in Valdagno (VI) Corso Italia 35/f, avrà luogo l'inaugurazione della mostra di Lisa Castellani.
In questa mostra l'artista presenta un’installazione multimediale Tir-nan-Og. La mostra si articola in una serie 9 stampe digitali su pvc trasparente di cm. 100x100 ciascuna e da un documento sonoro (registrazione audio in loop) a rappresentare in modo interattivo sogni e speranze dei giovani oggi.

La mostra è accompagnata da un catalogo con testi di Salvatore Fazia e Lisa Castellani.

Con questa mostra continua il nuovo programma espositivo della galleria Loft Arte, orientato soprattutto su giovani artisti che non sono ancora transitati per il circuito delle gallerie italiane.
Lisa Castellani è nata nel 1979, vive e lavora a Vicenza.

TESTI IN CATALOGO

Per Lisa

LEI: ti piacciono le mie sopracciglia?
LUI: sì mi piacciono le tue sopracciglia
LEI: molto?
LUI: molto
LEI: quale ti piace di più?
LUI: se dico quale l’altra sarà gelosa
LEI: lo devi dire
LUI: sono tutte e due squisite
LEI: davvero?
LUI: davvero
LEI: ho delle belle ciglia?
LUI: sì delle ciglia bellissime
(R.D. Laing)

L’arte non muore di solitudine, muore di moltitudine, una volta era di solitudine che nasceva e cresceva, poi s’è trovata a stare in mezzo ai gruppi – con le avanguardie - come la mascotte coi militari, e adesso è sulla strada della merce che si fa incontrare e amare come ai supermercati o in mezzo alle fiere, nei luoghi di turismo.
Adesso che è in questa rappresentazione fotografica, nella documentazione della sua stessa sparizione, sotto forma di assenza, se n’è volata via, e la metafora del palloncino ne racconta tutta la delusione infantile, lo sgomento sorridente: la sorridente depressione fem-minile.
Questa ragazza ne approfitta per giocare ancora un po’ in sua assenza, è come il piccolo Ernst di Freud che in assenza della madre, uscita di casa per fare la spesa, passa la mattinata in camera a fare il gioco del rocchetto: lo getta al di là della sponda del letto e quando sparisce dice fort, quando appare dice daaa.
Freud spiega che il rocchetto sostituisce la madre.
Questa ragazza usa il palloncino al posto del rocchetto, ma il gioco è lo stesso, lo lancia nel cielo e lo perde, a una certa altezza ne scatta le foto, una due, tre, tante, nell’aria lo pensa.
L’arte è svanita.
L’arte sostituisce la madre.
Trovandosi nel punto opposto della storia, opposto a quello della ragazza di Corinto, ne approfitta per giocare con la stessa solitudine, la stessa femminilità di ragazza, il suo simbolo che svanisce nell’aria: Plinio il vecchio racconta che l’arte è nata a Corinto un pomeriggio che una ragazza – di nome Dibutade - s’è messa a disegnare contro la parete la sagoma del ragazzo che l’aveva appena lasciata, rimasta a sognare.
Quest’altra adesso ne dà la notizia, l’arte è scomparsa, dileguata nell’aria.
Ne aveva fatto la sua adolescenza, sostituiva qualcosa.
Ce ne sono molte di queste ragazze che da qualche tempo ne sognano riti e miti, ne gio-cano i sogni e i simboli, e ne fanno la scena secondo la mitologia della loro leggerezza di ragazze.
Chiedono incontri, si fanno sotto e cercano i posti dell’arte.
Ne ricordano l’incertezza dei ricordi, dei sensi.
Si muovono a memoria, e a differenza dei maschi praticano la mitologia dei misteri, ne danno la temperatura, la temperie visionaria: è femminile oggi la migliore agonia dell’anima, dell’arte.
La meteore del palloncino che sale è la metafora del respiro che si perde, dell’ispirazione espirata.
Chi guarda ne sospira, ma è il vuoto, la paura della vertigine che sale, che preoccupa gli umori di chi resta a terra, e ne sa l’ultimo respiro.
Tutto questo non è volontario, non è intenzionale, ma fa più preciso il segno di quello che accade: il gioco è impersonale solo per fare più generale l’idea che vi si recita.
In piccolo è l’idea del palloncino sfuggito di mano, in grande è una cosa che non si vuol dire per due ragioni: che è drammatica, che è irreversibile.
Le trame casuali del paesaggio, un po’ aereo un po’ periferico, alludono all’idea della scena che si gira: certo naturalismo colorato aggiunge un po’ di sentimento domenicale che fa solo più triste il desiderio o la malinconia.
La festa non c’è, è passata e c’è nostalgia.
La metafora continua.
Pure i cartoni animati raccontano le favole, e i giochi - un po’ sfortunati un po’ non riusciti - si dislocano in un fare sempre clandestino, ma la metafora è chiara, solo che ci tiene a insistere un po’ polimorfa, un po’ disumana.
Ci appartiene?
E’ l’unica via di non ritorno, questa letteratura dell’animazione la sa lunga sul destino che incombe.
La caricatura sposta tutto nell’infra-mondo perché tiene conto della legge onirica i cui occultamenti sono fatti apposta per dare l’opportunità di sognare.
E dormire.
Continuare a dormire.
Salvatore Fazia

