untitled03 (zendacane)
Dal martedì 09 settembre 2003
al giovedì 16 ottobre 2003
Comunicato stampa evento: untitled03 (zendacane)
L'urgenza espressiva che caratterizza il lavoro del giovane artista romano Stefano Minzi, in particolar modo di quello incisorio, sembra essersi stemperata in un nuovo gruppo di opere eseguito in occasione della mostra presso il ristorante "Zen" di Roma.
Il dato casuale, lo scarabocchio, il gesto impulsivo che dominava il repertorio incisorio si è fatto meno irrazionale, più dosato e pensato.
Le forme antropomorfe dei suoi lavori pittorici sono ora più astratte.
Incline a passare dalla fotografia all'incisione, alla pittura, Minzi mai come ora dedica tanta attenzione al mezzo pittorico che da sempre lo attrae ma, allo stesso tempo, lo intimidisce. L'artista riesce finalmente a superare questa situazione di stallo eseguendo alcuni lavori (non in mostra) in cui diverse tecniche, lo scarabocchio e il collage in particolar modo, vengono cancellate da uno spesso strato di pittura nera o bianca che impedisce di vedere cosa c'è dietro. Attraverso questi lavori l'artista si libera del suo recente passato ed è pronto a una nuova ricerca.
Delle opere in mostra appartengono al 'passato' due tele[1] e il lavoro incorniciato eseguito con varie tecniche su carta di forma tendenzialmente verticale[2]. I due dipinti sono caratterizzati da forme che rimandano al mondo animale, mentre il lavoro su carta è un notevole esempio della predilezione dell'artista per la casualità (forma nera nella parte alta che ricorda le macchie di Rorshach) e la gestualità (scarabocchi nella parte centrale).
Le restanti opere appartengono al 'presente' e costituiscono un nucleo più compatto. Le tele (due di forma quadrangolare, uno orizzontale)[3] sono caratterizzate da forme tendenzialmente circolari che, eseguite sulla parte alta della tela, la percorrono verticalmente con sgocciolature di pittura. La casualità evidente nell'uso della sgocciolatura verso il basso come nel mischiarsi di alcuni colori nel momento della discesa viene governata dall'artista in un momento successivo quando, ad esempio, decide di coprire il nero in eccesso con del bianco sporco o di usare le dita per colorare alcune parti sull'alto della tela. Tali correzioni successive svelano l'esigenza dell'artista non solo di liberare l'atto creativo ma di governarlo.
Il rapporto tra passato e presente è invece evidente nei tre lavori di formato quadrangolare eseguiti su precedenti incisioni dell'artista e da questi chiamate Sovrapittura, prendendo in prestito un termine usato dall'artista austriaco Arnulf Rainer nella definizione, appunto, di alcuni lavori simili. L'astrazione di questi lavori diviene pura e calibrata in virtù di un equilibrio trovato tra dato casuale e dato razionale.
Le opere appena analizzate rappresentano, quindi, un passo in avanti nell'iter stilistico e formale dell’artista. C'è da chiedersi quanto la destinazione di questi lavori abbia influito sulla loro ideazione.
Esporre in un ristorante implica, infatti, il confronto con un pubblico che non è solo quello degli addetti ai lavori. Ciò comporta un grave rischio, ossia che l'opera d'arte venga percepita come pura decorazione. Per far sì che ciò non accada l'artista, come il committente, deve fare in modo che l'arte venga concepita come tale e che abbia una cornice autonoma in quella più ampia del ristorante; deve riuscire anche a saper approfittare della grande occasione che gli si presenta, ossia dell'evidente maggior afflusso di persone che frequenta un ristorante giapponese rispetto a una galleria d'arte. Roma si allinea così alle città sperimentatrici dell'arte in ogni dove, l'arte che vende il luogo che la accoglie.
Manuela Pacella
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[1] Untitled(pinguinwar) 2003 e untitled 2003.
[2] Sovrappittura 2003.
[3] Untitled(luglio)2003;untitled(agosto)2003;untitled(zendacane)2003.