a cura di Bärbel Vischer
From Russia with love, a cura di Bärbel Vischer, è la mostra che la kunst Merano arte ospiterà dal 14 luglio al 23 settembre 2007.
FROM RUSSIA WITH LOVE può essere letto come allusione autoironica allo sguardo dell’Occidente che si dirige sull’arte contemporanea russa: Mosca continua a essere un catalizzatore della scena artistica russa e qui trova anche la sua espressione il mercato dell’arte che sta esplodendo in tutto il mondo.
Nel titolo si nasconde inoltre, con grande semplicità, un ulteriore monito: l’istante della commozione. Nel titolo “From Russia with Love” è presente l’aspetto del movimento. Fino al 1914 esisteva un treno diretto tra Merano e San Pietroburgo. In effetti, anche in Sudtirolo è poco risaputo che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento numerosi russi, tra cui anche parecchi intellettuali e rappresentanti della nobiltà, soggiornavano a Merano, affascinati dalla mondana città di cura.
La mostra presenta gli sviluppi più attuali in campo artistico e traccia, attraverso una selezione di opere fotografiche e video d’artista, le tappe fondamentali della trasformazione dei valori tradizionali. Gli artisti si confrontano con i concetti di società, identità, cultura e cercano di definire e di interpretare simboli e valori.
Il percorso espositivo vuole suscitare una discussione non sulla Russia o su stereotipi specificamente russi, bensì sulla trasmissione di cultura e identità all’interno di un sistema politico e sociale e su modelli di pensiero e di comportamento, da questo sistema influenzati, che si trovano in un processo permanente di adattamento e trasformazione.
Victor Alimpiev agisce sui piccoli gesti e percepisce sensazioni personali e momentanee. L’attenzione ruota attorno all’individuo e al collettivo, una sorta di tacito rimprovero della labile relazione che intercorre tra singolo e collettività nel mondo russo. Il video “What ist the name of the Platz?” (2006) mostra ancora una volta la predilezione di Alimpiev per il teatro, la ritualità e le azioni performative così come il suo particolare interesse per la relazione tra figura e spazio, la cui tridimensionalità viene da lui ulteriormente sottolineata: l’intera scena è immersa in una colorazione ridotta e lo sfondo è stato completamente eliminato attraverso la tecnica del chroma key. “What ist the name of the Platz?” consiste in primi piani apparentemente intimi e si rivela attraverso l’interazione e la tensione che si forma all’interno di un gruppo di quindici persone.
Il Video „Welcome“ (2004) presenta Vika Begalska e il suo insegnante di inglese nigeriano. Davanti all’obbiettivo si consuma una situazione opprimente che viene alleggerita da una ragazzina che commenta con delle smorfie alcune scene. Viene inscenato uno scambio di ruoli che confonde e solleva diverse questioni. Il suo insegnante Barry, assume il ruolo autoritario. Istruzioni insensate e concetti generali come “nazionalità”, “famiglia” o “religione” sono al centro della riflessione. Realtà e finzione si mescolano l’una con l’altra. L’aspetto non controllato e performativo dell’azione è immanente. Qui vengono superati confini fisici e psichici. Davanti alla videocamera si sviluppa una situazione angosciante che viene alleggerita da una ragazza che commenta alcune scene con delle smorfie. Entrambi gli attori imitano modelli comportamentali influenzati da fattori sociali e politici. Lo scambio di codici porta ad affrontare problematiche evidenti e nascoste. Partendo da una misura pedagogica adottata in Nigeria, l’uso del bastone di canna per picchiare, si giunge al tema della precaria situazione degli immigranti e del razzismo latente.
Olga Chernysheva camminava per le vie del centro di Mosca imbracciando la telecamera, quando è incappata in una scena dal sapore grottesco e indiscutibilmente occidentale. Nel video “March” (2005) vengono presentati una serie di ragazzini di circa 10 anni vestiti in divisa che marciano accompagnati dalla banda e da un gruppo di ragazzine vestite da cheerleader in occasione dei festeggiamenti per la candidatura ai giochi olimpici del 2008.
Sullo sfondo si librano nell’aria palloncini con i colori della federazione Russa, che rappresentano anche i colori della città. I palloncini altro non sono che un mezzo pubblicitario per la Sony e Gasprom - ex multinazionale russa che oggi è il maggior datore di lavoro del paese e al contempo un “sinonimo di corruzione” (Jürgen Roth, Der Spiegel). “March” mostra un’istantanea della vita quotidiana e rivela tuttavia uno sguardo più profondo sulla situazione della società russa di oggi nella fase della leggerezza tra l’eredità storica segnata dal comunismo e gli sviluppi politici attuali. “I serve Russia” è lo slogan con cui i partecipanti alla parata vengono alla fine congedati.
Vlad Bulatov, Natalia Grekhova, Olga Inozemtseva e Alexey Korzukhin sono i membri del gruppo Where Dogs Run e lavorano negli ambiti più diversi, dalla scultura alla performance.
Il video “Way” rappresenta in un’unica inquadratura la vastità sconfinata di un paesaggio invernale. Passo dopo passo quattro persone attraversano la scena. Ognuna di esse porta con sè una falce che viene mossa nella neve, come se stesse tagliando del grano. La falce è il simbolo della raccolta, del tempo e della morte.