Tir nan Og
carteggio e-mail
Lisa Castellani – Salvatore Fazia

I brani che seguono costituiscono una sorta di carteggio – via e-mail – intrattenuto da Lisa Castellani e Salvatore Fazia, in oggetto la tesi dell’artista secondo la quale l’arte relazionale è una pratica interattiva, tipologicamente naturale alla ricerca giovanile, configurata in termini di processo – work in progress -, e la tesi del critico secondo il quale l’opera d’arte relazionale non può decadere in pura operazione d’arte, esteticamente impura, perdendo la configurazione magica di immagine: torno subito di Maurizio Cattelan è un’immagine dove si configura magicamente la relazionalità pubblico-artista.
Naturalmente le diverse argomentazioni comportano escursioni d’occasione in altri campi d’interesse, ma al fondo compare la differente preoccupazione circa i destini dell’arte, dove l’età dei due interlocutori segna probabilmente il vero spartiacque delle due posizioni, senza che mai, però, questo esploda in contrasto, perché, come è dato di vedere, la stima reciproca e il reciproco fair-play intona alla cordialità il segno e il senso del dialogo.

Carissima,
mi chiedi cosa ne penso… l’azione estetica deve essere sempre aperta - almeno dai romantici in qua, quelli di Jena, gli apripista della modernità - aperta e progressiva, per cui l’idea che hai tu di aprire quello che fai mi trova pronto, anche se l’azione artistica deve fare i conti con quello che spendi: cioè, l’arte per aprire una via estetica deve sempre calcolare quanto ci perde, a quanto rinuncia, quanto toglie-da-sé. Quello che tu perdi di quello che sai, che già fai, in favore di un’apertura, è la cifra dell’artisticità in quello che stai per fare: lì tu apri una porta, grazie alla quale esci e vai più in là.
Se ne potrà parlare.
La parte relazionale, m’interessa, è un appuntamento con l’attualità.

Caro Salvatore,
Sono d'accordo. Penso che guardare a quello che è altro da sé, con il rischio di perdere, come dici tu, una parte di ciò che già si sa fare, sia l'unica via per non cadere nella ripetizione ossessiva e meccanica di un modulo. Oppure c'è l'introspezione, dell'io che scava dentro di sé, ma lascia poco spazio alla "parte relazionale" che invece mi interessa molto.
Se voglio che il mio lavoro artistico sia condivisibile devo rischiare, se voglio che cresca devo aprire una porta, come dici tu, e… vai più in là".
Perciò ti ringrazio: ho deciso di fare intervenire ai margini delle immagini tutti quelli che accetteranno di disegnare un Tir - nan – Og per me.
Ora devo solo affrettarmi con le stampe e con le ultime interviste audio, perchè Luciano ha intenzione di inaugurare il progetto presto!
Mi accennava che vorrebbe chiederti di scrivere un testo per la mostra: ne sarei felicissima, se anche tu sei d'accordo

