Turn on
fino a fine settembre 2004
inaugurazione giovedì 16 settembre, h. 20.00
segue party special guest: Steve Piccolo
progetto speciale in contemporanea alla personale di Adrian Paci:
Slowly
galleria francesca kaufmann
16 settembre 24 ottobre 2004
inaugurazione giovedì 16 settembre, h. 19.00
Adrian Paci è nato a Scutari (Albania) nel 1969. Attualmente vive e lavora a Milano.
Per inaugurare la nuova stagione espositiva la galleria francesca kaufmann, in collaborazione con lo spazio Viafarini, ha il piacere di presentare un doppio evento che vede protagonista l¹artista Adrian Paci. Giovedì 16 settembre 2004, infatti, inaugureranno in contemporanea nei due spazi milanesi due mostre personali nelle quali l¹artista esporrà i suoi ultimi lavori.
In occasione della sua seconda personale alla galleria francesca kaufmann, Adrian Paci presenta un lavoro di forte impatto poetico. Slowly è il titolo dell¹opera centrale della mostra, un video che propone una riflessone sulle tensioni e i piccoli drammi interiori che si consumano nella quotidianità familiare. La scena è fissa: un tavolo imbandito per un normale pranzo, attorno al quale siedono una donna anziana e alcune figure maschili. Gli uomini parlano animatamente tra loro, lasciando ai margini della conversazione quella che si intuisce essere la loro madre e nonna. L¹azione si svolge lentamente, si trascina, enfatizzata da un ritmo artificiale ottenuto con un sapiente uso dello slow-motion. La donna si guarda intorno, spaesata, cerca di capire cosa succede, cosa si stiano dicendo, cerca di decifrare dalle loro labbra quello che non è leggibile dalle loro azioni. Ma niente la aiuta a comprendere: appare isolata nella sua dolcezza e semplicità di donna d¹altri tempi, sola con l¹inquietudine che può derivare da uno stato di incomprensione dilatato nel tempo.
A Viafarini, invece, Adrian Paci presenta il video Turn on, un lavoro che parte da suggestioni diverse per approdare a conclusioni molto simili a quelle di Slowly. In particolare i due video sono tenuti insieme da un sottile filo rosso, riconoscibile nell¹atmosfera di sospensione che li accomuna, nell¹estenuante sentimento di un¹attesa non risolta. L¹attesa, in questo caso, è quella di una ventina di uomini, tutti disoccupati, che si ritrovano quotidianamente a sedere sui gradini di una piazza di Shkoder, sperando che passi qualcuno che ha bisogno della loro forza lavoro. Immersi nel silenzio, sfilano uno per uno i volti segnati dalla fatica di questi uomini, che ci parlano con il solo sguardo delle loro storie personali, delle loro vite scandite dall¹attesa, della loro energia inespressa. Fino a che l¹inquadratura non si allarga, e ognuno dei singoli protagonisti accende un generatore elettrico che ha accanto a sé. I gesti sono lenti, quasi rituali, e dal silenzio iniziale si passa ad un rumore che mano a mano diventa frastuono assordante. Il quadro finale è toccante nella sua bellezza simbolica: ognuno di loro tiene in mano una grossa lampadina che, alimentata dai generatori accesi, irradia luce ed energia intorno a sé.
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