Paolo Grassino / Dettaglio evento





Comunicato stampa evento: La morte ti fa bella

a cura di
Norma Mangione, Ivan Quaroni

Noi ci incontriamo col corpo nel momento in cui si spappola, cioè ab initio.
Nel momento in cui esso è cervella, testicoli, vagina, fegato, reni, il volto grifagno,
l’alito fetido. Quando ciò che lo divora appare. Mysterium tremendum!
(Manlio Sgalambro –Trattato dell’età)


Senza dubbio il teschio è la testimonianza più ricorrente, anche se non unica, della Vanitas nella Natura Morta, ma il tema del Memento mori non può ridursi a mera rappresentazione macabra del disfacimento organico, senza adombrare il motivo del Tempo che, per paradosso, finisce per indurre taluni a preferire il Carpe Diem.
Nelle Confessiones agostiniane si legge: Tanta vitae vis est in homine vivente mortaliter! (Facoltà immensa di vita nell’uomo che vive per morire!). Una considerazione che avrebbe portato la filosofia ad insistere con tale accanimento sulla questione della morte da farlo diventare un tema trito. Addirittura nel Trattato dell’età Sgalambro scrive che “la parola ‘morte’, in filosofia, emette il suono che ha la parola ‘amore’ in un bordello”.
Verrebbe da dire che il tema della morte in filosofia ha “fatto il suo tempo”, secondo la massima kantiana per cui “le cose hanno quel tanto di realtà che consente loro di essere distrutte”.
Non così nell’arte contemporanea, dove il tema iconografico del teschio sopravvive senza assumere ogni volta il significato di memento mori. In alcuni casi, l’allusione alla morte passa in secondo piano e il teschio diventa puro grafema, pittogramma di valore segnaletico o persino elemento decorativo, insomma, segno ricorrente e fortunatissimo, sdoganato dal cinema e dalla cultura rock. Cos’hanno, infatti, in comune un teschio su una T-Shirt dei Motorhead e un cranio dipinto da Brueghel il Vecchio? Nulla. L’uno è un segno di riconoscimento sociale, la carta d’identità di una sub-cultura e di un gusto musicale, che allegramente se ne infischia del memento mori, preferendogli appunto il carpe diem, l’altro è il simbolo del tempus fugit e del consummatum est, la rappresentazione feroce della morte e dei devastanti effetti che, complice la clessidra del tempo, essa porta con sé. Sarebbe scorretto pensare che ogniqualvolta, nell’arte contemporanea, appaia un teschio, esso stia a significare quello che ha sempre significato. Oggi il teschio è non solo simbolo o metafora, ma anche segno, segnale, codice. Lo si usa con la stessa leggerezza con cui si usa l’immagine del cuore. E’ diventato, si può dire, un luogo comune del nostro immaginario…
In Skulls (2004) di Nicola di Caprio, episodio del work in progress Second Skin, sorta di campionario di foto di persone fermate per strada dall’artista, che indossano T-shirt rock, l’iconografia heavy metal e punk del teschio diventa parte di un codice espressivo che permette all’individuo di essere riconosciuto attraverso i suoi gusti musicali.
Una rivisitazione ironica e inquietante del tema della Vanitas è l’opera di Robert Gligorov intitolata Verrà la Morte, dove una coppia di lumache col guscio a forma di teschio sembra alludere al destino lento, ma inesorabile che attende ognuno di noi.
Con Germe latente (2004), Federico Guida si rifà apertamente alla tradizione pittorica del Seicento, ai memento mori di De Latour o di Ribera, introducendo, rispetto ai maestri del passato, l’eleganza tipicamente dandy del suo stile. Nel dipinto di Guida il germe latente (della morte) si rivela, alla fine, sotto forma di teschio, mentre si disgrega l’oro di antichi fasti. Perfetta sintesi di decadenza ed alchimia, il Teatro anatomico (2003) dell’artista, gastronomo e giardiniere Paul Renner, rielegge l’orrida e affascinante lezione degli ossari barocchi, quello del convento dei cappuccini di Palermo in primis.
