a cura di Chiara Serri e Gino Di Frenna
Inaugurazione: sabato 17 novembre 2007, alle ore 17.00
Dopo il grande successo della prima personale Lungomare Est, il 17 novembre l’artista albanese Artan Derraj torna ad animare le stanze della Galleria 8,75 Artecontemporanea con un nuovo ciclo dedicato ai volti, ai corpi e alle Trasfigurate identità di creature misteriose, che confermano l’attitudine del pittore alla ricerca, alla sperimentazione e al coinvolgimento emozionale.
Una dozzina di nuovi dipinti che, lasciati da parte i toni lividi e le carni molli delle precedenti ricerche, influenzate dal lavoro del padre, che imbalsamava uccelli rapaci, si risolvono in composizioni rigorose di piani che, intersecandosi secondo angolazioni diverse, annullano ogni distinzione tra pieno e vuoto, procedendo ad una graduale geometrizzazione dell’immagine.
Pennellate che “hanno un chè di ruvido e dolce insieme: sono sciabolate di colore, nette e rapide, che riducono il paesaggio ad uno schermo smaltato, da cui si sollevano profili gravidi di luce, ma sono anche il frutto di un lavoro di cesello, di una ricerca raffinata che, abbracciando lunghi archi temporali, si risolve nel calibrato tonalismo dei volti in primo piano, rifiniti in punta di pennello. Una pittura organica che sgorga dalla continua alternanza di colori acrilici e pigmenti oleosi, ripartiti, rispettivamente, nei fondi e nei volti. Se lingue fluide di colore uniforme lambiscono i fondali, trattati secondo nuance verdi, rosate e solari, l’olio si stende, invece, ad accarezzare i lineamenti in primo piano, con velature morbide e sorprendentemente trasparenti. Due piani distinti che trovano, però, rispondenza nelle brillantezze d’un nero d’onice, che, innervando di forza la figura, sale dalla platea direttamente al palco, confondendosi tra le trame vorticose dell’olio”.
8,75 Artecontemporanea,
Ass. Culturale, Corso Garibaldi 4, Reggio Emilia
Tel. 0522 556806
http://www.875.it
ginodifrenna875arte@yahoo.it
Artecontemporanea^
Associazione Culturale
Trasfigurate Identità
di Chiara Serri
Le pennellate di Artan Derraj hanno un chè di ruvido e dolce insieme: sono sciabolate di colore, nette e rapide, che riducono il paesaggio ad uno schermo smaltato, da cui si sollevano profili gravidi di luce, ma sono anche il frutto di un lavoro di cesello, di una ricerca raffinata che, abbracciando lunghi archi temporali, si risolve nel calibrato tonalismo dei volti in primo piano, rifiniti in punta di pennello.
Una pittura organica che sgorga dalla continua alternanza di colori acrilici e pigmenti oleosi, ripartiti, rispettivamente, nei fondi e nei volti. Se lingue fluide di colore uniforme lambiscono i fondali, trattati secondo nuance verdi, rosate e solari, l’olio si stende, invece, ad accarezzare i lineamenti in primo piano, con velature morbide e sorprendentemente trasparenti. Due piani distinti che trovano, però, rispondenza nelle brillantezze d’un nero d’onice, che, innervando di forza la figura, sale dalla platea direttamente al palco, confondendosi tra le trame vorticose dell’olio.
Donne, quelle che ci scrutano dalle tele di Artan Derraj, che sfiorano appena l’arte del ritratto, prendendo spunto dai lineamenti delle persone care, da vecchie fotografie e ritagli di giornale, ma solo per passare oltre e riversare il tutto in una centrifuga di ricordi reali ed emotivi che, ammiccando all’astratto, si nutre solo di forma e colore.
Gli inestricabili gorghi cromatici del passato lasciano dunque spazio, nelle ricerche più recenti del pittore, alla frantumazione del volto, ad un moto tellurico che sconvolge la superficie e l’ordito degli incastri tonali, dando vita ad un mosaico incongruo, scomposto e poi ricomposto secondo una logica nuova che, semplificando le linee e i contorni, procede alla geometrizzazione dell’immagine.
Alle carni molli e ai toni lividi delle precedenti ricerche, influenzate dal lavoro del padre, che imbalsamava uccelli rapaci, si sostituiscono dunque composizioni rigorose di piani, di superfici solide che, intersecandosi secondo angolazioni diverse, annullano ogni distinzione tra pieno e vuoto.
Lo spazio si satura di materia, le figure si solidificano in un infinito attimo congelato, tramutando l’impasto, denso di carne e colore, nella sacralità del marmo.
Icone ieratiche, solide e monumentali, nella cui natura pittorica si insinua un nuovo elemento: il tempo. Una temporalità prolungata che, andando oltre il semplice sguardo, ci impone di posare l’occhio su ogni elemento compositivo, fino al più recondito dettaglio, per costruire una mappatura mentale dell’opera e carpirne, gradualmente, il suo profondo significato.
8,75 Artecontemporanea, Ass. Culturale,
Corso Garibaldi 4, Reggio Emilia
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