La Fondazione Amleto Bertoni – Città di Saluzzo, ripresenta la 13° Edizione di “Saluzzo Arte”, una manifestazione realizzata con il Patrocinio della Regione Piemonte, Provincia di Cuneo, Comune di Saluzzo, Camera di Commercio, Cassa di Risparmio di Saluzzo e Fondazione della Cassa di Risparmio di Cuneo.
Una Rassegna, suddivisa per argomenti in vari settori, che intende rappresentare la complessa realtà del panorama artistico nazionale ed internazionale, dal Novecento alle più attuali forme di creatività ed espressione, realizzata con il coordinamento artistico di Paolo Infossi e Roberto Giordana.
In occasione della ricorrenza della XXX Edizione del Premio intitolato al maestro cuneese, il percorso espositivo si apre, nei primi quattro saloni, con la mostra: “Matteo Olivero ed i fratelli Vacchetti” un’iniziativa curata da Nino Tagliano e Paolo Infossi, in collaborazione con Carlo Pellegrino, Presidente dell’Associazione Culturale “Pòrti di Magnin” di Mondovì.
Un’ampia rassegna che intende illustrare attraverso un’attenta sequenza di dipinti, disegni e ceramiche la vicenda artistica del Maestro Matteo Olivero e degli artisti Filippo, Emilio e Sandro. Un omaggio che si ricollega idealmente ai sentimenti di stima ed amicizia intercorsi per molti anni tra Matteo Olivero ed i fratelli Vacchetti.
Segue “Spazio aperto. Una vetrina per trentuno artisti”, un ampio settore che ospiterà trentuno mostre personali, allestite da artisti di diverse generazioni e tendenze per rappresentare un significativo spaccato della recente contemporaneità nelle diverse espressioni, pittura, scultura, grafica, incisione, fotografia e design, riconfermando anche la particolare attenzione riservata nei confronti dei giovani artisti emergenti. Saranno presenti: Daniele Aletti, Antonella Avataneo, Adriana Bozzi, Alberto Branca, Paola Capellino, Sergio Carletto, Liliana Cecchin, Massimo Daghero, il Movimento estrattista con Gianni Bergamin, Rosanna Bonavia, Mery Rigo, Maurizio Rivetti, Luisella Rolle e Stefano Stranges ed ancora Elisa Filomena, Moira Franco, Maria Enid Fuentes, Franco Galetto, Gianfranco Galizio, Daniela Madeleine Guggisberg, Angela Manfredi, Claudio Massucco, Luisa Minchiante, Francesco Murlo, Franco Negro, Alberto Perini, Pitti, Claudio Rabino, Piero Riva, Sergio Unia, PiercarloVilla.
La rassegna comprenderà, naturalmente, come di consueto, le opere finaliste presentate alla XXX Edizione del “Premio Matteo Olivero”.
SPAZIO APERTO, UNA VETRINA PER 31 ARTISTI
di Paolo Infossi
La XIII Edizione di Saluzzo Arte si ripresenta nella sua classica collocazione primaverile, un periodo che aveva già positivamente ospitato, in passato, alcune fortunate edizioni.
Saluzzo Arte si apre, quest’anno, con la retrospettiva: Matteo Olivero ed i fratelli Vacchetti. Un’ampia rassegna che intende ripercorrere attraverso un’attenta sequenza di dipinti, disegni e ceramiche, la vicenda artistica di Matteo Olivero e degli artisti Filippo, Emilio e Sandro Vacchetti. Un omaggio che si ricollega idealmente ai legami familiari ed ai sentimenti di stima ed amicizia intercorsi per molti anni tra l’Olivero e la famiglia Vacchetti di Carrù.
Un doveroso omaggio al Maestro cuneese, realizzato attraverso una sequenza dedicata ad un particolare periodo artistico dell’Olivero, forse meno conosciuto al grande pubblico, il periodo “tonale”. La rassegna comprende grandi tele e piccole tavole, realizzate dai tempi dell’Accademia Albertina, (che frequenta insieme a Filippo Vacchetti) rivisitando, in parte, anche gli “effetti di sole” per sfiorare infine alcune opere di impronta divisionista. Oggi, sempre più spesso, le opere del pittore di Acceglio sono richieste nelle più importanti rassegna nazionali ed internazionali, anche se per un certo periodo, il suo contributo artistico, ed in particolare quel “divisionismo alla sua maniera” sembrava essersi un po’ “appannato”. Scrive Giuseppe Luigi Marini, nella biografia del maestro, in occasione della mostra: “Matteo Olivero”, allestita a Saluzzo, nell’autunno del ’94: “ … 1990 – Per la prima volta. In una rassegna retrospettiva intitolata al Divisionismo italiano, al Palazzo delle Albere di Trento, figurano due dipinti di Olivero: “Solitudine” e “Il sole ad Ussolo”…”.
Una scelta appropriata, che coincide con la XXX Edizione del Premio, un concorso nato nel Settembre del ’78, come un appuntamento provinciale per la pittura estemporanea e intitolato, solo dalla successiva edizione, a Matteo Olivero. Un’iniziativa che corona un sogno, per chiudere, in un certo senso, un periodo, un ciclo, un’avventura, nata in un particolare momento storico, proprio mentre quel clima di evento culturale e di festa, che circondava le manifestazioni estemporanee, stava scomparendo, ma anche con molti protagonisti che oggi non ci sono più.
Saluzzo Arte e l’ampia sezione Spazio aperto, nascono dalle esperienze maturate, sin dagli esordi, proprio con il Premio Olivero. Una rassegna che ha ospitato, in questi anni, molti interpreti dell’arte contemporanea, un percorso che tornerà ad occupare, come di consueto, le antiche scuderie con trentuno mostre personali, un percorso ormai ben collaudato, ma con molte novità.
