Caterina Iaquinta / Dettaglio evento





Io Sogno Io Amo Io Sono

Dal sabato 12 maggio 2007
al sabato 30 giugno 2007

Orari:
Inaugurazione: sabato 12 maggio 2007, alle ore 18.30
Periodo: dal 12 maggio al 30 giugno 2007

Comunicato stampa evento: Io Sogno Io Amo Io Sono

MARIA CHIARA CALVANI - ALESSANDRA BALDONI - SILVIA SBORDONI

a cura di Associazione Start
(Gaia Cianfanelli e Caterina Iaquinta)

GALLERIA VANNA CASATI
via B. go Palazzo 42 (interno)
24125 Bergamo

Tre artiste si sono scelte per attivare un processo di conoscenza nella lucida consapevolezza di fare ingresso nell’intimità dell’altro, generando così una formula diretta di un discorso a tre. Nel desiderio di osservarsi nel proprio fare arte, le storie narrate da queste voci intense e diverse si legano tra loro in un spazio di relazione comune nel quale si ritrovano le tracce di sogni, di amori e di luoghi vissuti. Nel lavoro di Maria Chiara c'è la necessità di avvicinarsi all’ “altro” attraversando lo spazio del sogno. Alessandra scrive di una relazione attraverso l'assenza. Silvia segna un luogo di relazione e si racconta tra le tracce dell' “altro”. Tra video e fotografia la “narrazione” diventa lo strumento e la "traccia" l’elemento visivo.

Partire dallo spazio dell’io per raggiungere l’altro è la traccia che unisce il lavoro artistico di Maria Chiara Calvani, Alessandra Baldoni e Silvia Sbordoni che verrà presentato presso la Galleria V. Casati di Bergamo.
Le tre artiste hanno deciso di far incontrare i loro percorsi di ricerca, come risposta ad un interessante stimolo partito dalla Gallerista, curiosa di capire se un processo artistico possa crescere parallelamente ad un processo di conoscenza.
E’ abitudine, accomunare in uno spazio espositivo, degli artisti, cercando di far nascere un dialogo, formulando un tema-pretesto che possa diventare il registro comune ad essi, senza immaginare che la necessità di operare di ognuno nasce da un vissuto che potrebbe non incontrarsi mai con l’esperienza dell’altro correndo il rischio di far fraintendere, anziché incontrare e dialogare i diversi linguaggi espressivi degli artisti coinvolti.
In questo contesto ciò che accomuna la ricerca di Maria Chiara Calvani, Alessandra Baldoni, Silvia Sbordoni è una necessità. La necessità di volersi ritrovare, di darsi con molta naturalezza un appuntamento come tanti altri, che invece di essere fissato davanti all’edicola della piazza della loro città, si sono date nello spazio espositivo di una Galleria. Una necessità analoga a quella che si avverte, quando si vuole incontrare un amico al quale raccontarsi. Un desiderio di osservarsi nel proprio fare arte, molto simile alla curiosità che si ha, quando si osserva una persona cara che prepara una cena con cura.
Necessità di scambiarsi opinioni con lo stesso clima magico e sospeso ma lucido e onesto di quello che si manifesta quando si sorseggia un vino buono in compagnia; necessità capace di mettere in moto, non un progetto finalizzato ad un evento, ma un processo di conoscenza, una lucida consapevolezza di fare ingresso nell’intimità dell’altro come quando in un capitolo di una fiaba subentra un nuovo personaggio la cui storia s’intreccia con quella delle altre figure.
Il tema della condivisione è protagonista nelle riflessioni di molti soggetti (artisti, curatori, critici, pubblico) del mondo dell’arte contemporanea. Spesso abusando di questo ambito di studio, si tende a sottovalutare , a non mettere a fuoco il tempo necessario della conoscenza. Un tempo lungo, un tempo dilatato ma necessario a far emergere con onestà i contributi e le riflessioni critiche di chi, coinvolto nel progetto, dovrebbe portare e far intrecciare con quelli dell’altro. Il tempo della conoscenza, richiede pause…sospensione dall’operatività… attenzione al mondo dell’altro, attraverso un lavoro profondo che si è fatto sul proprio io; (chiunque abbia prestato attenzione a quanto tempo è necessario per comprendersi, non potrà mai fare ingresso nel mondo dell’alterità senza rispettare i tempi dell’atro, le esigenze dell’altro, l’ apertura al dialogo intimo che l’altro dischiude a noi lentamente, non per timidezza, ma perché la costruzione di uno scambio ha bisogno di tempo. Tempo, che in funzione di un esito finale di un progetto viene sacrificato.
La mostra dal titolo Io Sogno Io Amo, Io Sono è proprio una riflessione sullo spazio dell’ io, una possibilità di tornare a questo e reindagarlo, riraccontarlo… così da tornare a muoversi nello spazio dell’ alterità più coscienti e consapevoli di un proprio mondo interiore, di un proprio linguaggio.
Io Sogno Io Amo Io Sono, perché il Lavoro artisitico di Silvia Sbordoni si concentra sull’autobiografia, il lavoro di Alessandra Baldoni sulle dinamiche dell’ amore, e quello di Maria Chiara Calvani sulle relazioni tra la vita reale e la vita onirica; spazi invisibili, labili, impercettibili che costituiscono la materia dell’ essere al pari della corporeità. Il filo che lega i tre diversi lavori presentati nello spazio della galleria è quello narrativo ed è anche quello che accomuna i tre percorsi di Maria Chiara Calvani Silvia Sbordoni e Alessandra Baldoni; la forma orale, la favola che qualcuno in un tempo del c’era una volta ci ha raccontato, la confessione sottovoce di un segreto nel silenzio domestico della camera da letto. Il racconto: luogo dove lo spazio dell’amore, lo spazio autobiografico e lo spazio del sogno si danno appuntamento, sala d’attesa di una love story, inchiostro invisibile pronto a bagnare un pennino per scrivere di una vita, stanza che produce eco rimasugli di un sogno pronto a confondersi con quell’ attimo d’incantamento che ci sorprende nel vivere quotidiano.

