Atelier dell’Arco Amoroso - Dettaglio evento

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Quirino Ruggeri - il ritorno all'ordine

Dal Friday 30 April 2004
al Sunday 30 May 2004

Gli artisti correlati Quirino Ruggeri

Comunicato stampa evento: Quirino Ruggeri - il ritorno all'ordine

Polarità del XX secolo
QUIRINO RUGGERI
il ritorno all’ordine
30 aprile – 30 maggio 2004

inaugurazione venerdì 30 aprile,ore 17.30



Nell’ambito del progetto “Leggere il 900”, promosso dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Ancona, opere fondamentali di Quirino Ruggeri sono in mostra all’Atelier dell’Arco Amoroso, dal 30 aprile al 30 maggio 2004.
Per la cura di Armando Ginesi, e dotata di un accurato catalogo, la rassegna si propone di fare luce su un artista particolarmente significativo del suo tempo, ma ancora non abbastanza indagato.
Una forte personalità quindi da esplorare e da conoscere; una prassi questa che sia la Provincia di Ancona che lo stesso Ginesi sembrano aver adottato. Ed è infatti assai utile ed interessante porre attenzione su artisti e su annate del secolo appena concluso che non siano del tutto inseriti e codificati nella storia dell’arte del Novecento. Arduo compito questo del progetto “Leggere il 900”, che viene in buona parte assolto anche grazie al successo dell’omonimo sito web www.leggereil900.it. Una metodologia di accesso alle fonti culturali che sta riscuotendo un notevole successo, sottolineato dal consistente numero di visite al sito.
Nella nota critica che apre il catalogo, Ginesi traccia l’itinerario artistico ed umano di Ruggeri, approfondendo in particolare la sua opera sia di scultore che di pittore. (La scultura gli procurò cinque partecipazioni alla Biennale Internazionale di Venezia, dal 1928 al 1956, e sette alla Quadriennale di Roma, dal 1931 al 1956).
“…Si diverte anche a “giocare” con la pittura, scrive Ginesi, “… volto verso una direzione diametralmente opposta, nientemeno che verso l’astrattismo di sapore geometrico. E’ una produzione, quella pittorica, ancora tutta da approfondire. Cromaticamente vivace si innesta in tralicci compositivi di ascendenza costruttivista suggestionata, a volte, dalle ricerche del “Gruppo Como” fondato da Mario Radice, ma anche degli artisti della Galleria del Milione di Milano e del successivo raggruppamento “Valori Primordiali” di Roma. La pittura di Ruggeri è utile non soltanto per meglio capire la sua dimensione creativa ma anche per mettere a fuoco certe sue intuizioni linguistiche e formali trasmesse all’allievo Edgardo Mannucci…… al quale suggerisce molte tecniche e molti modelli morfologici utili al primo periodo della sua attività, quella figurativa, ma al quale offre anche molte idee, attraverso il costruttivismo pittorico”.




Il presidente Enzo Giancarli e l’Assessore alla Cultura Massimo Pacetti, nella prefazione al catalogo sottolineano come con questa prima mostra “QUIRINO RUGGERI: il ritorno all’ordine”, prosegue l’impegno e l’interesse della Provincia di Ancona nell’organizzazione di almeno due appuntamenti espositivi annui di particolare rilevanza culturale. Per il 2004 sono le cosiddette due polarità del XX secolo, ovverosia due forme di estremizzazione linguistica all’interno del
ricchissimo patrimonio di invenzioni lessicali che si è andato accumulando nel corso di cento e più anni ad essere esaminate ed approfondite.
Perché due mostre
Le due forme di estremizzazione linguistica toccate dal progetto sono rappresentate da due singole rassegne.
La mostra di Ruggeri (20 sculture e 20 dipinti) si riferisce alla tendenza conservatrice, che in Europa si è chiamata del “Ritorno all’Ordine” e che in Italia è stata rappresentata da “Valori Plastici” e da “Novecento”: un momento di arresto, fortemente voluto da alcuni intellettuali ed artisti, in mezzo al divenire inarrestabile del clima avanguardistico. Espone

La seconda, Claudio Cintoli, che si terrà in autunno, afferisce al momento più mentale dell’arte del secolo scorso, quello che, derivato dalle premesse dadaiste e più segnatamente duchampiane, stava indirizzando il discorso artistico verso un apparente punto di non ritorno consistente nella “morte” del valore dell’opera e nel conseguente (anzi precedente) principio che l’operare artistico nasce e si risolve nell’idea.”