Saluzzo Arte ospita nel grande salone tematico: “Estrattismo, acqua” un’interessante iniziativa del “Movimento estrattista” un gruppo composto da artisti come Gianni Bergamin, Rosanna Bonavia, Mery Rigo, Maurizio Rivetti, Luisella Rolle e Stefano Stranges. Alcuni nomi nuovi accanto ad altri già noti al nostro pubblico, proprio Mery Rigo, aveva ottenuto, ad esempio, il Premio Olivero per la pittura nel 2002. Scrive Gianfranco Schialvino:“Gli “estrattisti” sono un gruppo di artisti che si sono incontrati, pur operando con linguaggi diversi, attorno ad un unico, comune, estetico denominatore: la consapevolezza che l’arte contemporanea possa accettare strade di ricerca del tutto differenti ed anche opposte, ma nel rispetto di alcuni fondamentali ed indispensabili valori: la qualità della forma significante, dipinto fotografia o scultura, che non ammette improvvisazione ed esitazioni nella sua definizione; la presenza nell’opera d’arte di un’idea, un concetto, un significato; la consapevolezza di non imitare ma interpretare, non subire ma partecipare, non restare inerti ma vivere attivamente i problemi di una società che anche all’arte demanda un viatico per risolvere l’incertezza, il dubbio, la confusione esistenziale che la corrode, l’affanna e la soffoca, uccidendone lo spirito.”
Ma Saluzzo Arte ospita, nelle Sale della Guardia, anche lo scultore Daniele Aletti, artista posato ed austero, di origine bergamasca, benché nato e cresciuto in Svizzera, ma stabilitosi da diversi anni a Sale S. Giovanni, nel cuneese, che presenterà - unitamente alla moglie, la scultrice svizzera Daniela Madeleine Guggisberg – i suoi “interventi” sulla pietra, un linguaggio “apparentemente ermetico” che può, però, trasformarsi in poesia.
Poco più avanti, le antiche scuderie, ospitano la personale ricerca di Pitti, l’artista bresciano di Rovato, fondatore nel ‘93 della corrente artistica denominata “Espansionismo”, formando qualche anno dopo, con altri quattro artisti italiani, il G.A.D. (Gruppo Aniconismo Dialettico) voluto e diretto dallo Storico e Critico d’Arte Giorgio Di Genova. Scrive Giorgio Segato sull’opera di Pitti: “ … la sua ricerca non si sofferma sul gesto in quanto tale (semplicemente liberatorio di energia fisica e psichica), la lo esplora come misura ritmo espressivo e comunicativo come immediata “trascrizione” di emozione, di pensiero, di stato dell’anima e dell’intelligenza …”. Ma non mancano spazi adeguati anche per altri artisti emergenti come: Antonella Avataneo, Alberto Branca, Paola Capellino, Sergio Carletto, Claudio Massucco e Piercarlo Villa.
Un percorso che comprenderà naturalmente anche alcune conferme. Ritorna, ad esempio, dopo alcuni anni Sergio Unia, lo scultore torinese, originario di Roccaforte Mondovì, con un “Omaggio alla bellezza” come titola lo storico dell’Arte Erich Steingraber nella presentazione della sua biografia, che prosegue: “ … quasi sempre le sue figure sono nude. Sono soprattutto ragazze giovani, snelle e slanciate, spesso ancora adolescenti, che vengono raffigurate mentre leggono, suonano, fanno ginnastica o giocano, mentre sono accovacciate o sedute, spesso mentre danzano …” o di altri “vecchi amici” della rassegna, come Liliana Cecchin (già Premio Olivero per la pittura nel 2004) con tele di notevoli dimensioni che raccontano nuove sequenze urbane o le rarefatte immagini di nastri d’asfalto, ma oggi anche figure, di Gianfranco Galizio, anch’egli insignito, non per caso, del Premio Matteo Olivero nel 2000, oppure Massimo Daghero, Maria Enid Fuentes, Franco Galetto o dei più figurativi come Angela Manfredi, Francesco Murlo, Alberto Perini, Claudio Rabino e Piero Riva, sino a Franco Negro, che proporrà un’inusuale serie di “tondi” di grandi dimensioni.
Importanti presenze che non hanno tuttavia mai significato minor visibilità per gli artisti emergenti, un appuntamento che attesta la particolare attenzione riservata all’argomento. L’Edizione ospiterà, ad esempio, le intense figure di Elisa Filomena, già inserita nell’ambito di “Generazioni a confronto” dell’edizione 2004, e Moira Franco, la pittrice cuneese, che ha ottenuto tra i vari riconoscimenti, anche il Premio Matteo Olivero 2003, due giovani molto interessanti, proposte accanto ad artiste di un’altra generazione, come Adriana Bozzi e Luisa Minchiante, che hanno rispettivamente ottenuto il Primo Premio nella precedente Edizione del Premio Olivero, per la pittura e per l’incisione.
Due artiste profondamente diverse per formazione, esperienza e tecnica, ma che sembrano condividere, nelle loro opere, l’equilibrio e la solidità della struttura compositiva. Forza ed intensità emotiva, nella motivazione del Premio per la pittura dell’argentina Adriana Bozzi, accanto all’equilibrata composizione, non priva di significativi rimandi concettuali, nell’acquaforte di Luisa Minchiante.
Spazio aperto, può rappresentare quindi con questa “vetrina” una nuova opportunità, per riflettere, dialogare e stimolare nuova curiosità ed interesse.
MATTEO OLIVERO E GLI AMICI VACCHETTI: PERCHE’?
di Nino Tagliano
Le amicizie, specialmente le più sincere, nascono a volte per caso. E’ sufficiente l’incontro di animi sereni e generosi, meglio ancora se uniti nella condivisione di interessi artistici, perché si cementi una vera e profonda conoscenza.
Questo avvenne per Matteo Olivero e i fratelli Vacchetti: per tale ragione desidero parlarne.
Matteo Pietro Olivero nasce alle ore 04,30 del 15 giugno 1879 nella borgata Villa di Pra Rotondo, frazione di Acceglio. La mamma Lucia Rosano è una donna semplice, ma tenace come tutti i montanari della sua terra.
Il padre Matteo, nativo degli stessi luoghi, è un uomo buono che trova lavoro come fuochista sui mercantili che dalla Liguria salpavano per tutti i mari.
Il figlio nasce quando lui è assente, impegnato nel duro lavoro di questi interminabili viaggi. Solo al rientro si gode la sua creatura colmandola di amore e tenerezze come solo può fare un padre che per mesi ha sognato il momento dell’abbraccio.
