L'OFFICINA DEL MAGO
L'artista nel suo atelier
1900 – 1950
31 ottobre 2003 – 8 febbraio 2004
Torino - Palazzo Cavour
Periodo: dal 30 ottobre 2003 all’8 febbraio 2004
Apertura al pubblico: dal 31 ottobre 2003 all’8 febbraio 2004
Inaugurazione: giovedì 30 ottobre 2003
A cura di: Ada Masoero, con la collaborazione di Beatrice Marconi e Flavia Matitti
Progetto dell’allestimento a cura di: Arch. Massimo Venegoni – Studio Dedalo
Catalogo: Edizioni Skira – Milano
Organizzazione: Regione Piemonte – Assessorato alla Cultura
Orari: martedì – domenica ore 10.00-19.30 / giovedì ore 10.00-22.00. Chiuso lunedì
Ingresso: € 6.20 intero - € 4.20 ridotto - € 2.50 ridotto speciale
Informazioni: Via Cavour 8, Torino – tel. 011 530690 fax 011 531117
www.palazzocavour.it
Dal 30 ottobre 2003 all’8 febbraio 2004 a Torino, a Palazzo Cavour (via Cavour 8), verrà allestita la mostra “L'Officina del mago - L'artista nel suo atelier. 1900-1950”, organizzata dalla Regione Piemonte.
Ideata per Palazzo Cavour da Maurizio Fagiolo dell’Arco, che da tempo rifletteva intorno al tema dell’artista nel luogo fisico e mentale della creazione, la mostra avrebbe dovuto essere curata a quattro mani da lui e da Ada Masoero. Dopo la sua scomparsa prematura, nel maggio del 2002, questo che è stato il suo ultimo progetto viene ora realizzato in sua memoria dalla Regione Piemonte, con la cura di Ada Masoero e la collaborazione di Beatrice Marconi e Flavia Matitti, che hanno lungamente lavorato al suo fianco.
"L’Officina del Mago" è dunque l’atelier dell’artista, “lo spazio sacro e profano della creazione - come scrisse nel suo progetto - quel luogo creativo nel quale si presentano le apparizioni e i miraggi, si evoca la musa e la famiglia”.
Per illustrare questo tema denso di simboli e intessuto di seduzioni intellettuali, Maurizio Fagiolo dell’Arco aveva scelto la prima metà del Novecento, la stagione che insieme al Seicento (è stato uno dei massimi studiosi del Bernini e della cultura barocca romana) occupava tutto il suo impegno di studioso.
Il titolo rende omaggio al dipinto che è stato scelto sin dall’inizio come immagine-simbolo della mostra, quella Casa del Mago di Fortunato Depero in cui l’artista si ritrae insieme alla moglie nella “Casa d’Arte” in cui i due, dipingendo e disegnando lui, lei tessendo arazzi, impunturando tarsìe di panno, ricamando, inventavano un nuovo mondo, rivoluzionato dai principi del Futurismo.
Tutt’intorno si dispongono gli artisti che nel corso della prima metà del Novecento hanno voluto ritrarsi nel luogo della creazione, in quella “bottega” piena di sortilegi in cui l’arte prende corpo e forma: lo studio dunque come microcosmo abitato dal solo artista (Giuseppe Pellizza da Volpedo, nell’Autoritratto degli Uffizi, unica opera dell’estremo Ottocento; Giorgio de Chirico nello studio di Parigi, della Gnam di Roma; Francesco Trombadori, Primo Conti, Gianfilippo Usellini), oppure come luogo deserto di presenze (le Maschere di Felice Casorati, della Pinacoteca Civica di Alessandria, ma anche i dipinti di Giovanni Colacicchi, Italo Cremona, Orazio Amato…) o ancora, come nel caso del capolavoro di Felice Casorati proveniente dalle Civiche Raccolte milanesi, abitato dal solo riflesso dell’artista nello specchio, in un gioco allusivo di presenza e di assenza.
