Sette artisti attivi sulla scena torinese, in momenti diversi dei rispettivi percorsi di ricerca; sette punti di vista sulla pittura.
La proposta è di creare un’occasione di confronto ravvicinato tra linguaggi apparentemente distinti per rintracciarne il filo comune, partendo da un unico indizio svelato: la condivisione, da parte degli artisti, del medesimo retroterra urbano di una città giunta, anch’essa, al punto di non potersi più sottrarre alla formulazione di una propria identità, proiettata verso il futuro e profondamente legata alla sua storia, inventiva e discreta, come sempre.
In un momento storico in cui l’alternativa potrebbe essere volgere lo sguardo all’Oriente, il Castello di Rivara rilancia con Torino. Confidando nella risposta di altre simili proposte. Aperte all’altrove, ispirate dalle infinite connessioni e contaminazioni che ci offre il nostro tempo, ma declinate in una Koiné comune, sviluppata attraverso un legame imprescindibile con la cultura del territorio in cui matura.
testo di Gabriella Serusi: Beyond Painting/Oltre la pittura, la pittura dell’oltre.
artisti: Salvatore Astore, Guido Bagini, Enzo Gagliardino, Marco Memo, Bartolomeo Migliore, Pierluigi Pusole, Francesco Sena
BEYOND PAINTING/OLTRE LA PITTURA, LA PITTURA DELL’OLTRE
Testo di/Text by Gabriella Serusi
Sono le immagini stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé.
Il titolo di questo breve saggio che accompagna la mostra pensata per lo spazio delle Scuderie del Castello di Rivara, è Beyond Painting, con un’attenzione particolare a quella parola che precede l’oggetto del nostro interesse, la pittura. Fra le numerose opportunità di traduzione offerte dal mio dizionario Inglese/Italiano alla voce inglese “beyond”, ho scelto istintivamente l’italiano “oltre” con l’intenzione di suggerire allo spettatore/lettore, l’urgenza che questo linguaggio ha, oggi più che mai, di espandersi e conquistare nuovi territori dell’immaginario, di sfidare continuamente se stessa e la propria iconografia per stare al passo coi tempi, di mostrarsi contemporanea rispetto ad altri medium, senza per questo smentire la propria natura meditativa e solitaria. Lo spazio dell’oltre pittorico è certamente abitato dalle nuove tecnologie che al pensiero dell’arte hanno prestato braccia più possenti e gambe più veloci ma la pittura, contrariamente a quanto avrebbero voluto farci credere, non ha mai smesso di interessare né il pubblico né il mercato dell’arte, né tantomeno gli artisti. Allo sbocciare del terzo millennio, il linguaggio pittorico si presenta come un percorso fatto di molte strade che s'intrecciano con l'attualità e con il mondo. La realtà globale - quella in cui viviamo - ha obbligato gli artisti a confrontarsi con il loro ruolo e ad abbandonare vecchi preconcetti, accettando con ironia e spirito critico il lato sinistro di un processo inesorabile di riposizionamento dei confini geopolitici, di accelerazione della comunicazione e di massificazione dei desideri e delle idee. In questa fase di apertura e condivisione del pianeta, il mondo è diventato un piccolissimo villaggio dove tutto è a portata di mano. Il mestiere dell’artista è quindi, per certi aspetti, ancora più complesso e difficile da fare e da analizzare, immesso com’è in un sistema di confronto continuo e di competizione su larga scala. Il “Realismo globale” è, in questo senso, una condizione che sta alla base della produzione artistica odierna ma che non esprime necessariamente uniformità di visione; è un territorio allargato all’interno del quale l’opera acquisisce il suo significato individuale e “locale”. Di fronte al moltiplicarsi delle possibilità dell’immaginario visivo globale, mi appare sempre più sensata l’attitudine critica a relazionarsi prima con porzioni di spazio più piccole, con unità operative radicate su un territorio, con realtà artistiche vicine che solo un’osservazione disattenta e superficiale potrebbe definire di minore importanza. La ricerca di un’identità comune e di un patrimonio genetico artistico simile è il primo passo verso la valorizzazione delle differenze e il riconoscimento delle diversità culturali. Queste ragioni e questi presupposti sono diventati il fondamento teorico della mostra che ironicamente e un po’ provocatoriamente abbiamo intitolato Pubblicità comparativa, mettendo, chi l’arte la fa e chi la consuma di fronte all’evidenza che, nell’epoca della sovraesposizione mediatica, il linguaggio pittorico è necessariamente chiamato a confrontarsi con il sistema delle immagini a largo consumo e pertanto la sua incisività sul piano della realtà dipende anche dalla capacità di trovare formule e cifre stilistiche sempre più affilate e penetranti, adatte a neutralizzare l’architettura mistificatoria e ambigua delle apparenze. L’idea di porre a confronto – di “comparare” appunto – una realtà pittorica precisa, quella torinese, ad altri scenari nazionali e poi internazionali, si giustifica attraverso la constatazione e la convinzione che nel corso degli anni Novanta sono piano piano emerse alcune affinità poetiche fra ricerche artistiche differenti, condotte in modo indipendente e separato, fuori dai vincoli del gruppo o della formazione orientata. L’individualismo come regola operativa o come strategia difensiva utile a salvaguardare i confini e le peculiarità delle singole ricerche, ha pienamente dimostrato, sul finire del secolo scorso, l’inutilità di un metodo che ha caratterizzato in parte gli anni Ottanta e poi il decennio successivo.
