Patrizia Novello / Dettaglio evento





Comunicato stampa evento: Ritmi

SPAZIOCOMUNE
piazza Generale C.A. Dalla Chiesa
Cantun Sciatin, Bollate
info: Ufficio Sport e Tempo Libero 02 35005289
e-mail: sport@comune.bollate.mi.it



Ritmi
inaugurazione
sabato 22 maggio, ore 11,30

Mostra ideata da
Ufficio Sport e Tempo Libero - Comune di Bollate

a cura di
Stefano Pirovano e Andrea Dall¹Asta S.I.

in collaborazione con
Galleria San Fedele, Milano

opere di
Pietro Bologna, Massimo Caccia,
Alessia Chiappino,Martina della Valle,
Daniele Ferrarazzo, Andrea Frazzetta,
Enrica Magnolini, Claudia Maina, Stefania Mattarelli, Patrizia Novello, Lorena P. Tarodo,
Claudia Pozzoli, Attilio Tono, Jelena Vasiljev

dal 22 maggio al 13 giugno 2004



INTRODUZIONE AL CATALOGO "RITMI"

L’Assessorato alla Scuola, Sport, Tempo libero e Cultura della Città di Bollate organizza in collaborazione con la Galleria S. Fedele di Milano il progetto espositivo "RITMI" dedicato a 14 giovani artisti.
Con questa mostra s’intende documentare i più originali contributi che la giovane produzione artistica ha fornito durante il concorso "Il Sacro" organizzato dalla storica Galleria S.Fedele di Milano pochi mesi fa.
Ad alcuni di questi autori che si sono particolarmente distinti nel concorso del San Fedele con opere di fotografia, scultura, grafica e pittura, il Comune di Bollate vuole concedere un’ulteriore occasione di esprimersi e di confrontarsi nell’intento di contribuire a costituire e potenziare una rete, un circuito che nell’area milanese promuova, formi e crei giovani artisti.
A differenza dell’edizione "Il Sacro" svoltasi a Milano, l’esposizione di Bollate non è un concorso per opere uniche, ma un’opportunità per l’artista di raccontare se stesso e la sua opera mediante l’allestimento di un piccolo spazio espositivo.
"Ritmi" non è quindi solo una vetrina degli artisti ma anche un momento formativo e di apertura verso quanto si muove nel mondo dell’arte contemporanea.
Auspichiamo, con questa rassegna, di avvicinare sempre più visitatori all’arte contemporanea, troppo spesso ritenuta lontana e distante dal reale, consentendo loro di allargare il proprio sguardo e la propria comprensione sul lavoro ed il messaggio degli AUTORI.
Agli artisti presenti nel catalogo l’augurio che questa performance nella Città di Bollate diventi una significativa tappa nell’emozionante viaggio nel mondo dei segni.


Il Sindaco L’Assessore alla Pubblica Istruzione,
Giovanni Nizzola Cultura, Sport e Tempo Libero
Francesco Vassallo


Ritmi II

Bologna, Caccia, Chiappino, Della Valle, Ferrarazzo, Franzetta, Magnolini, Maina, Mattarelli, Novello, Pozzoli, Tarodo, Tono, Vasiljev.


Anche nei terreni più fertili l’arte matura con lentezza, ma inesorabile determinazione. Cresce insieme alla persona, si evolve, si sviluppa e si mantiene strettamente legata a quella parte dell’uomo che mai cambia nel tempo.

