Alberto Ferlenga / Dettaglio evento





La Villa Imperiale di Katsura a Kjoto

Dal lunedì 13 marzo 2006
al lunedì 27 marzo 2006

Gli artisti correlati Yoshiharu Matsumura

Comunicato stampa evento: La Villa Imperiale di Katsura a Kjoto

mostra e seminario

La mostra prodotta dal Dipartimento di Progettazione Architettonica - IUAV di Venezia – e dal Dottorato Internazionale di Architettura - Villard D’Honnecourt -, a cura di Fernanda De Maio e Alberto Ferlenga, sarà ospitata e inaugurata presso il Politecnico di Milano in via Durando 10, il prossimo 13 marzo alle ore 15.00.


L’inaugurazione sarà preceduta da una lezione del prof. Francesco Dal Co, direttore della rivista “Casabella” e responsabile per Electa della collana "Storia dell'Architettura Italiana".



13 marzo 2006, ore 15.00
aula Carlo De Carli
Facoltà di Architettura Civile
via Durando 10, Milano

Lezione di Francesco Dal Co

presentazione di Antonio Monestiroli


a seguire inaugurazione della mostra
spazio mostre dal 13 al 27 marzo 2006
via Durando 10 – Milano



mostra prodotta da

Dipartimento di Progettazione Architettonica, IUAV di Venezia

Dottorato Internazionale di Architettura Villard D’Honnecourt



a cura di
Fernanda De Maio e Alberto Ferlenga


coordinamento
Federico Bucci, Liana Frola e Raffaella Neri


La villa imperiale di Katsura fu costruita nel corso di un cinquantennio a partire dal secondo decennio del XVII secolo su commissione di due principi della famiglia imperiale. Quella che nelle intenzioni del suo primo committente doveva essere “una semplice casa del tè nell’orto dei meloni”, nelle successive fasi di costruzione, si è trasformata nel magnifico complesso che ancora oggi, grazie ad accurati lavori di restauro, possiamo ammirare e che ha così potentemente influenzato l’architettura ma anche l’arte occidentale del XX secolo.

Il rigido protocollo che ne regolamenta da sempre le visite e il mistero che tuttora aleggia sul nome del suo reale “costruttore” non fanno che accrescere la magia della villa di Katsura, insuperabile “monumento” architettonico ma anche privilegiato “luogo” dell’anima concepito per e a misura d’uomo.



Katsura è da sempre al centro del dibattito sullo sviluppo dell’architettura giapponese, ma, in Occidente, il primo a interessarsi della villa e a tentarne un’interpretazione in chiave modernista fu, negli anni trenta, Bruno Taut che ne lasciò un documento commovente nell’album di schizzi Gedanken nach dem Besuch Katsura, e suggestive descrizioni in alcune pagine del suo Diario giapponese.

Da allora gli studi su Katsura si sono moltiplicati e negli anni sessanta veniva pubblicato un libro, tuttora fondamentale, Katsura. Tradition and Creation in Japanese Architecture con fotografie di Yasuhiro Ishimoto e scritti di Walter Gropius e di Kenzo Tange, seguito, negli anni ottanta, da Katsura Villa: Space and Form con testi di Arata Isozaki (e fotografie ancora di Yasuhiro Ishimoto).



I testi della mostra sono tratti dai saggi contenuti nel volume Katsura: la villa imperiale, a cura di Virginia Ponciroli, edito da Electa. Le fotografie sono di Yoshiharu Matsumura