Purtroppo il destino è crudele: il colera lo colpisce quando Matteo ancora stenta a compiere i primi passi e il terribile morbo lo rapisce in breve tempo.
Poco dopo, nel 1881, coraggiosamente la madre si trasferisce col figlio a Dronero, ove Matteo frequenterà le Scuole Elementari e successivamente a Cuneo alla Regia Scuola Tecnica “Sebastiano Grandis”.
Ottenuta la licenza con buon profitto, viene incoraggiato a intraprendere studi artistici. La madre non esita ad assecondarlo, si priva di tutti i beni, casa e podere, e si trasferisce con Matteo a Torino in Via Montebello, 21. Lei è analfabeta, ma il figlio le sarà accanto ad insegnarle a leggere e scrivere. La nostalgia della montagna è forte e solo la lingua occitana, che non lasceranno mai, li farà sentire meno lontani.
Il 4 dicembre 1896 si iscrive all’Accademia Albertina, pochi giorni prima di Filippo Vacchetti (16 dicembre 1896). Filippo è nato a Carrù il 27 maggio 1873 ed i fratelli Emilio e Sandro rispettivamente l’8 febbraio 1880 e 1 febbraio 1889. Pure loro seguiranno la stessa strada e così nascerà quell’amicizia che durerà ben oltre gli anni di studio e si rinsalderà nel tempo, non solo nei rapporti personali, ma addirittura familiari.
Il 19 giugno 1902 Olivero scrive al collega d’Accademia Giuseppe Galaverna, emigrato con la famiglia a New York: “ … l’amico Vacchetti, mio buffone compagno e nostro nobile comprovinciale, mi lascia a salutarti …”. E ancora, sempre a Galaverna, il 21 febbraio 1905 per informarlo di “come vanno le cose” e degli affanni, delusioni e scoraggiamenti fino ad affermare di voler dare “l’addio all’arte seria”, non dimentica mai i “saluti dagli amici Vacchetti”.
Il 26 agosto 1905, da Ussolo: “Esimio Maestro Sig. Vacchetti, L’amicizia che da anni mi lega ai suoi figli, che tanto apprezzo per la loro bontà d’animo e di carattere, non può far a meno di destare in me un senso di viva simpatia verso il loro caro Genitore che ebbi la fortuna di conoscere. Benché poche volte abbia avuto occasione fermarmi in sua gradita compagnia, mi bastarono per farmi conoscere l’uomo sincero di cuore nobile che all’ingegno e all’animo di artista unisce pari modestia. Benché lontano mi permetta, Egregio Maestro che in questo giorno in cui Carrù festeggia il Suo quarantesimo anno di insegnamento io prenda parte alla dimostrazione di gioia dei suoi concittadini, amici e conoscenti. Da questo mio romitaggio alpestre giungano le mia felicitazioni e con un saluto, l’augurio di lunghi anni prosperi e felici. Mi perdoni se ho osato disturbarla con queste mie sincere parole e mi creda di Lei devotissimo M. Olivero”.
Intanto il pittore e la madre si erano trasferiti nel 1902 in Via Montebello, 6. Aveva già ricevuto apprezzamenti dagli insegnanti, eseguito un busto in gesso, “Reietto” presente alla Promotrice Torinese, mentre il quadro “Ultime capanne” è accettato alla Quadriennale e casualmente esposto accanto al “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo.
Il grande “pittore di Volpedo” rimane incuriosito dall’opera di Olivero, mentre questi non si stanca di ammirare il capolavoro del “volpedino” e decide immediatamente di recarsi in Svizzera per conoscere le opere di Giovanni Segantini esposte a St. Moritz, intuendo quali saranno le sue ambizioni.
Il “divisionismo” è una tecnica che lo avvince perché capisce che questo è un mezzo per poter esprimere ciò che lui vedeva, cioè la luce, il sole, la neve. Sarà un “divisionismo” molto personale che lascia spazio ad una pittura tonale e risente ancora del primo “pointillisme” francese.
Nel 1903, terminati gli studi all’Accademia, con un pretesto scrive a Pellizza da Volpedo. Inizia così uno scambio epistolare, prima formale e poi sempre più amichevole anche attraverso una rivista francese “Les tendences nouvelles” alla quale collabora grazie alla conoscenza dello scultore Alexis Merodack – Janeau, condirettore della stessa.
Incomincia ad avere i primi estimatori, alcune sue opere sono acquistate da privati, mentre nel 1905 si trasferisce a Saluzzo in Via San Francesco d’Assisi, 1 e l’anno dopo allestisce lo studio in Salita al Castello, 13 (poi 11).
E’ una svolta che, congiuntamente alla mamma, lo renderà felice. Sono più vicini alle montagne, la Città li accoglie bene, mentre a Torino, già più caotica nel quotidiano, nell’ambiente artistico non sempre è generosa. Nei suoi riguardi, montanaro che si stava affermando, gelosie e screzi lo addolorano e infatti il 2 luglio 1905 annunciava a Pellizza da Volpedo: “Ho preso questa decisione appunto per poter studiare e lavorare di più e per essere più tranquillo e spero colà pure di avere lavoro. Non avrò più le lotte che tanto mi demoralizzano, non m’occuperò più che dell’arte mia …”
Nel frattempo era già stato accettato con due opere alla VI Biennale di Venezia, che trovano il consenso di critica e acquirenti. Nazionale di Belle Arti di Milano, Società Cultori e Amatori di Roma, Esposizione di Angers, Promotrice di Genova, Salon Parigino, Esposizione Nazionale di Belle Arti di Rimini sono tappe significative della sua carriera.
“Al Saluzzese non era certo sfuggita, negli anni degli studi torinesi, la portata artistica e spirituale del fontanesiano “poema della natura”, ma è solo attraverso la corrispondenza con Pellizza che lo analizza, ormai più ricco di strumenti critici, con sistematicità. Il sùbito innesto nella per lui neonata fede divisionista, non meno, forse, che la radicazione nella pittura tonale, agevolano Olivero nel maturare una convinzione che non è solo sua e che bene ha espresso l’amico alessandrino sin dal ’96; e nel metterla in pratica. Il divisionismo “non è che un mezzo tecnico per riprodurre colle materie coloranti le vibrazioni luminose dei raggi onde si compone la luce” …. Sostanzialmente non rinnega gli insegnamenti naturalistici impartitigli in Accademia: semplicemente li coniuga ai principi scientifici del divisionismo”. (G. L. Marini: Matteo Olivero – Edizioni “Il Prisma” – Soc. Tip. Piemontese Spa – Torino, 1994).