Pietro Bologna, fotografo poco incline all’istantanea, piuttosto sperimentatore di misteriosi codici e di situazioni in precario stato di equilibrio. Esiste un limite al di là del quale ogni immagine acquista una dimensione espressiva propria, aggirando le strutture mentali per comunicare il messaggio unico e sconosciuto per cui è nata. Avviene così che quel che vediamo può significare una sola cosa, solamente quella e questa cosa è esattamente ciò che di unico ha l’opera d’arte. Bologna lavora su questo limite. Lo spettatore riscontra se stesso e il suo mondo per poi oscillare verso cose che non può provare e che come tali esistono solo nella mediazione del racconto.
Di quel racconto, che nasce dall’esigenza di ognuno di diffondere il proprio “libro” interiore, sono frutto anche i lavori di Massimo Caccia, giovane esponente di quella che chiamo antipittura. Una pittura che nega il tonalismo, il chiaroscuro, la presenza materica del colore, le suggestioni della colatura e della materia, per ridurre l’immagine a valori primi e ancestrali. Un’estrema sintesi formale che porta la pittura a dialogare con i colori piatti dei cartoon, con il fumetto, con i cartelloni pubblicitari, con i colori digitali degli schermi a cristalli liquidi. Non solo, il colore è impiegato simbolicamente. Questa radicale scelta stilistica riflette un atteggiamento ironico e provocatorio nei confronti della realtà, che trova riscontro e misura nella ricerca sul contenuto. Il messaggio è calibrato e tagliente, assolutamente definito, al limite del meccanismo verbale. L’antipittura è una pittura che parla e comunica tensione, ma anche un linguaggio pensato per raggiungere più livelli di lettura.
Alessia Chiappino è invece orientata verso la sperimentazione plastica del rapporto tra spazio oggettivo e interiorità. Quanto l’oggetto fisico riesce a diventare traccia? Come l’opera può trasformare l’esperienza nell’atto di comunicarla e, soprattutto, quale esperienza merita di essere raccontata? Il tema è per certi versi, e con le dovute differenze, quello che ha caratterizzato movimenti storici di rottura come l’Arte Concreta, Fluxus o la Land Art, ma il modo di affrontarlo trova contatto con l’attualità nell’estrema pulizia formale e nel rigore operativo, nella ricerca di attribuire all’oggetto una benefica patina di inviolabilità. Lo dimostrano l’impiego della luce, la precisione nelle finiture, e ancor di più i nastri di scrittura che, stesi a mano libera con ossessiva pazienza, l’artista impiega in alcune sue opere. Elementi che formalmente riconducono a una sorta di dimensione lucida e fotografica in cui la realtà tende alla perfezione. Una perfezione alla quale, ormai, siamo quasi tutti immuni, così come al fatto di essere noi stessi oggetto dell’immagine. Senza con questo voler nemmeno sfiorare l’affascinante tema dei reality-show o quello del diritto privacy, Martina Della Valle sposta la nostra attenzione sulla presenza della fotografia in quanto oggetto, facendo migrare la stessa lontano dai supporti fisici su cui siamo abituati a vederla. Grazie anche alla stampa a emulsione, lo scatto raggiunge la superficie degli scenari domestici che l’artista ha deciso di indagare. I supporti diventano anch’essi parte dell’immagine, con le loro storie, la loro vita, la loro memoria. Se, ad esempio, Della Valle vuole raccontare la storia di un tavolo, lo fa trasferendo sul tavolo l’immagine del piatto che su di esso è stato posato in un determinato momento. Quasi fosse la memoria dell’immagine a prendere corpo. E’ una rivelazione di luoghi e cose “che pensano”, in cui la presenza dell’uomo è resa implicita anche dietro l’obiettivo della macchina. Un clima simile si respira nelle opere di Daniele Ferrarazzo, anche se nel suo caso il valore concettuale dell’oggetto è decisamente più accentuato e il rapporto con il passato è spinto verso l’indagine antropologica. Scrive l’artista a proposito della propria esperienza professionale e creativa: “Il lavoro con le persone, con i ragazzi nelle scuole, negli istituti riabilitativi, nelle carceri e nelle comunità di recupero, il dialogo con loro e tra loro attraverso i suoni e i rumori… l’intreccio e l’integrazione di questi con altre libere tecniche espressive… ogni forma di comunicazione positiva che deriva da questo è forma creata dal