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SPILIMBERGO FOTOGRAFIA 2008

Dal sabato 12 luglio 2008
al domenica 28 settembre 2008

Comunicato stampa evento: SPILIMBERGO FOTOGRAFIA 2008

A cura di Roberto Del Grande e Antonio Giusa

Alcuni degli usi possibili della fotografia sono rappresentati in FVG_2008 da sette artisti. Si passa dall’alto artigianato dei pezzi unici di Sergio Scabar alle prove d’artista di Isabella Pers, dalle verifiche del pensiero di Mario Sillani Djerrahian alla calcolata imperizia di Tiziana Pers per poi arrivare alla consolidata tecnica di Andrea Pertoldeo e Massimo Crivellari e alla ricerca di confine di Stefano Graziani. Un panorama ricco di diversità estetiche, di contenuti e motivazioni.

Nel lavoro di Mario Sillani Djerrahian si riconosce uno stile personale e una lucidità di pensiero in continuo sviluppo. Il suo percorso creativo, ormai storicizzato, non trova la strada della tranquillità ma è in continua evoluzione verso l'essenza della visione, attraverso l'esperienza del mondo, quello interiore, artistico, culturale e quello pratico, tattile e quotidiano,
Per comprendere la sua concezione del paesaggio si deve partire dal Carso. Da una dimensione geologica che l’autore, “per cortesia, non fotografo”, raggiunge con la nitidezza e la precisione dell’analisi di una pietra scontornata che vorrebbe conquistare sulla carta fotografica un’impossibile tridimensionalità. L’inizio del paesaggio di Sillani va dunque all’ontologia della vicenda del pianeta per poi assumere una scultorea plasticità con le “torri di Repen”. Attenzione, siamo lontani da un approccio topografico, Sillani ricerca a lungo le forme monolitiche, le scopre dove l’occhio del visitatore pur attento non le vedrà mai, per poi liberarle nella loro monumentalità.
Dalla scoperta degli archetipi del paesaggio si passa alla sua elaborazione e alla sua successiva negazione. L’era analogica, in cui Sillani ricorreva talvolta all’uso del fotomontaggio, viene superata dalle possibilità espressive fornite dal mezzo digitale. Il definitivo allontanamento dalla referenzialità è sancito dal movimento sinuoso e leggero dei semi dell’oleandro che fluttuano nella notte in un duplice, parallelo ed elegante “filar”, quasi non fossero soggetti alle forze entropiche del vento e della gravità. Il nuovo paesaggio inizia così con questi semi policromi per poi degradare in altri diciotto semi d’oleandro resi con altrettanti gradienti di grigio che incorniciano sei rettangoli diafani che si avvicinano al monocromo. Si giunge così alla fine del paesaggio. La griglia e il monocromo, punto di arrivo dell’astrattismo geometrico modernista, sono anche l’approdo della ricerca di Sillani, il suo reportage è infatti costituito da una serie di frammenti sfocati che respingono la logica descrittiva associata a questo genere.

L'accuratezza con cui Sergio Scabar lavora in camera oscura, sceglie i materiali con cui confezionare il suo prodotto fotografico è la firma che lo contraddistingue dagli altri. Il suo lavoro richiede attenzione, calma e predisposizione a lasciarsi trasportare nell'ambiente decadente e romantico celato dietro le oscure nuance dei suoi paesaggi. La sua nuova serie interpreta nella penombra gli edifici dell’archeologia industriale. Come di consueto la ricerca parte dalla luce che penetra per illuminare fiocamente le scene di una perduta industrializzazione. Anche nell’avvicinamento alla realtà, rappresentata in una visione dall’esterno, sceglie un cielo cupo, a significare un’atmosfera di abbandono. Quando ci conduce all’interno, ci invita più a sentire che a vedere con gli occhi. In una luce che potrebbe essere quella del chiaro di luna si aprono spazi che risuonano della febbrile attività di un tempo e richiamano alla memoria il lavoro e le persone che lo svolgevano. Le strutture mostrano i segni della loro obsolescenza e le esili colonne sembrano scandire con fatica il vasto spazio che le circonda.

