Le narrazioni da un bosco antico, settecentesco-ottocentesco, si tingono di timbri di nero denso e dalla sinteticità plastica e palpabile, a metà tra la traccia storica ed archeologica ed il sintetico urbano e metropolitano più contemporaneo, nell’opera di pittura, scultura, fotografia artistica e raffinato design di Federico Sguazzi, artista residente nello storico centro toscano di Suvereto (GR), alle porte della Maremma, in mostra a presso la Fiera Internazionale d'Arte Moderna e Contemporanea dal 29 febbraio al 2 marzo 2008.
Sul filo conduttore di un’inedita “arte povera” si delinea il recupero progressivo dei materiali più disparati, dal legno alle plastiche e polisteroli abbandonati, ritrovati, elaborati e ricontestualizzati da un sapiente ed elegante lavoro minimalista e di sintesi, di grande forza e suggestione contemporanea.
Un design anche sottile, oltre alle tavole pittoriche e para-pittoriche, in un “aggancio” estremo di senso tra la storia antica più classica, tentazioni esotiche ed orientali, fino alla loro rappresentazione immediata e di sintesi nella plasticità-sinteticità moderna, rappresenta una parte importante della produzione dell’artista, caratterizzata negli anni passati anche da un surrealismo sereno e nostalgico nelle stesse gradazioni di bianco, grigio, nero e beige, dell’opera fotografica.
L’ampia attività di Federico Sguazzi inizia infatti con la fotografia fino alla pittura ed alle più complesse soluzioni recenti che combinano su ampi supporti bidimensionali “neo-sculture” e collages di materiali duri ed anonimi (filanciani, polistiroli, plastiche varie) sublimati nella ricontestualizzazione artistica, fanciullesca e narrante di un lavoro in parte attento e sapiente in parte emozionale e di derivazione istintuale ed informale.
La poesia, il sentimento più autentico e fanciullesco, la narrazione felice e leggera di “fiabe per bambini”: l’espressività infantile e primordiale, costruita e recuperata come in un gioco automatico e libero attraverso un ambiente apparentemente duro, freddo, dai toni monocromi e le tinte in piombo, o più elegantemente ricondotto ai pastelli struggenti ed essenziali del Nord, come da periferie metropolitane nostalgiche e memori di un “bosco” antico dei significati perduti e che non c’è più.
Rilievo non secondario ha anche la scultura concepita però come un assemblaggio di significato minimalista ancora una volta risultato immediato e di senso da forme intuite e riconosciute nell’ambiente urbano e naturale.
Tra il sorriso antico etrusco e le linee altrettanto enigmatiche e moderne di Da Vinci e di Amedeo Modigliani, in tavole a metà tra la seconda e la terza dimensione, il catrame, la plastica il ferro o il cemento, si fanno così “magicamente” raffinata porcellana o luminescenza visiva in argento, tra la luna e la terra, la natura e la finzione più sintetica, verso una nuova alba dopo l’attraversamento consapevole di un sublimato, antico e riproposto, quasi come sulla scia di cicli esoterici e misteriosi, umano, autentico e condiviso dolore.
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