DAL 30 APRILE AL 30 MAGGIO 2004
tutti i giorni 16,30 - 19,30
sabato, domenica e 4 maggio anche 9,30 - 12,30
chiuso 1 maggio
allestimento dell’arch. Fabio Pandolfi
catalogo in mostra con coordinamento grafico-editoriale
di Annalisa Filonzi.
INGRESSO LIBERO






UFFICIO STAMPA EVENTI “LEGGERE IL 900”- GABRIELLA PAPINI- PAOLA LUCARELLI- ECONOMIA&CULTURA- INFO 071/3580025-




Quirino Ruggeri e “Valori Plastici”

Che cosa può avere a che fare Isaac Newton con le arti visive? Nulla. Però una delle sue leggi, quella che recita “Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”, oltre che valere per la fisica, può adattarsi ad altre modalità dell’essere e del sapere. Questo per dire che dopo le travolgenti e sconvolgenti intemperie linguistiche delle Avanguardie Storiche (dal Fauvismo al Surrealismo) che hanno imperversato in Europa nel primo ventennio del XX secolo ( penetrando, con il Surrealismo, fin dentro gli anni Trenta), si è manifestato, nel corpo della società sia italiana sia continentale, un bisogno di sosta, di ripensamento, di recupero dei valori certi e consolidati della tradizione.
Il fenomeno si è palesato sostanzialmente nel periodo intercorso tra le due guerre mondiali. Nel nostro Paese – che ha prodotto una sola avanguardia, il Futurismo, la quale non ha inciso più di tanto nella cultura nazionale mentre ha procurato effetti consistenti all’estero, a partire dalla Francia – il clima è rimasto sostanzialmente provinciale, favorito anche dalla politica nazionalistica che vi imperava, con i relativi miti, fatti propri dal Fascismo salito al potere nel 1922.
Il Futurismo poi, in quegli anni, gradatamente si spegneva e, con esso, veniva meno ogni carica innovativa: infatti, morti Boccioni e Sant’Elia, Carrà si ritirava verso la Metafisica prima e la pittura arcaicizzante dopo e lo stesso Severini si avviava verso il recupero del senso plastico della figura dipinta. Restava attiva una seconda generazione (capeggiata da Balla e Depero cui si erano aggiunti Prampolini, Dottori ed altri) la quale, tuttavia, più che produrre originalmente, rielaborava ed aggiornava i moduli più tipici del linguaggio futurista. Del pari si spegnevano le spinte innovatrici del gruppo di Ca’ Pesaro a Venezia.
A partire dell’armistizio della prima guerra mondiale, prese il via quel fenomeno di ripensamento e di ripiegamento sui valori della tradizione che andò sotto il nome di “Ritorno all’Ordine” e che interessò l’intera Europa.
In Italia nel novembre 1918 usciva una rivista a cura di Mario Broglio e di Roberto Melli intitolata “Valori Plastici”, alla quale collaboravano, tra gli altri, Savinio, De Pisis. Essa sosteneva la necessità di un recupero della linea propriamente italiana, partendo da modelli storici illustri quali Giotto e Masaccio. Il periodico svolse un’importante funzione informativa e di diffusione delle proprie idee estetiche e si trasformò presto in un movimento composito, sotto il profilo linguistico, tenuto però insieme, come si diceva, dall’esigenza di un rientro nei ranghi dell’ordine e della regola dopo le ebbrezze avanguardistiche. Un fenomeno, se si vuole, di natura citazionista.
In questo clima restaurativo nasceva “Novecento”, fondato a Milano nel 1922 e la cui denominazione era stata ideata da un artista marchigiano di Fossombrone, Anselmo Bucci. Al movimento aderivano Dudreville, Funi, Marussig, Oppi, Sironi. Il nome era ambizioso dato che proponeva di associarsi alle grandi epoche storiche del passato, come il Quattrocento, il Cinquecento, il Seicento.