mio lavoro sulla Libera Creatività. L’immaginazione e il recupero di una loro identità culturale, sia individuale che collettiva, è forma della mia arte, del mio fare arte, della mia concezione di Arte. Del mio lavoro.” Se in questo caso l’arte diventa un modo per rendere un senso più profondo all’esperienza personale - oppure la ragione intrinseca di un particolare percorso di vita - per Andrea Franzetta la fotografia è più semplicemente un modo di vivere il paesaggio, di possederlo, di scoprirlo attraverso l’osservazione. Quello dell’istantanea, nell’epoca dell’immagine/movimento, è un linguaggio che ancora affascina per la sua capacità di sovrapporre al dato oggettivo, qualcosa che è molto simile a una raffinata forma di giudizio. In maniera allusiva certo, e proporzionale alla sensibilità dell’occhio che fotografa, ma con una tale chiarezza da diventare essa stessa fedele impronta della mentalità dell’autore. Del resto, uno dei concetti cardinali del secondo Novecento - quello di ready made - implica lo stesso atto spontaneo di nominazione che ogni fotografo, a volte inconsciamente, compie nei confronti della realtà. Selezionare, parzializzare, delimitare per estendere se stessi oltre la bidimensionalità, in una prospettiva temporale che tende, teoricamente, all’eterno.
Enrica Magnolini segue in maniera evidente la strada del racconto personale, della ricerca sulla propria identità. A volte il soggetto dell’immagine fotografica è l’artista stessa, altre lo sono occasionali comparse, attori in prova di una storia ancora da compiere. L’indagine sul soggetto è una corda tesa tra il ritratto e il paesaggio umano. L’uno percepito come ricerca formale in cui il corpo si manifesta in una sensuale intimità fatta di sguardi negati e particolari chirurgici, l’altro, più profondo, ottenuto attraverso l’ambientazione domestica e quell’odore umano che ogni casa esala. Una fotografia dai tempi lunghi, decisa a far apparire il racconto oltre l’immagine e a sostenere il precario equilibrio tra valore visivo e pregnanza di significato. Essere nell’opera può dunque significare un fatto biografico, oppure, come per Claudia Maina, un’esperienza diretta e immersiva a cui esporre l’osservatore. Nell’installazione, come nella scultura e in quasi ogni forma di teatro, il tableaux vivant si costituisce con la presenza viva di colui al quale l’opera è destinata. Esso diventa parte dell’opera, componente indispensabile alla sua completezza. Non basta osservare, bisogna sentire, essere presenti, essere all’interno. Esperire l’opera è diventare complici della sua creazione - e dilatarla oltre il suo confine fisico. Qui, più che altrove, incombe la presenza dell’artista. La fragilità, il suono, la volatilità, la mutazione, sono gli strumenti che Maina impiega per calarci in un paesaggio visivo fatto di spazialità e leggeri accordi emotivi.
Di fisicità si occupa anche Stefania Mattarelli, ma in un senso del tutto diverso. La sua è una fisicità che cerca di scoprire il senso del trascorrere del tempo attraverso i segni che il tempo lascia sul corpo umano. La memoria è un sedimento sulla superficie del corpo, una questione epidermica. Una memoria emotiva, che scava le rughe come segni, come se fosse l’uomo l’autore di sé stesso (l’umanistico “quisque faber est fortunae suae”) e il corpo il luogo dove l’insieme delle vicende umane si raccontano (fisionomica, altra pratica rinascimentale). La bellezza viene intesa come un valore essenzialmente etico, tanto nell’uomo, quanto nell’arte. Una strana specie di scrittura, che si mescola con quella tracciata a china o incisa sulla fotografia, indecifrabile, perciò simbolo di questo profondo parallelismo tra idea e segno, tra vita interiore ed esteriorità. Queste le linee di un’osservazione insistita, ostinata, in grado di riempire completamente la superficie dell’opera, quasi soffocandola nell’istintivo bisogno di comprensione e protezione con accomunano l’anziano e il bambino.