Nel 1909, alla Esposizione Nazionale di Rimini, il quadro “Solitudine” è premiato con Medaglia d’oro e l’anno dopo con la Medaglia di bronzo alla Prima Internazionale di Belle Arti a Bruxelles.
Nel 1910 sfida i francesi allestendo una grande Mostra a Parigi al Salon International des Beaux Arts et des Lettres all’Alcazar d’Etè (Champs-Elisées). Sono 37 le opere che gli danno grande notorietà e commenti assai positivi da parte della severa Stampa francese.
L’anno dopo espone al Circolo degli Artisti a Torino, superando le incomprensioni di un tempo, e si sistema in un nuovo studio in Via Napione, 32 e poi in Via Po, 20.
Nel 1912 torna a Parigi con una ventina di soli “effetti di neve” nell’ambito del Salon de L’Union Internazionale des Beaux Arts et des Lettres d’Etè. Lo sostiene un bellissimo articolo redazionale della rivista “Les Tendences Nouvelles” e ribadisce, con questa rassegna, di meritarsi tanta attenzione ed elogi.
E’ presente a Roma alla LXXXI Esposizione della Società Amatori e Cultori di Belle Arti, alla X Biennale di Venezia, alla LXXI Promotrice torinese e alla LIV Rassegna Natalizia del Circolo degli Artisti di Torino.
Nel 1913, alla XI Internazionale di Monaco di Baviera, ottiene la seconda Medaglia d’oro della Giuria Internazionale con il dipinto “Giorno di sole” mentre nel 1914, alla Mostra “Futurista” presso il Circolo degli Artisti a Torino espone: “Autoritratto ultrafuturista”. E’ chiaramente uno scherno, una sfida al Movimento di Marinetti e sarà occasione di accese discussioni. Tuttavia non posso sottacere che Angelo Dragone, nel suo “Matteo Olivero” del 1959, a proposito di un autoritratto, di una figura e di un paesaggio parla di “audacia espressionistica” e aggiunge: “ … in modo intuitivo in questo momento della sua vita d’artista, Matteo Olivero si fa partecipe di quell’indirizzo che, con l’opera di Edward Munch, dal Nord Europa si era annunciato. La parte stessa che in queste e in altre opere ha la luce notturna, come già quella dei tramonti, con le loro ombre allungate dov’era chiara l’esigenza di una deformazione espressiva della realtà, vi è appunto la sensibile adesione ad uno spirito volto a rendere non tanto gli aspetti esterni di un oggetto, si che anche coloristicamente la sua pittura acquista più luminose ed intense tonalità, quanto una pennellata più larga e libera, che d’un balzo si lascia dietro le spalle ogni precettistica. I riflessi non tardano a manifestarsi anche nella figura, se si guarda l’immagine del “Busto” così conseguente che potrà anche sorprendere per la novità che essa rappresenta nel quadro della pittura italiana del primo anteguerra ove segna, col più sensibile anticipo, forme che, soltanto dopo l’esperienza futurista, potranno trovare il più ampio sviluppo ad esempio nell’opera di un Sironi”
Nel 1915 scoppia la guerra e le Esposizioni sono rare, come pure nel 1916.
Nel 1917, benché trentottenne è chiamato alle armi e destinato a Roma, Caserma Cavour, Deposito Aeronautica, nel 1918 negli Uffici Aerostieri e poi a Ferrara.
La lontananza della mamma, il suo unico affetto, sola e ormai anziana, da tempo lo fanno soffrire di nostalgia e non può nascondere i segni di un sempre più evidente esaurimento.
Con i compagni di camerata confida di avere sempre innanzi l’immagine della mamma in attesa del suo rientro, a guerra finita, alla vecchia stazione del tram di Saluzzo.
E’ congedato nel 1919 e subito si presenta a Torino alla Nazionale di Belle Arti della Promotrice, poi al Circolo degli Artisti. Nel frattempo, in veloci esecuzioni preparatorie e in piccoli studi “tonali”, il suo “sogno” prende corpo e l’anno dopo, nel 1920, assume forma e contenuto.
Ne nasce “Suburbio”, grande opera ispirata all’amore e alla poesia, ove solitaria e imponente la figura della madre si avvia all’incontro con il figlio alla stazione del tram nel sobborgo saluzzese.
La composizione è scarna, ma efficace, coloristicamente condensata in passaggi “divisionisti” delicati seppur vigorosi, tale da farne una delle opere migliori. Certamente quella in cui la materia viene usata per esprimere tutta la sua vena artistica in sentimento e amore.
L’opera è presentata alla XII Biennale di Venezia del 1920, subito acquistata da un collezionista bolognese e successivamente in una collezione romana.
Fortunatamente nel 1999, è tornata tra noi, a Torino, in una collezione privata ed ora, per la prima volta, esposta a Saluzzo.
Sempre nel 1920 espone alla Mostra Nazionale di Arte Sacra, poi alla Promotrice Torinese e ancora al Circolo degli Artisti; nel 1921 riceve la Croce di Cavaliere per meriti artistici, non si presenta alla Promotrice, ma espone a Torino alla Esposizione d’Arte alla Mole Antonelliana.
Nel 1922 non è invitato alla Biennale di Venezia e ne soffre parecchio; nel 1923 ritorna alla Promotrice torinese, come pure nel 1924, mentre nel 1925 esegue “Funerali a Casteldelfino”, opera accolta molto bene anche dalla critica. Nel 1926 è nuovamente accettato alla Biennale di Venezia, espone a Cuneo, è nominato Socio Onorario della Regia Accademia Albertina. Nel 1929 è ancora presente alla Promotrice torinese. In definitiva, tornato ai suoi affetti e alle sue montagne, con la madre accanto, sembra ritrovare la volontà smarrita, ma è solo una illusione. Alterna riprese a sfiducia, esegue ancora cose egregie alternate ad altre fiacche, molte anche su ordinazione.