Maria Chiara Calvani
“IL FORMAGGIO E I VERMI”
Questo progetto nasce dal desiderio di passare del tempo con i miei nonni paterni, di riuscire a trovare un luogo del dialogo con loro (un dialogo con le mie radici), di salvare dalla dimenticanza piccole storie di vita vissuta.
Ho per anni osservato la lentezza dei loro movimenti; l’attenzione dedicata da entrambi alle piccole quotidiane azioni domestiche. La cura che mia nonna mette nel riparare con abilità un calzino scucito, l’attenzione di mio nonno nel pulire l’erba campagnola e altri frutti del suo orto, mi hanno da sempre meravigliato. Questa lentezza non appartiene al mondo in cui sono cresciuta. Ho sempre legato il loro fare ad un tempo a me sconosciuto ero curiosa di sapere di questo tempo e di vivere un processo con loro che mi portasse ad assaporare il contenuto della loro lentezza. Non volevo però che mi raccontassero la loro vita, ci sono delle cose che hanno bisogno, per mantenersi preziose, di essere custodite all’interno di un vissuto. Mi sono chiesta quale potesse essere un territorio franco per incontrarli ed ho pensato al sogno.
Li ho ascoltati mentre mi raccontavano i loro sogni.
Nei suoi sogni mia nonna incontra i suoi santi ( protagonisti delle sue affezionate e sacre letture pomeridiane), vede crocifissi (quelli dei rosari recitati assiduamente nel pomeriggio), attraversa i territori di Dio (gli stessi spazi dipinti nelle cartoline attaccate alle pareti della sua casa ) è lì che dice di incontrare suo figlio. E’ li che vuole andare ripete continuamente.
Negli armadi della sua casa ripone stoffe e lenzuola ricamate: la sua traccia.
Nei suoi sogni mio nonno ritrova la terra che ama tanto (quella dell’orto sotto casa), i suoi conigli (quelli della gabbia nel capanno) , il vento freddo dell’alba d’inverno ( quello di quando portava le pecore a pascolare nei campi vicino al paese). Si chiede come faremo noi quando lui non potrà più procurarci quel cibo.
Sopra il tavolo della cucina ripone la ciotola vuota: la sua traccia.
Mentre loro mi raccontavano i sogni mi accorgevo di questo.
Mi accorgevo degli strumenti per il ricamo utili a mia nonna, degli strumenti di lavoro di mio nonno, così diversi, così necessari.
Ho chiesto loro di disegnare alcune immagini provenienti dai loro sogni.
Mentre li osservavo disegnare mi accorgevo dei loro occhi divertiti.
Ero sorpresa di aver trovato abbastanza velocemente il luogo del dialogo che cercavo e un ritmo comune nel procedere. Mi hanno anche fatto notare che questo lavoro, aveva una sua utilità. Mia nonna durante il nostro incontro ha rammendato un abito scucito, mio nonno ha sbucciato le mele per poi cuocere in forno. Così ci siamo incontrati, riconosciuti.

