Gillo Dorfles

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Gillo Dorfles / Dettaglio evento

Emanuela Marassi - Beauty

Museo Revoltella

Sede Via Diaz, 27, Trieste 34123
Altre informazioni Tel +39 040 6754350 | revoltella@comune.trieste.it | http://www.museorevoltella.it

Data di apertura mercoledì 31 ottobre 2007
Data di chiusura domenica 06 gennaio 2008

Gli artisti correlati Emanuela Marassi
Curatori Gillo Dorfles

Comunicato della mostra : Emanuela Marassi - Beauty

a cura di Gillo Dorfles

Trieste Museo Revoltella (via Diaz 27)

Inaugurazione: mercoledì 31 ottobre 2007, alle ore 18.00

La più recente ricerca della Marassi, una delle prime performer femministe italiane, indaga oggi con ironia il tema della bellezza: spettacolari specchi deformanti, light boxes e video su spose mute, raffinati ricami delle Virtù del cavaliere medioevale, ammiccanti rospi rosa ma anche contro-spogliarelli datati. Tutti questi elementi, che sono proposti in diverse installazioni nell’ala scarpiana del Museo di Trieste, segnalano "che una vera bellezza non è di questo mondo; ce lo conferma la deformazione della grande scritta metallica come la processione dei rospi. E, davvero, l’ambivalenza [è] il motivo dominante lungo tutto il tragitto di questa mostra solo in apparenza “frivola”, dove si incontrano e si scontrano gli aspetti di un raffinato artigianato con quelli di una ben calibrata tecnologia" (G. Dorfles).

In catalogo, inoltre, testi di Roberto Vidali, Eva Fabbris e Giuliana Carbi.

Emanuela Marassi


Nata a Muggia nel 1937, si dedica all’arte applicata dal 1956, quando sotto la giuda di Pietro Dalgrande apprende la tecnica dell’intarsio della scuola viennese e presenta a partire dal 1959 i suoi intarsi lignei in diverse esposizioni internazionali del settore. Ottiene alla Prima Mostra Nazionale dell’Artigianato di Sanremo il primo premio (Sole d’oro 1964).

Tra il 1956 e il 1967 realizza, su disegno, diversi arredi navali per Tranquillo Marangoni (Guglielmo Marconi) e di interni per Gianni Russian, lo studio di architettura Cervi, Frandoli e Nordio e per studi di architettura a Milano. Nel 1960 incontra Augusto Cˇernigoj per il quale dapprima realizza intarsi di arte sacra (notabile a Trieste la Via Crucis ora nella chiesa di Santa Caterina da Siena), per arredi navali e di interni (Galileo Galilei, Sala dei Congressi del Teatro Sloveno di Trieste) e importanti intarsi artistici ora in collezioni americane. L’incontro con l’artista costruttivista però è determinante. Inizia una più stretta collaborazione e Emanuela Marassi diventa sua allieva formandosi artisticamente sotto la sua guida a partire dal 1964. Nel 1967 chiude l’attività dell’Atelier Intarsi Artistici Marassi per dedicarsi esclusivamente alla sperimentazione artistica, esponendo in quell’anno nella sua prima personale. Nel 1973 apre con Nadia Bassanese la Galleria Tommaseo di via Canalpiccolo 2 che l’anno successivo passerà a Franco Jesurun con il quale conserverà una stretta amicizia professionale fino ad oggi. Il momento centrale del suo impegno femminista è segnato dalla fondazione del gruppo MAREBA assieme all’austriaca Renate Bertlmann e alla neozelandese Barbara Stradthee (1974). La mostra ‘Moltiplicazione’ del 1976, presentata anche a Vienna e la personale del 1978 introdotta da Gillo Dorfles, segnano la maturità del suo linguaggio artistico che si esprime ora attraverso i primi tulle cuciti che diventeranno la costante espressiva degli anni seguenti (i Giornali, le Lettere e i Racconti del 1976-79, Le vesti dell’Anima e Rosa Profondo. Androgino Ginandro con Elio Marchegiani del 1979, Aurora Musis Amica del 1980, fino all’esposizione nel 1981 de Il Cavaliere al Palazzo dei Diamanti). Sempre al 1978 datano le sue prime performance, azioni che riprenderà in seguito finalizzandole anche alla produzione video degli ultimi anni, nei quali ha anche ideato diversi allestimenti espositivi per il Comune di Trieste, per Trieste Contemporanea e per L’Officina, associazione, quest’ultima di cui è cofondatrice nel 1981.