E’ pur sempre Matteo Olivero, ma il segno e i colori denotano chiaramente un certo tormento che si trascina appresso fin dall’epoca del servizio militare e dal mancato invito alla Biennale di Venezia del 1922.
Il 27 marzo1930, a ottantasei anni, la mamma muore. Su una cartolina indirizzata alla signorina Sorisio così scrive: “Solo. Mamma in Paradiso”. La “sua famiglia” ora è lui solo, troppo solo.
Il Senatore Burgo lo accoglie nella sua villa a Verzuolo e lo conforta, assiste e sostiene nella speranza di recuperare l’amico e l’artista. Dopo un periodo di completa abulia il pittore, per un attimo, pare ritrovare la serenità, ma questo non basta. Alla Biennale di Venezia del 1932, per la seconda volta non viene invitato e alla vigilia dell’inaugurazione, il 28 Aprile, “da un abbaino della casa amica, Matteo si lascia cadere nel vuoto”, come scriverà il critico Angelo Dragone.
Trasportato subito all’Ospedale Civile di Saluzzo, muore nel pomeriggio dello stesso giorno.
Sul cavalletto nello studio rimane un’opera incompiuta: il Po e il Monviso da Calcinere, tema tanto amato e già dipinto nel 1924, stesso anno del celebre quadro “L’attesa”, nel quale la madre, teneramente in ansia, scruta l’orizzonte.
Forse questi ricordi diventano il simbolo del suo sconforto e tragicamente si arrende.
Nel Cimitero di Saluzzo, di fronte alla Croce che spezza in quattro blocchi il primo campo, due tombe “perenni” in pietra e due busti: quello della Madre, opera giovanile di Matteo ed il suo, opera dello scultore M. Monti. Guardano le montagne da cui provenivano, fonte di ispirazione per mirabili tele e tavolette che collocano Matteo Olivero tra gli artefici della pittura italiana del suo tempo. Dei fratelli Vacchetti è doveroso ricordare che, allorquando il Comune di Acceglio volle erigere un monumento alla memoria dell’illustre concittadino, opera dello scultore Somà, alla inaugurazione in data 1 agosto 1954, presenziarono commossi Sandro ed Emilio. Il fratello Filippo detto “Pippo”, era già deceduto l’8 luglio 1945.
Le opere scelte per questa mostra sono quelle del periodo “tonale” e della “luce”. In definitiva il “fontanesiano poema della natura” e gli “insegnamenti naturalistici impartitigli in Accademia”, congiuntamente alle “vibrazioni luminose dei raggi onde si compone la luce” e ad “una pennellata più larga e libera, che d’un balzo si lascia dietro le spalle ogni precettistica”.
Queste le basi per le più vaste tele “divisioniste”.
Compagni di studi e amici fraterni di Matteo Olivero
Tre pittori di Carrù: i fratelli Vacchetti
di Ernesto Billò
Quattro talenti nati lontano dai centri culturali: Olivero nell’aspra valle Maira, i Vacchetti alla porta della Langa. Si incontrarono ai corsi d’Accademia nella Torino di fine Ottocento e primo Novecento: Matteo e Filippo fin dal 1896, e poi Emilio e Sandro. Si esercitarono con assiduità alla scuola di Giacomo Grosso, Pier Celestino Gilardi, Paolo Gaidano, Andrea Tavernier…; ne ricavarono una sicura preparazione nel disegno, nella figura, nelle tecniche da cui mossero alla ricerca di più personali indirizzi espressivi. Si guardarono attorno con curiosità, fecero tesoro dei dibattiti e delle occasioni offerte da una vita culturale alquanto vivace e in movimento. E scelsero di vivere d’arte, consapevoli delle difficoltà che ne sarebbero derivate. Parteciparono a mostre e rassegne impegnative, ma non disdegnarono lavori di routine, da cui c’era pur sempre da imparare, oltre che da trarre sostentamento. E pur puntando ad orizzonti più vasti e ambiziosi, restarono fedeli ai luoghi d’origine ed agli affetti familiari, in cui cercarono - fin quando possibile - spunti, sicurezze, conforti.
Il diciassettenne Matteo Olivero, rimasto orfano del padre a soli due anni, nel 1881, e amato dalla madre di un amore esclusivo, trovò all’Accademia, nel ventitreenne Filippo Vacchetti un aiuto e un riferimento prezioso. Dopo una lunga ferma militare, Filippo si era finalmente deciso a coltivare con sistematicità la più spiccata delle sue numerose propensioni, la pittura, senza però soffocare la vocazione per il teatro e il canto. Spirito allegro e arguto, Pippo divenne presto una figura popolare nella scuola e nei dintorni di essa con la sua comunicativa e la sua maggior esperienza di vita. Poi lo avevano raggiunto i fratelli: Emilio, pacato, riflessivo ma non meno spiritoso, e Sandro ancora in calzoni corti. Ne nacque un sodalizio che alternava l’impegno dello studio a momenti di giovanile allegria. E fu Matteo a regalare ad Emilio, secco e infagottato in abiti troppo larghi, un soprannome che gli stava a pennello - Baròt - e che egli usò poi spesso come firma per i suoi lavori.
Il montanaro Olivero ebbe dunque nei fratelli Vacchetti, langaroli di Carrù, dei compagni di studio e degli amici particolarmente cordiali e fraterni. Con loro condivise aspirazioni, difficoltà, estri, allegrie; con loro scambiò a voce e per lettera esperienze, confidenze, incoraggiamenti, anche profferte e richieste di aiuto. Un’amicizia durata negli anni, anche se le strade si diversificarono.
