Credem Private Banking - Dettaglio evento

Sede Strada Farini 34, Parma -  Mappa



Sulle orme di Amos Nattini

Dal Wednesday 19 May 2004
al Friday 04 June 2004

Gli artisti correlati Amos Nattini

Comunicato stampa evento: Sulle orme di Amos Nattini

Sulle orme di Amos Nattini
19 maggio - 4 giugno 2004

Inaugurazione mercoledì 19 maggio ore 17.30

Credem Private Banking,

Proponendo un percorso inedito di opere dell’artista Amos Nattini, 27 tra tavole e disegni, vuole esprimere innanzitutto la sua riconoscenza verso l’opera silenziosa del collezionista, verso la sua passione durata una vita e la sua intelligenza di custode del bello.
La mostra non ha intenti storico scientifici, né di esaurimento capillare di un ambito artistico altrimenti definito: è frutto di una ricerca individuale e nata da un impuldo istintivo, come nella migliore tradizione collezionistica, corrisponde alla storia privata del collezionista, alle sue scelte, alle sue amicizie e ai molteplici incontri fortunati di un “esploratore solitario dei territori della belllezza”. Sulle Orme di Amos Nattini, ad ospitare questa mostra nella nuova sede di Strada Farini, nel centro storico di Parma, infine contribuisce un interesse autentico per la terra che ha ospitato l’artista, l’Emilia, riferimento privilegiato di tante acquisizioni. Credem Private Banking si pone, in quest’ottica, come partner dei propri clienti in ambiti che non sono solo riconducibili alla sfera del patrimonio finanziario, ma anche dell’arte e, per certi versi, del tempo libero.

PRIVATE BANKING CREDEM
Strada Farini, 34
43100 Parma
Orario mostra: 9.00 – 13.30 14.30 – 18.00
Venerdì aperto fino alle 22.00
Domenica chiuso

Come convergono le passioni di uomini diversi, di epoche lontane fra loro, di culture dissimili in un solo luogo e momento? Quali sono le trame, le coincidenze, le causalità che il destino organizza al fine di non disperdere un amore, una missione, un impegno? Come si manifesta nel fluire del tempo la forza di una passione, che non cede alle mode, al disinteresse, a nuove effimere forme, a cronisti superficiali, a critici disattenti?

