Saturno Buttò / Dettaglio evento





Eredità del simbolismo

Dal Sunday 11 March 2007
al Sunday 03 June 2007

Orari:
Inaugurazione 11 marzo 2007, alle ore 16.30
Periodo: dall'11 marzo al 3 giugno 2007
Orari: venerdì, sabato, domenica e festivi, ore 9.30-12.30 / 16.00-19.00 altri giorni su appuntamento
Curatori Roberto Roda

Comunicato stampa evento: Eredità del simbolismo

Nel 2007 ricorrono i 150 anni della nascita di Max Klinger (1857-1920), uno degli indiscussi protagonisti del Simbolismo, e i 120 anni della nascita di Aroldo Bonzagni (1887-1918), artista di origini centesi che più di altri seppe interpretare lo spirito modernista del Novecento italiano. Tenendo conto della fugace, ma non banale, attenzione che Bonzagni riservò anche alle poetiche simboliste, la Galleria d’Arte Moderna di Cento (FE) e il Centro Etnografico Ferrarese, che quest’anno festeggia i 35 anni di attività, accomunano in un unico ideale ricordo entrambi gli artisti e dedicano all’universo delle visioni simboliste e alle sue eredità uno sfizioso appuntamento espositivo: EREDITÀ DEL SIMBOLISMO. Mitologie, etnografie, esoterismi.
Servendosi dei modi dell’antropologia dell’arte, la mostra riflette sulle miniere della fantasia simbolista e su come queste abbiano alimentato i sogni e le visioni di molti artisti contemporanei.

Del Simbolismo si ha spesso un’idea confusa, perché non si tratta di un modo di dipingere, di uno speciale stile. È piuttosto un clima, un particolare modo di scoprire poetiche che vanno oltre le apparenze sensibili. Divenne moda imperante fra gli anni settanta del XIX secolo e il primo conflitto mondiale.
Nel Simbolismo l’inverosimile diventa verosimile, la fantasia regna sovrana ed esplora i più sottili moti dell’animo, i misteri della natura, l’inconscio, gli universi onirici. Vi trionfa il decadentismo, si indulge alla sensualità, alle morbosità. Il mondo simbolista è vastissimo e vi appartengono artisti di differenti scuole. Le sue radici si perdono nel Romanticismo.
Dopo aver attraversato l’Art Nouveau, il Divisionismo, l’Espressionismo, e alimentato il Surrealismo, la miniera simbolista non si è mai totalmente esaurita e molte sue pagine hanno avuto seguito nell’immaginario artistico contemporaneo. Dall’universo simbolista infatti ha tratto alimento la produzione iconografica di numerose sottoculture oggi attive quali dark, gothic, new victorian, heavy metal, new age.

La mostra Eredità del Simbolismo scava nelle “mitologie simboliste” e riporta alla luce opere di artisti storicizzati poco noti al grande pubblico italiano (pur senza trascurare alcuni dei protagonisti più in vista). L’esposizione legge innanzitutto quel clima visionario che fra Ottocento e Novecento fu alimentato, in un intreccio non sempre districabile, dai patrimoni popolari, mitici e leggendari, che le nascenti moderne scienze dell’uomo (etnografia, antropologia culturale, storia delle religioni e psicanalisi) andavano riscoprendo, interpretando, riattualizzando in parallelo alle scienze occulte e ai circoli esoterici, (satanisti, magicisti, teosofisti) che stavano dilagando da Parigi a Londra, da Praga a Firenze. Queste intersezioni fra visioni etnografiche, psicanalitiche e tensioni esoteriche sembrano una utile chiave per leggere, anche nel contesto sociale contemporaneo, il successo di immagini ed artisti che non è improprio definire New Symbolist.

Sondate non con il piccone della teoria e della critica artistica ma da un’antropologia dell’arte attenta alle mentalità, le miniere simboliste non sembrano essersi esaurite nelle convulsioni della prima guerra mondiale. Ridimensionati, ma non estinti, i fantasmi simbolisti sono rimasti attivi sino ad oggi nella produzione grafica ed exlibristica dei grandi incisori ceki e più in generale dell’Est europeo; e persino in Italia questi fantasmi sono stati nutriti, soprattutto dall’incisione, ben oltre la metà del Novecento. In ambito internazionale (Stati Uniti, Francia, Giappone, ecc.), l’illustrazione editoriale di genere “fantasy” e i comics hanno dato ampio rifugio ai sogni simbolisti, aggiornandoli.