Katsura: la villa imperiale
Gli edifici e la villa imperiale di Katsura, così come appaiono oggi furono costruiti fondamentalmente in tre fasi, all’incirca alla metà del XVII secolo. La villa fu commissionata dai principi di due generazioni della
famiglia imperiale Hachijo, Toshihito (1579-1629) e il di lui figlio Toshitada (1619-62). Il progetto della villa fu concepito tra il 1615, quando il terreno divenne proprietà della famiglia, e il 1663 anno in cui l’ex imperatore Gomizunoo (1596-1689), che diede il suo nono figlio in adozione alla famiglia Hachijo, la visitò per l’ultima volta.
A questa epoca la villa aveva già quasi raggiunto la sua configurazione attuale. La villa occupa un’area di circa 20.000 tsubo (66.000 metri quadri) lungo la sponda occidentale del fiume Katsura, a sud-est di Kyoto. Oltre agli shoin nella parte centrale, a Katsura si trovano alcune
case del tè di stili diversi e un parco, frutto dell’applicazione di vari principi di architettura dei giardini. Nell’insieme dunque si tratta di un vasto complesso in cui confluirono progetti differenti, attribuibili a vari autori che li realizzarono in periodi diversi.
Molteplici interpretazioni Questa stratificazione di metodi e linguaggi ha reso Katsura oggetto di una varietà di approcci interpretativi. I modernisti in particolare,
cercarono di leggere l’architettura della villa in chiave funzionalista,
servendosene per avallare i propri principi metodologici. Da questo punto di vista, nelle discussioni teoriche, la villa di Katsura, divenne una sorta di presenza mitologica, che nulla aveva più a che fare con gli edifici e il giardino reali. Nessuno studio su Katsura può disconoscere l’importanza dell’interpretazione che ne diede Bruno Taut, il quale si occupò di Katsura nel 1933 dopo una visita alla villa appena due giorni dopo il suo arrivo in Giappone. Del suo soggiorno giapponese Taut fece un libro nel 1934 dal titolo Nippon: il Giappone visto con occhi europei, in cui dedicò due capitoli alla villa imperiale. Tratto saliente
della sua descrizione della villa con il giardino sono una serie di osservazioni, foto e schizzi di tipo impressionistico. Nel 1952 fu l’architetto nipponico Sutemi Horiguchi a pubblicare il suo libro su Katsura, Katsura rikyu- . Il testo corredato da un ricco apparato fotografico metteva in rilievo come la disarmonia ricercata in alcuni
punti del complesso era funzionale alla interpretazione che la villa dava dello spazio evocato da innumerevoli componimenti poetici. Horiguchi, quindi, in contrasto con la descrizione data dai modernisti di Katsura come spazio astratto, ne privilegiava l’aspetto narrativo e proponeva
la villa come tessuto di citazioni ed allusioni letterarie. La terza fondamentale interpretazione di Katsura risale al 1960 e si deve al libro Katsura. Tradition and Creation in japanese Architetcture, del fotografo Yasuhiro Ishimoto il quale pubblicò il suo primo lavoro sulla villa accompagnato da uno scritto di Kenzo Tange ed una introduzione di Walter Gropius. l’operazione intenzionale degli autori è quella di
scomporre integralmente la villa, gli edifici al pari del giardino, in pure composizioni geometriche in bianco e nero, ignorando però il dinamismo della composizione che pervade la villa. L’ultima originale interpretazione sul complesso la si deve ad Arata Isozaki che, nel saggio La strategia diagonale: Katsura come espressione del gusto Enshucontenuto
nel libro Katsura: la villa imperiale - da cui questa mostra
attinge i contenuti- ricostruisce la storia della villa, disquisisce delle ipotesi attributive e pone in evidenza l’originale composizione architettonica di questo monumento della civiltà di ogni tempo.
(adattamento di testi tratti dai saggi di Arata Isozaki, Kenzo Tange e Manfred Speidel, contenuti in Katsura: la villa imperiale, Electa 2004)

L’ingresso alla villa
Sulle rive del fiume Katsura cresce una folta vegetazione di bambù che sono stati intrecciati per formare una sorta di parete naturale.
il Cancello Principale della villa imperiale, il cosiddetto Onarigomon, si trova all’estremità nord di tale parete.Varcato l’Onarigomon, si trova un altro cancello chiamato Cancello Imperiale (Miyukimon), che si apre
su un sentiero che conduce a ovest, verso gli edifici centrali del palazzo.
Oltre all’Onarigomon, riservato alle occasioni speciali, esiste anche un cancello per gli usi quotidiani. L’alto recinto tra i due cancelli è di tipo piuttosto insolito, noto come “Recinzione Katsura”.
Una serie di sentieri lastricati porta dal Cancello Imperiale e dal Cancello Comune al cosiddetto Cancello Interno. Poco prima di arrivare a quest’ultimo, si attraversa un promontorio proteso sul laghetto artificiale del giardino, sulla cui estremità si trova il pino Sumiyoshi
che cattura lo sguardo indirizzandolo verso il giardino. Per un momento si ha una veduta panoramica delle bellezze che successivamente si potranno osservare a distanza più ravvicinata. Una volta varcato il Cancello Interno, si prosegue per un sentiero formato da pietre che conduce al complesso degli shoin. Il piccolo giardino muscoso in cui
ora si trova il visitatore costituiva il punto in cui l’imperatore scendeva dalla sua portantina quando si recava in visita a Katsura ed è quindi chiamato Punto di sosta della Carrozza Imperiale (Mikoshiyose).
La disposizione delle pietre che formano il percorso in questo punto è definita “formale”. Questo sentiero attraversa il giardino in diagonale giungendo a una scala in pietra che funge da accesso frontale all’edificio dell’Antico Shoin.
Il giardino e le case del tè Dalla veranda sul lato orientale dell’Antico Shoin scendendo i gradini sull’estremità nord si arriva a un sentiero lastricato di pietre che conduce al Gepparo (Torre dell’Onda della Luna); da qui si attraversa di nuovo il Cancello Interno e si giunge ad un sentiero che si snoda lungo il giardino vero e proprio. L’itinerario principale costeggia il laghetto, offrendo una serie di paesaggi in miniatura. Dapprima si passa accanto a una collinetta, nota come la Collina degli Aceri, e si arriva a un chiosco aperto chiamato Panchina di Sosta. Questo tratto del sentiero costituisce la via d’accesso a una casa del tè chiamata Shokintei (Padiglione dei Pini e del Koto), di cui il chiosco è una sorta
di anticamera. Di fronte alla panchina, il sentiero procede in linea retta come se fosse costituito da un’unica lastra, mentre in realtà è formato da pietre che mostrano una notevole varietà di forme e dimensioni.
In fondo a questo tratto rettilineo si trova una lanterna di pietra quasi nascosta dalla vegetazione e guardando a ritroso il percorso, si vede
dall’altro capo una vasca in pietra. Sia la lanterna che la vasca hanno la funzione di attirare lo sguardo sull’incantevole vista compresa tra questi due punti. Lasciando il tratto rettilineo e avanzando di dieci
o venti passi, si giunge a un ruscello con un letto di ghiaia fine.
A sinistra vi è una cascata in miniatura e a destra il punto dove il ruscello sfocia nel lago. Il sentiero ora svolta verso il lago, e si attraversa una piccola spiaggia coperta di ciottoli. Un altro percorso di pietre porta verso lo Shokintei, sul cui lato più vicino si trova un ponticello di pietra.
Nel punto in cui il sentiero raggiunge il ponte, un altro sentiero si dirama verso il Maneggio degli Aceri. L’area antistante lo Shokintei è nota come Giardino della Spiaggia: da qui si gode la vista di un promontorio allungato sul lato opposto del lago, che intende riprodurre la famosa
spiaggia di Amanohashidate.A ovest dello Shokintei vi è un tranquillo recesso chiamato Hotarudani (Valle delle Lucciole), attraversando il quale si arriva a un’isola; sul punto più alto dell’isola si trova una casa del tè detta Shokatei (Padiglione della Contemplazione dei Fiori),
e sull’estremità occidentale vi è l’Onrindo, una piccola cappella dove sono custoditi i cenotafi del principe Toshihito. Sulla sponda meridionale del laghetto si trova invece una banchina squadrata e lastricata in pietre per le imbarcazioni e, sul lato opposto del lago, una casa del tè chiamata Shoiken (Padiglione dei Lieti Pensieri).
(testo tratto da: Kenzo Tange, tradizione e creazione nell’architettura giapponese, 1960)