Altri hanno voluto ritrarre anche la loro “musa”, che per taluni, come per Giacomo Balla e Ferruccio Ferrazzi, si identifica con la famiglia, per altri, come per Mario Tozzi (Le Bonnet basque della Banca Toscana) o per il dipinto di Trombadori che giunge dalla Galleria Civica di Palermo è invece la modella (o il modello, come nel caso di Filippo de Pisis). In altri casi l’artista ha voluto accompagnare la propria figura a un simbolo, che di volta in volta allude alla malattia (la “melanconia” del giovane, aggrondato Mario Sironi, il disagio di Ottone Rosai, il letto di Carlo Levi), oppure a una compagna mai ripudiata (che lo porterà alla morte) come la sigaretta di Renato Guttuso nell’Autoritratto della Galleria Civica di Palermo. Per altri invece la compagnia è quella della morte tout court (Fausto Pirandello nel minuscolo Autoritratto con il teschio). C’è poi chi allude alla cultura come compagna assidua di vita (Francesco Menzio, ma anche Pellizza da Volpedo che si ritrae orgogliosamente davanti alla libreria dello studio d’artista) e chi ritiene ineludibile la lezione della classicità (il Sironi novecentista, che si autoritrae più volte in veste di architetto fra architetture vitruviane e solidi platonici).
Ad alcuni di loro (le grandi passioni di Maurizio Fagiolo dell’Arco) è stata dedicata una sala monografica: sono Giacomo Balla, gioiosamente intento a ritrarsi lungo l’intera vita, da solo o con la moglie e le figlie; Giorgio de Chirico, presente con autoritratti che sono autentici capolavori tramati di simboli (accanto a lui ci sono di volta in volta l’onnipresente madre, un busto classico; la “propria ombra” oppure è lui stesso a trasformarsi in un Ulisse in riva al mare o a farsi statua) e la coppia Mario Mafai e Antonietta Raphaël, di cui la mostra ricostruisce in una grande sala lo studio romano, esponendo i loro autoritratti, i reciproci ritratti e dipinti in cui compaiono gli stessi oggetti che la generosità delle figlie (Simona, Miriam, e Giulia, scenografa, a cui si deve l’allestimento della sala-studio dei genitori) sono messi qui a confronto con la reinterpretazione poetica che loro ne diedero.
Ogni opera dunque è stata scelta perché potesse “parlarci”, dicendoci con la lingua dei simboli e delle immagini non tanto chi è l’artista, ma come l’artista si vede e si considera, in una lettura trasversale della migliore arte della prima metà del Novecento.
Ufficio stampa: Stilema (Roberta Canevari – Ilaria Gai)
Via Cavour 8, Torino, tel. 011 5624259 fax 011534409 e-mail
info@stilema-to.it
Note della curatrice Ada Masoero
L’Officina del Mago: le ragioni della mostra
L’Officina del Mago: il luogo del sortilegio, della trasformazione quasi alchemica grazie alla quale l’idea si fa pittura. Per alcuni artisti un luogo buio e segreto, per altri invece uno spazio invaso dalla luce; per tutti un luogo privato, fisico o mentale, un microcosmo ora deserto di presenze e quindi sufficiente –simbolicamente- a se stesso; ora abitato dal solo artista intento a dipingere o disegnare; ora invece saturato dalla presenza delle fonti dell’ispirazione, dalla “Musa”: che per alcuni è la famiglia, per altri i modelli, per altri ancora un libro, oppure un’architettura o una statua classica, simbolo delle fonti culturali a cui attingere, o un corpo geometrico dai volumi platonici, emblema della depurazione delle forme a cui l’artista tende, oppure ancora un travestimento, allusivo a un “altrove”, ora storico ora geografico.
