Stefania Pignatelli / Dettaglio evento





Comunicato stampa evento: GIOVANI ARTISTI DI-SEGNANO IL SACRO

GIOVANI ARTISTI DI-SEGNANO IL SACRO (GIOVANI ARTISTI DALLE ACCADEMIE DI BELLE ARTI)



Inaugurazione: sabato 3 aprile 2004 ore 17,00



Sede: Museo Staurós d'Arte Sacra Contemporanea Santuario S. Gabriele - Isola del Gran Sasso (Te)



Il 3 aprile prossimo, alle ore 17,00, a S. Gabriele, presso il Museo Staurós d’Arte sacra contemporanea, ci sarà l’inaugurazione della mostra ”GIOVANI ARTISTI DI-SEGNANO IL SACRO” Esiti artistici del ‘Corso di Perfezionamento in Arte per la Liturgia’.

Si tratta di un’esposizione di opere d’arte di giovani artisti, diplomati delle Accademie di Belle Arti d’Italia. In tale occasione verrà presentata alla Stampa il Volume “Percorsi Artistici 2002– 2003” Annali della Fondazione Staurós Italiana Onlus, e verranno consegnati agli artisti espositori, il Diploma di frequenza dello Stage di due settimane Studio-Laboratorio, svoltosi a settembre-ottobre dello scorso anno.

È l’ultima iniziativa creata dalla Fondazione Staurós Italiana Onlus allo scopo di collaborare a ristabilire una nuova proficua alleanza tra Chiesa e Arte contemporanea, tanto auspicata dal Concilio Vaticano II.

Staurós, con il Patrocinio e la Collaborazione della Pontificia Commissione dei Beni Culturali della Chiesa e l’Ufficio Nazionale dei Beni Ecclesiastici CEI e dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Alta formazione artistica e musicale), è riuscita a coinvolgere in questo Progetto artistico anche Istituzioni laiche, come sono le Accademie di Belle Arti d’Italia e d’Europa.

Nello scorso autunno, appunto, venti Giovani Artisti Diplomati nelle Accademie di Belle Arti, guidati da maestri di fama e da esperti del settore hanno seguito un Corso intensivo di Perfezionamento in Arte per la Liturgia sui temi sacri della: Crocifissione – Deposizione e della Trinità, creando nel Laboratorio pomeridiano, opere sperimentali che ora vengono esposte al pubblico.

La Mostra è documentata da un Catalogo a colori: con presentazioni del Dottor Giorgio Bruno Civello, Direttore Generale per l’Alta formazione artistica e musicale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Monsignor Giancarlo Santi, Direttore dell’Ufficio nazionale beni culturali ecclesiastici, Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana e del Prof. Carlo Chenis; con analisi critica degli storici dell’arte Giovanni Bonanno e Marisa Vescovo; e con testimonianze di Omar Galliani e Franco Nocera. Catalogo delle Edizioni Staurós.

Artisti espositori:

- Rachele Biaggi, Montecosaro (Mc), Accademia di Macerata;

- Andrea Cammarano, Roma, Accademia di Firenze;

- Sandra Carassai, Macerata, Accademia di Macerata;

- Roberto Dragoni, Arezzo, Accademia di Firenze;

- Manuela Filippa, Torino, Accademia di Torino;

- Giovanni Gardini, Ravenna, Accademia di Ravenna;

- Dawid Kownacki, Forno (Ms), Accademia di Carrara;

- Sylvia Mair, Tirolo Merano (Bz), Accademia di Urbino;

- Alessandra Pennini, Avenza (Ms), Accademia di Carrara;

- Miriam Pertegato, Quinto Vicentino (Vi), Accademia di Venezia;

- Dominic Felician Petre Antica, Prato, Diocesi di Prato;

- Maurizio Piazzi, Verona, Accademia di Verona;

- Stefania Pignatelli, Castel di Lama (Ap), Accademia di Urbino;

- Alessia Porfiri, Macerata, Accademia di Macerata;

- Fausto Satta, Sassari, Accademia di Sassari;

- Tiziana Speranza, Genova, Accademia di Genova;

- Lucia Stefanetti, Deliceto (Fg), Accademia di Foggia;

- Oleg Supereco, Casale sul Sile (Tv), Accademia di Venezia;

- Gianluca Vinci, Palermo, Accademia di Palermo;

- Giovanni Zoda, Catania, Accademia di Catania.

La presente Mostra è stata già richiesta per essere esposta in varie parti d’Italia.



Iniziazione di giovani artisti all’arte sacra
Un’esperienza interpersonale e un confronto interdisciplinare.