Prendendo in considerazione un periodo di 130 anni e più di 120 opere, alternando dipinti, incisioni, disegni, sculture, fotografie e opere digitali, la mostra offre al visitatore la possibilità di scoprire imprevedibili fantastiche visioni, e di valutare quali debiti molta iconica modernità debba riconoscere al Simbolismo.

La mostra è articolata nelle seguenti sezioni tematiche: Fisionomie dell’ignoto - Effluvi liliali - Cime e abissi della voluttà - Seduzioni macabre – Diavolerie - Creature della luce e delle tenebre - Ebbrezze mistiche - Gli sguardi di Medusa.

Accanto alla mostra di Cento, nella sala esposizioni Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara in una sezione staccata e autonoma viene focalizzata l’attenzione su due artiste simboliste austriache, Gertrude Hozatko-Mediz (1893-1935) e Nina Karasek (1873-post 1949), nelle cui opere la componente misteriosofica diviene portante. La prima sosteneva di agire sotto dettatura medianica della madre, la pittrice Emile Mediz-Pelikan (1861-1908), la seconda prediligeva i soggetti mistici e magici spesso autoritraendosi in atteggiamenti di maga e sacerdotessa.
Nei mesi di giugno e agosto 2007 la mostra Eredità del Simbolismo avrà un’ulteriore estensione nel bellunese, a Feltre e Sovramonte, con approfondimenti tematici incentrati sulle rappresentazioni della montagna e della natura.

Artisti storicizzati presenti nel ciclo espositivo: Luigi Bonazza, Aroldo Bonzagni, Richard Bong, Noè Bordignon, August Brömse, Henri Courselle-Dumont, Remo Fabbri, Raoul Dal Molin Ferenzona, Mario De Maria (Marius pictor), Michel Fingesten, Philipp Franck, Eugène Gaujean, Remigius Geyling, Ernst Heinrich Graeser, Karl Friedrich Gsur, Hans Nicolai Hansen, Hubert von Herkomer, Bruno Héroux, Josef Hodek, Gertrude Hozatko-Mediz, Nina Karasek (Joele), Max Klinger, Alfred Kubin, Stanislav Kulh-nek, Ottokar von Landwehr-Pragenau, Louis Legrand, Angelo Longanesi-Cattani, Ugo Martelli, Alberto Martini, Karl Mediz, Enzo Nenci, Gaetano Previati, Luigi Ratini, Félicien Rops, August Roth, Marcel Roux, Edgardo Simone, Karl Sterrer, Erwin Stolz, Max Švabinskŷ, Pier Augusto Tagliaferri, Paul Thiem, Enrico Vannuccini, Joseph Weiser, Adolfo Wildt, Dario Wolf, Italo Zetti e altri.

Artisti contemporanei: Karin Andersen, Marilena Aristotelous, Joseph Auquier-Angilella, Bruna Aprea, Alessandro Bavari, Gianfranco Angelico Benvenuto, Benedetta Bonichi, Saturno Buttò, Giovanni Cozzi, Daniele Degli Angeli, Mauro Falzoni, Karl Felix, Ernst Fuchs, Omar Galliani, Flor Garduño, Gianluca Gori, Dumitru Gorzo, Stefano Grasselli, Plinio Martelli, Luigi Mastrangelo, Mataro da Vergato, Saša Makarová, Ivan Miladinović, Franco Morelli, Antonio Musio, Francesco Parisi, Beatrice Pavasini, Elio Stefano Pastore, Jindrich Pilecek, Salvatore Romano, Marco Rostagno, Patrizia Savarese, Joyce Tenneson, Claudio Villa, Fabian Weinecke, Carmelo Zotti e altri.

La mostra è dedicata alla memoria di Franco Patruno, sacerdote, artista, intellettuale e critico d’arte, scomparso prematuramente durante le fasi preparatorie di questo evento a cui stava collaborando.