L’Officina del Mago, dunque, come “lo spazio sacro e profano della creazione, quel luogo creativo nel quale si presentano le apparizioni e i miraggi, si evoca la musa e la famiglia”. Con queste parole Maurizio Fagiolo dell’Arco, che aveva ideato questa mostra con l’intento di curarla poi insieme a chi scrive, aveva tracciato le prime linee di un progetto a cui rifletteva da tempo, specie dopo la fortunata mostra ferrarese del 1995, “Il pittore allo specchio” , in cui aveva indagato il mito di Narciso così come era stato declinato negli autoritratti dei maestri italiani del XX secolo. Dopo quell’indagine intendeva “allargare il discorso all’ambiente nel quale il lavoro fisico si unisce al più alto momento spirituale: Narciso non è più solo, ma si accompagna con Minerva e con le maschere, con la commedia dell’arte e con la malattia, con la scuola e con la modella, con l’esotismo e con la morte”. Dopo la sua scomparsa prematura, nel maggio del 2002, questo che fu l’ultimo suo progetto viene ora realizzato in sua memoria dalla Regione Piemonte, con la cura di chi scrive e con la preziosa collaborazione di Beatrice Marconi e Flavia Matitti, che avevano lungamente lavorato al suo fianco.
Per illustrare questo tema, intessuto di simboli e denso di seduzioni intellettuali, Maurizio Fagiolo dell’Arco aveva scelto, ancora una volta, la prima metà del Novecento, il secolo che insieme al Seicento (è stato uno fra i massimi studiosi del Bernini e del Barocco romano) occupava i suoi giorni di studioso. E dall’insieme delle opere qui riunite (in larga misura già suggerite da lui, altre individuate dopo la sua scomparsa, ma sempre rispettando i suoi gusti di studioso e cercando dipinti che aveva amato ed esposto) ci sembra scaturire un paesaggio variegato certo, ma in fondo univoco, per il comune messaggio che gli artisti presenti sembrano voler comunicare. Sono infatti autoritratti che ci “parlano” quelli esposti in mostra, e ci parlano talvolta a distanza di oltre un secolo (come nel caso di Giuseppe Pellizza da Volpedo, l’unica opera dell’estremo Ottocento), offrendoci le chiavi per penetrare nella sfera creativa di ognuno: occorre però saperli ascoltare, ed è esattamente ciò che tutte noi abbiamo cercato di fare, nei testi in catalogo come nelle schede delle opere, che ogni volta che sia stato possibile sono proprio quelle stese in diverse occasioni espositive da Maurizio Fagiolo dell’Arco, in altri sono invece opera di Beatrice Marconi e Flavia Matitti.
La mostra è stata ordinata partendo dal dipinto che ne ha ispirato il titolo, quella Casa del Mago dal ricchissimo pedigree espositivo in cui Fortunato Depero si ritrae nella Casa d’Arte, l’atelier di arti decorative che aveva fondato a Rovereto insieme alla moglie Rosetta, sognando di “ricostruire l’universo” (almeno quello domestico) in chiave futurista . Un dipinto giocoso e complesso insieme, appartenuto un tempo al grande collezionista milanese e mecenate di Depero, Gianni Mattioli, vicinissimo per tema e ispirazione al dipinto Io e mia moglie (anch’esso appartenuto a Mattioli) di cui esponiamo il suggestivo disegno preparatorio a carbone (con quella mano che si fa pennello): in entrambi