Anche nel caso di Patrizia Novello, come in quello di Massimo Caccia, si parla di antipittura. Il gesto creativo maschera se stesso, si guarda allo specchio, si prende gioco della sublimazione della tecnica proprio attraverso la tecnica. Non si tratta, a livello formale, semplicemente di riconoscere la bontà del tratto, o la veridicità di una superficie cromatica, ma piuttosto di capire che la capacità mimetica della pittura le permette di passare dall’inganno alla realtà, dalla forma al suo contrario, senza soluzione di continuità, esattamente come si trattasse di un flusso. La pittura è qualcosa di unico che per sua particolare natura, e per il valore che la tradizione le attribuisce, è in grado di porre il messaggio su di un piano concettuale del tutto particolare. Così capita che la pittura simuli la scrittura di un gesso su di una lavagna e la scrittura, a sua volta, comunichi un pensiero al quale non sappiamo in che misura credere, proprio perchè frutto di un inganno formale, di una sorta di occulto montaggio. Come del resto avviene per la comunicazione di massa, dove il livello di attendibilità di un’informazione è verificabile solo attraverso l’esperienza diretta – quindi, nell’immediato, praticamente impossibile da capire per il pubblico.
Niente di ciò nel lavoro di Claudia Pozzoli, artista concentrata sul mezzo fotografico e sulla sperimentazione del vuoto come soggetto dell’immagine. Concretamente impossibile da fissare, il vuoto si materializza nelle fotografie di Pozzoli come qualcosa che proviene da un opposto. Il gesto fotografico è meditativo, denso di riflessione, anche in questo caso decisamente lontano dal concetto di istantaneità. Il vuoto raggiunto è un’intuizione che si ottiene per gradi, un’assenza metafisica da avvertire e da circoscrivere attraverso l’immagine. In questa relazione tra positivo e negativo - una relazione che si riflette concettualmente nell’atto stesso di ricavare l’impronta fotografica - sta, in questa fase, tutta l’elaborazione formale dell’artista. Non si tratta di penetrare un’idea, ma di lasciare che quest’idea entri a far parte dell’opera oppure che in essa riverberi. Come per Lorena Tarodo che con scrupoloso metodo cerca la propria via nella materia e nel modulo grafico. La sua grammatica espressiva è fatta di segni stilizzati e labirinti primordiali che sono come sguardi rivolti all’interno dell’individuo. Alla ricerca delle sue paure, alla scoperta dei suoi limiti, cercando di materia in materia il valore evocativo di ogni elemento. Ed è prorpio su questo piano che il particolare si trasforma, nell’insieme, in qualcosa d’altro, in un’idea superiore e complessa. Attraverso un principio modulare, le parti, quasi identiche tra sé, si fanno insieme, e nell’insieme si stanziano in un territorio confinante con l’astrazione di matrice concreta e l’informale segnico. “Ritmo, movimento e concentrazione”, queste, secondo l’artista, le chiavi per accedere al lavoro.
Attilio Tono è lo spirito critico e la forza espressiva di uno scultore che fa del colore e del valore simbolico della forma i suoi principali strumenti creativi. Tra i materiali preferiti la cera e la ceramica, materiali che dotano il lavoro di una forte componente manuale, di una gestualità che rimane viva anche quando il pezzo si libera dell’artista. La domanda più importante rimane però quella rivolta alla pratica scultorea in sé, come evento artistico che riesce più di altri a resistere alle seduzioni della categoria estetica del “carino” e che deve questa sua maggior purezza alla completa abnegazione che richiede all’artista. Una discussione pertanto aperta sulla possibilità che la scultura ha di svelare nuovi orizzonti estetici, se impostata sull’impiego ragionato del colore. In questo senso una risposta potrebbero darla anche le opere di Jelena Vasiljev, scultrice che della scultura preferisce esplorare il rapporto con il disegno, la fotografia, il video, l’incisione. Il confronto con la tecnica è l’occasione per verificare una misteriosa e ricercata unità stilistica, ma soprattutto una solida unità di significato. Ogni singolo pezzo è il frutto di un unico seme creativo, di un solo compiuto nucleo concettuale. Come gli anelli di crescita del legno, gli elementi che compongono l’opera sono la traccia di un’estensione che significa maturazione, ma che può avvenire solo sulla base di ciò che prima c’era e che nel presente di ogni nuovo anello continua a esserci. La cellula germinale è l’esperienza individuale dell’artista letta e resa paradigma attraverso il filtro di una poesia disillusa, severa e disperata: “Essendo così i lupi, i più difficili da cacciare, come saranno gli uomini?”