Mentre i Vacchetti procedevano con gradualità, Matteo prima ancora d’aver terminato l’Accademia già s’avviava con passo deciso sui sentieri dell’arte pura e risaliva la natia valle Maira per le prime impegnative prove “en plein air”. Quei paesaggi familiari e solenni - di cieli tesi, di netti profili, di rocce, nevi e acque - subito gli posero problemi di resa luminosa e atmosferica che affrontò in termini di divisionismo. Un viaggio in terra elvetica, dove aveva dipinto Segantini (e, prima di lui, Fontanesi), e poi una lunga corrispondenza con Pellizza da Volpedo lo aiutarono in tal senso. A fianco del pittore del “Quarto Stato” il giovane Matteo si era trovato ad esporre le sue “Ultime capanne” alla Quadriennale torinese del 1902. Di Pellizza lo affascinavano “l’umanità contadina, la sensibilità sociale, la tormentosa solitudine”, ma soprattutto l’attenzione verso la luce. Pellizza lo incitò all’impegno scrupoloso del vero, dell’esatta visione, della struttura compositiva. Senza del tutto abbandonare la pittura tonale, Matteo si servì prevalentemente della pittura “divisa” nei grandi paesaggi per rendere con una minuta trama di linee e filamenti di colore le vibrazioni di luce tipiche dell’ambiente montano. Ma non lasciò che la tecnica soffocasse le esigenze liriche, l’ “aspirazione profonda e sofferta ad esprimere qualcosa di mitico e perenne”, come ebbe a dire Angelo Dragone. Ciò gli riuscì specialmente nelle tante tavolette più libere, istintive, rapide, vigorose. Una produzione tuttavia da non contrapporre nettamente a quella dei dipinti grandi “da esposizione”, perché - avverte Marini - “fanno tutti parte di un’unica storia d’artista”.
Fin dal 1904 la rivista “Les tendances nouvelles” dischiuse ad Olivero opportunità a livello internazionale. La Biennale di Venezia lo accettò nel 1905 e nel 1907, e lo invitò dal 1909 fino al 1920, poi di nuovo nel 1926. Ebbe riconoscimenti a Bruxelles e a Monaco, a Roma, a Rimini e a Torino. Nel 1910 espose 37 opere al Salon des Beaux Arts di Parigi, e due anni dopo allestì ancora a Parigi una personale con soggetti di neve. Nel 1914 l’XI Biennale di Venezia lo accolse ufficialmente fra i Divisionisti italiani, mentre una sua sorta di caricatura del futurismo appariva episodio più che altro goliardico e carnevalesco.
Chiamato nel 1917 alle armi (non in prima linea), fu congedato quand’era quarantenne: più maturo, ma con l’insidia della depressione e col rischio di cedere, riprendendo in mano i pennelli, ad un “realismo raggelato, quasi fotografico” e ad una tecnica già alquanto spremuta. Espose per la prima volta a Saluzzo nel 1920, poi 48 opere a Cuneo nel ’26. Un mecenate, il senatore Burgo, lo incoraggiò a dipingere in val Po. Trovò ancora buoni momenti; e i giudizi positivi ottenuti a Roma dal suo “Funerali a Casteldelfino” gli riaprirono le porte di Venezia, dove raffigurò se stesso come “Uno strambo in piazza san Marco”. E quanto più l’ansia lo assaliva, tanto più si arrovellava sui temi della luce e del sole. Ebbe ancora soddisfazioni e favorevoli recensioni. L’Accademia Albertina lo nominò socio onorario; la rivista cuneese “Subalpina” gli dedicò un profilo appassionato. Ma nel 1930 la morte della madre lo prostrò accentuando le sue crisi nervose. Il senatore Burgo lo ospitò nella sua casa di Verzuolo, dove il 21 aprile 1932 pose fine ai suoi giorni.
Il cammino dei Vacchetti fu meno tormentato di quello di Olivero, dato anche il carattere dei personaggi, e scandito da una serena operosità.
Una famiglia d’artisti, i Vacchetti. Il padre Giuseppe (1837 - 1906) fu maestro di scuola e di musica. Insegnò l’abc a Luigi Einaudi e l’uso di svariati strumenti ai figli; la madre Francesca Beccaria costituì per la famiglia un sicuro riferimento fino alla morte nel 1922. Il primogenito Ignazio, fu violinista e poeta rapito da inquieti sogni d’amore; tre altri figli - Filippo, nato nel 1873, Emilio nel 1880, Sandro nel 1889 - si formarono tutti all’Accademia di Belle Arti. Dotati di buon carattere, di buonumore, di estri e di determinazione, scommisero a proprio rischio di vivere d’arte. Si dedicarono però anche a lavori di routine, e si caratterizzarono infine in generi di pittura diversi ma complementari: Pippo nel paesaggio e soprattutto nella natura morta realistica e sorridente; Emilio nei fiori, Sandro nella grafica, nella pittura di figura e di paesaggio, ma soprattutto nella ceramica modellata e dipinta.
Filippo Vacchetti (1873 - 1945)
Nature morte… ma vive - Pippo, il più anziano dei fratelli, appare anche il più vicino a modi ancora ottocenteschi di derivazione accademica. Si affacciò su anni e luoghi variamente impregnati di eleganze floreali, di rigorose ricerche formali, di esperimenti divisionistici, di arditezze futuristiche; conobbe poi da vicino alcuni degli innovativi “Sei” di Torino. Ma non ambì discostarsi dalla visione e dalle esperienze maturate in gioventù. Scelse di stare vicino al sentire comune, a costo di apparire un po’ fuori dal suo tempo in anni di fermenti e di sperimentalismi. Volle vivere di sola pittura di cavalletto, consapevole delle difficoltà che ne sarebbero derivate. Fu una scelta di libertà, una risposta senza arroganza ad una vocazione. Di qui il suo modo di lavorare, la tipicità della sua pittura vissuta come lavoro onesto, diligente, divertito anche: senza l’ambizione di spingersi troppo sopra il rigo ma con lo scrupolo di rendere nella loro genuinità le cose di un piccolo mondo familiare e contadino: i frutti della terra e di un duro lavoro, gli oggetti, gli strumenti che testimoniano la genialità e lo spirito di adattamento della gente comune e richiamano i valori di una tradizione. Una pittura di indubbia suggestione, piacevole per il soggetto in sé e per l’abilità con cui esso è raffigurato, ma anche sommessamente ricca di valori pittorici e poetici.