Carlo Chenis


Lo “spettacolo” dello stage

Per un decennio, nei momenti di riflessione promossi dalla Fondazione Staurós, si è discusso sull’opportunità di costituire laboratori per ritessere il rapporto tra uomini d’arte e di Chiesa. Ne è nato un progetto che rappresenta il tentativo di una nuova stagione dell’arte cultuale a superamento dei nichilismi postmoderni e degli ostracismi anticristiani. La configurazione teorica di tale mediazione tra Chiesa e arte ha trovato la ricaduta operativa nello stage che la Fondazione Staurós, con il patrocinio della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e con la collaborazione dell’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana, ha organizzato nell’autunno 2003, dando vita alla prima edizione del Corso di perfezionamento in arte per la liturgia aperta ai diplomati delle Accademie di Belle Arti statali presenti in Italia.
La scelta di rivolgersi ai neodiplomati è stata motivata dal convincimento che una “nuova” stagione dell’arte sacra non può se non essere avviata dalle “nuove” generazioni, le quali possiedono i requisiti connaturali non solo per prospettare, ma anche per dirigersi verso il futuro. Freschezza creativa, sintonia contemporanea, forza innamorante, stupore sacrale, coesione interpersonale, entusiasmo partecipativo, confronto interdisciplinare, hanno caratterizzato i due momenti dello stage e il relativo successo dell’impresa. Il profondo coinvolgimento dei partecipanti ha dimostrato come l’arte sacra possa essere avvincente per artisti preservati dalle regole commerciali e disponibili alla novità religiosa.
I giovani artisti hanno saputo scommettere con entusiasmo sull’arte, sulla religione, su Cristo, formandosi ad esprimere il sacro cristiano attraverso l’esperienza interpersonale in una comunità passionista e la formazione interdisciplinare sull’arte cultuale, oltre che la realizzazione pratica di un’opera d’arte intesa a sperimentare quanto appreso esistenzialmente e culturalmente.
Se è difficile esprimere ad extra amicizia, impegno e apprendimento, è facile offrirne le “prove d’arte”, quale riscontro estetico di un’esperienza significativa sul piano umanistico, religioso, esistenziale. I “postumi” del Corso di perfezionamento dimostrano altresì il legame amichevole che continua ad intercorrere tra gli stagisti e le iniziative espositive che grazie ad essi si stanno promuovendo sul territorio nazionale.
Il presente volume non vuole pertanto essere il “catalogo di un’esposizione”, ma il “segno di una convivenza” per mostrare come dalla mutua collaborazione tra importanti docenti di area ecclesiastica, affermati maestri d’arte e giovani diplomati dalle Accademie si possano tentare nuovi percorsi di arte sacra. Si tratta di “prove d’autore”, realizzate in una settimana, fatte “a caldo”, cariche d’emozione, che potranno ispirare più ponderate espressioni contestuali ai luoghi di culto e all’immaginario dei fedeli. Attraverso tali esercitazioni i giovani artisti hanno dimostrato il loro esercizio di ascolto religioso, di riflessione teorica e di sperimentazione pratica.
Possiamo paragonare lo stage ad un’azione teatrale in cui docenti, artisti, opere hanno sceneggiato in un’aula, in un laboratorio e in un santuario una performance artistica. Ne è scaturito uno “spettacolo” assai fruito ad intra ed oggi presentato ad extra attraverso le reliquie depositate nei saggi espressivi. Dal momento che tale “spettacolo” non ammetteva pubblico, in quanto momento di vita vissuta, le reliquie risultanti sono il minimo iconico per memorare un massimo esistenziale. Sarà dunque l’attività futura dei giovani artisti a maturare quanto sperimento in una fase solo aurorale.

La vocazione dell’artista

Docenti e maestri del Corso di perfezionamento si sono premurati nel far comprendere ai giovani diplomati la “vocazione” dell’artista cristiano. L’artista che risponde all’urgenza di dare visibilità all’ineffabile non è un fenomenologo della crisi epocale o un esibizionista dell’edonismo etico. È infatti chiamato ad esprimere congiuntamente bellezza e sacro per ridare vita alle ossa inaridite di una società intristita dall’indifferenza e dall’edonismo. Diventa perciò profeta del sacro con il sublime incarico di visibilizzare nel contingente una bellezza trascendente. La sua perizia esige uno studio attento della materia che trasforma esteticamente al fine di infondervi contenuti ineffabili. La sua profezia prende forma sensibile laddove trovano compimento le soluzioni tecniche, ponendosi esemplarmente prima di ogni tentativo. Il suo operato presuppone rinnovata creatività, in quanto non è né improvvisazione scapigliata, né virtuosismo accademico. La sua arte richiede un cammino spirituale di formazione culturale che si commisuri al vissuto ecclesiale.
L’artista cristiano deve farsi servitore della bellezza e del sacro. Tale atteggiamento non si improvvisa, né è succube del mercimonio. Esige convincimento personale e una specifica formazione ecclesiale. Questa, a sua volta, richiede il senso della bellezza estetica e dello stupore sacrale, per cui s’impone la necessità di scienza e ascesi. Il Corso di perfezionamento ha in tal senso dialettizzato l’informazione alla formazione, muovendo i giovani artisti dall’apprendimento di dati desunti dalla natura e dalla cultura alla loro assimilazione in un sistema coerente di significato esistenziale, fino alla realizzazione di un abbozzo creativo in cui sedimentare sperimentalmente quanto assimilato.
Lo stage ha unito intenzionalmente ricerca estetica, riflessione scientifica, confronto interpersonale e ascesi religiosa onde porre le basi di un rinnovato rapporto tra arte e Chiesa. Avere il senso creativo della bellezza conduce a dotare un accadimento artistico di perfezione, intuendo che la bellezza dà piena intelligibilità alle cose, per cui risplendono nelle loro forme sostanziali. Avere scienza significa, da una parte, maturare tecnicamente, tanto da dominare i materiali che si intendono plasmare e, dall’altra, maturare culturalmente, tanto da entrare nella prospettiva di un umanesimo integrale aperto ai valori spirituali. Avere capacità di ascesi significa passare dalla conoscenza teologica all’ossequio della fede, che conduce ad accogliere la chiamata alla santità attraverso un percorso di continua conversione a Dio.
Di conseguenza il cammino di formazione offerto dal Corso di perfezionamento non è stato puramente tecnico-scientifico, ma anche etico-religioso, oltre che ludico-comunitario. La bellezza non è infatti una faccenda tecnica, ma il risultato di un atto creativo dalla valenza liberale, sacrale, ludica. Nel contesto cristiano una creazione è sempre mossa da un atto di amore. Questo non può essere dissonante dall’amore di Dio che crea e redime l’umanità, poiché deturperebbe, anziché far risplendere le opere dell’uomo. Le opere d’arte sono infatti segno del “paradiso perduto” e, nel contempo, anticipazione della “ricapitolazione finale”.
Il cammino di formazione dell’artista cristiano richiede, dunque, umiltà per combattere l’orgoglio di protagonismo; richiede purezza per non cadere nel compiacimento della trasgressione; richiede fede per ovviare il rischio dell’idolatria; richiede costanza per progredire nel processo di maturazione; richiede, infine, illuminazione spirituale per riconoscere nel proprio effimero manufatto l’energia fascinosa dell’essere e la grandezza sublime di Dio. Lo stage ha condotto i giovani artisti all’epifania del naturale, stupendamente espressa dal paesaggio montano, e a quella del soprannaturale, intimamente manifestata dall’ambiente passionista, così da indurli a creare opere capaci di indicare nell’enigma sensibile la bellezza della creazione e il mistero dell’incarnazione.