SUCCESSIONI SIMBOLISTE
di Ferruccio Giromini

Fisionomie dell’ignoto… Effluvi liliali... Cime e abissi della voluttà… Seduzioni macabre… Diavolerie… Creature della luce e delle tenebre… Ebbrezze mistiche… Gli sguardi di Medusa…
Se proprio è inevitabile uno svelto e condensato riassunto delle puntate precedenti, perlomeno che si parta subito con una esplicita marcia indietro: À rebours s’intitola difatti, magnificamente, il famoso romanzo di Joris-Karl Huysmans considerato il punto di partenza del Simbolismo. È il 1884: data di nascita d’un movimento artistico che nasce asserendo a chiare lettere di voler andare “a ritroso”. La ragione principale sta nel suo voler essere bellicosamente anti-naturalista. In Francia, la polemica era contro la cultura mediottocentesca imperante, contro Émile Zola, il Romanticismo, il “pompierismo”, ma pure contro lo stesso Impressionismo. Con Huysmans, si sceglie allora di preferire al reale l’ideale: il simbolo, appunto, anche azzardato e magari oscuro, molto meglio della rappresentazione piana o pomposamente allegorica.
Sarà una gran rivoluzione di “ismi”, che, pur impastandosi con inevitabili detriti neoclassicisti e tardoromantici, pescherà un po’ dal Parnassianismo francese e un po’ dal Preraffaellismo inglese di Rossetti e Burne-Jones; e che a sua volta svilupperà le intuizioni estetiche di antesignani quali Puvis de Chavannes, Fantin-Latour, Moreau (“Io credo solo a quel che non vedo, solo a quanto sento”) per dare vita – grazie all’operato di nuovi artisti come Redon e Maillol in pittura e Rodin e Bourdelle in scultura – anche a quelle famose caratteristiche del tourbillon rimescolatorio di finesecolo via via note come estetismo, decadentismo, dandismo. Invero cruciale in quella temperie culturale, il Simbolismo neppure è estraneo allo sviluppo successivo di fenomeni come l’Art Nouveau, di cui anticipa le morbose morbidità; e, se vogliamo, nemmeno all’irruzione in scena della psicoanalisi, attraverso le nuove attenzioni alla psiche, specie femminile, manifestate dalla Secessione viennese, e in particolare da Klimt, o alla glaciale personalità della femme fatale studiata dal belga Khnopff. E relazioni più o meno dirette se ne potrebbero trovare ancora molte altre. Ma fermiamoci qui, in vibrante bilico tra un secolo e l’altro.
Per non perdere l’equilibrio, allora, prendiamo meglio le misure del paesaggio circostante. Si è parlato più che altro del mondo francofono, e in genere è esattamente in tale ambito geografico che si tende a situare il letto principale del fiume simbolista. Allo stesso modo, si tende a farne proseguire il corso al massimo fino alla Prima Guerra Mondiale, quando la corrente, snervata, si sarebbe esaurita. Ma questa importante esposizione di Cento, tra caparbietà e acribia, vuole approntare un autonomo “riassunto delle puntate successive”. Ovvero mettere qualche speciale puntino sulle “i”, avanzando una serie di precisazioni spaziotemporali da non sottovalutare: 1) il fenomeno simbolista è di tale portata non si esaurisce presto, ma si rinnova e si ritrasforma da una Grande Guerra all’altra, anche nella Mitteleuropa, anche in Italia; 2) esso continua a riprodursi con vitalità soprattutto nell’Est europeo, dove le istanze simboliste sostituiscono quelle che altrove saranno più precisamente surrealiste; 3) partecipa del grande movimento novecentesco, che coinvolge tutto il mondo occidentale, di studi (psicoanalitici, etnologici, esoterici) sul pensiero mitologico e sulle pratiche magiche, lì dove i vari circoli iniziatici accolgono al proprio interno etnografi, surrealisti, teologi, misteriosofi, esteti e appunto artisti; 4) in particolare a partire dagli ultimi anni ‘70 , si rimette in gioco con piglio rinnovato attraverso l’attività di molta illustrazione internazionale, quella cosiddetta fantasy, che si alimenta abbondantemente di quegli stessi sogni ideali; 5) infine, dopo la metabolizzazione ormai sociale degli studi psicoanalitici e antropologici del Novecento, ulteriori sopravvivenze del sentimento visionario simbolista sono rintracciabili senza difficoltà nel panorama della cultura anche popolare contemporanea, tra la fotografia e il fumetto.
Di fatto, grazie ad un taglio scientifico originale ed efficace di antropologia dell’arte, precisamente quello cui ci ha abituati negli ultimi anni il curatore Roberto Roda, i temi affrontati s’intrecciano attraverso la studiata alternanza delle tecniche espressive, delle provenienze geografiche, delle datazioni, creando continui e spesso inattesi cortocircuiti, dove le rispondenze rimbalzano e si illuminano a vicenda, dimostrando gli eterni ritorni dei meccanismi psichici che si esprimono attraverso la svariante creatività figurativa umana. E, una volta di più, tout se tient.