Era giunto tardi, nel 1896, all’Accademia. Aveva ventitre anni, e si trovò per compagno un Matteo Olivero diciassettenne. Prima Pippo era stato garzone di pasticceria, poi militare per cinque anni durante i quali aveva potuto sfogare le sue molteplici propensioni: il gusto della lettura, un acuto spirito d’osservazione accompagnato da un cordiale senso dell’umorismo che si traduceva in caricature, in canti e note di chitarra, in monologhi e in versi buffamente mimati (il teatro sarebbe sempre rimasto una sua passione; e l’amore per la poesia dialettale l’avrebbe avvicinato più tardi al “Birichin” e ai “Brandé” di Nino Costa). Prevalente su tutto, però, una disposizione per la pittura che si decise a studiare sistematicamente grazie anche ai richiami del fratello Ignazio e allo scudo mensile assicurato per l’intera durata dei corsi da un amico del padre che volle scommettere sulla sua riuscita.
All’Accademia, Pippo e Matteo e un bel gruppo di compagni ebbero per docenti Grosso, Gaidano, Marchisio, Gilardi… E fu Giacomo Grosso, maestro di virtuosismi accademici ad uso di una committenza alto borghese, ad avviarlo alla pittura di studio, specie della natura morta: un genere meno “mondano” ma bisognoso anch’esso di bravura e di estro. A quel consiglio Pippo si attenne sempre: lo sentiva rispondente alle sue propensioni e tale da permettergli una franca adesione a realtà e forme semplici e consuete da guardare e rendere con sorridente simpatia. Cominciò con opere di decoratore e di ritrattista, dipinse paesaggi all’aperto e soprattutto nature morte in studio a Torino e a Carrù. Espose alle “Promotrici” torinesi, a mostre collettive a Genova, Milano, Roma, contò su buoni amici. Dopo le nozze celebrate in piena Grande Guerra chiuse con la vita di “bohème” e si impose ferrei orari di lavoro al cavalletto, coniugando le ragioni dell’arte con i gusti dei possibili acquirenti. Riuscì senza troppi compromessi a piacere agli altri e a divertirsi dipingendo. Il segreto stava nell’abilità e serietà di un mestiere ravvivato dal nativo umorismo con cui guardava alle cose più con cordiale complicità che con distacco. E i soggetti più soliti ed effimeri acquistavano sulla tela e sulle tavolette valenza estetica; cose sparse e trascurate trovavano armonia, dignità, durevolezza grazie a una dissimulata abilità di composizione e di stesura, ad avveduti accostamenti di colore e di tonalità.
Pippo divenne bravissimo nell’imitare le stoviglie di maiolica, le olle di terracotta, il peltro, i paioli di rame, le ceste di vimini, persino le scarpe vecchie e spaiate, la patina degli acini d’uva bianca e nera e quella delle susine, la buccia lucida delle mele, la peluria delle pesche, gli ortaggi d’ogni tipo: le fastose zucche, le foglie di cavolo (su cui già si era esercitato il pennello prestigioso di Giacomo Grosso) , gli spicchi e le code d’aglio, il salame affettato sul tagliere, le “tome” delle Langhe, il pane appena sfornato, i fiaschi spagliati, le bottiglie impreziosite dalla polvere e dalle ragnatele della cantina.“Ecco le mie modelle preferite - diceva sbirciando al di sopra degli occhiali, con un mozzicone di sigaro spento a un angolo della bocca - Costano poco o niente, stanno per ore immobili in posa, e alla fine io posso pure piantarci i denti”.
Pippo morì nel luglio ’45 dopo aver conosciuto le ristrettezze imposte dalla guerra ed aver visto la lotta infiammare anche le sue Langhe. Lasciò incompiuta sul cavalletto una tela con una dozzina di pesche vellutate, quasi il compendio di ciò che di bello, di umile, di sano aveva amato nella vita; e in un angolo un’altra tavoletta che ritraeva una tavolozza abbandonata, una pipa spenta, una scarpa vecchia, un fiasco spagliato, un portamonete vuoto. “L’eredità ‘d mé fieul”, l’aveva intitolata.
Carissimo Matteo…
Dalle lettere inviate da Filippo Vacchetti a Matteo Olivero e custodite nell’archivio storico comunale di Saluzzo, emergono sentimenti di sincera durevole amicizia, prove di aiuti reciproci nel lavoro e nei momenti difficili, inviti a condividere momenti d’allegria, compiacimenti per i traguardi raggiunti. E non mancano mai i saluti alla “cara e simpatica mamma” di Matteo.
“Carissimo Matteo - scrive ad esempio in una lettera senza data ma del 1905 circa - sento che ti occorrerebbe per un breve periodo la mia opera, e io con tutto piacere mi metto a tua disposizione… Dalle due lire alle due e cinquanta io sono contento…”. E, nello stesso periodo: “ Colle persone franche, sincere, schiette, oneste e buone come te ci si sta sempre volentieri, con l’augurio fin d’ora di un felice esito nella riuscita e nell’acquisto della tua grande opera, fiducioso che la prosperità non ti renderà meno leale e buon amico…”.
Poi, il 15 novembre 1905, da Torino Pippo ha un favore da chiedere al carissimo Matteo: “Avrei bisogno d’un venti o venticinque lire; potrei rivolgermi alla famiglia, ma mi secca dovere tante spiegazioni. Il tempo per restituirle sarà breve: una settimana o quindici giorni al massimo. Devo ancora riscuotere quelle famigerate 100 lire per il quadro religioso ma, capirai, i signori non pensano mai che gli altri siano all’asciutto…”.