Il confronto con la laicità

Nell’intenzione dei promotori, il Corso di perfezionamento doveva dirigersi ai diplomati delle Accademie di Belle Arti statali per riprendere il confronto con la laicità. Nel campo specifico delle arti i cattolici sono chiamati infatti a recuperare forza dalla storia e dal presente. Devono riscoprire le dinamiche che hanno permesso le grandi espressioni artistiche del passato, per ridare il senso della memoria alle attuali generazioni; devono scrutare i “segni dei tempi” che contrassegnano l’attuale era della postmodernità, per ponderare efficaci strategie di intervento; devono superare i soggettivismi individualizzanti che hanno allontanato l’arte dalla collettività, per innescare proficue sinergie; devono proporsi con opere di condivisibile bellezza che possa acquisire forza liberale, per rapportarsi con le istituzioni civili; devono offrire spazi sacrali che siano riconosciuti nella loro autentica bellezza, per ridare al cristianesimo la capacità di condurre oltre il finito.
Lo stage ha dimostrato come il confronto con la laicità non vada impostato sulla logica della contrapposizione, bensì su quella della “concorrenza”. Dato il pluralismo di tendenze, peccano infatti di genericità le scomuniche a tutto campo del “secolo presente”, mentre è bene presentarsi con contenuti forti capaci di suscitare interesse e di muovere al dialogo.
Strategicamente è opportuno impegnarsi su due fronti attraverso iniziative di formazione in cui attivare sinergie tra cultura laica e cultura ecclesiale. Da una parte, occorre far superare le pregiudiziali – sovente mosse da vili interessi di parte – che impediscono l’ingresso di artisti cattolici nelle committenze rilevanti, nei circuiti espositivi, nei circoli critici, nell’opinione comune: questo comporta un impegno di carattere “politico”. Dall’altra, bisogna impegnarsi ad ispirare la cultura facendo riscoprire il senso dell’estetica cristiana, fomentando il desiderio di cimentarsi nell’arte religiosa, evidenziando la connaturale apertura dell’uomo al divino, promuovendo gli studi interdisciplinari di arte sacra, cercando di scoprire nuovi talenti al fine di promuovere la creazione artistica: questo comporta un impegno di carattere “culturale”. La formazione di giovani artisti provenienti da ambienti laici può essere il termine medio per ritessere ideologicamente e operativamente il connubio tra Chiesa ed arte. Il loro operato può avere infatti una ricaduta sul territorio interessando istituzioni civili ed ecclesiastiche.
Per questo motivo la Staurós ha privilegiato le Accademie di Belle Arti statali, così da avviare forme di collaborazione e di interscambio nello specifico dell’arte religiosa. Il rigore scientifico esige che l’arte religiosa venga appresa negli ambienti ecclesiastici, ove è la sua scaturigine. Come cattolici impegnati nel settore delle arti si tratta allora di dimostrare competenza e convenienza, onde essere riassunti nelle politiche artistico-culturali della laicità, entro cui non sfigura la preparazione in arte sacra, secondo le molteplici espressioni religiose, tra cui quella cattolica, ortodossa, riformata, oltre a quelle proprie dell’ebraismo e dell’islamismo.
Per attuare tali finalità si deve lavorare maggiormente in modo interpersonale al fine di superare blocchi istituzionali. Diventa necessario uscire da litigiosi egocentrismi per tessere capillarmente un lavoro di squadra. Occorre superare il vittimismo ghettizzante partendo da un serio impegno autocritico. È importante altresì recuperare il favore dell’opinione pubblica per dimostrare il proprio peso nella configurazione delle strategie culturali. In questo contesto assume particolare significato la presenza attorno ai “tavoli” dei mass media per rinnovare l’incontro con il pubblico, onde dare una nuova immagine del proprio operato artistico. Bisogna perciò superare l’utopia del “buon tempo antico” e l’illusione di essere entro una cultura cristiana, per riprendere lo slancio dei primi cristiani volto ad offrire alla cultura del proprio tempo i superiori valori morali della “nuova religione in spirito e verità”. L’inculturazione della fede esige, anzitutto, un’opera di promozione culturale che trova nell’arte la dimensione maggiormente liberale.
Tali intendimenti programmatici rappresentano la possibile rinascita dell’arte sacra grazie ad un’efficiente concertazione interistituzionale e una forte coscienza collettiva. Responsabili istituzionali, committenti ecclesiastici, operatori culturali possono in tal senso incentivare nei giovani artisti la possibilità di esprimere il proprio genio disciplinandolo nella tradizione artistica italiana e nella cultura di ispirazione cristiana. I giovani artisti, da parte loro, possono diventare moltiplicatori di istanze sacrali nello specifico cristiano, quale indiscutibile fenomeno peculiare del genius loci europeo.
I cattolici devono “camminare insieme” con il mondo laico ritmando il proprio passo su quello altrui con l’auspicio di una reciproca attenzione. Tale atteggiamento esige il rispetto delle altrui posizioni, evitando preclusioni ghettizzanti; comporta l’accettazione dei diversi percorsi emotivi, superando i rifiuti istintivi; evidenzia l’opportunità del confronto esperienziale, sapendo che c’è sempre da apprendere. In tal senso le molte opinioni che s’affastellano nel campo delle arti verrebbero a comporre una verità sinfonica; i diversi caratteri personali interagirebbero in un piacevole giuoco di sentimenti; le svariate esperienze artistiche cagionerebbero considerevoli sviluppi. Aspetti questi effettivamente sperimentati durante lo stage, per cui è auspicabile un allargamento sociale di tali strategie e una ricaduta pratica delle riflessioni teoriche in materia.
I giovani artisti del Corso di perfezionamento hanno condiviso il desiderio, l’impegno e la necessità di “camminare insieme”. Non avrebbe infatti senso comunicare al pubblico esercitazione artistiche e genio personale, se i percorsi creativi fossero stati discrepanti e le opzioni individuali incoerenti. La concorrenza delle forze ha permesso di sperimentare i diversi approcci all’arte e al sacro incentivando la parte migliore di ciascuno. Gli artisti dello stage si sono così avvicinati ai contenuti religiosi e all’arte sacra mediante l’ascolto storico e il vissuto conventuale, così da avviare un dialogo costruttivo ricco di creatività.
Ora dovranno appoggiarsi ed essere appoggiati per introdursi nei “cenacoli” abituali delle varie arti con proposte aperte la sacro. Ora dovranno impostare un confronto sereno con il mondo della critica per ottenere una congrua visibilità. Ora dovranno cercare contatti con i responsabili dei beni culturali per avviare un dialogo operativo con le istituzioni civili. Ora dovranno rendere appetibile la produzione di opere d’arte sacra ponendosi al servizio di una committenza ecclesiastica illuminata. Sono questi i possibili sbocchi dei giovani artisti per assumere, accanto ad altre agenzie culturali, l’impegno di dare alla bellezza valore sacrale e alla religione forza estetica.