Alessandra Baldoni
“LOVE STORY”
“Love story” è la documentazione affettiva di una storia d’amore. Come reperti archeologici oggetti privati ed intimi raccontano, lasciano intuire qualcosa che è accaduto, qualcosa che è stato e che forse non sarà più. È la narrazione dolorosa e forzata di un distacco, la cicatrizzazione lenta di una ferita. È un codice segreto, un linguaggio soggettivo che solo in parte può essere compreso ma proprio per questo restituisce il mistero di un amore, sfiora ciò che per sua natura è impronunciabile. Ed ogni amore ha la sua canzone, i suoi segni, i suoi anniversari, le sue lettere, le sue paure. Ogni amore pensa di essere unico, ogni amore pensa di essere eterno. Ogni amore è nudo e solo.
“Love story” è resoconto o forse già archeologia di una fine. Ho trattato gli oggetti personali come reperti museali affinché le immagini fossero pulite, in un certo senso “spoglie”, ed il simbolo fosse talmente potente da divenire quasi sovrabbondante nel momento in cui si va a leggere il significato della didascalia. Didascalia che si aggiunge alla laconicità del titolo, che vuole essere una specie di datazione sentimentale dell’oggetto, di geografia interna di un ritrovamento.
Le cose restano, rimangono come scheletri di materia, “durano”. Sono ingombranti e nello stesso tempo indifese, smarrite nel vuoto di un addio. Sono rumorose. “Love story” è stato il mio modo di rispondere al loro chiamare, è stato toccarle ancora, vederle per un’ultima volta. Perché, nonostante il dolore, non voglio vada persa la memoria del mio cuore.



Silvia Sbordoni
“ I ”
La mia casa non è una vera casa, o meglio, io vivo in uno spazio privato adiacente ad uno spazio pubblico. Mio padre è il custode di un edificio scolastico. Fin da bambina, per allontanarmi dal rumore del mio ambiente familiare, o per andare a giocare in uno spazio più ampio, mi bastava aprire la porta, fare qualche passo nel giardino ed entrare nella Scuola dall'entrata secondaria. Ho sempre avuto a disposizione l'interminabile e rumoroso mazzo di chiavi di mio padre per aprire tutte le porte. Quello spazio, di mattina così rumoroso e pieno di persone, dal pomeriggio alla sera è mio soltanto. Luogo del gioco e del pensiero. Mi sento perfettamente a mio agio nel vuoto dell'edificio, che in assenza dell'elemento umano che gli conferisce una funzione, è immobile. Il mio passo nei corridoi fa eco. Cammino lentamente. Salendo le scale raggiungo il secondo piano, mi fermo alla finestra che si affaccia sull'ingresso principale. E' sempre stato il mio rifugio preferito. Il mio punto di osservazione sull'esterno e di riflessione sull'interno. Da lì io comunico con l'edificio: ne percepisco una vita nascosta, come se di mattina avesse registrato dell'energia, e la sera me la restituisse sotto forma di rumori distanti, di suoni impercettibili. Ascolto il ticchettìo dell'orologio meccanico che la mattina fa suonare la campanella scolastica e il rumore di un neon che si spegne e si accende. Per un attimo mi sembra di essere in simbiosi con l'edificio: le sue mura sono la cassa di risonanza dei miei giochi e dei miei pensieri. Del “nascondersi”. Immersa di notte nel regno del sé, la mia presenza al mattino si nasconde e l'edificio si anima di nuovo dei rumori della quotidianità scolastica. A volte, anche inconsapevolmente, ho lasciato delle tracce del mio passaggio.




























Maria Chiara Calvani (Perugia 1975), vive e lavora a Roma.
Artista visiva, lavora principalmente con le installazioni e con il video.
Alla base della sua ricerca artistica è l’esplorazione della dimensione di soglia che unisce il luogo della veglia a quello del sonno, lo spazio di confine dove il vissuto e l’immaginario onirico di ognuno, incontrandosi, fanno nascere narrazioni dai contenuti misteriosi carpiti dalla dimensione del sogno. Nei suoi progetti artistici coinvolge spesso altre persone affidando loro il ruolo di depositarie e portatrici di storie e vissuti. Coordina il processo e le dinamiche relazionali che si stabiliscono tra gli elementi del gruppo. Elabora i contenuti narrativi che emergono da questi processi prestando particolare attenzione al silenzio, alla pausa, all’incantamento, al momento intimo di confronto con l’altro, come luoghi della riflessione, confrontandosi continuamente con il punto di vista di chi partecipa all’esperienza.
Laureata in Architettura, si è formata artisticamente presso la Fondazione Baruchello, (Roma) dove ha partecipato a: “I solisti e la banda” seminario per giovani artisti, curato e diretto da Carla Subrizi, tenuto da Emilio Fantin e Cesare Pietroiusti.
Collabora attualmente all’interno del Corso di Plastica Ornamentale dell’Accademia di Belle Arti di Roma; progetta e organizza workshop artistici all’interno dell’Università di Architettura di Ascoli Piceno. Ha partecipato, in gruppo con Emilio Fantin e Daniele Balit, a: “Visura Aperta”, Festival internazionale di Audio- Video- Media, curato da Davorka Vucic e Nicole Hewitt, (Momiano), Istria; è stata coinvolta nel Progetto “Integratore” di Emilio Fantin, presso Cittadellarte (Fondazione Michelangelo Pistoletto) Biella.
Tra le ultime mostre:
Premio Mario Razzano per giovani artisti (Rocca del Sannio) Benevento; Private a cura di Benedetta Di Loreto, (Roma); Rassegna d’arte contemporanea a cura di Veruska Nanni (Istituto di Fisica Nucleare), Frascati, Roma.