Carissima Lisa,
il discorso muore quando la lettera serve il luogo comune, prendiamo, in letteratura, Federico Moccia in Italia e in Francia Daniel Pennac, dove il discorso muore dell’epidemia e della viralità di massa, la cui estetica essendo interattiva diventa intransitiva e muore di quella sindrome della pubblicità che è il successo divulgativo, il fastidio della loro stereofonia stonata: chi conosce i lettori non fa più nulla per i lettori, ancora un secolo di lettori e pure lo spirito emanerà fetore. Una volta lo spirito era Dio, poi è diventato uomo, adesso è diventato addirittura plebe. E’ Nietzsche, l’aveva previsto poco più di un secolo fa, adesso il secolo è passato ma nessuno ha più naso: la tragedia di Napoli è solo una metafora, di più, il luogo privilegiato dello spettacolo.
Due millenni fa, poco più, un discepolo di Aristotele, il suo successore, Teofrasto – teo/frasto: l’uomo che parlava come un dio - aveva già esaltato l’estetica dei rifiuti e aveva detto: “Il più bello dei mondi è un mucchio di rifiuti gettato dal caso” (Metafisico, III sec. a.c.).
Ha ragione Kandinskij, guai a chi sa le parole sull’arte e non le dice.

Caro Salvatore,
Io non penso che l'idea e la relazione si escludano a vicenda, spero proprio di no, altrimenti dovrei pensare che la mia poetica si fondi solamente sull'interazione e l'interesse esterni. Parlando di letteratura ti riferisci a "successo divulgativo": non è questo che io cerco quando voglio che i miei lavori siano anche progetti relazionali. E meno ancora l'azione commerciale. Vorrei che le mie idee venissero arricchite e non appiattite nel confronto con gli altri.

Carissima Lisa,
io pensavo che tu fossi Elisa, per questo avevo intestato il mio testo Per Elisa, per via della sonata omonima e perché anche il mio testo era in forma sonata.
Ma dall’ultima volta sei Lisa – è da poco che lo so – e dunque esci dall’idealismo beethoveniano dell’opera appassionata (La scorta dei desideri) per entrare nel realismo leonardesco dell’operazione in progress (Progetto Loft Arte), e così anch’io nel mio ultimo testo sono stato operazionale e iperattivo...
Stonato?
Era di questo che ti chiedevo di perdonarmi. Ho sbagliato tonalità. Lo stesso errore che mi pare fai anche tu: la tua tonalità esistenziale essendo un’altra - mi sembra - la tua intonazione estetica amorosa dell’io. In una tua e-mail dicevi tu stessa che ogni tanto hai bisogno di uscire dal fuori e di entrare nel dentro: la leggerissima raffinatezza e la intrigante intelligenza dell’opera vista a Velo d’Astico non mi dispongono a capire il tuo lavoro delle istallazioni interattive, delle aperture cooperative.
Non capisco come fai a passare - e perché - dalle tue intimità visionarie a delle azioni cosali e di genere. Chi sei?