I lavori di Isabella e Tiziana Pers sono tre.
Il primo, “Trivignano dreams”, è stato realizzato insieme dalle due artiste. Si tratta di un' incursione nel territorio della massificazione dell'industria turistica. Un piccolo paese della pianura friulana diventa meta di un turismo all inclusive e necessita di un radicale restyling fotografico. I luoghi della vita quotidiana dei cittadini di Trivignano diventano così i non luoghi dell’immaginario vacanziero. Il campo di atterraggio per ultraleggeri assume le sembianze di un aeroporto internazionale, la sabbia che serviva al rifacimento dei marciapiedi trasforma la piazza in spiaggia affollata di bagnanti, la discarica, nascosta dalla neve, è la pista da sci, la mangiatoia dei cavalli ospita la vasca per i bagni di fieno della Beauty farm, il piccolo bar, visto sotto una nuova luce, è il ritrovo della movida.
Presentato al Museo MADRE (Museo d’Arte contemporanea Donna Regina) di Napoli nell’ambito di N.est – Altri est, questo trasgressivo approccio al tema del consumismo prende, in occasione di FVG_2008, la sua forma definitiva di opuscolo promozionale di un luogo che non c’è.

Isabella Pers presenta poi “You looking at me?”, una sequenza di ritratti ambientati sul prato antistante un deposito d’armi napoleonico. Uno alla volta i ragazzi irrompono al centro della scena e si alternano guardando senza timidezza dritto dentro l’obiettivo. Il titolo della serie allude al film “Taxi Driver” di Martin Scorsese e in particolare alla battuta che Travis-Robert De Niro dice impugnando una pistola puntata contro la sua immagine riflessa allo specchio. Gli atteggiamenti e gli sguardi dei ragazzi che si specchiano sono però diversi, più vicini all’adolescenza vissuta all’alba del ventunesimo secolo.
Isabella Pers usa gli strumenti dell'arte, dal pennello al video, dalle formule matematiche agli stracci, dal colore alle performance, per realizzare delle opere d'arte. La fotografia è per la Pers un mezzo attraverso il quale testimoniare il suo essere artista. Anche in questa serie di ritratti, apparentemente ritratti, Isabella mette in scena un'operazione di distaccamento, di frazionamento della continuità del reale quotidiano in senso puramente performante. I ragazzi sono inconsapevolmente attori di una performance collettiva diretta dall'artista, in cui vengono alienati dal loro contesto.

Tiziana Pers usa invece la macchina fotografica per se stessa. L'amore per gli animali, l'esigenza di combattere contro la disattenzione, lo sfruttamento dei cavalli è anche il suo modo di vivere e non solo un atteggiamento artistico. Le bestie da macello, di cui anche lei spesso veste i panni, sono il paradigma della violenza dell'uomo sulla natura. Una violenza contro la quale l'artista si batte con un impegno a tutto campo che va dalle performance artistiche alla pratica quotidiana della cura degli animali e del loro reimpiego in attività terapeutiche.
Tiziana Pers in “The Play” si occupa dell’alterità. In questo caso l’altro da noi è un animale, il cavallo. In un ideale cronologia, la Pers si sofferma dapprima sui minipony che, teneri e rassicuranti, popolano i giochi dei bambini che vedono in loro gli amici dell’infanzia. Questi quadrupedi di plastica si incontrano poi con i veri protagonisti, quei cavalli che negli anni della parabola discendente della loro vita sono destinati ad una fine tragica. “The Play” continua con il viaggio verso il destino della macellazione con un altro protagonista che viene dal mondo dei giochi. È il cavallo di Barbie che insieme ad un allusivo minipony, dipinto con i tratteggi che seguono i tagli della carne, vive i suoi ultimi giorni prima dell’epilogo. La Pers a questo punto abbandona la metafora per una denuncia che prende il colore del sangue, davanti al quale lo spettatore non può non passare da uno stato di sottile inquietudine e disagio a quello della consapevolezza, della compassione e della condivisione della battaglia di Tiziana Pers.