Marco Fantini, nel suo Dead Line (2004), impiega il teschio come pittogramma, come grafema che, alla stessa maniera del suo Mickey Mouse, si slega dal suo significato letterale. L’artista, infatti, usa l’iconografia del teschio come occasione per indagare i confini della pittura, talora recuperando, come in questo caso, il linguaggio tipico del fumetto.
“Mi piacciono le opere d’arte che hanno al proprio centro un nucleo mitologico, cioè qualcosa di canonico talmente forte che è di per sé significante”, ha detto in un’intervista Massimo Kaufmann, una frase che aiuta a comprendere gli studi e i dipinti quasi monocromi che l’artista ha realizzato nel 1994, dedicati all’anatomia umana, in cui parti del corpo non casuali (cranio, cuore, cervello…) sembrano simboleggiare l’interiorità dell’uomo.
Tony Oursler, conosciuto in tutto il mondo per le sue installazioni multimediali, considera centrale per il suo lavoro la pittura e l’opera su carta, i cui temi richiamano le stesse ossessioni dei video. Dagli anni ’70 a oggi ha creato centinaia di carte, i cui soggetti principali sono strumenti tecnologici e simboli di morte, come teschi o scheletri, che sembrano estratti da qualche atlante di medicina.
Le metafore della contemporaneità dipinte da Gabriele Arruzzo contaminano l’iconografia dell’arte del passato con elementi provenienti da altri ambiti, dalla grafica al fumetto, dalla letteratura all’attualità. In senza titolo (memento), del 2004, compaiono le vanitas tradizionali, un teschio e una rosa, e compare la pittura, come una mano del pittore entrata nel quadro, nell’atto di dipingerlo.
Skull di Andrea Chiesi è un lavoro particolare, sorta di mediazione tra il lavoro sull’archeologia industriale e quello, più recente, di paesaggi bui e desolati che in qualche modo riflettono l’interiorità dell’artista. Il teschio è qui un “memento mori contemporaneo”, come lo definisce Chiesi, un simbolo mutuato dai cartelli anti-infortunistici alla grafica di gruppi musicali punk, rock o metal, come Death in june, Ministry o Rancid, gruppi diversi, a volte antitetici tra loro, ma accomunati dal simbolo di cui Chiesi, come loro, si è appropriato e che ha decontestualizzato.
Le fotografie della giovane tedesca Claudia Grassl, che fanno il verso ai servizi di moda delle riviste più trendy, ritraggono giovani, bambine o ragazze-madri nei loro ambienti quotidiani e familiari. Il bagno della casa in Ivy and her guitar, con una grande bandiera dei pirati-tenda per doccia e un copri-wc leopardato, lascia immaginare un ambiente punk e un po’ sregolato.
Tutto il lavoro di Paolo Grassino è un’allegoria del tempo, della trasformazione continua nella vita di persone, animali e cose, i cui resti si confondono, si mischiano per diventare nient’altro che spazzatura. Il materiale industriale e colorato, la spugna sintetica che compone i suoi lavori stride con soggetti, come teschi, ossa o scheletri, che evocano la morte e la natura.
Anche Paolo Gonzato fa un lavoro di “taglio e cucito” di un materiale industriale, in questo caso però usando fogli di sacchetti di plastica, con cui crea ironici patchwork di polietilene. Nella sua “pittura” fredda, lucida e dalle tinte pastello compaiono profili di montagne così come dentiere o teschi, che ben poco hanno a che fare con la morte.
Le sculture “ciniche” di Bertozzi e Casoni, contaminano un’antica tecnica artigianale, quella della ceramica, con le tecnologie più moderne, come la stampa-laser. In esse scatoloni di Brillo, cassonetti della spazzatura diventano habitat e parco-giochi di scimmie o altri animali. Alcuni dei loro lavori, come quelli della serie Avanzi, dedicati al tema della caducità, hanno espliciti rimandi alle vanitas barocche.
Infine ecco l’unica opera che non rappresenta un teschio, ma che inevitabilmente lo precede. In un momento in cui la decapitazione, che speravamo estinta, torna purtroppo nelle pagine di cronaca, Nicus Lucà ha realizzato con una lampada-corda un cappio, che pende, luminoso e inquietante, dal soffitto della galleria, attorniato dai teschi degli altri artisti.