“Way” assomiglia nel suo misterioso simbolismo a un racconto favoloso che rasenta la maliconia e attraverso un linguaggio di immagini ridotto delinea una metafora che rimane impressa nella memoria.
Anna Jermolaewa mette a fuoco un mondo iperculturale di oggetti che, staccati dal contesto storico e dal posto cui appartengono e privati del loro significato contestuale, attraverso la produzione di massa e il processo di globalizzazione sono stati indifferentemente collocati uno accanto all’altro. Jermolaewa lascia parlare il mondo delle cose e crea un teatro di marionette, i cui fili invisibili vengono mossi da lei stessa. Preferibilmente fa compiere ai diversi oggetti delle azioni pressoché assurde con un’intenzione ironica. Al contempo, Jermolaewa collega diversi piani di significato, progetta spazi narrativi fittizi o individua segni e simboli quotidiani, che sa mettere bene in evidenza. Il video “Berretto di pelliccia” (2005) è un simbolo dalle connotazioni culturali, qui un’espressione di identità socioculturale in Russia, dove questo grazioso copricapo appartiene alla quotidianità. Nei mesi invernali caratterizza l’immagine della città moderna così come l’ambiente di campagna e diventa espressione della collettività, uniforme di massa.
Anastasia Khoroshilova coglie il legame interiore dell’uomo con il suo ambiente. I temi che vengono trattati nelle sue monumentali sequenze di immagini sono l’alienazione, l’isolamento o le temporanee condizioni di vita all’interno di un sistema chiuso, di una specifica società introversa, lontana nello spazio e nel tempo. Nella serie “Baltiysk” (2005) Khoroshilova documenta una base navale russa sul mar Baltico. La città portuale di Baltiysk, che conta 33.000 abitanti e che fino al 1946 era tedesca e si chiamava Pillau, per decenni è stata zona militare vietata ed è diventata, con il crollo dell’Unione Sovietica, un’enclave.
Nella serie “Baltiysk“ (2005) la fotografa ha documentato la trasformazione di una base navale sul Mar Baltico che con la caduta dell’unione Sovietica sono diventate un’enclave e fino a un passato nemmeno troppo remoto erano zone militari invalicabili.
La serie fotografica „Breads“ (2003 – 2006) di Anatoly Osmolovsky tratta la questione filosofica dell’esistenza umana e dei valori religiosi nella società contemporanea. Il suo riferimento all’icona, immagine di culto nelle chiese orientali, è sottile ed egli collega quest’ultima con il simbolo più significativo della storia della civiltà universale. I singoli motivi mostrano in forma astratta diversi tipi di pane, che è possibile trovare in Russia, come elementi ornamentali riflessi in se stessi. Osmalovsky è un letterato e usa un linguaggio chiaro e complesso. Le sue parole rimangono nella memoria.
Misha Le Jen gioca nelle sue performance con fantasie archetipiche dell’infanzia, che implicano la mistica dell’avventura, la passione per il sogno, la felicità comune nel gruppo, la gioia di essere indipendenti. Le sue opere, che si basano su idee utopiche, nascono spesso in collaborazione con la ricerca scientifica. È l’utopia della tecnica che collega aspetti storici e visionari, sociali e scientifici, reali e fantastici, nonché politici.
Vlad Mamyshev-Monroe è un maestro del travestimento nelle sue messe in scena per fotografie, film e performance rappresenta personaggi famosi quali Fjodor Dostojevski, Caterina la Grande, Wladimir Iljitsch Lenin, Giovanna d’Arco, Adolf Hitler, Bin Laden, il Papa. Vlad Mamyshev-Monroe gioca con la presenza mediatica delle sue figure e con la contrapposizione di caratteristiche umane. L’idolo personale di Mamyshev-Monroe, come già rivela il suo nome d’arte, è Marilyn Monroe, nel ruolo della quale egli si cala volentieri. Nel video “John e Marilyn” (2005) Vlad Mamishev-Monroe mette in scena un teatro di marionette. I protagonisti John F. Kennedy e Marilyn Monroe vivono come burattini deformati e a ritmo accelerato i momenti della loro relazione amorosa davanti agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.
Accompagna la mostra un catalogo trilingue (inglese, italiano, tedesco) con saggi di Joseph Backstein (Mosca), Valerio Dehó (Bologna) e Bärbel Vischer (Vienna).
Conferenza stampa
venerdì 13 luglio 2007 ore 11,00
Inaugurazione
venerdì 13 luglio ore 19.00
Con il gentile sostegno di
Provincia Autonoma Bolzano – Alto Adige Cassa di Risparmio
Regione Autonoma Trentino - Alto Adige
Ufficio Cultura Italiana – Deutsche Kultur und Familie
Comune di Merano
Cassa di Risparmio
Fondazione Cassa di Risparmio
Azienda Elettrica spa
Acqua Minerale Merano
Athesia, Bolzano
Steigenberger Terme Hotel Meran
Ingresso
Intero € 4,50 - Ridotto (Anziani, studenti, gruppi) € 3,00
Visite guidate
€ 2,00 (solo su prenotazione)
Visite guidate studenti
€ 1,50 (solo su prenotazione)
Informazioni
Merano arte
Tel. 0039 0473 212643 Fax 0039 0473 276147
info@kunstmeranoarte.org -
www.kunstmeranoarte.org
Relazioni con il pubblico
Ursula Schnitzer
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