L’incontro tra persone

La riuscita del Corso di perfezionamento va accreditata, soprattutto, al regime interpersonale, creato all’insegna dell’amicizia, della collaborazione, del confronto. È stato così possibile ricomporre “in vitro” il connettivo sociale, culturale e religioso che costituisce l’elemento fondamentale di un’autentica arte cultuale. Il sistema messo in opera ha permesso di rivivere il regime sapienziale acquisito dal cristianesimo lungo i secoli per aggregare committenti, artisti e fruitori. Condivisione operativa degli intenti, coincidentia oppositorum delle tendenze, esercitazione pratica delle soluzioni, esperienza vissuta della liturgia, hanno generato uno spaccato della complessità ecclesiale entro cui catalizzare le forze in gioco per “dire Dio” con forme artistiche e con aneliti religiosi.
Del resto, il passato investimento di tante energie nel settore dell’arte sacra era fondato sulla comune appartenenza religiosa e sulla diversa sensibilità spirituale dei concorrenti, sul teocentrismo e sull’antropocentrismo delle Weltanschauungen, sulla precarietà e povertà della condizione umana, sui processi di identificazione popolare e sull’encomio nobiliare delle singole collettività, sull’utopia artistica di ricostruire il “sacro giardino” e sulla volontà utopica di intravedere la “sala del banchetto celeste” suggerita dalla liturgia cristiana, sull’ardore creativo di singoli e di gruppi favorito da fortunate situazioni storiche. I giovani artisti sono stati allora chiamati a tradurre nel presente tale lezione della storia, esercitandosi nello stage.
A livello produttivo i partecipanti al Corso di perfezionamento hanno preso coscienza che la molteplicità di estetiche non impedisce la concorrenza delle istanze, se si procede entro una realtà ecclesiale condivisibile. La prospettiva storica a indicato loro come l’universo dell’arte cultuale sia sempre stato multiforme e talora difforme, per cui l’attuale pluralismo non dovrebbe inibirli bensì catalizzarne capacità creativa e perizia tecnica. Il fervore culturale e le esperienze spirituali dello stage hanno pertanto generato le condizioni per un lavoro geniale, per un sentore mistico e per un’esperienza comunionale, così che, nell’unico approdo cultuale, si è assaporata costruttivamente la competizione tra le parti e la composizione delle diversità. La comunione degli intenti non conduce, infatti, né all’uniformità, né alla confusione.
Di conseguenza, nello stage si sono impostate dinamiche ordinate al riavvicinamento interpersonale e all’azione interdisciplinare. Per dare vita ad espressioni cultuali complesse occorreva infatti ricostruire un regime esecutivo capace di sintonizzarsi sulle componenti sociali e religiose dell’arte cultuale. Questo al fine di tradurre il vissuto in arte, onde decantare i drammi e le attese dell’esistenza personale, dirigendo gli animi verso Dio nell’ambito dell’azione liturgica. Data l’epocale incompatibilità tra le parti che costituiscono il sistema sociale e quello religioso, occorreva allora aggregare – mediante un laboratorio sperimentale – docenti e discenti, onde ricreare una sapienza comune ed un rapporto coeducativo capaci di dare espressione unitaria al sacro e al santo, in contesto cristiano e nello specifico passionista.
Per raggiungere tale scopo è stato indispensabile che il singolo operatore avesse consapevolezza dei propri limiti in modo da avvertire la necessità di confrontarsi con gli altri, al fine di ricostruire l’entroterra dell’habitat cultuale. Alla base ci doveva essere il convincimento che la realtà è intrinsecamente complessa e che il culto esige esperienze dirette.
L’interrelazione e l’interdisciplinarità hanno favorito la composizione delle varie competenze nel vissuto esistenziale, disponendo i giovani artisti ad un’arte da incarnare nelle singole situazioni culturali e cultuali. Si trattava perciò di avvicinare i partecipanti allo spazio celebrativo vivendolo liturgicamente ed esprimendolo artisticamente. Per questo, durante la celebrazione eucaristica conclusiva, gli stagisti hanno simbolicamente offerto al Signore le loro esercitazioni quale “primizia” di un nuovo modo di esprimere il sacro e di vivere il culto.