Caro Salvatore,
mi chiedi chi sono: io sono Lisa, sad lisa. Il mio nome viene da una canzone di Cat Stevens che mio padre ascoltava nel 1979 e, il giorno in cui sono nata, salendo i gradini dell'ospedale a due a due, mi cercava chiedendo dove fosse Lisa.
Mi piace raccontare da dove arriva il mio nome, sono fiera di questa provenienza musicale, un po' malinconica: il romanticismo non può prescindere da me, essendo già insito nel mio nome e dalla nascita.
Però vedi, Salvatore, io non riesco proprio a contrapporre il mio io intimo e romantico ai "bagni di folla" della dimensione pubblica.
Sì, la vita sociale è più faticosa e ogni tanto ho bisogno di una dimensione più privata. Ma incontrare gli altri, non solo come scambio intellettuale ma anche e soprattutto emotivo, fa parte della mia ricerca, è un modo per festeggiare la vita.
E poi, forse sono un po' idealista, penso che arte e sociale non solo possano ma debbano comunicare. Mi sono avvicinata all'arte pubblica, ho collaborato con la fondazione Pistoletto e realizzato altri progetti "pubblici" perchè preferisco pensare che il futuro dell'arte passi attraverso queste dinamiche, costruttive e comunitarie, piuttosto che attraverso altre forme così vuote e autoreferenziali.
Naturalmente vivo le contraddizioni che sente un artista quando ha bisogno di esprimere il suo mondo personale, ma deve anche affacciarsi alla sfera pubblica, con una sensibilità diversa da quella dell'operatore sociale.
Nel caso di Tir nan Og, per esempio, tutto è partito da alcune riflessioni molto intime, rispetto alla mia condizione attuale, al disagio e alle domande che mi pongo sul presente e sul futuro in questo momento preciso, nel mio "essere giovane". Le immagini, come ben sai, documentano questo percorso interiore e proiettano frammenti di discorsi, visioni, ricordi molto personali. Poi però mi sono chiesta, sentendo che è difficile sostenere un carico del genere tutto sulle mie spalle, se forse non potesse essere condiviso: ma gli altri "giovani" come la vivono? cosa pensano di tutte le domande che io mi sto facendo? sono solo "problemi" miei o possono riguardare una generazione? Ho trovato interessante confrontarmi con il "fuori" su una questione così stringente ora per me.
E l'intervento, più o meno diretto, degli altri sulle mie opere non è che la conseguenza di questo confronto. La traccia, il residuo. Qualcosa che vorrei in qualche modo fissare, per non perdere l'intensità emotiva di un momento in cui la mia opera è diventata materiale vivo di discussione e scambio empatico.
Vedi come sono romantica?
Magari verrò presto delusa, oppure tornerò ad occuparmi solo di me stessa. Non so, non penso che un artista debba porsi il problema della "coerenza" a se stesso, altrimenti perderebbe la libertà creativa.
Fammi sapere, se vuoi, cosa ne pensi.

Carissima,
[…] simpatica la storia del tuo nome, che – nomen omen – unisce musica e pittura, e amabile la scena che ne racconti.
L’unica discussione che aprirei, ma non vorrei stonare, è quella relativa all’insistenza sulla giovinezza, non per invidia, ma per l’idea che ne ho, di un’età giusta per cambiare la vita, al cui programma l’arte di solito apre utopie e irreversibili modalità assolute. Temo invece la decadenza nella convivialità generica così come avviene, che porta più a oscurare che ad accendere la rivoluzione poetica possibile.
Nessuna vuota autoreferenzialità, ma il rischio romantico dell’identità e della trasfigurazione dell’esistenzialismo liberato. Da ragazzo - avevo diciott’anni - ho cominciato con Sartre, La nausea, e poi è stata tutta una partita di sfide con la conoscenza, la rivoluzione, la liberazione totali: e allora libri, scontri, sconfitte e vittorie… con il desiderio del pensiero moderno e futuro… volevo tutto, capire, amare, agire.
Ecco, vedi, ma scusami, la colpa è tua, la tua bellissima passione per la giovinezza mi eccita a scendere in campo: e, certo, per un po’ d’invidia o di sfida.
L’età non me la ricordo più, non posso, perché sono ancora in partita, in un finale di libri che vanno oltre tutti i libri.
E in uno stato di eccitazione intellettuale, sul quale sto e punto.