La sua prima mostra risale al 1923, organizzata a Milano dalla Galleria Pesaro. Il movimento trova una grande sostenitrice nella scrittrice Margherita Sarfatti che ne diventa la musa teorica.
Come già successo a “Valori Plastici” (sua antesignano naturale) “Novecento” manca di caratterizzazione tanto è il numero e così diversi sono gli indirizzi stilistici degli artisti che vi aderiscono. In sostanza si tratta d’una vera e propria miscellanea, come dimostrano le sue più importanti mostre organizzate presso il Palazzo della Permanente di Milano nel 1926 e 1929. L’unico collante che tiene uniti tutti è, come già detto, la passione conservatrice d’una cultura il cui sguardo è rivolto all’indietro.
E’ in questo contesto che si collocano la figura e l’opera di Quirino Ruggeri, sarto diventato scultore e maestro del più noto Edgardo Mannucci a cui ha suggerito non soltanto i modelli plastici del recupero della tradizione, ma anche (attraverso i suoi “divertimenti” pittorici) forme destinate a diventare tipiche di una certa fase della produzione scultorea mannucciana, come, peraltro, ben dimostra un piccolo quadro esposto in questa rassegna).
Abituato alla plasticità corporea dal suo mestiere di sarto, esercitato prima in Argentina e poi a Roma, a partire dagli anni Venti si accosta, da autodidatta, alla scultura. Fa un breve apprendistato tecnico presso lo studio dello scultore Arturo Dazzi, poi apre, nel 1922, un proprio atélier accanto a quelli di Giorgio De Chirico e di Virgilio Guidi. Nel decennio 1925-1935 il suo lavoro è oggetto di apprezzamento – e di aiuto – da parte di Roberto Longhi e degli “amici” del Caffè Aragno (scrittori, poeti, intellettuali in genere).
Attento lettore delle monografie tematiche che la rivista di Broglio pubblicava, egli, guardando ad Arturo Martini ed al suo purismo arcaico di quel periodo (che aveva preso il via con opere come “La prostituta” del 1909 e il “Figliol prodigo” del 1913), si pone in sintonia con i modelli plastici delle antiche civiltà, a partire da quelle mesopotamiche ed egizie, fino a quelle quattrocentesche italiane non lesinando interesse per le più recenti invenzioni cubiste di Zadkine, Derain, Archipenko, Lipchitz, Duchamp-Villon: queste ultime, infatti, come le prime, tendono alla condensazione forte dell’immagine plastica, alla sintesi spinta fino al massimo grado. La qual cosa coincide con il desiderio di Ruggeri, raccontato da lui stesso, di orientarsi verso un certo tipo di plasticità: “Agli inizi mi piacevano specialmente le cose primitive, pensavo che la scultura dovesse arrivare ad una espressione di forme semplici, come le rocce ed i sassi levigati dai fiumi”. Dunque essenzialità, rigore, ripiegamento sulla propria forma, come gli storici esempi sopra riportati avevano saputo concretizzare.
Il periodo che va dal 1925 al 1935 è considerato da tutti i critici che si sono interessati alla sua opera (non sono molti, ma tutti di grande spessore e notorietà) il migliore. Scrive uno dei più importanti studiosi della scultura italiana del XX secolo, Giuseppe Marchiori: “Ruggeri, pur nella totale mancanza di cultura, aveva rivelato un’appassionata sincerità, un profondo sentimento poetico, un sicuro istinto, che lo guidava a riconoscersi nelle più pure espressioni dell’arte primitiva. In un periodo di “ritorni” alle origini, la presenza di un artista come Ruggeri, che aveva abbandonato le forbici per la stecca o lo scalpello, spinto