infatti l’artista ricrea il laborioso fervore di quei due sognatori che furono lui e la moglie, ritraendo se stesso intento a dipingere “con un pennello fiamma”, e gli altri personaggi (“automi di caucciù rosa e di metallo” scrive Depero) impegnati a comporre tarsie di panno o a tessere, mentre sullo sfondo “il cono di luce crea una capanna alla verde compositrice” e una vasta apertura lascia scorgere un ordinato paesaggio urbano. Un’atmosfera, è stato suggerito, “quasi faustiana [che] sembra gli sia stata suggerita dall’impressione provata durante la prima visita ai locali di casa Kappel, futura sede della Casa d’Arte” . Dopo questo omaggio al “mago” Depero, la mostra si avvia con una sezione che movendo dall’orgoglioso Autoritratto di Pellizza da Volpedo, ritto sullo sfondo di una biblioteca (l’artista aveva ai suoi occhi il dovere morale di proporsi come guida, anche culturale, per i meno fortunati) attraversa, per accenni e per exempla, il momento che tra Otto e Novecento vide i nostri pittori più innovativi muoversi dalle sponde del divisionismo simbolista a quelle, rivoltose, del futurismo. Ecco allora un Sironi corrucciato, in compagnia della sua specialissima “musa”, la “melancolia”, un Dudreville “sfaccettato” in tante espressioni diverse, un Fillia planante tra alberi e case futuriste, un Balla nel suo primo autoritratto, all’inizio della sua carriera di pittore. Ma a Balla, passione intellettuale di Fagiolo dell’Arco, è dedicata una saletta monografica, abitata da lui, che si ritrasse giocondamente per tutta la vita, ma anche dalla sua famiglia, che fu davvero il suo rifugio e la sua fonte d’ispirazione. Con lui, la figlia Elica, pittrice anch’essa, che del padre ci lascia “L’ultimo ritratto”.
Anche Giorgio de Chirico, altra passione di Maurizio Fagiolo, abita una propria sala, offrendosi ai nostri occhi in immagini eloquenti, al limite dell’impudicizia psicologica (lui con la madre, incombente e onnipresente, lui in veste di Ulisse, in partenza per lidi lontani, lui con la propria ombra…), e una sala, anzi un “assolo” è riservato a Felice Casorati, vero nume dell’arte torinese del secolo passato, che in questo spazio suggestivo si propone provocatoriamente sul limitare tra presenza e assenza, riflesso com’è, in un gioco di citazioni “alte”, nello specchio che sta alle spalle delle teste di manichino e del silente strumento musicale.
Una sala è consacrata a un altro tema caro a Maurizio Fagiolo dell’Arco, il “purismo”. Vi sono riuniti alcuni di quei pittori che operarono, da maestri, nelle atmosfere stuporose di “Valori Plastici” e del “Realismo magico”: ecco allora Morandi in uno dei suoi rarissimi autoritratti, del 1924; ecco, ancora, Casorati, con le splendide Maschere ghignanti nello studio deserto; ecco Ferruccio Ferrazzi con un autentico capolavoro (ma altri suoi capi d’opera verranno nelle sale successive) come Orizia agli specchi; ecco Francesco Trombadori con due dipinti, uno dei quali (Fanciulla nuda) è un’autentica traduzione in immagini del tema di questa mostra, ed ecco Achille Funi nel magnifico Autoritratto con la brocca blu, una brocca che è un puro volume platonico, dai molti patenti significati.