Quando sono nato – nel 1960 – Amos Nattini già celebrava i suoi 68 anni. In quell’anno d’Italia bramosa di comode modernità Amos Nattini lavorava al riuscito e suggestivo ciclo di vascelli incagliati, di mari in tempesta, di sirene ammonitrici, di neri e simbolici vortici marini. Aveva terminato la colossale opera della Divina Commedia da oltre vent’anni. Non dovevamo quindi incontrarci.
Cronologia, radici, cultura, generazioni intere ci separavano. Ed infatti per molti e molti degli anni successivi, mentre le forze sottili e frattali del caso elaboravano le loro equazioni, mai seppi nulla di quest’uomo che rinchiuso e protetto nella sua casa-convento di Oppiano di Gaiano febbrilmente lavorava, sperimentava, studiava, mescolava pigmenti e solventi rielaborandoli nelle simboliche immagini di miti lontani; lontano dal clamore, senza interesse per la propria promozione, non sfibrato dai lunghi precedenti decenni di impegno, Nattini continuava ad alimentare la propria passione, la propria missione in una simbiosi mutualistica di energia, vita ed “immagini”. Nel frattempo scorrevano gli anni; mio padre continuava a costruire caldaie, con impegno, senza elettronica, con grandi fogli progettuali tracciati coi tecnigrafi che oggi sono inutile modernariato; ed il destino intrecciava allora passioni, come ancora fa e come voglio credere sempre farà finché un uomo avrà una pulsante passione vitale. La forza dell’artigianato parmense aveva allora attratto la colta curiosità del simbolista Nattini; la lavorazione dei terreni, dei metalli, della gomma, l’energia e l’impegno umani applicati alle materie della natura lo spinsero allora a dar forma alle gesta operose di uomini del suo tempo. Questo nuovo interesse del pittore attirò inevitabilmente quello di mio padre - artigiano parmense – calderaio con la passione del simbolismo di questo Nattini cosi diverso da lui. Ed un giorno di primavera degli anni settanta –come le equazioni di caso-energia avevano voluto e previsto – fui accompagnato, adolescente, nello studio di un pittore ormai vecchio ma ancora incredibilmente operoso, intelligente, arguto: cioè vivo.
Il Nattini ottantenne si era lasciato alle spalle da quasi mezzo secolo i fasti di Parigi, il Jeu de Paume, D’Annunzio, la marchesa Casati, le mostre all’Aia, il gotha milanese, le inaugurazioni con Re e Regine; ma non era un uomo vinto, non viveva nel ricordo di fasti passati; studiava, dipingeva, portava avanti la sua missione con una coerenza, un’energia, una vitalità che allora – adolescente – non potevo ben comprendere ed apprezzare, ammirato, come oggi.
Non ho mai dimenticato il suo studio e la sua casa, che ebbi modo di visitare altre
volte insieme a mio padre; le file di ampolle, l’odore, la luce, le tavole di compensato che si riempivano settimana dopo settimana di mitologia, di simboli, di vita. Le grandi battaglie alle pareti del lungo corridoio conventuale. I giganteschi volumi della Divina Commedia, adagiati sull’originale leggio per lui ideato dall’ebanista Eugenio Quarti nel 1920. Come si potrebbe del resto rimanere indifferenti trovandosi al cospetto di una vera passione, di una vera energia – capace di sorreggere e sostenere una vita per quasi cento anni, senza cedimenti, deviazioni, lusinghe? E’ merce rara tale energia ed il Nattini ottantenne ne era ancora pervaso (ci lascerà infatti nel 1985, all’età di novantatre anni; sul suo tavolo disegni mitologici datati 1984: i suoi primi disegni li aveva sottoposti a Francesco Zandrino per un suo giudizio nel 1912….).
L’intreccio del caso, che oggi ci riunisce, iniziò a svilupparsi allora; le prime Ninfe, le prime Amadriadi fecero il loro ingresso nella casa del calderaio appassionato; Psiche, Amore, Incagliamenti e Vascelli accompagnarono i miei anni di scuola. E poi ancora e ancora il tempo passava e ancora corre, cambiando le cose degli uomini. Come erano entrate, le tavole di Nattini sparirono poco alla volta dalla casa del calderaio; finché tocco a lui avere quasi ottant’anni e trovarsi, sempre un giorno di primavera, seduto davanti a pareti vuote; ricordando le nevi, le tempeste, gli angeli, le ninfe contese, le navi di Nemi; chiedendosi perché, in che modo, dove, da chi; ricordando il burbero Amos e rimpiangendone le magiche immagini. Quel giorno dello scorso anno i miei 13 anni della prima visita ad Oppiano si ricollegarono, fondendosi, ai miei ormai 43, dando senso all’inespressa equazione che da trent’anni attendeva il suo sbocco, il suo risultato: dovevo ritrovare i quadri perduti. Per rispetto, per passione: per amore. Per mio padre, per l’opera integrissima e per la memoria di Amos Nattini, per la casa sguarnita delle sue tavole mitologiche.
La ricerca mi ha portato in tutta Italia, sulle orme di un pittore ignorato dalla moderna critica ufficiale, sconosciuto alle case d’asta, senza mercato; rendendo missione e passione ancora più inscindibili e l’opera ancora più degna e bella. Non ho ritrovato solo quadri e disegni. Ho trovato figli e nipoti delle grandi famiglie d’inizio secolo che avevano Nattini come amico, come compagno d’avventure, come membro di esclusivi cenacoli. Ho trovato i discendenti degli industriali che lo sostenevano e lo incoraggiavano. Ho sollevato con loro il pesante manto del tempo, mi sono commosso con loro nel toccare la fiamma di una passione e di un ricordo che ancora vive e rivive, rigenerato alla storia nelle pagine della presente edizione, che il Credito Emiliano ha inteso accompagnare all’esposizione. Amos Nattini non ci lascia solo belle e particolari opere; ci lascia un esempio, un monito; ci ricorda la coerenza della passione che non si piega al mercato, alla pubblicità, al clamore, ci invita a credere in noi stessi, ad essere originali, a non temere mode e giudizi. E mi pare un monito di grande attualità. Le tavole qui raccolte, grazie al Credito Emiliano che ha creduto nella ricerca degli inediti e che oggi li ospita in questa sede prestigiosa, non esauriscono certo il corpus pittorico di Nattini; molte tavole sono ancora disperse, non catalogate e mai pubblicate. Si tratta comunque di una significativa serie di opere, di tutte le dimensioni, che attraversano l’intera maturità dell’artista dagli anni quaranta agli anni settanta e che bene ne rappresentano il percorso; sono riunite e si ritrovano insieme per la prima volta dopo più di sessant’anni. Spero che il loro messaggio possa coinvolgere ancora nuove generazioni e che quella passione continui a fluire nel tempo e nei cuori.
Giampaolo Cagnin
Parma, marzo 2004