La formazione interdisciplinare

Il Corso di perfezionamento si è articolato in un sistema interdisciplinare teorico-pratico inteso ad avviare un iter informativo e un’attività formativa. Si sono quindi alternate lezioni teoriche, attività di laboratorio, visite guidate, oltre che incontri con artisti di chiara fama. Le lezioni teoriche hanno fornito elementi orientativi nell’area teologica, liturgica, iconologica, biblica, estetica, con specifico riferimento all’arte sacra contemporanea. I giovani artisti sono stati introdotti ad un’assimilazione interdisciplinare ascoltando per la Storia dell’arte sacra moderna il prof. Timothy Verdon, per la Storia dell’arte sacra contemporanea il prof. Giovanni Bonanno, per la Storia dell’architettura sacra moderna e contemporanea la prof. arch. Maria Antonietta Crippa, per la Filosofia estetica il prof. Carlo Chenis, per l’Introduzione alla sacra scrittura il prof. Alberto Valentini, per l’Introduzione al cristianesimo il prof. Bruno Forte, per l’Introduzione alla liturgia il prof. Silvano Maggiani, per lo Studio sulle vetrate il prof. Guido Strazza, per lo Studio sulla decorazione il prof. Bruno Ceccobelli.
Con le attività di laboratorio gli stagisti hanno potuto tradurre in pratica, ovvero in icona, gli assunti teorici verificando tecniche e soluzioni con il Maestro Omar Galliani, assistitito da Enzo Orti, e il Maestro Franco Nocera, coadiuvato da Serena La Scola. Questo momento produttivo – oggetto del presente catalogo – è stato il più importante, poiché ha obbligato gli stagisti a verificare quanto acquisito nel presente e nel passato mediante una esercitazione concreta anche se non ancora contestuale. L’accompagnamento del progetto individuale ha per questo previsto varie fasi di verifica effettuate tramite le prove di laboratorio e la valutazione dei docenti.
L’approfondimento personale è stato coadiuvato da numerosi momenti di incontro, oltre che dai sussidi bibliografici e iconografici della Fondazione Staurós. Notevole rilevanza hanno avuto le prolungate “conversazioni serali” con i maestri e i docenti. Interloquendo a più voci e a tutto campo è stato possibile ricomporre la complessità dell’arte cultuale e la diversità di posizioni in merito, così da stimolare gli stagisti ad una sintesi personale e ad una sperimentazione pratica.
Il Corso di perfezionamento ha così dato ragione della necessità interdisciplinare nell’arte cultuale. Tutti ne hanno compreso la natura complessa e dinamica, per cui si sono impegnati in un’analisi sotto il profilo teoretico, tecnico, artistico, pastorale, al fine di una sintesi idonea ad una produzione fruibile in contesto celebrativo da parte di una particolare comunità.
A livello teoretico l’arte cultuale è stata investigata dal punto di vista teologico e antropologico. Sotto l’aspetto teologico-liturgico si sono presi in considerazione aspetti biblici, dogmatici, liturgici, spirituali. In questo contesto il liturgista ha assolto ad un compito di coordinamento, dovendo fornire i criteri celebrativi nell’ambito dei modelli ecclesiologici correnti, nel rispetto delle tradizioni rituali, nell’adesione alla spiritualità liturgica. Sotto l’aspetto antropologico-culturale si sono presi in considerazione aspetti metafisici, estetici, culturali, psicologici, sociologici, etici. Non si poteva infatti rinunciare ad una pur breve riflessione sul fondamento ultimo della realtà, poiché lo spazio sacro apre alla trascendenza divina e deve pertanto fondarsi ontologicamente e teologicamente. In quest’ambito teoretico si è aperta la vertenza estetica per non ridurre la bellezza estetica ad accadimento formalistico, superando così le tentazioni della postmodernità che insidiavano il background formativo degli stagisti.
Non sono state sottaciute le questioni in ordine all’inculturazione e all’acculturazione dell’arte sacra, né si è rinunciato ad una considerazione sociografica e sociologica per valutare l’impatto sulla comunità di determinati complessi cultuali; tanto meno si poteva evadere da un esame di carattere psicologico al fine di ponderare la reazione delle singole persone nei confronti di specifiche iconografie cultuali.
A livello tecnico-artistico l’impegno ha previsto la contestualizzazione di determinate procedure espressive nell’ambito cultuale con riflessioni di carattere cromatologico, iconologico e iconografico, al fine di fornire elementi guida all’esercitazione pratica.

Il mandato degli stagisti

Il Corso di perfezionamento si è concluso con un “mandato” simbolico consegnato ai giovani artisti, onde impegnarli nella missione dell’arte cultuale. Ogni stagista ha così maturato il dovere di adoperarsi affinché le sue opere di arte sacra diventino icona dell’azione di Dio nella storia dell’umanità. Portavoce del divino attraverso la bellezza formale egli ha dunque il dovere, sia di rendere viva la memoria della storia, sia di scrutare religiosamente la profezia della contemporaneità. La memoria rende edotti del compiersi della salvezza negli eventi storici. È il recupero esperienziale del popolo ebreo nel suo pellegrinaggio dalla schiavitù degli idoli al servizio di Dio; è la partecipazione ascetica al “resto di Israele” accreditato a giustizia per accogliere l’avvento del Messia; è la ripresentazione storica di Gesù Cristo nella sua vicenda terrena dalla nascita all’ascensione; è il senso della tradizione ecclesiale consacrata definitivamente nella pentecoste; è la nostra memoria nutrita dalla fede di innumerevoli credenti. Tale memoria ha disposto i giovani alla profezia dello splendor formae, conducendoli a leggere i “segni dei tempi” e a tradurli in “icone del vangelo”.
Nel suo intendimento religioso il Corso di perfezionamento ha dunque cercato di delineare la vocazione dell’artista in ambito ecclesiale. Si tratta di una chiamata ad interpretare l’ordine del creato e la scena del mondo, al fine di esprimere nell’alveo della redenzione i germi di grazia che accompagnano tanto le vicende tormentate, quanto quelle affascinanti. In una società secolarizzata e intollerante l’artista deve farsi profeta, diventando voce di bellezza del creato e menestrello dell’azione di Dio. È per questo chiamato a far comprendere con la bellezza delle proprie opere che la vita è un cammino di speranza verso il Signore che s’introduce nell’intimo di ogni cuore disponibile. Deve allora liberare le cose dal velo dell’assurdo nichilista e dell’anonimato formalista, elargendo bellezza sensibile onde indicare la bellezza divina.
Attraverso il Corso di perfezionamento i giovani artisti hanno sperimentato che, per rendere evidenti catechesi, culto, cultura, carità, devono aprirsi a Dio, appassionarsi della conoscenza, sopportare le solitudini, servire il prossimo. Impegnandosi nell’arte culturale, quanti sono usciti dallo stage sanno di doversi inserire nella missione della Chiesa con spirito dialettico e collaborazione creativa. L’artista deve infatti immaginare le sue opere nel contesto cultuale, comprendendo che il proprio manufatto trova completezza e fruibilità non in se stesso, ma nella celebrazione dei divini misteri. Ne consegue che scopre pienamente la propria opera solo nel momento in cui essa entra a far parte dell’evento liturgico.
L’artista del sacro può farsi capire se è solidale con il sentire comune e se percorre l’itinerario creativo come un’avventura condivisa da coloro ai quali l’opera è primariamente destinata. Egli deve percepire il mondo con intuizione personale e con sensibilità ecclesiale; deve saper inserire le sue opere nel contesto ecclesiale e nell’immaginario collettivo; deve assolvere ad una missione umanizzante ed evangelizzante. È dunque chiamato ad elaborare un componimento poetico sul sacro nella lingua della liturgia cristiana e con forme fruibili da parte dei fedeli. L’arte sacra nella sua dimensione cultuale non può essere concepita alla stregua di un solipsistico diario dell’anima, ma deve determinarsi come annuncio del vangelo a tutte le “genti” e come dialogo dei credenti in santa assemblea.
Agli stagisti sono state delucidate le responsabilità sociali e pastorali di cui deve farsi carico colui che si dedica all’arte cultuale. I limiti che ne derivano non coartano la libertà dell’artista. Le conferiscono anzi dignità ministeriale dimensionandone l’operato in un contesto quasi sacramentale. L’artista d’arte sacra manipola materiali al fine di manifestare il vissuto religioso e di indicare la via puchritudinis. In tal senso lo stage ha reso consapevoli i giovani artisti del loro mandato ministeriale allorquando s’adoperano nel dare forme sensibili al culto divino.