Dopo è la volta di un’altra coppia di artisti prediletti da Fagiolo , Antonietta Raphaël e Mario Mafai, di cui, con l’aiuto delle figlie Simona, Miriam e Giulia, e di altri generosi prestatori (e con il supporto prezioso di Giulia Mafai, valente scenografa) abbiamo voluto ricostruire l’atmosfera dello studio: una vera officina, abitata da candelabri a sette bracci e da candelieri barocchi, da idoli primitivi e da manichini, da vasi e bottiglie che, conservati dalle figlie, ricompaiono qui accanto ai dipinti in cui loro li hanno tradotti in immagini. Ma ci sono anche gli autoritratti e i ritratti che i due reciprocamente si eseguivano (uno, fondamentale, è La comparsa, in cui Mafai indossa il costume di Rigoletto), altri invece ritraggono i modelli nell’atelier. Di qui, dopo un’altra pausa che ci porta nella Scuola di Felice Carena -un vero capolavoro, ma anche una sorta di inno alla pittura, di questo artista lungamente attivo a Torino- si aprono le sale in cui i dipinti sono disposti per tema. Ecco allora il mondo degli affetti, ma anche delle modelle e dei modelli: e quindi il giovanetto nudo nello studio di de Pisis (presente anche con un ritratto che gli eseguì Carlo Levi, l’unico fra quelli esposti che non sia un autoritratto, ma il “marchesino pittore”, sebbene assai vanesio, si ritrasse assai raramente e mai felicemente). Ed ecco Severini in veste di Pierrot con la sua famiglia; poi ancora Ferrazzi con la moglie amatissima e, ancora, la torinese Nella Marchesini con il padre e Carena con il malinconico “amico spagnolo”. E poi le modelle: quelle sfatte di Fausto Pirandello e di Gianni Vagnetti e quelle bellissime e sensuali di Gigi Chessa, dai volumi torniti come il vaso di cristallo che sta alle loro spalle. Achille Funi invece ritrae gli allievi in un atelier dalla prospettiva rinascimentale e Mario Tozzi ci restituisce un’immagine magnifica ed emblematica (anche questo dipinto avrebbe potuto essere scelto come immagine-simbolo della mostra) del rapporto sottile e tenace che si intreccia fra il pittore, l’incantevole modella, e il sofisticato gioco di specchi che li incatena. Usellini si dipinge incorniciato da un arco classico e Italo Cremona ritrae se stesso come schiacciato da due enormi calchi e ritrae anche il suo studio silenzioso, la Mole Antonelliana sullo sfondo. Ma alcuni autoritratti non prevedono la presenza dell’atelier, perché qui l’atelier si fa puro luogo mentale. Sono infatti autoritratti tramati di simboli che ci dicono, in cifra, tutto ciò che il pittore vuole farci sapere: ecco allora, con quelli davvero “parlanti” di de Chirico (artista a cui, come anche a Balla e alla coppia Raphaël-Mafai sono dedicati testi specifici in catalogo), e i dipinti di Ferrazzi che si trasforma in un Lazzaro; di Umberto Brunelleschi che sceglie il linguaggio allusivo della maschera; di Ziveri che si trasforma nel simbolo forse più schiettamente romano –della Roma papalina e popolaresca- travestendosi da Guardia svizzera; di Rosai che sceglie di accompagnarsi al disagio mentale raffigurandolo nei propri occhi torvi e spiritati e nei lineamenti quasi ferini; di Carlo Levi che si ritrae a letto, in compagnia della malattia, o di Francesco Menzio, che sceglie di affidare il proprio messaggio al libro che sta leggendo. E poi Guttuso, nella posa dell’homo melancholicus, il mento appoggiato alla mano, e con l’inseparabile sigaretta, compagna mai ripudiata che lo porterà alla tomba e Pirandello con la morte tout-court (un teschio, accanto al suo volto spiritato), mentre Sironi, nel pieno della sua stagione classica, si ritrae come un personaggio di Antonello da Messina o come architetto, con i “ferri” del mestiere fra le mani, sullo sfondo di architetture vitruviane e di solidi platonici.
Insomma, ormai dovrebbe essere chiaro, la mostra intende raccontare, talvolta con opere rare e non più esposte da tempo, talvolta invece con vere “icone” ben conosciute, non tanto ciò che l’artista è, quanto piuttosto (proprio come voleva Maurizio Fagiolo dell’Arco) “come l’artista si vede e si considera”.
