CINQUE MOSTRE A SATURA
Dal sabato 30 aprile 2005
al mercoledì 18 maggio 2005
Comunicato stampa evento: CINQUE MOSTRE A SATURA
Sabato 30 aprile 2005 ore 17.00
inaugurazione
CINQUE MOSTRE A SATURA
Giancarlo Stoppa, Paola de Santis, Silvia Pasini, Skaiamandi, Maurizio Luerti
a cura di adelinda allegretti
aperte fino al 18 maggio 2005
dal martedì al sabato ore 16.30 - 19.00
chiuso lunedì e festivo
Con il Patrocinio di Provincia di Genova e Comune di Genova, sono cinque le mostre che s’inaugurano a SATURA (piazza Stella 5/1 Genova) sabato 30 aprile 2005.
la < sala maggiore > ospita la mostra personale di Giancarlo Stoppa
Sperimentare. È questo l’imperativo di Giancarlo Stoppa, giovane artista della provincia di Cuneo che per la prima volta si confronta col pubblico genovese.
La sua ricerca, avviata sin dal 1993 con le più tradizionali tecniche pittoriche, a partire dal 1999 si indirizza verso l’utilizzo di materiali presi in prestito dall’edilizia. Questo, unitamente all’analisi ed allo studio di opere di artisti legati al linguaggio informale, in primis Burri, Hartung, ma anche Afro e Vedova, determina in Stoppa un cambiamento di tendenza, ed i dipinti ancora strettamente figurativi lasceranno il passo ad una pittura decisamente personale, completamente svincolata dalla rappresentazione oggettiva della realtà. Proprio a questo periodo appartengono I segni del corpo I (2000) ed il coevo Totem I, in cui intonaci e colle si mescolano sino a creare un amalgama materico, aggettante, quasi un altorilievo, sul quale, in fase di asciugatura, applicare il colore.
È con la fine del 2000 che il bitume entra imperante nella ricerca di Stoppa. È l’inizio di una nuova fase, tuttora in via di sviluppo e destinata a chiudersi soltanto con l’esaurimento del proprio potenziale creativo, in cui egli interviene anche con violenza su tale guaina: tagliato, inciso, quasi scarnificato in alcuni punti, bruciato e lasciato gocciolare (e qui il pensiero vola alle combustioni di Burri ed al dripping di Pollock), il bitume acquista una nuova consistenza, torna a rivivere sotto una nuova forma. La scelta di rifinire tali lavori mediante l’uso di lacche industriali non è casuale, in quanto se da un lato esse garantiscono al supporto materico così ottenuto una particolare luminescenza, dall’altro ne sembrano essere il giusto corollario. Prodotti dell’industria che, debitamente lavorati, sono trasformati dalla creatività di Stoppa in qualcosa di “altro”: ormai svincolati da qualsiasi originaria funzione, ed accompagnati talvolta da brevi composizioni liriche, essi divengono cibo per l’anima e per la mente. (Adelinda Allegretti).
la < sala prima > ospita la mostra personale di Paola de Santis
Le immagini di Paola de Santis sono attraversate da una tensione profonda, capace di tenere unite le vocazioni, pure sensibilmente diverse, che si esprimono nelle due serie di “Caleidoscopi” e “Metamorfosi”. Tale tensione si identifica con lo stesso progetto dell’artista romana di giungere ad una sorta di vertigine dello sguardo, che coinvolge l’autrice e lo spettatore e sancisce la Stimmung di tale relazione.
Il risultato di tale vertigine –percettiva e intellettuale- è davanti ai nostri occhi: è lo spettacolo di spazialità impossibili e disorientanti, siano esse distese di tulipani- i cui colori e le cui forme tornano ossessive- o di foglie o di irriconoscibili squame di pesci. Quasi sempre la materialità dell’organico è, nella serie dei “Caleidoscopi”. Il punto di partenza di tale itinerario estatico (nel significato letterale della ek-stasis) che da un lato utilizza il frammento, esaltato dai primissimi piani e deformato dall’arbitrarietà dei montaggi, e dall’altro sembra sprofondarvi, come accade ad uno sguardo che rimanga ammaliato dall’alterità. D’altra parte tale estetica dell’organico non ha nulla di “classico”. La natura infatti ci viene restituita nella sua originaria asimmetria o simmetria dell’assurdo che a stento i margini riescono a contenere. Forse la memoria che a questo punto ci ricorda un passo della Monadologia non è poi così bizzarra. “… anche nella più piccola parte della materia – scrive Leibnitz – c’è un mondo di creature, di viventi, di animali, di anime. Ogni parte di materia può essere concepito come un giardino pieno di piante o come uno stagno pieno di pesci. Ma ciascun ramo della pianta, ciascun membro dell’animale, ciascuna goccia dei suoi umori è ancora un giardino o uno stagno”.[1] Ciò che potrebbe apparire nelle immagini di Paola de Santis come una gratuita (nel senso dell’immotivato) manipolazione della parzialità è in realtà si uno straniamento, ma esso consegna allo spettatore (o meglio alla sua perizia ermeneutica) nuove. Inedite realtà. Vero che l’artista rivendica il carattere casuale di tale manipolazioni: ma chi può escludere che il frammento porti già con sé il destino di quelle nascoste identità (o entelechie, direbbe Leibniz) che la composizione si limiterebbe a mettere in luce?