La rappresentazione del divino

Il Corso di perfezionamento ha introdotto i giovani artisti all’iconografia del sacro con due temi contrapposti e congiunti: il Crocifisso e l’Unitrino. Nel primo, risulta evidente all’intelligenza umana l’obbrobrio della morte di Cristo in croce, ma deve anche essere evidenziata all’intelligenza della fede la speranza della sua resurrezione. Di conseguenza, la riproposizione dell’evento storico in cui si manifesta l’eclissi del divino non deve annullare il mistero dell’evento metastorico in cui si manifesta la potenza del sacro. Nel secondo, pur non essendo evidente all’intelligenza umana l’unica natura divina che si realizza in tre Persone, deve essere evidenziata all’intelligenza della fede la visione in Cristo del Padre e dello Spirito. Di conseguenza, la riproposizione dell’evento metastorico in cui si manifesta la presenza del divino non deve annullare la sua visibilità storica in Cristo rivelatore del Padre con la forza dello Spirito.
In entrambe le figurazioni gli stagisti erano impegnati a non obliare l’elemento divino attraverso lo splendore delle forme, il linguaggio dei simboli, il gioco dei colori, così che la crocifissione non doveva ridursi alla narrazione dell’obbrobrio e la Trinità alla visibilizzazione delle tre Persone. In entrambi i casi si doveva infatti indicare l’inesprimibile divino. Mediante simbologie iconiche e aniconiche, ottenute attraverso composizione e cromatismi, i giovani artisti si sono così avventurati lungo la via apofantica e apofantica per infondere il pathos dell’ineffabile alle espressioni sensibili.
Al di là degli esiti delle esercitazioni, ovviamente da approfondire con ulteriori studi di colore e di forma, gli stagisti hanno capito che l’iconografo del sacro deve indurre il fruitore ad ammirare il “volto di Dio”, così da fargli pregustare la sua “gloria”. L’artista è chiamato infatti ad una esperienza di Tabor per suggerire – mediante le proprie opere – esperienze di Tabor, onde disporre i credenti alla sopportazione del Calvario e indicare ai lontani il superamento dello scandalo insito nel mistero della croce. La via pulchritudinis rischiara in tal senso la via crucis, così che i patimenti del “tempo presente” si risolvono nelle gioie del “tempo futuro”. L’artista è, dunque, profeta. Ne deriva che i suoi di-segni contingenti diventano segno trascendente.
L’ammirazione del “volto di Dio” oscilla dialetticamente, ma non contraddittoriamente, tra desiderio e realtà. Si tratta di dialettica in quanto, da una parte, si pone l’esigenza umana del divino e, dall’altra parte, vi è una manifestazione del divino nell’umano. È una dialettica non contraddittoria poiché, sia il desiderio che alberga nel cuore dell’uomo, sia il rivelarsi dell’Onnipotente, muovono dal medesimo beneplacito divino. Tale ammirazione interiore suscita stupore mistico e attiva il desiderio di rappresentare nel sensibile il “volto di Dio”. L’artista deve dunque educarsi alla contemplazione del volto di Dio nei segni del creato, negli eventi biblici, nella storia cristiana, nel vissuto personale.
Figurare Dio nel contesto religioso assume un significato ed un valore del tutto particolari. Le religioni storiche hanno dato risposte molto diverse a tale questione, ma sempre con grande attenzione, con norme dettagliate e dopo dispute talvolta accese. In ogni caso “la Chiesa guarda con rispetto ai tentativi che le varie religioni compiono per cogliere il volto di Dio”, poiché il problema di immaginare il divino ed imprimere tale “fantasma della mente” nelle forme sensibili dell’arte è sempre stato oggetto di difficile dibattito. Per questo nello stage è stata subito affrontata la questione della figurabilità del divino per introdurre i giovani artisti alle questioni iconologiche e iconografiche presenti nel cristianesimo. Quest’approccio ha disposto gli stagisti a sperimentare soluzioni che tenessero presenti le varie concezioni maturate nella storia ed entrassero in dialogo con i linguaggi contemporanei.
Del resto, l’iconografo cultuale non deve inventare il “volto di Dio”, bensì “vederlo” intimamente, per cui i giovani artisti dovevano prima mentalizzarsi teologicamente con la visione di Dio e successivamente tradurre tale esperienza nei segni iconici. Tale “visione” ha richiesto un iter complesso che è andato da una tensione naturale ad una visione soprannaturale.
Infatti il desiderio naturale del numinoso non deve ridursi ad una figurazione idolatrica del divino anche se può risolversi in una sua metafora estetica, dal momento che l’arte – nel suo splendore formale – ha la capacità di infrangere l’angusto recinto del finito onde indicare l’infinito. Tale apertura esistenziale trova del resto conferma nell’esperienza ontologica fondamentale attraverso cui il divino si coglie come ultimo fondamento. Ma è l’ossequio della fede a far varcare le soglie del soprannaturale aprendo il credente alle divine pregustazioni. Tuttavia difficilmente tali ineffabili esperienze di “visione” sono descrivibili nel sensibile, come conferma con dovizia di considerazioni la letteratura mistica.
Di conseguenza, l’artista che si dispone ad indicare il divino deve comprendere l’estrema inadeguatezza dei mezzi espressivi, così che solo la bellezza dell’arte può porsi come metafora delle ipostasi divine e come segno della percezione innamorante. In tal senso l’arte, anziché manifestare enfaticamente il “volto di Dio”, origina inquietudine spirituale (a causa della finitudine delle realtà terrene), nostalgia del divino (a motivo della bellezza artistica), adesione alle Scritture (a cagione dei contenuti espressi). L’arte stimola lo sguardo metafisico e mistico tanto da portare l’animo disponibile ad affermare con Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Si conferma così “il bisogno insopprimibile che spinge l’uomo a cercare il volto di Dio”.
Le lezioni teoriche, l’esperienza conventuale e il vissuto esperienziale hanno cercato di favorire tale atteggiamento interiore, indispensabile per fare autetica arte sacra. I giovani artisti hanno per questo sperimentato le tappe dell’iter compositivo nello specifico cultuale. Esso parte dall’emozione estetica, si conferma nell’intuizione metafisica, si apre alla rivelazione dei santi segni e culmina nell’esperienza mistica. Conduce l’individuo alla pienezza di se stesso, poiché lo rende idoneo a cogliere l’evidenza delle cose ultime e ad accogliere la rivelazione di Gesù Cristo. Nel percorso ascetico matura il sentimento del divino, onde dare corpo al desiderio di salvezza. In quello metafisico insorge la consapevolezza di dover fare riferimento ad un ultimo fondamento estrinseco quale sorgente di ogni esistenza contingente. In quello mistico giunge alla contemplazione della fonte divina dell’amore. Per questo “dai tempi antichi fino ad oggi presso i vari popoli si nota quasi una percezione di quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, e anzi talvolta si avverte un riconoscimento della divinità suprema o anche del Padre”.
I maestri che hanno seguito gli stagisti si sono adoperati ad introdurli nel fascinoso cristiano, cercando di evidenziarne l’energia sacrale, al fine di tradurla nei segni sensibili. L’ammirazione espressa del volto del Dio ha per questo comportato un itinerario di mente, cuore, volontà. Esso doveva trovare nella Chiesa una guida e uno stimolo affinché i giovani artisti potessero maturare spiritualmente assimilando i mezzi atti a simbolizzare la “nuova religione in spirito e verità”. L’ascolto liturgico delle Scritture e la condivisione della spiritualità passionista ha aperto gli stagisti al sensus ecclesiae disponendoli a risolvere in icona il Crocifisso e la Trinità con termini intenzionalmente cristiani anche se non sempre religiosamente convenzionali.