Cento sono i canti della Divina Commedia e cento sono i quadri disegnati da Amos Nattini, in occasione del sesto centenario Dantesco.
I primi tre saggi ad acquerello, uno per cantica, furono esposti nel 1915 alla Promotrice di Milano, ma solo al termine del conflitto mondiale, nel clima di euforia per la nuova Italia, il progetto prese concretamente corpo.
L’artista che nel 1919 aveva ripreso a dipingere i quadri dell’Inferno seguendo l’ordine dei canti, nel 1920 costituisce la società “Casa Editrice di Dante”, dove era responsabile sia della parte artistica che di tutti gli aspetti tecnici e tipografici.
Nel 1927, quando ormai diciotto canti erano stati stampati, si inaugurò un altro ciclo di mostre nelle città italiane. All’inaugurazione tenuta a Roma presso la Casa di Dante alla Torre degli Anguillara, prese parte il re Vittorio Emanuele III, che ricevette in dono la prima cantica allora stampata. Un’altra copia fu successivamente donata al capo di governo Benito Mussolini che incoraggiò personalmente l’artista a divenire, con la sua ardita opera, il messaggero della cultura italiana nel mondo. Fu donata anche al Pontefice Pio IX, il quale accolse il volume con grande interesse, arrivando a definire le immagini dei canti VII e VIII, un’opera “veramente michelangiolesca”. Una mostra fu allestita presso il Castello Sforzesco di Milano, seguirono altre mostre in varie città italiane e finalmente, nel 1931, le opere dantesche vengono esposte all’estero presso il museo Jeu de Paume di Parigi.
La stampa francese, dal Figaro alla Comoedia, dedicò ampie pagine alla rassegna e le notizie rimbalzarono anche sul Die Kunstanktion di Berlino, sul Times di Londra e sul Libre Belgique di Bruxelles. Intanto Nattini continuava il suo lavoro in solitudine, lontano dagli echi degli elogi, nel suo studio di Oppiano dove termina i disegni dedicati al Paradiso.
Dieci anni erano occorsi per la realizzazione dell’Inferno, sei per il Purgatorio e appena tre per l’ultima cantica. Il 3 dicembre 1939, con grande sollievo nell’animo, l’artista comunica al critico Ugo Ojetti d’aver concluso il ciclo completo dell’opera: “Eccellenza, mi è caro comunicare primieramente a Lei che primo s’è occupato di me che di questi giorni ho terminato l’opera pittorica d’illustrazione alla Divina Commedia durata 20 anni e sette compiuti mesi. Ai giorni migliori spero il giudizio sulla mia fatica che per ora resta in silenzio…” In occasione dell’Anniversario della nascita di Dante Alighieri a Ravenna, nel 1967, nei chiostri francescani, per la prima volta vengono esposti al pubblico tutte le cento “Immagini” dantesche originali e i tre monumentali volumi presenti in mostra.
Inferno Canto Ottavo
Palude dello Stige, con gli iracondi
e gli accidiosi.
Traghettati da Flegias
i due poeti sono alle porte
della Città di Dite,
ma devono fronteggiare
i demoni che si oppongono
al loro passaggio
Purgatorio - Canto Diciannovesimo
Avari e prodighi sono stesi
a terra e recitano salmi.
Dante si inginocchia davanti
al papa Adriano V e viene invitato
a rialzarsi in quanto
la gerarchia esiste solo
sulla terra.
Paradiso - Canto Quinto
Dante sale al secondo Cielo,
fissando gli occhi di Beatrice
Amos Nattini è nato a Genova, il 16 marzo 1892, da antico ceppo marinaro che, tuttavia, vanta l’esistenza di Opizio Amos, pittore e calcografo, accademico e direttore volontario delle scuole di disegno e pittura dell’Accademia Lingustica di BB.AA. (1800). Giovanissimo ha frequentato l’ambiente operativo portuale del capoluogo ligure, studiando e disegnando: i cavalli da tiro, i portatori di merci, i barcaioli ai remi.
