Nasce ‘Lazio, Terra’, un marchio di qualita', 7 produzioni contemporanee,
una mostra collettiva e un laboratorio.
Una nuova immagine della Regione Lazio
Il progetto
Lazio,Terra, ideato e prodotto da Zoneattive e promosso dall'Assessorato alla Cultura, Spettacolo e Sport e dalla Litorale Spa, in collaborazione con l’Assessorato Risorse Umane, Demanio e Patrimonio della Regione Lazio è un progetto di fotografia che mira a promuovere il territorio laziale, affermandone un'identità contemporanea tutta da scoprire. Un segno forte e tangibile di un nuovo fermento nella Regione e della sua capacità, attraverso il lavoro sul territorio, di presentarsi con un’immagine attuale sulla scena internazionale.
Zoneattive, società che ha ideato e produce FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma, ha creato un progetto ad hoc per la Regione Lazio, al fine di promuoverne il territorio e rafforzarne l’ immagine di centro propulsore attivo e al tempo stesso innovativo, nella produzione culturale.
Il primo passo del progetto Lazio, Terra è stato il coinvolgimento di sette fotografi italiani ed internazionali che hanno lavorato sul tema del paesaggio, in una riflessione fra la fotografia contemporanea e le trasformazioni del territorio. La mostra collettiva, che verrà inaugurata a marzo, costituisce invece il primo momento di visibilità di Lazio, Terra che troverà il suo naturale sviluppo in un ciclo di attività di formazione e laboratorio che si svolgeranno nella città di Vulci coinvolgendo le realtà culturali locali. Il progetto è a cura di Marco Delogu, direttore artistico di FotoGrafia- Festival Internazionale di Roma
La mostra
‘Non tutte le strade portano a Roma’.
Lazio. 7 fotografi per l’identità di una terra.
Con questo titolo provocatorio, al termine della fase produttiva, il lavoro dei 7 fotografi verrà esposto come mostra collettiva in uno spazio che per la prima volta verrà restituito alla Città, l'Ex GIL (Gioventù Italiana Littoria), uno dei più interessanti esempi di architettura razionalista realizzato a Roma nel 1933 dall'architetto Luigi Moretti, allora ventiseienne. Un luogo inutilizzato da tempo che, proprio con questa esposizione, verrà riaperto dalla Regione Lazio come spazio culturale polivalente.
La mostra sarà inaugurata il 16 marzo come straordinaria anticipazione del festival FotoGrafia. Accanto a fotografi già affermati come Luca Campigotto, Xavier Ribas, Raphaël Dallaporta e Guy Tillim, Marco Delogu ha coinvolto nel progetto tre artisti che provengono dal ‘vivaio produttivo’ di FotoGrafia: Giuliano Matteucci, Angelo Antolino e Luca Nostri, favorendo così il dialogo e il confronto tra gli autori affermati e i giovani talenti.
Un gruppo di sette fotografi che, dopo aver attraversato e fotografato diverse parti del mondo riportando esperienze visive profonde, hanno affrontato il diversificato territorio laziale e la sua storia millenaria. Sette ricerche assolutamente individuali, frutto del confronto fra la propria esperienza personale e l’identità di una terra fatta di molteplici stratificazioni di età e simboli, di testimonianze della civiltà dell’uomo e linee di paesaggio. Sette sguardi differenti sulle mutazioni del territorio nelle località più suggestive ed insolite della regione, situate tra la Sabina e il litorale. Una visione del paesaggio originale ed inedita, tra reportage e arte contemporanea, che mira a far emergere il valore e la ricchezza delle immense attrattive turistiche del Lazio, la suggestione racchiusa in ogni angolo del territorio, anche in quello più recondito, un patrimonio artistico e culturale senza paragone per vastità e molteplicità.
La produzione
La produzione delle mostre ha avuto avvio nella scorsa estate e si è sviluppata in due aree ben precise del territorio: la zona rurale della Sabina, dove si sono recati Guy Tillim, Giuliano Matteucci e Angelo Antolino e il litorale laziale, con due parziali deviazioni lungo la via Appia e nel sito archeologico di Vulci, nel cuore dell’alta Etruria, dove invece hanno lavorato Luca Campigotto, Raphaël Dallaporta, Luca Nostri e Xavier Ribas.
Guy Tillim, fotoreporter di origini sudafricane, ripercorre a distanza di più di settecento anni quel pezzo del ‘Cammino di San Francesco’ lungo le montagne intorno alla conca reatina, cercando di ritrovare le tracce dell’uomo più che del santo, prescindendo dalle notizie storiche e dagli incontri con monumenti e architetture che ne riportano la vita agli occhi contemporanei. Tillim dà valore, avvalendosi di una macchina leggera e scegliendo il bianco e nero al posto del colore, al cammino stesso di quel Francesco di Bernardone che ha attraversato boschi, sentieri, paesi e villaggi che abbracciano questa vallata, a volte cogliendone le relazioni stranianti e stridenti con i segni del nostro tempo, che caricano questi luoghi di una particolare e ambivalente energia.