L’iconologia biblica

Il Corso di perfezionamento ha cercato di formare gli stagisti all’evidenza del sacro nell’arte, partendo dalla dimensione biblica e approdando a quella ecclesiale. Si doveva far comprendere la presenza e l’assenza di Dio, coniugando l’esperienza del popolo ebraico e quella della comunità apostolica. Dal momento che i primi hanno compreso la totale trascendenza di Jawhè, da cui è derivata la sua irrappresentabilità, e i secondi la totale storicità dell’Emmanuele, da cui se ne è dedotta la sua rappresentabilità, la Chiesa dopo accese dispute ha optato per una iconografia capace di esprimere la rivelazione di Dio con splendore di forme e con fedeltà di contenuto.
Gli stagisti sono stati allora chiamati a sperimentare forme capaci di infondere il senso dell’ineffabile e di rimembrare gli eventi storici. Di conseguenza, si sono avviati a dialettizzare iconicità e aniconicità, dando all’aniconico il valore di metafora, onde indicare la trascendenza divina, e all’iconico quello di metafora, al fine di rappresentare la soluzione storica. Pertanto, se nello stage sul crocifisso l’esercitazione artistica doveva condurre oltre l’eclissi del divino, nello stage sulla Trinità doveva condurre oltre la sua irrapresentabilità. L’attento confronto con la mens biblica ha così introdotto i giovani artisti al senso del sacro nella soluzione cristiana, con particolare attenzione alla finalità cultuale. Si è chiesto loro di rifare l’esperienza biblica, per dare prima metafora all’inesprimibile e poi figurazione all’esprimibile. Quanto segue ha costituito l’ambito di riflessione dello stage ispirando le esercitazioni pittoriche dei giovani artisti.
L’istanza dell’irrappresentabilità di Dio trova documento nella concezione veterotestamentaria dove viene ribadita l’inaccessibilità dell’uomo al mistero divino, salvo quanto rivelato nei segni del creato, nelle profezie, nella legge, nelle teofanie. “La legge dell’Antico Testamento presenta un esplicito divieto di raffigurare Dio invisibile ed inesprimibile con l’aiuto di ‘un’immagine scolpita o di metallo fuso’ (Dt 27,15), perché Dio trascende ogni raffigurazione materiale: ‘Io sono colui che sono’ (Es 3.14)”. Ogni tentativo di rappresentazione discorsiva o iconografica è biblicamente considerato blasfemo, così che qualunque “figurazione” diventa un “manufatto” idolatrico. Dal momento infatti che la visione di Dio è insostenibile allo sguardo umano, Dio non può diventare oggetto di invenzione artistica. Dunque solo la creazione, l’alleanza e le profezie raccontano, nello scorrere del tempo, la gloria di Dio i cui segni provvidenziali sono sempre visibili nella storia del popolo. Pertanto, pur eludendo i segni antropomorfici, il credente è sospinto dal desiderio di incontrare e supplicare il Signore, così che “ricercare il volto di Dio è un cammino necessario, che si deve percorrere con sincerità di cuore e impegno costante. Solo il cuore del giusto può gioire nel cercare il volto del Signore (cf Sal 105, 3s.) e su di lui può quindi risplendere il volto paterno di Dio”.
L’esperienza della presenza divina, che matura attraverso i segni concessi lungo il pellegrinaggio di Israele, trova compimento nella visione di Gesù Cristo, Verbo incarnato, attraverso cui diventa possibile “vedere il volto di Dio” in quanto “il Figlio di Dio in persona si è reso visibile”. All’ascesi che porta il fedele a credere nell’unicità di Dio si coniuga quella che lo conduce a contemplare le tre Persone divine. In Cristo il Padre diventa raggiungibile per virtù dello Spirito Santo. “Bisogna dunque credere in Gesù e guardare a lui, luce del mondo, per non rimanere nelle tenebre dell’ignoranza e per conoscere che la sua dottrina viene da Dio. A questa condizione è possibile conoscere il Padre, diventando capaci di adorarlo in spirito e verità. Questa conoscenza viva è inseparabile dall’amore”. Nell’amore di Cristo si può ammirare il Padre, così che “da quando Gesù è venuto nel mondo, la ricerca del volto di Dio Padre ha assunto una dimensione ancora più significativa” anche se si tratta sempre di una visione nel mistero.
In Cristo Gesù si congiungono l’esperienza estetica dell’indicibile e quella del dicibile. Infatti con Gesù di Nazareth, in quanto Figlio dell’uomo, si raggiunge la piena dicibilità e in quanto Figlio di Dio si permane nell’indicibilità. Pertanto l’estetica che ne deriva è ambivalente nella sua dimensione tanto apofantica quanto apofatica, così che la figurazione di Gesù per i credenti è congiuntamente evento storico e metafora divina. Cristo, inoltre, da un punto di vista teologico è icona trinitaria.
Diverso è dunque il riferimento estetico nei confronti del Padre che rimane aniconico, sia nella essenza, sia nella personalità, poiché assolutamente non-incarnato. Pertanto l’iconicità del Padre si realizza in Cristo dal momento che “la conoscenza del Padre è il Figlio”. Essa si fonda sull’affermazione di Gesù: “Chi vede me, vede il Padre” ed è suffragata dalle elocuzioni del Padre nelle teofanie del battesimo e del Tabor: “Questi è il mio figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Gesù è manifestazione del Padre in tutta la sua vicenda nel mondo per cui “il suo insegnamento, il suo ministero, il suo stesso stile di vita, tutto in lui rivela il Padre. Questi è il centro della vita di Gesù è l’unica via per accedere al Padre”.