I diversi percorsi offerti dalla mostra sono complementari e tra loro perfettamente combacianti. Già dalla prima immagine introduttiva, ancora vittoriana, si preannuncia così l’atteggiamento fondante del sentimento simbolista pronto ad irrompere: la fascinazione profonda di fronte al mistero, con sguardo un po’ pieno e un po’ vuoto – laddove però il rapporto con l’ignoto, manifestato dall’occhiata dei due fanciulli abbracciati di fronte al (pur finto) drago volante, si palesa tutt’altro che pacifico, almeno per quanto riguarda il maschietto, che appare decisamente più intimidito della femminuccia. Ecco: lui ha più paura di lei: subito la femmina, addirittura prepubere, si segnala non solo quale segreta imperatrice nel centro dell’immagine e dell’immaginario simbolista, ma si afferma come unica possibile figura-guida nell’arcano mondo dei simboli, esattamente quale simbolo essa stessa e contenitore di simboli per eccellenza.
Da qui parte l’itinerario fascinoso della mostra, lungo il quale ogni immagine si trova in rapporto con la precedente e con la successiva, in un ininterrotto gioco di assonanze e rimandi che ci proietta dal Simbolismo fin nel contemporaneo e viceversa. Veniamo così a contatto, alternando attrazioni e timori in sempre nuovi batticuori, con dèi, démoni, esseri ibridi, e stessi umani ignoti a se stessi, spersi in un universo ampio, le cui ampiezze e vuotezze fan paura letteralmente.
In simmetrie silenziose che nascondono messaggi ancora incomprensibili, di fronte a ciò che la natura nasconde, o semplicemente non dice e lascia immaginare, è quasi inevitabile la nudità degli attoniti attori umani, la nudità come cifra visibile dell’indifeso.
Nel mezzo di paesaggi panici che sono paesaggi interiori, anche i volti sono paesaggi psicoanalitici. Ed è notevole la collazione di ritratti fantastici – forse autoritratti: di quando ci si guarda allo specchio e il riflesso che esso rimanda non è quello che ci si aspetterebbe, ma una sorpresa, sovente brutta – dovuti a una serie di artisti prodotti da un’Italia centrifuga, cui la realtà terragna non basta, che vogliono vedere il mai visto, che vogliono immaginare l’inimmaginabile, che amano rappresentare l’assente. E non a caso lo catturano bloccandolo in una frontalità assoluta, da cui non si scappa.
Invece le donne, ah le donne, quanto più pure e “giuste” appaiono nell’illusione beata del simbolo, dove la divinità è femmina. Che siano profumate vergini in processione nelle feste di primavera, o ninfe sensuose della natura vegetale o animale, o mènadi pronte a scatenarsi per esaltare la fertilità, è l’ennesima riconferma che l’arte è pagana, e meno male; mentre in certi calamitosi monoteismi il dio unico è maschile e maschilista, e c’è ben poco da rallegrarsi.
Invece nel sentire simbolista, vieppiù nitido quando nordico, la voluttà mistica invade tutto, panteisticamente, anche il paesaggio, specie se di montagna. Le vette, le nubi, l’alto dei cieli, l’immensa distesa del mare sono tutti templi naturali per la purezza assoluta del corpo giovane, offerto al rigenerante fresco dell’aria, non meno che per le barbe bianche dei vecchi saggi, discreti ma autorevoli inviti alla meditazione.
Sull’altro versante del sogno, naturalmente, al di là del famigerato specchio, simbolo disperato di vanitas e di quella morte che vorrebbe negare, stanno gli incubi. I richiami della ineluttabile disgregazione. Il confronto della bellezza con la sua vanità purtroppo implicita. La fine della fertilità. La vittoria sogghignante del tempo su tutto. La danza macabra del memento mori. E nel frattempo si snoda la strada disseminata di diabolici trabocchetti. Peccati per tutti; tutti peccatori e peccatrici. Pulsioni oscure, riti sulfurei, labirinti di passioni ora soffocate e ora lasciate esplodere, segreti inconfessabili, deliri sincretistici, satanismi cattolici, insradicabili sadomasochismi. Con l’essere umano sempre perdutamente smarrito tra la notte più buia e il giorno più luminoso, con l’artista simbolista sempre ciclicamente dibattuto tra l’angelismo preraffaellita e il demonismo di Moreau. Ed è qui che risorge, come Pasqua periodica, la stordente ubriacatura della Fede imperante e imperativa, a sua volta coi suoi simboli: Inferno e Paradiso, Croce, Cristo, Madonna.
Fino a che il tutto si scioglie nelle spire del grande rettile, lì dove il tutto era anche iniziato: nell’avvolgente e mortale sguardo di Medusa – la femmina pitonessa, ennesimo simbolo ritornante e immortale, che si offre finta schiava per essere padrona completa. Ennesimo simbolo, appunto.