Un risultato un po’ diverso- se non erriamo- si registra nelle foto ( o almeno in alcune di esse) comprese nelle “metamorfosi”, forse grazie all’uso e alla forza evocativa dei materiali poveri: Tubi, tavole, corde, reti. Spesso questi paesaggi (come in Tubi) hanno una notevole suggestione e l’autrice vi si aggira con un passo cauto, come uno stalker che penetri nella zona di confine che separa il mondo visibile da quello invisibile. Cosa vi sia dall’altra parte, se si tratti di uno spazio delimitabile, se abbia un centro, questo le immagini non possono dirlo, ma alludono semmai al fatto che questo luogo non è pienamente raccontabile. E come lo stalker di Tarkovskij l’autrice porta nel suo lavoro il cruccio e la sensibilità nervosa che caratterizza ogni autentica esperienza.
(Alberto Cioni).
la < sala colonna > ospita la mostra personale di Silvia Pasini
La materia pittorica elaborata da Silvia Pisani è del tutto autonoma dalle correnti storiche alle quali, per altro, può essere associata. In questa pittrice il pigmento sgorga con una precisa volontà di realizzare mondi alternativi e sostitutivi del magma caotico che appartiene all’espressionismo informale. Questa pittrice sa costruire una pittura di significato, che potrebbe essere letta in chiave spirituale, o addirittura esoterica. Le sue scansioni occupano uno spazio razionale dove convivono momenti diversi, che appartengono a momenti inconsci separati, e che non rispondono quindi a schemi precostituiti. La pittura di Pisani si relaziona in modo duplice con l’irreale, proponendosi da un lato come un astrattismo che allude alla spiritualità, e dall’altro ancorandosi alla concretezza del riconoscibile, e quindi esplicitando una denominazione nei titoli delle sue opere, che delimita volutamente gli spazi interpretativi della rappresentazione. Silvia Pisani riesce ad esprimere una temporalità globale, dove il tessuto del passato confluisce in un presente continuo e solo apparentemente caotico. La matericità, che è l’aspetto più determinante della sua modalità compositiva, indica un’intenzione di approfondimento dell’inconoscibile. In questi lavori di indubbia raffinatezza, la pittrice non dimentica nulla e nulla trascura nell’adempimento della stesura cromatica, che si presenta intelligente e garbata. Amando i gialli, i neri e i bianchi, soprattutto con questi colori l’artista crea movimenti e momenti simbolici, che seguono il percorso visivo di una riflessione o la memoria di un evento. Nel contempo la tensione segnica e la forza ritmica relazionano l’espressione di una passionalità controllata. Il superamento dell’emotività si traduce pittoricamente nell’abile gioco fra luci e ombre, e nella scabrosità della superficie che coinvolge in una trama astratta e mentale l’intento naturalistico, da cui queste composizioni traggono origine. La poetica informale è per Pisani il mezzo comunicativo di una narrazione soggettiva e in parte autobiografica, dove l’esercizio della cultura pittorica definisce nuovi spazi, di volta in volta allegorici o significativamente aneddotici, evitando la deriva dell’irrazionale. L’artista agisce dunque in uno spazio concreto, dove la predisposizione narrativa si traduce in allusioni di immediata trasparenza, poiché l’elaborazione di ogni agglomerato materico e cromatico è il risultato razionale di un processo di trasformazione del reale, le cui tappe sono evidentemente ordinate in una sequenza premeditata all’ottenimento di una struttura compiuta e organica. La forza espressiva del colore è qui coniugata in frantumazioni e bagliori che si ricompongono in una spazialità definita che costringe i flussi segnici e cromatici verso il centro della tela, seguendo l’andamento ripiegato delle linee dinamiche. Questa modulazione dei rimi cromatici può anche alludere a un allargamento verso l’esterno della tela, ma l’attenzione visiva resta sempre e ineludibilmente attratta dal fuoco centrale dell’immagine, suggerendo più l’idea di un’implosione vorticosa che di un’espansione spaziale. In realtà questo dato conferma visivamente l’intenzione introspettiva dell’autrice, e agisce sulla comprensione di chi guarda in tutta evidenza. Formalizzata più su una domanda che su un’affermazione, più sul ripiegamento riflessivo che nell’anarchia della fuga, questa sperimentazione non rappresenta dunque un momento di crisi della figurazione, ma piuttosto la ferma intenzione di scrivere visibilmente l’evidenza dell’indicibile. (Vittorio Sgarbi).