Ha seguito, brevemente, la nota scuola di nudo dell’Accademia di BB.AA. e, lungamente, i corsi anatomici dell’Università degli Studi di Genova. Dicianovenne esordisce pubblicamente componendo ed esponendo le illustrazioni per le “Laudi” Dannunziane (Le Canzoni delle Gesta d’Oltremare), che ottengono un lusinghiero successo di critica, anche a livello nazionale. Nel 1914 lavora a Parigi ed ha contatti col poeta D’Annunzio, col pittore Fournery, con l’editore Devambez, e con altri esponenti del modo artistico-culturale francese.
Rientrato a Genova viene incaricato, nel 1917-1918, di realizzare la propaganda figurativa e policroma per i prestiti di guerra, eseguendo, a tempera all’uovo, vaste composizioni simboliche e patriottiche, ad ornamento temporaneo del Ponte Monumentale e del Palazzo del Credito Italiano di Genova, e conferendo all’iniziativa, unitamente al Bifoli, carattere di primato ed arditezza. Il delinearsi del sesto centenario Dantesco (1921) e gli incitamenti del D’Annunzio e dello Zandrino, segretario dell’Associazione Ligure dei Giornalisti, inducono Amos Nattini ad affrontare l’ultra ventennale fatica per il compimento della monumentale illustrazione della Divina Commedia di Dante. Nel 1915 i primi tre saggi, illustranti ciascuno un canto del Paradiso, dell’Inferno e del Purgatorio, sono definiti ed esposti, con notevole accoglienza, alla “Promotrice” di Milano. Nel 1939 la grande edizione, stampata al torchio, su carta “a mano”, con caratteri ideati dall’illustratore stesso, è compiuta.
La permanenza a Genova del Nattini, che include l’attività svolta in seno al Gruppo de “Il Bivacco”, con gli artisti Bifoli e Minerbi, il poeta Costanzi, gli scrittori Fumagalli e Zandrino, ed altri, termina nel 1923. Da quest’epoca inizia il periodo milanese, ricco di amicizie artistiche e letterarie, che, a sua volta, si conclude nel 1941, per dare principio a quello parmense, che vede tuttora l’artista infaticabilmente operoso nell’eremo già Benedettino di Oppiano di Gaiano, pervenutogli, in linea materna, dai Patrioli di Trecate.
Al 1931 risale la nutrita mostra personale dedicatagli dal Museo del Jeu-de-Paume di Parigi e presentata dall’Accademico di Francia Pierre de Nolhac. Mostra che richiama, documentatamente, oltre centomila visitatori e le presenze prestigiose degli esponenti dell’Institut de France; dell’ Académie des Beaux-Arts; dell’Académie des Belles-Lettres; della Società Nazionale di Dante Alighieri; del Comitato Francia-Italia; e dei rappresentanti ufficiali della Francia, dell’Italia, dell’America del Nord, del Belgio e della Polonia.
Nell’arco di tempo che va dal 1921 al 1972 Amos Nattini espone inoltre a Genova, a Firenze, a Milano, a Roma, a Torino, a Brescia, a Parma, a Viareggio, a Napoli, a Nizza, a L’Aja, a Ravenna, raccogliendo i consensi critici del Carpi, del Cecchi, del Croce, del D’Annunzio, del De Gaufridy, dell’Hazard, del Mauclair, dell’Ojetti, del Pératé, del Venturi, del Migone, e di tanti altri esteti. Nello stesso periodo egli pratica la pittura di figura, di nudo, di ritratto, di paese, di montagna, ed anche di battaglia. Di quest’ultima impegnativa forma d’arte sono tappe notevolissime le realizzazioni pittoriche degli scontri armati dei confederati a Fornovo, nel 1495; dei carabinieri reali a Pastrengo, nel 1848; del reggimento guide a Monzambano, nel 1866; dei cavalleggieri italiani ad Isbuscensky, nel 1942.
Amos Nattini, che molteplici opere in raccolte pubbliche e private, in patria ed all’estero, è membro effettivo dal 1937 del collegio accademico dell’Accademia di Belle Arti di Parma (fondata il 12 dicembre 1752 da Don Filippo di Borbone, su proposta di Tillot) e accademico di merito dal 1938 di quello dell’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova (ratificata il 29 maggio 1751 dai Serenissimi Collegi della Repubblica di Genova, a seguito dell’attività svolta fra i secoli XVII/XVIII).
Amos Nattini muore a Parma nel 1985.
“Amos nattini - Maestro del Segno” di Vitaliano Rocchiero, Editrice Liguria,1972
Narrazione della vita


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