da una sorta di raptus ancestrale, era la dimostrazione migliore della necessità di una polemica contro ogni forma di accademismo. C’era dunque nel primo Ruggeri, che aveva dichiarato risolutamente di voler “piazzare qualcosa nello spazio” un candore autentico, una misteriosa lucidità, che si faceva strada, pur nelle più sconcertanti dichiarazioni pseudo-storiche e pseudo-estetiche […] I Suoi gessi colorati, che vanno dal 1924 al 1930, […] rivelano la spontaneità e la freschezza di una vocazione che ebbe da Arturo Martini l’unico stimolo attivo per manifestarsi nella sua semplicità primitiva”.
Seguiamo sempre le indicazioni dello stesso Ruggeri – tratte da un testo del 1935, pubblicato come autopresentazione alla II Quadriennale di Roma e che riproponiamo integrale in altra pagina del catalogo – per cogliere il senso di un suo cambiamento stilistico sopravvenuto dopo la fase “primitivista”: “Più tardi cominciai a convincermi che la scultura poteva tendere ad un’altra specialità basata sull’osservazione più diretta e profonda delle cose […] Insomma ora tutti i miei sforzi tendono ad una scultura naturale e viva senza che sia impressionistica; composta e rigorosa senza che sia neoclassica”.
In realtà la svolta c’è stata. Verso un naturalismo meno libero, meno caratterizzato dalla freschezza inventiva e dalla poesia scaturita dalle emozioni suscitate dalle visioni dei modelli arcaici. Questi ultimi vengono ora sostituiti dalla contemporaneità e la qualità plastica di Ruggeri abbandona gradatamente il dire poetico per sostituirlo con quello della cronaca, non aliena da più di un accento retorico, come richiesto dalla cultura ufficiale del Ventennio.
Ma nel mentre, come scultore, egli percorre il suo tragitto (che gli vale cinque partecipazioni alla Biennale Internazionale di Venezia, dal 1928 al 1956, e sette alla Quadriennale di Roma, dal 1931 al 1956) nel senso sopradescritto, si diverte anche a “giocare” con la pittura. Volto verso una direzione diametralmente opposta, nientemeno che verso l’astrattismo di sapore geometrico. E’ una produzione, quella pittorica, ancora tutta da approfondire. Cromaticamente vivace si innesta in tralicci compositivi di ascendenza costruttivista suggestionata, a volte, dalle ricerche del “Gruppo Como” fondato da Mario Radice, ma anche degli artisti della Galleria del Milione di Milano e del successivo raggruppamento “Valori Primordiali” di Roma.
La pittura di Ruggeri è utile non soltanto per meglio capire la sua dimensione creativa ma anche per mettere a fuoco certe sue intuizioni linguistiche e formali trasmesse all’allievo Edgardo Mannucci. Al quale suggerisce molte tecniche e molti modelli morfologici utili al primo periodo della sua attività, quella figurativa, ma al quale offre anche molte idee, attraverso il costruttivismo pittorico, che Mannucci tradurrà poi in forme tridimensionali nelle sue prime opere astratte, quelle poste tra la breve parentesi della concentrazione figurale neocubista e l’espansione materica, vale a dire quelle segniche prodotte dalla seconda metà degli anni Quaranta fin quasi alla fine degli anni Cinquanta. Ma questo è tutto un altro discorso, anche se, prima o poi, bisognerà pur riprenderlo per meglio focalizzare i nessi tra il maestro e l’allievo, tra due talenti che, a cominciare dai loro conterranei, non hanno ricevuto la considerazione e la notorietà che indiscutibilmente meritano.

Armando Ginesi


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