ELENCO DELLE OPERE
1. La casa del mago
1. Fortunato Depero
La casa del mago, 1920
olio su tela, 150 x 260 cm
Collezione privata, courtesy Galleria Martano, Torino
2. Pellizza da Volpedo
1. Giuseppe Pellizza da Volpedo
Autoritratto nello studio, 1897-1899
olio su tela, 160,5 x 110,5 cm
Galleria degli Uffizi, Firenze
3. Dal Divisionismo al Futurismo
1. Giacomo Balla
Autoritratto, 1902
olio su tela, 59 x 43,5 cm
Collezione Banca d’Italia, Roma
2. Mario Sironi
Autoritratto, 1908 ca
olio su cartone, 51 x 47 cm
Collezione privata
3. Leonardo Dudreville
Come mi sento, 1916
pastello su cartone riportato su tela, 41 x 30
Collezione privata
4. Fortunato m
Io e mia moglie (studio), 1918-1919
carboncino su carta, 350,5 x 310 mm
Collezione privata
5. Fillia
Autoritratto (Alberi e case), 1925-1926
olio su tela, 54 x 44 cm
Courtesy Galleria Narciso, Torino
4. La scuola di pittura
1. Felice Carena
La scuola, 1928
olio su tela, 170 x 318 cm
Collezione privata Banca Toscana, Firenze
5. Casa Balla
1. Giacomo Balla
Autoritratto, 1894
olio su cartone, 34 x 30 cm
Collezione privata
2. Giacomo Balla
Autoritratto disegnando, 1935
pastello e tempera su carta, 37 x 28 cm
Collezione privata, courtesy Galleria Repetto e Massucco, Acqui Terme
3. Giacomo Balla
Auto balsettanta 4, 1946
olio su tavola, 57 x 40 cm
Fondazione Biagiotti Cigna, Guidonia (Roma)
4. Giacomo Balla
Autoballarioso, 1946
olio su tavola, 50 x 35 cm
GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino
5. Giacomo Balla
Primi e ultimi pensieri, 1949
olio su tavola, 32 x 40 cm
Accademia Nazionale di San Luca, Roma
6. Elica Balla
L’officina del pittore, 1940
olio su tavola, 76 x 151 cm
Collezione Laura Biagiotti, Guidonia (Roma)
7. Giacomo Balla
Autoballa, 1947
olio su tavola, 10,4 x 9 cm (con cavalletto originale eseguito dall’artista)
Collezione Molino
8. Elica Balla
L’ultimo ritratto, 1952
pastello su cartone, 12 x 17,5
Collezione privata
6. Presenza-assenza
1. Felice Casorati
Manichini (Natura morta con manichini), 1922-1924
olio su tavola, 87 x 68 cm
Civico Museo d’Arte Contemporanea, Milano
7 Giorgio de Chirico
1. Giorgio de Chirico
Autoritratto con la propria ombra, 1920 ca
olio e tempera su tela, 60 x 50,5 cm
Collezione privata
2. Giorgio de Chirico
Autoritratto dell’artista con la madre, 1921-1922
olio su tela, 65 x 55 cm
Courtesy Farsettiarte, Prato
3. Giorgio de Chirico
Ulisse, 1921-1922
tempera su tela, 90 x 70 cm
Collezione privata
4. Giorgio de Chirico
Autoritratto, 1924-1925
olio e tempera su tela, 75 x 62 cm
Collezione privata, courtesy Galleria dello Scudo, Verona
5. Giorgio de Chirico
Autoritratto (Autoritratto con i quadri), 1930
olio su tela, 72 x 60 cm
Collezione privata
6. Giorgio de Chirico
Autoritratto nell’atelier di Parigi (Autoritratto nello studio di Parigi), 1935
olio su tela, 130 x 75.5
Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma
8. Il purismo: “Valori Plastici” e “Realismo magico”
1. Achille Funi
Autoritratto con brocca blu, 1920
olio su tavola, 39,5 x 36,5 cm
Courtesy Studio d’Arte Nicoletta Colombo, Milano
2. Felice Casorati
