La Galleria Riccardo Crespi continua la sua attività di ricerca e promozione di giovani artisti internazionali e il 14 dicembre, nello spazio di via Mellerio 1 a Milano, inaugura la mostra collettiva Seeing the invisibile.
Seeing the invisibile presenta 12 artisti internazionali, alcuni dei quali hanno partecipato all’International Studio Programme presso il Künstlerhaus Bethanien di Berlino, che si confrontano in uno spazio definito e cercano di mettere in luce l’ambiguità del concetto di invisibile, a volte in maniera metaforica, riflettendo allo stesso tempo sulla nostra quotidianità, e allacciandosi anche a tematiche sociali.
Gli artisti invitati, alcuni dei quali per la prima volta in Italia, attraverso la loro ricerca sull’invisibilità, inducono lo spettatore a confrontarsi con l’immateriale, con l’idea e con il concetto che anticipa l’opera nella mente dell’artista, per arrivare ad indagare e a riflettere sui molteplici aspetti di ciò che viene considerato Arte perché definito e riconosciuto tale dal proprio sistema di riferimento.
Già nel corso degli anni Sessanta si indagò sul concetto di invisibilità in opere come quelle di Robert Morris, Hans Haacke o Robert Barry, che utilizzavano l’immateriale e pertanto elementi invisibili come vapore, vento o gas nei loro lavori. Oggi altri elementi immateriali come il gossip, il rumore e il suono vengono considerati componenti essenziali ed eloquenti della ricerca artistica contemporanea. Ciò che non è fisicamente visibile, ciò che si nasconde fino a confondersi attraverso la tecnica del camouflage e della simulazione rende stimolante il ruolo dello spettatore, trasformando la fruizione dell’arte in un atto investigativo della razionalità nei confronti dell’immaginazione.
La mostra propone uno sguardo attraverso dispositivi linguistici e mezzi espressivi differenti: fotografia, video, disegno, installazioni, effetti luminosi. Il contesto urbano, le problematiche politiche e sociali, la storia sono al centro delle opere degli artisti invitati; ognuno con un’esperienza e un background culturale differente realizza interventi minimalisti, quasi invisibili nello spazio, fino ad evidenziare ironicamente la differenza tra ciò che viene definito object d’art e oggetto di uso quotidiano.
Shin Il Kim realizza dei disegni che propongono 8 diversi punti di vista, in cui viene rappresentato il movimento rotatorio di una fotografia, per giungere alla realizzazione di un video; Sancho Silva, insieme a John Hawke, realizza un’installazione site specific di fronte all’edificio che ospita la galleria, suscitando irritazione nell’aspettativa del pubblico; stesso proponimento di sfida per Heman Chong la cui opera passa inosservata confondendosi con un oggetto di uso quotidiano, come quotidiani sono gli elementi che Kristina Braein utilizza per la sua installazione. Michel De Broin interpreta il concetto di entropia presentando un oggetto simile ad un frigorifero, invisibile e misterioso all’interno. Fotogrammi sfocati per Charif Benhelima, immagini fotografiche provenienti dal suo background culturale, che rendono le figure umane delle sagome vaghe, dove ebrei e musulmani divengono unità indistinguibili; chiaramente visibile, è invece, il solo contorno dell’ombra di un oggetto reale nel lavoro di Jan Mancuska.
C’è sempre, nella mente di un artista, una particolare visione della propria opera che rimane invisibile; quando un’idea non si riesce a concretizzare, assumendo contorni reali e decodificabili, il pensiero, motore della creatività dell’artista, diventa “una luce che fluttua dietro ad una porta, lasciando tutto alla fantasia dello spettatore”.
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