A cura di Dieter Schwarz e Beatrice Merz
“Il disegno è una fessura per passare attraverso il kitsch di segni, di teorie, di idee,…il disegno è una cosa sentimentale.”
(Mario Merz)
Dal 28 aprile al 29 luglio 2007 la Fondazione Merz presenta la grande retrospettiva Mario Merz: Disegni, realizzata in collaborazione con il Kunstmuseum Winterthur (Svizzera) e curata da Dieter Schwarz e Beatrice Merz.
La mostra, ospitata fino al 9 aprile 2007 nelle sale del Kunstmuseum Winterthur, verrà completamente riallestita negli spazi della Fondazione Merz per accogliere circa 200 disegni, eseguiti dall’artista nell’arco di cinquanta anni, dal 1951 al 2003.
Il disegno è il punto di partenza dell’opera di Mario Merz. Come lui stesso racconta: “ Io sono il ragazzo che andava nei campi sperando di poter portare a casa un disegno senza dover imitare il paesaggio dell’Ottocento. Il ragazzo che disegnava le sensazioni della natura.”
Rifiutando tutto ciò che è definitivo e interpretando il proprio lavoro come una bozza, Merz vede nel disegno il mezzo più adatto, oltre che il più intimo.
“Ha sempre esitato a mostrare i disegni, perché erano quasi i compagni della sua vita – spiega Dieter Schwarz, direttore del Kunstmuseum Winterthur – ed erano il nucleo del lavoro che in qualche modo desiderava conservare. Così il disegno è quasi il pensiero che accompagna l’artista attraverso la sua opera.” Nei disegni si ritrovano, infatti, tutti i temi che hanno costellato la sua ricerca: l’igloo, la sequenza di Fibonacci, il cono e lo sviluppo della spirale, gli animali primordiali come rettili e chiocciole.
Di piccole e grandi dimensioni, i disegni cambiano stile a seconda dei temi e delle fasi. La mostra segue lo sviluppo della produzione di Merz, dai primi disegni del 1951, realizzati in pastello-carboncino, agli ultimi lavori del 2003, nei quali l’artista ricorre al bianco e nero e sembra recuperare il linguaggio con cui ha cominciato.
Mentre pitture e installazioni sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei d’arte contemporanea del mondo, ciò che finora è sempre stato difficile vedere sono i suoi disegni. Questa mostra documenta, per la prima volta dopo la sua scomparsa, uno degli aspetti fondamentali del suo lavoro.
La varietà e la natura di questi lavori rendono Mario Merz uno dei grandi artisti del disegno del dopoguerra.
Per l’occasione sarà pubblicato da hopefulmonster editore un catalogo che restituirà un quadro completo dell’opera grafica dell’artista, con testi di Dieter Schwarz, Claire Gilman e Lara Conte.
Mario Merz (1925-2003)
Mario Merz nasce il I gennaio 1925 a Milano e si trasferisce ancora bambino a Torino con la famiglia. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale abbandona gli studi universitari di Medicina e partecipa attivamente alla lotta anti-fascista. Arrestato nel 1945 durante un volantinaggio, inizia a dipingere in carcere disegnando la barba di un compagno di cella in infinite spirali. Dopo la liberazione Merz decide, incoraggiato anche dal critico Luciano Pistoi, di dedicarsi interamente alla pittura e nel 1954 viene allestita, presso la Galleria La Bussola di Torino, la sua prima personale, in occasione della quale vengono esposti alcuni olii su tela di taglio espressionista.
A metà degli anni Sessanta la ricerca di Merz si sviluppa ed evolve verso una sperimentazione artistica che lo porta a realizzare le “pitture volumetriche” (Mila Pistoi), costruzioni di tele che inglobano object trouvés, materiali organici o industriali, la cui comparsa nell’opera contribuisce a designare l’artista tra i protagonisti dell’Arte Povera. Oggetti d’uso – il cestone, la pentola, l’impermeabile –, reperti organici – la fascina, la cera d’api, la creta –, materiali tecnici – il tondino di ferro, la rete metallica, il vetro, il neon – , citazioni non solo letterarie, si manifestano come energie fino ad allora trascurate dalla pratica artistica che Merz libera in “una somma di proiezioni interiori sugli oggetti”, traducendole a volte “direttamente negli oggetti” (Germano Celant), reinterpretandoli nel riposizionarli in un panorama di forme e pronunciamenti inediti.
Lo costellano l’igloo (1969) e il tavolo (1973): l’uno “forma organica ideale […], nel contempo mondo e piccola casa” che l’artista pretende abitabile, spazio assoluto non modellato ma “semisfera appoggiata a terra”; l’altro “la prima cosa […] per la determinazione dello spazio”, “pezzo di terra sollevata, come una roccia nel paesaggio”. Igloo e tavoli sono, nonché strutture primarie e archetipiche, dichiarazioni estetiche e socio-politiche insieme, nel loro rappresentare il superamento definitivo del quadro.