Alessandra Baldoni (Perugia 1976), vive e lavora a Perugia.
Il mio lavoro d’artista è legato alla narrazione, all’idea di usare il mezzo fotografico come un diario dove annotare le proprie ed altrui esperienze e si lega fortemente alla parola- sono infatti anche poetessa e scrittrice- poiché tenta di raccontare il mondo, di strappare territori alla dimenticanza, di fermare un frammento dell’esistenza rendendolo prezioso. Esistere equivale a narrare ed essere narrati, l’immagine come la parola non solo interpreta il mondo ma lo costituisce, lo fonda. È atto creativo che decide sull’esistenza, la sfiora e nomina impedendone la dissoluzione, lo svanimento. Sono nata (6-5-1976) e ho studiato a Perugia dove vivo e lavoro. Ho partecipato a diverse mostre collettive (“Gemine e Muse”, Palazzo Albertini e Vernice Art Fair, Forlì; “IconArts-international of contemporany arts”, Sala Mostre Comunale, Savona; “Premio Attraversarte”, Museo d’Arte Moderna Vittoria Colonna,2006; “Passione”,Palazzo Albertini, Forlì, 2005-“Biennale arti nuove”, San Benedetto del Tronto, 2003-“Northwest passages, Fondazione Pistoletto, Biella; “Marcovaldo-30” Museo Civico,Savigliano; “Descubrimientos”,Palazzo Conde Duque, Madrid, 2002).
Tra le esposizioni personali,”Un tempo per noi”, Jerico Spazio Contemporaneo, Perugia; “C’era un volto”, Fondo Verri, Lecce, 2005; “Ti rubo gli occhi”, Flash Art Show, Bologna, 2005; “Storie”, Laboratorio dell’Imperfetto, Gambettola e Galleria Spazio&Ricerca, Torino, 2003; “Privata Dimora” Galleria Expo Art, Bologna 2001.
Oltre a letture e reading di poesia partecipo anche a numerosi incontri nelle scuole e conferenze sul significato dell’arte e della narrazione. Ho partecipato al Viaggio Telecom “Poesia e Spiritualità” e alla “Notte dei poeti”alla 51° Biennale di Venezia.

Silvia Sbordoni [Roma, 1979], vive e lavora a Roma.
Laureata all'Accademia di Belle Arti di Roma, è un'artista visuale e una designer. Lavora principalmente con la fotografia e il video. Nel 2004 è stata selezionata per il Master di Media Art Design organizzato dalla Provincia di Roma. Durante il suo percorso formativo ha collaborato all’organizzazione e alla realizzazione di alcuni progetti artistici della Fondazione Adriano Olivetti di Roma, quali Prototipi; nell’ambito della 50esima Biennale di Venezia ha partecipato al progetto europeo RADAR, Creative Human Lab in European Cities, Culture 2000 Framework Program in Venezia, come assistente. Ha partecipato a “I solisti e la banda”, workshop organizzato dalla Fondazione Baruchello, a cura di Carla Subrizi, tenuto da Emilio Fantin e Cesare Pietroiusti. Nel 2005 la sua prima personale nell’ambito della rassegna di arti contemporanee “ WorkUp” a cura di Barbara D’Ambrosio, Silvano Manganaro e Carlotta Sylos Calò. Ha vinto il concorso “luoghi non comuni” organizzato dall’associazione culturale “le bas blue” partecipando all’omonima rassegna espositiva itinerante a Venezia, Padova e Belluno. Ha partecipato a Real Presence / Floating Sites a Belgrado, a cura di Dobrila Denegri e Biljana Tomic. Ha partecipato al progetto Età Nomade curato da Giovanna Dalla Chiesa. Tra le sue ultime personali: “0.3”, presso la Facoltà di architettutra di Valle Giulia. Nel 2006 ha curato e preso parte all'evento di cultura contemporanea “Ex” presso l'Ex-Manicomio di Roma. Ha partecipato inoltre alla rassegna d'arte contemporanea curata da Verunska Nanni in occasione della “Notte della Ricerca” presso l'Istituto di Fisica Nucleare di Frascati. Ha vinto la sezione “fuori concorso” del concorso UOMO DONNA Risonanze interne, organizzato dall’associazione FestArte presso il RialtoSantambrogio di Roma.

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