(tratto da “I giudizi di Sgarbi. 99 artisti dai cataloghi d’arte moderna e dintorni”, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano 2005, p. 156)
la < sala il pozzo > ospita la mostra personale di Skaiamandi
Vivendo completamente immersi nella natura, ai piedi del Monte Rosa, in uno scenario mozzafiato scandito da alberi secolari, possenti ed al contempo pullulanti di vita, in cui il verso degli uccelli, l’abbaiare dei cani ed il frusciare delle foglie sembrano costituire i soli “rumori” di sottofondo, viene da pensare che è del tutto naturale il fatto che gli Skaiamandi facciano della foresta e del sottobosco il punto d’avvio per una ricerca ancora tutta in via di sviluppo. E non poteva risultare più indovinato il termine che Lorenzo Bonini ha coniato in occasione della loro prima mostra milanese della mostra, tenutasi presso la Galleria Schubert, ovvero “Arte della foresta-azione”. Non a caso quello di Anna Pastore e Selletti Franco -in arte Skaiamandi- vuole essere un vero e proprio omaggio alla Natura, ai suoi colori, alle emozioni che riesce a regalare a chiunque abbia un animo sufficientemente sensibile. Ed è straordinario il modo in cui il duo della Valsesia riesce a trasmettere e riversare tutto ciò in un materiale di per sé “freddo” e “rigido” come il plexiglas. Dapprima scaldato ed in un secondo momento ripiegato su se stesso, tagliato e deformato, il plexiglas viene poi dipinto con i colori e le tonalità proprie del sottobosco. Alle pennellate di verdi, di marroni e di rossi -a richiamare i colori dell’autunno-, ma anche di gialli e di ori -ad emulare i raggi del sole che fanno capolino tra i rami degli alberi-, si va ad aggiungere il fascino discreto di un’illuminazione soffusa che perlopiù promana dall’interno dell’opera, facendone altresì un ricercato oggetto di design. Ciò che ne deriva è una serie di sculture che non imitano la Natura, ma la sublimano.
Poste una affianco all’altra in maniera apparentemente disordinata e persino disagevole, proprio come si trattasse di alberi centenari di una foresta ancora non intaccata dalla mano dell’uomo, tali opere hanno la straordinaria capacità di evocare nello spettatore più sensibile il ricordo di una passeggiata in montagna, del calpestio delle foglie ad ogni passo, dell’odore un po’ acre e pungente dell’humus e, ai più fortunati, consentiranno persino di scorgere, nascosto tra il muschio, quello stesso skaiamandi -folletto dispettoso che secondo la leggenda locale popola i boschi della Valsesia- che ha ispirato il nome al duo. (Adelinda Allegretti).
la < sala portico > ospita la mostra personale di Maurizio Luerti
Tumulilande. È da qui, dalla terra, che prende avvio la complessa ricerca artistica di Maurizio Luerti. Plasmata e modificata dall’uomo, proprio come i tumuli di zolle d’erba di tolkieniana memoria, dalla primitiva manipolazione della terra alla sublimazione del pensiero il passaggio è lungo, interminabile. È la lenta evoluzione umana e, come un archeologo che scava nella memoria, Luerti ne ripercorre le tappe fondamentali.
Non stupiamoci allora se il Primo reperto (1992), realizzato non a caso interamente con la creta, reca in sé segni appartenenti ad un immaginario linguaggio arcaico, formalmente desunto da testimonianze precolombiane e poi da queste fantasticamente elaborato. Solo appena accennati i tocchi di colore.
Man mano che la ricerca avanza la creta lascia lo spazio al das, che Nel centro – prima fusione (1993) arriva a formare un unico corpo col rame. Le forme si mantengono pulite, essenziali, ancora arcaiche eppure intrise di connotazioni simboliche, come nella coeva Stele. Un ulteriore salto evolutivo avviene con Le tavole (1994): fa la sua apparizione il cemento, ma quell’alfabeto di arcaica ed arcana memoria è ancora lì, peraltro in una rinnovata valenza evidenziata da chiari rimandi alla Legge divina.
Con il passaggio al nuovo millennio la luce fa la sua comparsa. Contaminazione (2002) ne è il primo esempio ed è qui che compaiono i leds e, conseguentemente, l’effetto luminoso. Ma Luerti non si è fermato a questo. In realtà tale effetto è solo un mezzo per far sì che l’opera interagisca col mondo circostante. È il software dedicato l’unico, vero protagonista dei nuovi lavori, quello che lo stesso Luerti definisce ratio operandi e che acquisisce informazioni, le memorizza e le rielabora sotto forma di nuove soluzioni luminose. È l’arte che si fonde con l’elettronica.
Un’evoluzione inarrestabile e destinata ad un nuovo capitolo, in cui le singole opere saranno in grado di acquisire memoria elettronica e di comunicare tra loro. La ricerca continua