Angelo Antolino porta avanti invece un’operazione di opposizione e dopo aver lavorato sui sovraffollamenti delle spiagge nelle coste del meridione, cerca a Farfa una storia di solitudini. Lì dove in “Sulla Spiaggia”- esposto nella scorsa edizione di FotoGrafia- voleva restituire un ritratto identitario collettivo, giocando con un luogo ricorrente nel nostro immaginario culturale, nel borgo che ospita l’Abbazia che ha rappresentato il centro del potere imperiale nella regione durante l’Alto Medioevo, si sofferma sulle relazioni fra ritratti in interni ed esterni notturni per raccontare la storia di un monaco che ha scelto la vita di clausura.
Giuliano Matteucci passa idealmente dall’enorme devastazione della zona di Banda Aceh, suo precedente lavoro presentato nel 2005 al Festival FotoGrafia, alla calma assoluta della Valle del Tevere. Da un’acqua che distrugge a un’acqua che dona fertilità millenaria, Matteucci sceglie come chiave di lettura due luci differenti: il sole pieno per l’Indonesia e le albe nebbiose per la valle del Tevere, dove i paesaggi, appena intaccati da elementi contemporanei, assumono toni spesso di una surreale sospensione nello spazio e nel tempo.
Un’operazione, quest’ultima, ancora più evidente nel lavoro di Luca Nostri, che ha seguito la via Appia fino al confine con la Campania. Dal dialogo continuo fra l’antichità della pietra e il verde degli spazi aperti di Norba ai cangianti notturni di Terracina, Nostri compie un’operazione visiva più analitica di quella di Matteucci, dando una maggiore attenzione ai particolari della realtà e al delicato equilibrio fra monumenti antichi e paesaggi contemporanei.
Raphaël Dallaporta, al contrario, si distacca qui dal metodo analitico e seriale che contraddistingue il suo percorso artistico, che aveva portato avanti con un rigore dal sapore concettuale anche nel lavoro presentato nell’edizione 2003 di FotoGrafia, “Caravans”: immagini, realizzate aspettando il ricorrere della stessa luce, di una comunità di campeggiatori che da anni parcheggiano i propri caravan sempre nella stessa strada della Camargue. Dallaporta percorre nell’arco di una sola settimana il litorale laziale, dal confine toscano a quello campano, armandosi di uno spirito radicalmente diverso, negli intenti apparentemente più ludico, ma riflessivo e contemplativo nei risultati, cercando di rappresentare il senso di uno sguardo che si muove dalla ricerca inquieta alla contemplazione ispirata dal mare e dalle sue spiagge d’inverno. La presenza dell’uomo è comunque sempre percepibile grazie a fugaci e piacevoli incontri o a piccole tracce abbandonate.
Luca Campigotto dopo i luoghi fortificati della Grande Guerra è andato nell’arcipelago pontino, cercando il passaggio di altre guerre, teatri di detenzioni collettive e confini personali. Pene inflitte in mezzo a paesaggi forti che si affacciano su un mare carico di storia, che ha visto i detenuti come l'anarchico Bresci e soprattutto i molti antifascisti, non ultimo Sandro Pertini, traghettati verso Santo Stefano, isola penitenziario fino a trent’anni fa. Un mare che si apre alla drammatica bellezza delle scogliere di Ponza come al semplice stagliarsi delle isole nel paesaggio marino.
Xavier Ribas lavora da anni sul concetto di strutture invisibili, paesaggi periferici di solito tralasciati a favore di visioni monumentali: un modo di operare che emerge in tutta la sua evidenza in contesti archeologici, dove ancor più l’attenzione difficilmente si concentra sulla normalità, sulla quotidianità, su ciò che è evitato dalla storia. Nel suo precedente lavoro “Invisible structures” la volontà di parlare di ciò che non si vede trova espressione in immagini senza prospettiva e orizzonti della foresta pluviale che nasconde i margini di una città Maya, coperta e sepolta dalla vegetazione nel corso dei secoli. Una visione periferica, centrifuga, che ritorna nelle immagini realizzate a Vulci, nel Parco Archeologico che è uno dei più importanti "attrattori culturali" della regione, un luogo di riconosciuto rilievo nazionale ed internazionale dal punto di vista archeologico, architettonico e paesistico. Anche in questo lavoro con un medoto fotografico che nelle inquadrature verticali si rifà agli studi urbanistici piuttosto che a quelli di paesaggio, Ribas evita la visione comune e la sua memoria che procede per picchi monumentali, concentrandosi su evocazioni che partono dall’invisibile per affermarne l’esistenza con ancora maggiore intensità.
Il campus
Ad ulteriore conferma del connubio tra fotografia e territorio, il progetto Lazio, Terra avrà un ulteriore sviluppo nel periodo estivo con un Campus rivolto a giovani fotografi che frequenteranno tre workshop formativi in estate a Vulci e Montalto di Castro. I fotografi avranno la possibilità di fare una residenza estiva in alcuni dei luoghi più suggestivi della Regione, confrontandosi e lavorando fianco a fianco con i docenti. Lo scopo è quello di costituire un focus sulla Regione in cui i giovani, attraverso la fotografia, possano incontrarsi e crescere in professionalità e sensibilità artistica.
INFO MOSTRA
Non tutte le strade portano a Roma
16 marzo - 26 aprile 2007
Ingresso: 2 €
EX GIL
Largo Ascianghi1
Roma
Tel. 06 70473500
Sito web:www.lazioterra.it-
www.culturalazio.it
Ufficio stampa Zoneattive
Cristiana Pepe - Valentina Rossi
Tel. 06 70473519
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