A cura di Michel Draguet e Sergio Gaddi
Dopo la mostra del 2004 Joan Miró. Alchimista del segno che ha riscosso l’interesse di 76.000 visitatori, e l’evento Picasso. La seduzione del classico del 2005, che ha portato sulle rive del Lario oltre 77.000 persone, il Comune di Como propone una nuova grande iniziativa.
Dal 25 marzo al 16 luglio 2006, infatti, nelle sale della settecentesca Villa Olmo si tiene la mostra «RENÉ MAGRITTE. L’impero delle luci», organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Como in collaborazione con la Fondation Magritte di Bruxelles e i Musées Royaux des Beaux Arts del Belgio.
La rassegna, curata da Michel Draguet, direttore generale dei Musées Royaux des Beaux Arts del Belgio, Sergio Gaddi, assessore alla cultura del comune di Como e Maria Lluïsa Borràs, storica dell’arte, raccoglie sessanta dipinti a olio e venti tra disegni e lettere illustrate realizzati dal genio surrealista tra il 1925 e il 1967, quaranta dei quali provenienti dai Musées Royaux des Beaux Arts del Belgio, che conservano la collezione pubblica più importante al mondo di opere di Magritte, visibili in Italia per l’ultima volta, prima della loro definitiva collocazione nel Museo Magritte di Bruxelles, nell’aprile 2007.
Secondo Charly Herscovici, Presidente della Fondation René Magritte, la mostra di Villa Olmo rappresenta “un evento nella storia delle esposizioni surrealiste in Italia”.
L’esposizione, che presenta alcune delle opere più conosciute del maestro belga, come L’impero delle Luci, La buona fede o La fata ignorante, muove i propri passi dall’asserto magrittiano, secondo cui “La pittura è soltanto un mezzo che mi permette di portare alla luce un pensiero grazie all’utilizzo di elementi presi al mondo visibile”.
Magritte, infatti, riteneva, come Leonardo, che la pittura fosse una ‘cosa mentale’, una proposta di riflessione o un’idea che deve prendere forma attraverso di essa, mantenendosi entro i limiti della riproduzione del mondo visibile. Ciò che rende diversa la sua pittura è la rappresentazione circoscritta ad ambienti quotidiani, riprodotti con la massima fedeltà, con lo scopo di provocare una riflessione che metta in discussione ciò che si dà per scontato. Inoltre pretende, in questo modo, di rendere visibile la poesia e di trasformare il mondo comune in un universo poetico.
Nella sua iconografia, seppur molto varia ed ampia, è facile riscontrare tali “cose visibili”: i nuvolosi cieli del nord - che fecero coniare a Max Ernst il motto “Fa un tempo Magritte” - il mare e l’aperta campagna; gli alberi e il bosco, i notturni, i sobborghi; un certo stereotipo di borghesia dell’epoca, belle e languide dame e l’uomo vestito di nero con bombetta; uccelli e colombi; fiori e oggetti comuni come case, sonagli, balconi, sfere, mele.
Il punto di partenza del percorso espositivo, giostrato su un doppio binario cronologico e tematico, è rappresentato da L’amazzone, opera che può essere considerata come un “Magritte prima di Magritte”, nella quale si accosta al naturalismo una costruzione cubista.
La sua produzione è spesso intrisa di mistero. Come lui stesso ricordava, “Io mi sforzo di non dipingere se non immagini che evochino il mistero del mondo. Perché ciò sia possibile, devo cessare d’identificarmi con idee, sentimenti, sensazioni”.
In Personaggio che medita sulla follia del 1928, nonostante l’opera sia composta da elementi banali, trasmette una sensazione di attesa angosciata di qualcosa che incombe. Angoscia che gli proveniva a volte dai ricordi tragici della propria esistenza, come la rievocazione del suicidio della madre, che nel 1912 fu trovata annegata in un fiume con la testa avvolta nella camicia da notte. A seguito di questo tragico avvenimento, dipinge la forma di una testa coperta con un drappo bianco o lo stesso soggetto nascosto da una sorta di lenzuolo.
Nel suo processo di assimilazione delle tematiche surrealiste, Magritte si avvicina, nel 1927, alla tecnica del collage, fortemente utilizzata da Max Ernst che rappresentava un “incontro fortuito di due realtà incompatibili, su un piano estraneo ad entrambi”. Allo stesso modo, Magritte affianca in pittura, immagini estratte dal quotidiano inserite in realtà contraddittorie o realtà apparenti, come nel Ritratto di Paul Nougé, o nel Matrimonio di mezzanotte, o ancora nel Supplizio della vestale, o nel Giocatore segreto.
Sono delle opere che giocano con il concetto surrealista della ‘metamorfosi’, in cui alcuni oggetti si trasformano in altri, come nell’Incendio, nell’Isola del Tesoro in cui le foglie degli alberi che si tramutano in uccelli, o nel Sapore delle lacrime dove da un albero non nasce un fiore, ma un uccello con le nervature del corpo in forma di foglia.
Altro importante settore della mostra di Villa Olmo è riservato alla serie di lavori sul linguaggio che manifesta le sue riflessioni circa le diversità esistenti tra il linguaggio plastico e quello scritto, come La lettura proibita o la Voce dell’assoluto.
L’esposizione comasca dà poi conto anche di un nucleo di lavori appartenenti al cosiddetto periodo Vache, di tendenze fauviste, realizzati durante la seconda guerra mondiale, caratterizzati da colori accesi e la cui tecnica ricorda il modo di dipingere di Renoir. Sono tele nate in reazione all’occupazione nazista che, secondo le parole dello stesso Magritte, “ha segnato una svolta nella mia arte... Vivo in un mondo estremamente sgradevole e la mia opera vuole essere una controffensiva”.
Inoltre, vengono esposti dei disegni preparatori e una piccola sezione dedicata alle fotografie. Tra il 1928 e il 1955 Magritte scatta circa un centinaio di fotografie di vita privata. Sebbene non si possa ritenere che Magritte considerasse quelle fotografie alla stregua di quadri, tuttavia alcune meritano di essere prese in considerazione: le fotografie dei volti di alcuni amici dietro una maschera o quella del viso di Georgette sovrapposto al suo, oscurandolo, rivelano una delle inquietudini del pittore circa il visibile e l’invisibile.
25 marzo - 16 luglio 2006
Il catalogo sarà pubblicato da Ludion
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