Maschere, 1921
olio su tela, 100 x 75,5 cm
Museo e Pinacoteca Civica di Alessandria
3. Giorgio Morandi
Autoritratto, 1924
olio su tela, 47 x 41 cm
Collezione privata, courtesy Galleria dello Scudo, Verona
4. Ferruccio Ferrazzi
Orizia agli specchi, 1925
olio su tavola, 91,5 x 68 cm
Collezione privata
5. Francesco Trombadori
Autoritratto, 1932
olio su tela, 73 x 57 cm
Collezione Donatella Trombadori, Roma
6. Francesco Trombadori
Fanciulla nuda, 1934
olio su tela, 100 x 70 cm
Civica Galleria d’Arte Moderna “E. Restivo”, Palermo
9. Vite parallele: Antonietta Raphaël e Mario Mafai
1. Mario Mafai
Il modello, 1933-1934
olio su tela, 130 x 155 cm
Collezione privata
2. Mario Mafai
Il candelabro (Natura morta con lucerna a nove bracci), 1935
olio su tela, 77,5 x 100 cm
Collezione privata
3. Mario Mafai
La comparsa, 1937
olio su tela, 100 x 80 cm
Collezione Claudio e Elena Cerasi, Roma
4. Mario Mafai
Modelli nello studio, 1940
olio su tela, 164 x 125,5 cm
Pinacoteca di Brera, Milano
5. Mario Mafai
Natura morta con maschera, manichino e abito rosso, 1940
olio su tela, 94 x 53,3 cm
Collezione Silvano Lodi, Campione
6. Mario Mafai
Manichino con ventaglio rosso, 1940
olio su tela, 62 x 39,5 cm
Courtesy Galleria Narciso, Torino
7. Mario Mafai
Natura morta con candelabro, 1943
olio su tela, 45,5 x 70,2 cm
Courtesy Galleria Narciso, Torino
8. Antonietta Raphaël
Mafai con i pennelli, 1943 ca
bronzo, h. 66 cm
Collezione privata
9. Antonietta Raphaël
Autoritratto con tuta blu, 1949
olio su tavola, 78 x 64 cm
Collezione privata
10. Antonietta Raphaël
Idolo negro, 1963
olio su tela, 60 x 50 cm
Courtesy Galleria Narciso, Torino
11. Antonietta Raphaël
Omaggio a Mafai, 1965-1966
olio su tela, 200 x 150 cm
Collezione privata
10. Gli affetti
1. Piero Marussig
Autoritratto con la moglie, 1911
olio su tela, 60 x 50 cm
Collezione privata
2. Ferruccio Ferrazzi
La Pixide, 1923
olio su tavola, 72 x 48 cm
Galleria d’Arte Moderna, Genova Nervi
3. Gino Severini
La famille du pauvre Pierrot, 1923,
olio su tela, 101 x 65,5 cm
Collezione privata, courtesy Galleria dello Scudo, Verona
4. Nella Marchesini
Annunciazione (Autoritratto con il padre), 1925 ca
olio su tavola, 101 x 121 cm
GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino
5. Felice Carena
Autoritratto con l’amico spagnolo, 1930
olio su tela, 100 x 80 cm
GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino
6. Gisberto Ceracchini
Autoritratto con ritratto della madre, 1932
olio su tela, 73 x 72 cm
Collezione Franco Rossi, Montepulciano
11 e 12. L’atelier, le modelle, i modelli
1. René Paresce
Autoritratto, 1918 ca
olio su tela, 65,4 x 54 cm
Factorit SPA - Società di factoring delle Banche Popolari Italiane
2. Primo Conti
Autoritratto con lo specchio, 1921
olio su tela, 60 x 50 cm
Fondazione Primo Conti, Fiesole
3. Italo Cremona
Autoritratto, 1927
olio su tela, 64,4 x 53,5 cm
GAM- Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea,
Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris, Torino
4. Mario Tozzi
La glace (Le bonnet basque), 1928
olio su tela, 81 x 64,5 cm