Caro Salvatore,
grazie per la tua risposta, sempre pronta e mai scontata.
Ieri a Mestre ero un po' agitata, ma mi son fatta forza di tutto quello che ho dovuto e voluto discutere con te per essere abbastanza chiara e determinata davanti ai famosi "altri".
Ne è uscita qualche "intervista", piuttosto intima e privata in verità. Non esposta alla dimensione pubblica della presentazione.
Molti hanno preferito l'intervento grafico a margine delle mie immagini; probabilmente in un contesto allargato è più facile un'azione fisica, piuttosto che una riflessione verbale. Oppure mentre si disegna si può coprire con il braccio l'azione e prolungare un attimo in più l'intimità, prima che qualcun'altro possa vedere la nostra traccia.
Mi interessa indagare le dinamiche che il mio incontro ha innescato, capirne i limiti (l'imbarazzo della partecipazione) e le sorprese ( qualcuno mi ha chiesto di poter rivedere le immagini in futuro, quando saranno state arricchite e modificate). La terra dei giovani arruffa i miei pensieri.
Mi piace la tua passione, e non ho mai letto La nausea, forse lo farò.

Carissima Lisa,
cos’è tutto quello che ho dovuto e voluto discutere con te per essere abbastanza chiara e determinata davanti ai famosi "altri"? A cosa ti riferisci, a quali idee, pensieri? E perché dici: la terra dei giovani arruffa i miei pensieri?
Se ti va di s/piegare.

Caro Salvatore,
Le discussioni a cui mi riferivo sono quelle che riguardano la sfera relazionale del mio progetto, la parte che coinvolge altre persone. Sono state spiegazioni necessarie, in quanto mi hanno aiutata a chiarire anche a me stessa cosa davvero voglio da questo scambio e quali sono i limiti, i confini possibili di questa interazione, fino a che punto posso considerarli elastici e cosa proprio non riesco o non voglio perdere dell'unicità del mio "atto creativo".
La terra dei giovani arruffa i miei pensieri, come quando metto una mano tra i capelli e mi trovo intricata tra i meandri dei miei ricci. Molte visioni, molti spunti e stimoli diversi arrivano dalle "interviste" che sto raccogliendo, cose che colpiscono la mia immaginazione o che passano inosservate finchè non riascolto la registrazione. A volte mi sembrano pensieri molto concreti e personali, così lontani dalla mia idea di Tir nan Og, ma poi li scopro elementi intensi e veri che diventano essenziali per il mio progetto. Non è, la mia, una generazione di idealisti. A volte è difficile capire dove canalizza la sua giovane energia, ma mi piace, mi appassiona scoprirla, mi lascio arruffare i pensieri dalla terra dei giovani.

conclusione
si decide di continuare la ricerca estetica portando avanti il dialogo sui due problemi emersi come decisivi, uno dei quali riguarda la possibilità di interattività artistica particolarmente avvertita da Lisa come una via estetica di socializzazione e come una pratica attraverso la quale si dà occasione di emergenza e di esperienza alla creatività tipicamente collettiva dei giovani d’oggi; e l’altro che riguarda la tipicizzazione che verrebbe a prendere lo statuto estetico dell’opera, dal momento che questa attraverso l’interazione di più agenti artistici passerebbe dal convenzionale stato d’opera d’arte allo stato sperimentale e innovativo di operazione che va ad aprirsi ad una casistica esposta alla disomogeneità e alla ipotesi tutta interrogativa perfino della divergenza. L’obiezione di fondo – a questa ipotesi – essendo quella di una frammentazione dell’immagine estetica dell’opera e forse della stessa configurazione artistica, il cui oggetto poetico o creativo potrebbe venire a essere compromesso. Con la garanzia, però, che la progettazione della stessa operazione - in effetti venendo prodotta e guidata dalla competenza e dalla sensibilità artistica di Lisa Castellani – aprirebbe anche all’interazione collettiva il segno e il senso del sogno estetico relazionale della giovane artista. Alla fine, è il magistero personale dell’artista a condurre la danza, ne fanno fede le opere esposte e il loro risultato di intelligenza poetica.

Inaugurazione sabato 19 aprile 2008 alle ore 18.00

Dal 19 aprile al 10 giugno 2008

Loft Arte
Corso Italia 35/f
Valdagno
galleria@loftarte.com
www.loftarte.com

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