Dal 1970 compare la serie numerica di Fibonacci, una progressione in cui ogni cifra è il risultato delle due precedenti (0,1,1,2,3,5,8,13,21…). Merz interpreta la sequenza numerica – individuata dal matematico pisano Leonardo Fibonacci nel 1202 – come emblema della dinamica relativa ai processi di crescita del mondo organico, collocando sui propri lavori le cifre realizzate in neon, dall’anteprima del Fibonacci Santa Giulia, appeso nella cucina dell’abitazione torinese (1968), alla Suite interrata lungo la linea 1 del tram di Strasburgo (1994), dai citati tavoli proliferanti di John Weber alla fibrillazione degli igloo alla Kunsthaus di Zurigo (1985) e alla Salpêtrière di Parigi (1987) fino alla compenetrazione tra tavoli e igloo (dal Capc di Bordeaux, 1987, allo Stedelijk di Amsterdam, 1994).
La ricorrenza di determinate forme riconducibili tutte alla spirale, come il triangolo, il cono, il vortice, visualizzate artisticamente, desunte o intraviste in una serie infinita di elementi per lo più organici, come chiocciole, rami, foglie, pigne, corna, è legata alla stessa serie di Fibonacci, trascrizione numerica di una figura che, partendo dal punto zero, si espande all’infinito con un andamento, per l’appunto, spiralico.
Le grandi mostre degli anni Ottanta (Palazzo delle Esposizioni di San Marino, 1983 e Guggenheim di New York, 1989) sono caratterizzate da una pratica pittorica che assume sempre maggior rilievo, diventando “lunga e veloce”, habitat naturale per animali selvaggi e “preistorici” come il rinoceronte, il coccodrillo, la tigre, il bisonte, il gufo, portatori anch’essi di una chiara primarietà.
I ritratti degli animali sono “simbolici religiosi ma anche organici” affiancati e assemblati alle forme precedentemente individuate (l’igloo e il tavolo, e il loro riversamento su tela) e agli oggetti (il neon, la bottiglia, l’impermeabile, il giornale, la lumaca, l’albero dello “sciamano” Merz), con una cadenza proliferante e spiraliforme ritmata sulla serie di Fibonacci. Ma sono anche soggetti ad un processo di metamorfosi (procurato tecnicamente con l’abolire telaio e imprimitura, e con il lasciare che il colore imbeva la tela, “cosicché prenda l’imprimitura della pittura, piuttosto di essere un suo supporto”) che fa crescere zampe alla tela dipinta, in modo che questa possa diventare l’animale che ritrae.
A questo periodo intenso, durante il quale l’artista pubblica anche una ponderosa silloge di scritti (Ich will Sofort ein Buch machen/Voglio fare subito un libro, Sauerländer, Aarau-Frankfurt e Hopefulmonster, Firenze), segue una fase caratterizzata da un ritorno all’essenzialità della materia e del segno (personale alla Fundaçâo de Serralves, Porto, 1999).
Ampio rilievo viene dato alla pratica del disegno, che diventa protagonista di una serie di installazioni di grandi dimensioni. L’artista espone al Carré d’Art – Musée d’Art Contemporain, Nîmes (2000) e per la prima volta in America Latina con la mostra personale alla Fundación Proa, Buenos Aires (2002). Partecipa a Zero to Infinity: Arte Povera 1962-1972 (2001), la prima antologica sull’Arte Povera nel Regno Unito organizzata dalla Tate Modern di Londra e dal Walker Art Center di Minneapolis. Il 6 novembre 2002 viene inaugurata l’installazione permanente Igloo fontana per il Passante Ferroviario della Città di Torino. Tra le numerose onorificenze, riceve la Laurea Honoris Causa dal Dams di Bologna (2001) e il Praemium Imperiale dalla Japan Art Association (2003).
All’alba del 9 novembre 2003 muore a Milano.
Anteprima stampa venerdì 27 aprile 2007 ore 17.30
Inaugurazione venerdì 27 aprile 2007 ore 19
28 aprile 2007 - 29 luglio 2007
Biglietti
€ 5,00 intero, € 3,50 ridotto (studenti, disabili, gruppi organizzati min. 10 persone)
Gratuito: bambini fino a 10 anni, maggiori di 65 anni e ogni prima domenica del mese
Catalogo hopefulmonster editore, Torino
Testi critici di Dieter Schwarz, Claire Gilman e Lara Conte
336 pagine, 228 illustrazioni a colori
Fondazione Merz
Via Limone 24
10141 Torino
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