Ugo Mulas a New York. Pop Art 1964-1965.
Dal Monday 07 April 2003
al Wednesday 14 May 2003
Comunicato stampa evento: Ugo Mulas a New York. Pop Art 1964-1965.
“Ugo Mulas a New York. Pop Art 1964-1965.”
Fotografie di Ugo Mulas
Fnac Milano – Via Torino ang. Via della Palla
Dal 7 aprile al 14 maggio 2003
Lunedì-sabato 9.00-20.00; domenica 10.00-20.00
Ugo Mulas a New York. Pop Art 1964-1965.
In seguito alla scoperta della nuova arte americana alla Biennale di Venezia nel 1964, Ugo Mulas trascorre tre lunghi periodi della sua vita a New York, esperienza che darà vita ad una documentazione unica su questo periodo della storia dell’arte contemporanea negli Stati Uniti e al libro considerato il manifesto della Pop Art: New York, The New Art Scene (New York: arte e persone).
La raccolta di fotografie presenti in mostra sono una scelta delle immagini più rappresentative del libro, stampate in occasione dell’esposizione alla Galleria Fnac a Parigi nel 1993, che da allora ha circuitato nelle principali gallerie Fnac europee.
“(…) Nel 1964 sono andato per qualche mese in America, per una mia necessità, perché là nessuno mi aveva mandato. Ho sentito il bisogno di andarci dopo aver visto la Biennale di Venezia, dove c’erano Johns, Dine, Oldenburg, Rauschenberg, Stella, Chamberlain. In un primo momento, negli Stati Uniti sono stato più stordito che convinto; poi, mi sono entusiasmato, perché non si trattava soltanto di prendere contatto con una certa pittura, quanto di entrare nel mondo dei pittori, e al tempo stesso di condividere un momento straordinario, di essere il testimone di una cosa veramente importante nel momento in cui capitava e si affermava. Avevo già fotografato degli artisti, per esempio Severini, per esempio Carrà, ma mi era sembrato di fotografare dei superstiti. Se mai avrei potato fotografarli nel 1910, nel ’12: allora avrebbe avuto un senso, mentre adesso non facevo che registrare la loro sopravvivenza fisica come personaggi.
Dall’esperienza americana è nato un libro, e se le foto di quel libro hanno un senso, è proprio nella partecipazione che allora temevo, perché ero consapevole di un rischio, perché sapevo che la simpatia per i tipi che andavo incontrando e per quanto accadeva poteva tradirmi. Per questa ragione, per sfuggire in parte a questo pericolo, ho usato quasi sempre uno stesso obiettivo; non per deformare facce o cose, secondo la moda di quegli anni, ma per restare il più possibile fuori, lontano, staccato da quanto accadeva, e al tempo stesso coinvolgere la maggior quantità di cose e il maggior spazio possibile, non isolare i protagonisti, ma immergerli totalmente nel loro ambiente.
(…) Io non volevo essere testimone, volevo accettare quante più cose possibile, ma non riuscivo a spiegarlo. Era chiaro che dentro di me c’era una preparazione o una impreparazione, c’era una storia cioè, per cui, alla fine, contro la mia stessa volontà, nella fotografia, saltava fuori il mio punto di vista. Ma non sapevo che l’essere consapevoli di questo fatto vuole anche dire avere un atteggiamento diverso nel momento della ripresa, nel momento della scelta di che cosa e di come fotografare. Oggi, mi rendo conto che le fotografie scattate in America sono una presa di coscienza e non una registrazione, una presa di coscienza come lo è qualsiasi autentica operazione conoscitiva.