Collezione Privata Banca Toscana, Firenze
5. Gigi Chessa
Interno, 1928
olio su tela, 110 x 130 cm
Collezione privata, courtesy Galleria Repetto e Massucco, Acqui Terme
1. Alberto Savinio
Le troisième jour (de la création), 1929
olio su tela, 73 x 60 cm
Collezione privata
2. Gino Severini
Nature morte, 1929
olio su tela, 73 x 60
Collezione privata
3. Achille Funi
Nell’atelier, 1930
olio su tavola, 60 x 60 cm
Collezione privata, courtesy Studio d’Arte Nicoletta Colombo, Milano
4. Giovanni Colacicchi
Autoritratto, 1932
olio su tela, 64 x 48,5 cm
Collezione F. Colacicchi, Firenze
5. Carlo Levi
Ritratto di Filippo De Pisis, 1933
olio su tela, 60,7 x 50 cm
Fondazione Carlo Levi, Roma
6. Filippo de Pisis
Figura nello studio, 1937
olio su tela, 65 x 54 cm
Collezione privata, courtesy Claudia Gian Ferrari, Milano
7. Italo Cremona
Lo studio, 1937
olio su tela, 61 x 46 cm
Collezione RAI-Radiotelevisione Italiana
8. Alberto Ziveri
Lo studio, 1938
olio su tavola, 92 x 80 cm
Collezione privata, courtesy Archivio della Scuola Romana, Roma
9. Orazio Amato
Interno dello studio al Corso Vittorio Emanuele, 1945
olio su tela, 50 x 40 cm
Collezione Giulio Carreras, Napoli
10. Achille Funi
Lo scultore, 1949
olio su tela, 91 x 73,5 cm
Pinacoteca Civica, Collezione Verzocchi, Forlì
11. Gianni Vagnetti
Il lavoro del pittore, 1949
olio su tela, 90 x 70 cm
Pinacoteca Civica, Collezione Verzocchi, Forlì
12. Fausto Pirandello
Autoritratto con modella, 1950 ca
tecnica mista su cartone, 72 x 96 cm
Collezione Antonio Caruana, Roma
13. Autoritratti simbolici
1. Lorenzo Viani
Autoritratto, 1911-1912
olio su cartone, 98 x 67 cm
Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, Firenze
2. Umberto Brunelleschi
Autoritratto con maschera, 1920
olio su tavola, 60 x 49 cm
Collezione privata
3. Fausto Pirandello
Autoritratto con il teschio, 1920 ca
matita, carboncino su carta, 120,5 x 150,5 mm
Collezione privata
4. Ferruccio Ferrazzi
Autoritratto come Lazzaro, 1922
olio su tavola (irregolare), 41,5 x 41,5 cm
Collezione privata
5. Francesco Menzio
Autoritratto con il libro, 1923 ca
olio su tela, 86 x 83 cm
Collezione privata, courtesy Casa d’Aste Sant’Agostino, Torino
6. Mario Sironi
Autoritratto (L’architetto), 1922-1924
matita su carta, 32 x 24 cm
Fondazione Antonio Mazzotta, Milano
7. Mario Sironi
Busto d’uomo, 1922-24
olio su cartone, 50 x 40 cm
Collezione privata, courtesy Claudia Gian Ferrari, Milano
8. Carlo Levi
Il letto (A letto), 1929
olio su tela, 46 x 38 cm
GAM- Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino
9. Renato Guttuso
Autoritratto con sigaretta, 1936
olio su tela, 49 x 60,5 cm
Galleria Civica d’Arte Moderna “E. Restivo”, Palermo
10. Gianfilippo Usellini
Autoritratto, 1937
tempera grassa su tavola, 80 x 50 cm
Collezione privata
11. Alberto Ziveri
Autoritratto come guardia svizzera, 1942
olio su tela, 40 x 32 cm
Collezione privata
12. Ottone Rosai
Autoritratto, 1942
olio su tela, 60,4 x 50 cm
Courtesy Farsettiarte, Prato
13. Ottone Rosai
Autoritratto, 1944
olio su tela, 60,5 x 50 cm
Courtesy Farsettiarte, Prato