Stefano Pirovano

Il sacro
La parola sacro, come mostra la quantità di saggi, esposizioni d’arte contemporanea, film, dibattiti, non è forse mai stata oggetto di riflessione come in questi ultimi decenni, rispondendo, probabilmente, alla domanda di senso di un mondo che sempre più soffre di una sindrome d’indifferenza, di frammentazione, d’insignificanza. E di desacralizzazione, di oblio, di cancellazione di Dio.

Che il sacro costituisca una struttura dell’umano, una componente dell’uomo in quanto uomo, lo dimostrano i miti presenti nelle diverse esperienze religiose. Il “sacro” traduce l’esperienza di una trascendenza avvertita come presenza che eccede i limiti dell’umano. Presenza segreta e misteriosa che s’incarna e abita certi luoghi, oggetti, animali… Impossibile dimenticare l’Olimpo dei greci, montagna sacra in cui soggiornano gli dei, o gli animali degli antichi egizi, portatori di una magica sacralità o ancora le pietre/steli erette sulla terra, come ricorda talvolta la Bibbia, per serbare memoria di un incontro avvenuto tra Dio e l’uomo. I luoghi, gli animali, gli oggetti si fanno incarnazioni, simboli di una presenza, in stretta relazione alla vita dell’uomo. L’incontro con queste realtà segna una discontinuità, un’interruzione che permette di dare forma e senso alla vita quotidiana, che si svolge al contrario sotto il segno della continuità e della linearità. L’epifania del sacro offre un asse di orientamento, un centro in un mondo che altrimenti sarebbe amorfo, privo di senso. Il sacro introduce dunque una disomogenità, avendo sempre a che fare con una separazione, una divisione, come tra il puro e l’impuro, tra lo spazio rituale e lo spazio profano. C’è una soglia, una differenza, una rottura nello spazio e nel tempo.
Il sacro presenta tuttavia un carattere ambiguo. Già il fenomenologo Rudolf Otto, agli inizi del Novecento, coglieva l’essenza dell’esperienza religiosa nel concetto di sacro, esplicitato attraverso due aggettivi, tremens e fascinans. Terrore e fascino: a esprimere il primo, un sentimento d’inaccessibilità, di ripulsa, di minaccia da cui occorre stare lontani, da cui proteggersi. Il secondo, un’attrazione, una beatitudine o ancora una gioia ineffabile. Il sacro manifesta la presenza del Totalmente Altro, la sua maestà e la sua sovrapotenza. La sua radicale novità. Alla sua irruzione, l’uomo vive il sentimento della propria pochezza e limitatezza.
Il sacro è così concepito come l’irruzione di un’alterità, che l’uomo avverte come esperienza affascinante e allo stesso tempo tremenda. Il sacro si manifesta, irrompe. La sua comprensione non può essere riconducibile a un semplice concetto o a una nozione. Consacrato agli dei è contemporaneamente legato a una maledizione, a una dismisura che occorre contenere, limitare, arginare. Il sacro incute riverenza, venerazione, rispetto. Consacrare ed esecrare sono verbi che provengono dalla stessa radice etimologica e che ben esprimono la connaturata duplicità semantica del “sacro”.
In questo senso, tutte le religioni non possono fare a meno del sacro. Cos’è, in fondo, la religione, se non una grandiosa “costruzione”, attraverso la quale l’uomo cerca di contenere l’irrazionale, il mistero, l’imponderabile, per attirarsi il favore del Dio grazie ad atti propiziatori, come riti, feste, sacrifici, offrendo ciò che ha di più caro e prezioso?
Come dominare ciò che non è padroneggiabile? Come controllare l’imprevedibile? Occorre pagare un prezzo. L’uomo dona così in sacrificio vergini, primogeniti, primizie, la vita stessa. Più volte è stato sottolineato il legame tra sacer e sacrificare. E sacrificare vuol dire mettere a morte. Il sacro è legato alla violenza, come ripete René Girard. L’incontrollabile può essere così in qualche modo contenuto e farsi favorevole all’uomo. Bastide ci dice che il sacro è “selvaggio” senza la religione.
Nella tradizione ebraico-cristiana il concetto di sacro cambia radicalmente. Un Dio che è amore è all’origine di tutte le cose. Tutto è dono. La Natura che ci circonda è “creazione” in cui il divino, pur presente, non può essere imprigionato o identificato. L’universo intero canta la gloria divina, dall’uomo alla natura, dai corpi animati a quelli inanimati. Tuttavia, Dio non coincide con le creature. Gli astri del cielo non sono più divinità da venerare, ma segni in grado di orientare la vita degli uomini. Dio si è “ritirato” dal mondo, lasciando l’uomo come custode, reponsabile. La Natura è “desacralizzata”. Dio segue l’uomo nel corso della sua storia, passo dopo passo, come il popolo d’Israele verso la Terra Promessa, perché Dio è buono, non è tremens. Non esige sacrifici, per perdonare gli errori degli uomini. Come un padre, Dio si china su Israele per ascoltarne il grido in Egitto, sfama il suo popolo nel deserto, fa sgorgare l’acqua dalla roccia…
In Gesù, questa esperienza consegnata dalla tradizione ebraica giunge a pienezza. È l’annuncio della Buona Novella. Emerge un “nuovo” luogo del sacro: la carità, la misericordia. Il modo diretto per entrare in relazione col divino è il fratello. Il luogo della rivelazione di Dio è l’esistenza dell’uomo come “liturgia” del prossimo. “Quello che avete fatto ai più piccoli lo avete fatto a me” dice Cristo nel Vangelo di Matteo: la responsabilità etica definisce l’essenza del sacro, il luogo privilegiato dell’incontro con Dio. La capacità di riconoscere la fragilità altrui e di prendersene cura è il criterio per entrare nel Regno dei Cieli, per essere beati. Il bene fatto al fratello è, in ultima istanza, rivolto a Dio stesso. Il sacro trova il suo più alto compimento nella carità, nel perdono. È come se Dio si rivelasse non attraverso una ierofania, ma tramite una domanda: “dov’è tuo fratello?” È l’interrogativo che Dio rivolge a Caino, dopo l’uccisione di Abele. Dio non si rivela manifestando la sua potenza terrificante ma chiamando l’uomo ad amare gli altri come se stesso. L’epifania di Dio è la realizzazione di questa fraternità che nasce dal riconoscersi figli di un unico Padre. È l’obbedienza al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.
Il sacro prende così la forma di una relazione personale. La responabilità etica verso l’altro uomo diventa il luogo privilegiato della manifestazione del sacro. In questo modo, il sacro definisce lo spazio della misericordia verso l’altro. La carità è il vero sacrificio. Il sacro non è più il luogo di una separazione ma della capacità d’intessere autentiche relazioni umane. Meglio, luogo di perdono, di riconciliazione, di comunione.