Tuttavia Gesù non è il Padre in quanto l’unica sostanza divina è realmente distinta nelle tre Persone, così che ogni “di-segno” del Padre è simbolo metaforico di un’analogia di attribuzione assolutamente estrinseca. In questo assunto non bisogna confondere l’iconicità del Padre, con l’iconicità delle virtù-paterne-creative che competono alla divinità in quanto tale e quindi in uguale misura alle tre Persone divine, poiché il Padre è essenzialmente colui dal quale il Figlio eternamente procede.
Il discorso sulla bellezza e sull’arte in riferimento al Padre è all’insegna della gloria di Dio e dell’incarnazione del Verbo. La “gloria di Dio” è l’Assolutamente-altro, così che i segni sensibili possono solo indicarla per via negationis. L’incarnazione del Verbo è l’Assolutamente-qui, così che i segni sensibili possono evocare la presenza storica di Gesù ed indicare quella sacramentale nella Chiesa per via affirmationis. Tuttavia la divina essenza rimane inaccessibile ed il Padre si raggiunge iconicamente solo per mezzo di Gesù Cristo e della sua rivelazione sul Padre, così che l’iconografia del Padre è cristologica. Cristo, da parte sua rivela il “volto” del Padre mediante detti e parabole. Per quanto il Padre sia per eccellenza aniconico, la paternità di Dio ammette dunque simboli iconici e la rivelazione del Padre in Cristo offre suggerimenti iconografici.
Nelle loro riflessioni e sperimentazioni gli stagisti hanno compreso con forte partecipazione emozionale la paradossalità dell’estetica biblica, comprendendo come bellezza e sacralità siano indissolubilmente coniugate, come il visibile sia immagine dell’invisibile, come il finito trascenda nella rappresentazione dell’infinito. Con passione e timore si sono così avventurati ad esprimere i moti dell’animo suscitati dalla lectio divina e dalla storia dell’arte. Hanno perciò capito che il rappresentabile è incarnazione del non-rappresentabile e che l’icona è mera species della divina essenza che permane totalmente aniconica.
Ne sono derivate espressioni innamorate volte non al compiacimento personale, ma al divino svelamento. Si tratta di “capolavori” solo abbozzati, tuttavia importanti, poiché attraverso di essi i giovani artisti hanno cercato di superare estetiche formalistiche e immanentiste, onde disporsi ad una ricerca “realistica” e sublimante. Nel dare forma ai segni del sacro hanno provato l’esperienza del timore-tremore che non genera paura, bensì adorazione. Con tale innamoramento non si tradisce l’oggetto del proprio amore, per cui l’artista, circonfuso dallo Spirito e rapito dalla bellezza, tenta – tra estasi e tormenti – di trasformare la sua arte in scintille del divino, onde illuminare di speranza il cammino dei credenti. Tale è stata l’esperienza degli stagisti che hanno trasformato il loro stupore religioso in impeto compositivo, così da impegnarsi a dare bellezza e sacralità al loro operato congiuntamente iconico e aniconico.

Conclusione

La prima edizione del Corso di perfezionamento ha avuto come momento culmine l’eucaristia celebrata in occasione della Festa dell’artista. I giovani artisti si sono così presentati agli “artisti di lungo corso” con le loro opere che hanno portato all’altare come segno del futuro impegno nell’arte dedicata al culto. Nel complesso quest’avventura pionieristica è stata quanto mai coinvolgente e proficua, gettando le basi per una nuova concezione del rapporto di Chiesa ed arte a livello di formazione accademica.
“Svezzati” i giovani artisti dovranno ora affrontare committenza, collettività e critici nelle diverse situazioni locali. La sfida si presenta difficile ed esaltante. Difficile poiché nell’ora della secolarizzazione è arduo dare forma sensibile all’afflato religioso, in quanto l’attuale cultura ha dato ai significanti sacri significati profani. Ai giovani va dunque il compito di ridare forza sacrale e dimensione umanistica alle espressioni dell’arte, onde renderle idonee al culto cristiano, all’annuncio del vangelo, alla formazione culturale e alle opere caritative.
Nei confronti di architetti e committenza i giovani artisti dovranno adoperarsi a dare vita ad un prodotto artistico di qualità che supporti l’unità complessa dell’arte cultuale e la sua iconicità quasi-sacramentale. Dovranno pertanto dialogare con tutte le forze concorrenti rivolgendo particolare attenzione alla comunità dei fedeli, di cui sono chiamati a percepire l’immaginario religioso al fine di esprimerlo con forme splendide e contenuti autentici.
L’auspicata “primavera dello Spirito” che ha contrassegnato la stagione postconciliare deve trovare nei giovani artisti gli attori privilegiati per dare freschezza, entusiasmo e candore alle espressioni del culto. Solo congiungendo la sapienza della tradizione e la profezia del rinnovamento i giovani artisti potranno creare forme capaci di “dire Dio” nell’incessante fluire di “nova et vetera”.

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