La sua attività artistica si caratterizza per l'interesse verso materiali poco utilizzati nella sperimentazione contemporanea quali il tulle, il rame e per l'ironia dell'indagine che svolge artisticamente all'interno di riti e convenzioni sociali.


Gillo Dorfles
Emanuela Marassi al Museo Revoltella

Un inno alla bellezza, o, viceversa, una sottile ironizzazione della stessa? L’alone di mistero e di attesa, ma anche di dolcezza e tenerezza, è quello che circonda il visitatore del quinto piano del Museo appena si inoltra nelle “stanze” dove Emanuela Marassi è riuscita a creare una sorta di pausa incantata a confronto della spesso truce e torbida atmosfera artistica (e non solo artistica) in cui viviamo. Se in passato l’artista triestina aveva saputo portare al suo più raffinato sviluppo la grande qualità artigianale dei suoi intarsi lignei, oggi invece è l’uso d’un paziente ricamo che le è venuto in aiuto. Ricamo di parole delle 36 Virtù già realizzate per la mostra del Palazzo dei Diamanti di Ferrara e che ora acquistano una posizione di rilievo. Perché, incorniciate in bacheche di rame, vengono a costituire una vasta superficie: quasi un codice segreto delle norme che regolano l’universo della bellezza cui è per l’appunto dedicata tutta la mostra. Oggi l’uso sapiente e minuzioso del ricamo con il filo rosato è in sintonia con le incorniciature cupree nelle quali sono adagiate sulla garza le ammonitrici parole: da Wisdom a Beauty, a identificare i tanti aspetti della bellezza. Ma è sin dall’ingresso che viene affrontato il problema del bello e della sua essenza: ecco ad esempio la curiosa scaffalatura-specchiera in rame spruzzata di cipria dove una superficie specchiante accoglie il visitatore ed è già un preludio alle altre sale. E non si dimentichi che proprio il rame è il metallo del pianeta Venere (come il piombo à quello di Saturno secondo le antiche tradizioni alchemiche). Venere, dunque, come rame: come dea dell’amore; e naturalmente della bellezza. (Anche se non mi sembra proprio necessario che l’amore sia sempre legato alla bellezza). Infatti, che la bellezza non possa mai essere perfetta, lo riconosce la stessa Emanuela: altrimenti non si sarebbe preoccupata di creare la grande parola-scultura di metallo specchiante che accoglie lo spettatore sin dall’inizio attraverso un peculiare artificio deformante che ovviamente altera il volto di chi vi si specchia. Ecco ancora una volta – e non è l’ultima – che l’ironia fa capolino. Ma se continuiamo il nostro iter lungo le sale del museo ci vengono incontro altre figure che perfezionano l’atmosfera sognante: la sposa che, con la mano inguantata offre una manciata di confetti: i veli che ne adombrano il corpo; tutto lo scenario – in parte ripreso dalla performance Fragile! (2003) rivelano senza dubbio l’intenzione di Emanuela di rifarsi ad una stagione remota quando ancora dominava la “kaloagathia” di greca memoria: il bello e il buono, affratellati in un cerimoniale come quello delle “fauste nozze” dove la tradizione ha la meglio. Eppure, proprio nella seconda sala, tutta soffusa di un rosa intenso dal soffitto fino alla folta moquette, ecco avanzare un drappello di rospi in ceramica rosa porcellanata. Si tratta di batraci “inoffensivi” che ravvivano l’atmosfera pink della saletta; ma quella lieve ironia che pervade l’intera mostra sta proprio ad indicare – come avvertivo sin dall’inizio – che una vera bellezza non è di questo mondo; ce lo conferma la deformazione della grande scritta metallica come la processione dei rospi. E, davvero, l’ambivalenza mi sembra il motivo dominante lungo tutto il tragitto di questa mostra solo in apparenza “frivola”, dove si incontrano e si scontrano gli aspetti di un raffinato artigianato (il ricamo delle Virtù) con quelli di una ben calibrata tecnologia (dalla grande stampa fotografica, alla illuminazione, dalle light boxes alle strutture metalliche). Il che sta a dimostrare come, sempre di più, l’arte possa – anzi debba – sapersi impadronire delle nuove conquiste tecniche del presente anche quando si rifà a cerimoniali di un recente passato.