Il complesso degli shoin
La parte centrale della villa è costituita dal complesso degli shoin, i quali furono costruiti in tre fasi: prima l’Antico Shoin, poi il Medio Shoin e, infine, il Padiglione della Musica (Gakkinoma) e il Nuovo Goten.
Questi corpi principali sono disposti in modo da affacciarsi tutti sul giardino; un passaggio nascosto sul retro collega le stanze alle cucine e agli alloggi dei domestici. Ciascuno degli ambienti principali fu costruito insieme ai locali di servizio, e questo sistema di abbinamento fu mantenuto in tutte le successive fasi di ampliamento di Katsura.
Questa disposizione può ricordare quella di villa Adriana a Roma: anche qui un colonnato nascondeva un’area per il passaggio della servitù, in modo che gli inservienti potessero andare e venire senza essere visti dagli illustri ospiti. Il processo di sviluppo in tre fasi è reso evidente
dalla disposizione dei fabbricati.A partire dall’Antico Shoin con la Terrazza della Luna (Tsukimadai), furono aggiunti via via il Medio Shoin, il Padiglione della Musica e il Nuovo Goten; tutti gli ambienti si affacciano sul lago con lo stesso angolo rispetto agli assi direzionali,
ma anziché essere allineati sono collocati l’uno dietro l’altro.
Questa configurazione è chiamata “a stormo di oche in volo” (ganko), in quanto riproduce la disposizione che assumono in volo le oche selvatiche. Nella maggior parte dei casi, un lato risulta più lungo e la forma appare irregolare e asimmetrica; secondo un’interpretazione
largamente condivisa, questa irregolarità ha la precisa funzione di creare delle aperture per permettere il passaggio di aria e luce.
Cosa ancora più importante, questa configurazione ricorda il sistema usato per disporre gli utensili per la cerimonia del tè chiamato sumikake (connessione ad angolo), o sujichigai (righe sfalsate), messo a punto da maestri del tè quali Furuta Oribe e Kobori Enshu-.
Originariamente, questi termini indicavano il modo di posizionare determinati utensili (ad esempio le bacchette) l’uno a fianco all’altro con la stessa angolazione; in seguito, però, finirono per designare il sistema di disporre oggetti diagonalmente in linee rette sfalsate.
Lo stesso tipo di organizzazione dinamica è applicato in architettura: nella disposizione di un gruppo di edifici questi non vengono allineati sullo stesso asse centrale, ma risultano progressivamente sfalsati rispetto all’asse sino all’annullamento di ogni simmetria e centralità.
Katsura venne costruita in questo modo, l’unico che l’architettura tradizionale giapponese conosceva per rappresentare la profondità, ossia attraverso una stratificazione di piani, all’opposto di quanto prescrive la prospettiva occidentale che ottiene e contiene la profondità spaziale assumendo come asse quello dell’occhio umano.
(testo tratto da: Arata Isozaki, Katsura e il suo spazio ambiguo,1982-2000)