La mostra Ritmi nasce da un concorso dal tema “Il sacro”, presentato presso la Galleria San Fedele e vinto da Claudia Pozzoli con un’opera fotografica. La giovane artista esprime la sensazione di precarietà e al tempo stesso di grandezza, attraverso fragili gomitoli che appaiono come polveri che si dissolvono su di un fondo bianco. Come se l’idea della morte s’inserisse in un orizzonte di assoluto, di trascendenza, di luce. “Casa filosofica” è il titolo della scultura di Attilio Tono, giunto al secondo posto. Si tratta di un’architettura in ceramica rossa, di cui appare difficile identificare l’identità. Moschea, Tempio, Chiesa, Sinagoga ma anche griglia, prigione, labirinto… Il sacro sembra qui avere bisogno di un luogo fisico in cui essere contenuto, separato dal mondo ordinario. Terzi classificati sono stati Martina della Valle, con un trittico fotografico, dal titolo “Bonsai”, in cui le piccolissime piante sono state fotografate in modo da suggerire imponenza e al tempo stesso inquietudine, quasi esprimessero l’ambiguità dell’esistere umano, e Pietro Bologna, con una fotografia in cui ha rappresentato un paesaggio in cui la natura è completamente trasfigurata dalla luce. Tutto appare illuminato da una luce divina, che avvolge e attraversa misteriosamente tutte le cose.
Le opere in catalogo illustrano come il mondo artistico sia in difficoltà nella comprensione e nella rappresentazione del “sacro”. Potremmo dire che nella maggior parte dei lavori dei Giovani Artisti l’arte interroga il mistero, si fa domanda, ricerca di senso. Il problema è posto. Religioso è l’interrogativo. Non ancora la risposta.

Andrea Dall’Asta S. I.
Direttore Galleria San Fedele

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