Andrea Pertoldeo con “Meglio qui. Gli sguardi sul quotidiano” indaga le vite di persone che non appaiono. Siepi fresche di potatura raccontano di una esistenza ordinata, precisa, come la legna da ardere o i motocicli impacchettati per impedire che la polvere disturbi un loro prossimo utilizzo. Visione urbane sempre accompagnate dalla presenza di una natura che sembra ricordarci che basta un momento di pausa nell’ordinaria manutenzione perché il suo originario disordine prenda il sopravvento. Lo sguardo di Pertoldeo si sofferma sui particolari che rimandano ad esistenze vissute nella periferia; la cuccia di un cane, le rimesse per le automobili, e i loro complementi, la roulotte e il rimorchio.
Pertoldeo lavora sul territorio sperimentando i segni della quotidianità. Segni del reale puramente fotografici, o meglio segni che la fotografia sottolinea, amplifica, al punto da renderli estranei alla stessa fonte da cui derivano. La fotografia capace di percezioni visive estreme che svuotano il quotidiano e riempiono la carta fotografica.

Massimo Crivellari ci propone una riflessione di fronte alla constatazione della trasformazione del paesaggio e al suo abbandono. Il silenzio che accompagna questa serie fotografica dice molto su come la fotografia può essere vissuta. Il suo lavoro potrebbe essere annoverato fra quelli di un fotografo di architettura impegnato in un rilevamento del territorio. Ma nella campagna fotografica che l’autore va svolgendo da tempo a Cave del Predil – Raibl si ritrova qualcosa di più di un’attenzione alla forma assunta dal villaggio minerario di confine. Lo studio delle abitazioni, degli opifici, dei luoghi della vita comunitaria è condotto nel tempo migliore per rappresentare le asperità della vita di montagna. Gli scorci di un gelido inverno sono lo scenario più appropriato per illustrare una situazione di disuso seguita alla chiusura delle attività estrattive. Crivellari non musealizza la realtà, la propone ricercando nella sua geometrica visione una silenziosa bellezza. Il suo sguardo non riesce ad allontanarsi, è quasi sempre concentrato sul villaggio, con l’unica eccezione della veduta del torrente e della cornice delle prealpi. Il paese è, infatti, racchiuso nella conca montana dove la linea dell’orizzonte è troppo in alto per entrare nell’inquadratura ed è la nuda roccia a fare da sfondo ai paesaggi di Crivellari.

Stefano Graziani con “Parque del Este” ci conduce infine nel padiglione zoologico progettato dall'architetto brasiliano Roberto Burle Marx a Caracas in Venezuela. Graziani realizza questo viaggio in Sud America per il progetto Island+ghettos del Kunstverein di Heidelberger alla ricerca dei segni della segregazione urbana nelle zone povere della capitale venezuelana. Anche se non inserita nel progetto originario, questa serie fotografica ci impone una visione di gabbie e dei suoi abitanti, dunque di delimitazioni e separazioni. Il fotografo entra a far parte del mondo dello zoo, lasciando posto alla rivelazione di un mondo nuovo, quell'ecosistema controllato che sta dentro le gabbie. Una fauna vivace, dietro una rete solo accennata ma sempre visibile in primo piano, che anima il fittizio mondo tropicale danzando da una pianta all'altra, tra grandi foglie e bucce di agrumi.
Graziani esce dalla realtà quotidianità fatta di umanità, palazzi, case e automobili, per tuffarsi in un luogo fuori dal tempo, alienato di per sé. L'alienazione della natura si fa estetica, rimandandoci la puntuale osservazione critica del nostro modo di concepire la realtà come oggetto di piacere con un vago senso di denuncia ecologico-animalista. Uccelli come limoni e arbusti come trespoli mimetizzati in oggetti estetici, colori nel colore, ma pur sempre uccelli in gabbia. La fotografia diventa un momento per riflettere, per fermarsi un attimo a guardare le gabbie senza gli occhi del turista, per concedersi un pensiero in più su ciò che ci circonda e il nostro modo di essere nel mondo.

artisti partecipanti:
Massimo Crivellari _ Stefano Graziani _ Isabella Pers _ Tiziana Pers _ Andrea Pertoldeo _ Sergio Scabar _ Mario Sillani Djerrahian

Inaugurazione sabato 12 luglio ore 20.00
Corte Europa, Spilimbergo

CRAF Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia
http://www.craf-fvg.it/

Spazio
FVG_2008
Rassegna di Fotografia in Friuli Venezia Giulia