Con ciò non si vuol dire che nell’ultimo ventennio non siano emersi talenti o bravi artisti bensì che a fronte di sporadici successi personali e di buone carriere individuali, l’arte italiana non ha saputo contrastare l’incalzante ascesa sul mercato internazionale di prodotti stranieri, meglio rappresentati e meglio difesi dal sistema. Se oggi cominciano a emergere delle similarità (non delle gemellarità) è perché qualcosa è andato silenziosamente cambiando anche nell’atteggiamento degli artisti.
Gli artisti invitati alla mostra Pubblicità comparativa non solo si conoscono professionalmente, in quanto vivono e lavorano nella stessa città, ma in alcuni casi si frequentano anche fuori dagli studi. È possibile che questa ritrovata fluidità nei rapporti interpersonali abbia contribuito a far germogliare i semi di un sentire artistico comune che oggi avvertiamo in questa città più che in altre realtà italiane. Salvatore Astore, Guido Bagini, Enzo Gagliardino, Marco Memeo, Bartolomeo Migliore, Pierluigi Pusole e Francesco Sena condividono non solo il medesimo retroterra urbano - che per altro negli ultimi quindici anni ha visto rapidamente modificare il proprio assetto urbanistico e la qualità di vita dei suoi abitanti - ma anche la stessa discreta attenzione ai segni che la trasformazione dell’ex capitale industriale italiana ha lasciato sul paesaggio e sulle persone. I sette artisti in mostra provengono naturalmente da storie personali e professionali diverse, da generazioni diverse, da esperienze artistiche differenti, disseminate in qualche caso lungo un sentiero lavorativo che dura da oltre vent’anni. Eppure, le opere esposte presentano delle analogie di fondo che vanno ben al di là della visibile attitudine a interpretare la realtà contemporanea partendo dalla rappresentazione dei luoghi più che delle persone. Si tratta sempre di rintracciare, attraverso un alfabeto iconologico personale, le tracce di un’erosione psichica operata dal contesto sull’uomo, dall’ambiente esterno sull’individuo. La pittura libera le sue potenzialità immaginifiche salvaguardando però i principi del rigore e del controllo della materia cromatica, lasciando all’improvvisazione e alla libertà gestuale un passaggio molto stretto. Il discorso pittorico non si articola mai intorno a un nucleo narrativo; sono piuttosto le atmosfera suggerite allo spettatore, i particolari architettonici, i frammento di vita, un paesaggio naturale reso quasi irriconoscibile, le prospettive stranianti aperte su stanze, la presenza di elementi simbolici, a mettere in luce l’aspetto introspettivo e ossessivo di queste visioni. Le immagini prese in considerazione appaiono quasi sempre sospese in uno spazio-tempo fondato non tanto sulla successione regolare degli istanti bensì sulla loro dilatazione, e ciò è talmente evidente nei quadri di Astore, Pusole e Sena da far pensare che l’oggetto del loro vero interesse sia la messa in visione di questo stato di sospensione e di attesa, di vertigine psichica e di vuoto cosmico che trapela irreversibilmente dal nostro presente.
La scelta di una figurazione meno improntata sulla rappresentazione di persone, cose e azioni e invece più propensa a registrare sottilmente le sensazioni e il precipitato emotivo legato agli sconvolgimenti antropologici e sociologici in atto nelle società ipermoderne, collega idealmente queste ricerche alle esperienze di una tradizione pittorica nobile e ben radicata sul suolo nostrano.
La distribuzione pittorica degli elementi, l’alternanza calibrata di vuoti e di pieni, la sensazione di entrare in un mondo “altro”, tutto contribuisce a sottrarre le opere di questi artisti alla caducità simulacrale che circonda le cose del presente e lascia intravedere i segni di uno spazio immateriale, meno fisico e più mentale. Si tratta sempre di superare la soglia delle apparenze e di addentrarsi in un “oltre” misterioso e sconosciuto, di andare verso un luogo vagamente inquietante e seminato di incognite, di costruire una dimensione parallela e liminale situabile fra realtà e finzione.
Cosa possa trovarsi in questi luoghi è difficile dire. Forse è soltanto possibile riconoscere i resti di un’umanità che in passato ha intrattenuto col mondo circostante all’uomo rapporti stretti e diretti o forse è il caso di riconoscere in questi paesaggi urbani e naturali disabitati e spogli, i segni di una contraffazione della vita e le smorfie di una realtà diventata via via più fluttuante e liquida, prossima alla virtualizzazione totale. Ciò che resta guardando le immagini pittoriche è l’impressione forte di un sentimento di disagio, di condivisibile paura per quanto sta venendo a delinearsi sempre più chiaramente davanti ai nostri occhi.
Inaugurazione domenica 26 novembre 2006 ore 11.00
26 novembre 2006 - 30 gennaio 2007
Castello di Rivara
Piazza Sillano 2
Rivara
castellodirivara@libero.it
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