EREDITÀ DEL SIMBOLISMO
Mitologie, etnografie, esoterismi
Cento, Civica Galleria d’Arte Moderna “Aroldo Bonzagni”, Piazza Guercino 39
12 marzo 2007-3 giugno 2007
Orario di visita: venerdì, sabato, domenica e festivi 9.30-12.30 e 16.00-19.00, altri giorni su appuntamento
Inaugurazione domenica 11 marzo 2007 ore 16.30
Info e prenotazioni: Assessorato alla cultura 051 6843390, email cultura@comune.cento.fe.it

Comune di Cento
Galleria d’Arte Moderna “Aroldo Bonzagni”

Comune di Ferrara
Centro Etnografico Ferrarese
(1972-2007: 35 anni di attività culturali e ricerche etno-antropologiche)
Osservatorio Nazionale sulla Fotografia

Con il patrocinio della Ambasciata della Repubblica Ceca

In collaborazione con:
Galleria De Faveri, Feltre (BL)
Lab 610 XL, Sovramonte (BL)
Associazione Bondeno Cultura

Sponsor:
Cassa di Risparmio di Cento
S.E.I Società Escavazione Inerti SpA, Ferrara

Organizzazione :
Comune di Cento, Galleria d’Arte Moderna “Aroldo Bonzagni”
Assessore: Daniele Biancardi; Direzione: Fausto Gozzi; Segreteria e Ufficio Stampa: Assessorato alla cultura 051 6843390
Centro Etnografico del Comune di Ferrara:
Direzione: Gian Paolo Borghi; Segreteria: Elisa Chiapatti, tel.0532 768490

Hanno contribuito a vario titolo al miglior esito dell’iniziativa: Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto; Museo Ken Damy di Fotografia, Brescia; Pinacoteca di Oderzo; Galleria Falteri, Firenze; Libreria Antiquaria Gonnelli, Firenze; Galleria Ernst Hilger, Vienna; Galleria Cardelli e Fontana, Sarzana, Galleria Boris Wilnitsky, Vienna; Galleria La Portantina di Mattia Jona, Milano; Galleria l’Arche, Ales; Sergio Bonelli Editore, Milano.

Catalogo: Editoriale Sometti, Mantova
Curatela delle mostre: Roberto Roda (r.roda@comune.fe.it)

© ArsValue srl - P.I. 01252700057