Il 18 gennaio 1906, sempre da Torino, Pippo si sfoga con l’amico: uno dei pochi sinceri. “Ti ringrazio della tua lunga lettera… Nel mio scetticismo e nella mia dura e filosofica teoria appresa dalla realtà delle cose non ero propenso ad appioppare il generoso titolo di amico a colleghi e conoscenti; non mi sentivo né migliore né più sincero o nobile degli altri; avevo appreso a fidare nelle mie sole ed uniche forze, sdegnando che altri entrasse nel mio intimo a farmi sentire parole d’incoraggiamento false, sorrisi, dubbi, auguri bugiardi. Sentivo che l’uomo più è solitario e più è forte, e che non tutti erano degni di conoscere e sapere i miei ideali e le mie aspirazioni. Tu sei venuto a sfatare la mia dottrina e mi hai provato che, sebbene rare, ci sono sempre le eccezioni, e delle persone che ci vogliono bene se ne trovano anche sotto la cappa del nostro cielo troppo nuvoloso del Piemonte. Grazie, Matteo; la stima che tu nutri per me è contraccambiata. La vita comune ha rinsaldato i vincoli che già esistevano. E’ il mondo che qualche volta mi fa un po’ cattivo. Coraggio e forza, ormai sei a buon porto”.
Il 31 maggio 1908 Pippo ringrazia per l’invito di Matteo ad essere protagonista di una serata teatrale a Saluzzo, ma è dispiaciuto di dover rinunciare a causa del troppo lavoro di decorazione cui lo sottopone Cappellaro. Poi scrive: “Sono stato all’esposizione e (ho) ammirato i tuoi quadri. Bravo, ti fai onore, e coll’onore speriamo venga anche il compenso. Ho letto pure le critiche: sono tutte molto lusinghiere. Ti auguro fortuna a Torino e a Parigi, lieto di veder coronata la tua opera, e contento anche egoisticamente perché da te non mi verrà che bene. Siamo al mondo per aiutarci vicendevolmente…”.
Nel 1909: “Ti invio il quadro votivo alla Madonna. Non è un capolavoro, lo so, ma data la non ingente spesa spero che il tuo Reverendo sarà soddisfatto…. Qui si seguita a vivere di pane e neve sperando tempi migliori per la pittura. Durante il carnevale non ho osservato colleghi allegri: eran tutti immusoniti e ingrugnati. A tasche vuote e speranze troppo verdi non si può esser lieti … Procura di essere filosofo, e che santa Cunegonda te la mandi buona…”.
Il 19 giugno 1913 è Emilio, su carta intestata “Emilio e Sandro Vacchetti”, a parlare a Matteo di uno scritto di Fasolo sulla pittura di Pippo da inserire su “La Sentinella d’Italia” del cuneese Tancredi Galimberti. Poi gli dice il suo “Brav Maté!” per il premio conseguito a Monaco e lo invita alla “tradizionale baldoria al Ciabòt dle Sumie” a Carrù.
Il 26 giugno 1913 Pippo conferma l’invito per la “merenda” (“Sarà una sborgnetta in più che marcherai nel tuo lunario. Son certo che ti divertirai”.). E aggiunge: “I tuoi trionfi ormai non si contano più; la strada della gloria ti si apre spaziosa e soleggiata…”.
Emilio Vacchetti (1880 - 1964)
Più disponibili di Pippo a tentare strade nuove e diverse furono i suoi fratelli Emilio e Sandro. Posato e introverso Emilio, ma dotato anch’egli di umorismo e capace di momenti di schietta, corale allegria, espresse il meglio di sé in una pittura di fiori sempre più libera e lirica. Più estroso, avventuroso, intraprendente Sandro che, nel 1913, sconvolto dalla morte precoce del fratello Angelo, valicò addirittura l’oceano trovando, dopo molti umili mestieri, la sua vena migliore nel modellare statuette che piacquero ai divi di Hollywood e che, dopo la Grande Guerra, avrebbero avuto sviluppi inattesi nelle bambole “Lenci” e poi in sbarazzine coloratissime ceramiche di gusto moderno e Decò.
Poesia dei fiori - Nato nel 1880, Emilio a undici anni raggiunse il fratello Pippo a Torino. Frequentò le Scuole Tecniche e poi le lezioni di pittura di Gaidano e Grosso. Si mantenne lavorando come litografo da Salussolia e poi da Doyen, specializzandosi in cromolitografia e creando illustrazioni in un temperato stile floreale,vignette e caricature per il “Pasquino” e il “Numero”, cartelloni pubblicitari per il cinema insieme al fratello Sandro. Intanto dipingeva ritratti, paesaggi, “interni” di umile poesia. Andò alla guerra e, tornato, lavorò per anni alla “Lenci” con Sandro, la sorella Lina e una schiera di dotati artisti e artigiani. Ma scelse infine di vivere prevalentemente nella natia Carrù e orientò sempre più la sua pittura verso i fiori di campo e di giardino. Allontanandosi gradualmente da preoccupazioni accademiche e naturalistiche, da ricerche d’effetti veristici e fotografici, puntò su impressioni liriche sottolineate dalla carezza della pennellata, dall’indeterminatezza dei contorni, dalla morbidezza delle tonalità, in una libertà compositiva tutt’altro che casuale. Così soprattutto nelle cose degli ultimi anni, dal dopo guerra in poi: e non per la vista e la mano divenute incerte, ma per una consapevole scelta espressiva coerente con un più maturo sentire.
Non amava ritrarre mazzi pomposi o ikebana pretenziosi. Qualche corolla, un po’ di verde, il giallo delle primule, il velluto cangiante di minuscole viole del pensiero, il rosso di papaveri nell’oro del grano. Margherite timide dei prati, una rosa in boccio accanto a un’altra rigogliosa ma già presaga del suo sfiorire. Il tutto evocato e interiorizzato più che descritto, con accostamenti armoniosi di forme e di colori. Un primo piano in bella evidenza, il resto un po’ fuori fuoco su di uno sfondo appena accennato. Anche i loro contenitori sono senza pretese, anzi spesso sono solo supposti: oggetti elementari, una ciotola per le primule e le margherite, una boccia di vetro trasparente per un gioco di riflessi nell’acqua, un vasetto di ceramica bianca e blu in contrasto eppure in perfetta combinazione con i fiori. Composizioni tutte assai simili ma continuamente variate, perché ogni fiore è un’identità e un’emozione a sé, desta sorpresa, sa di miracolo, racchiude una felicità di forme, di tinte, di vita..
A illuminare i giorni e le opere di Emilio era venuta dall’Alsazia Susanna Sontag, “Giorno di Sole”, Si erano conosciuti nella bottega fantastica della Lenci. Lei aveva vent’anni di meno, ed entrarono insieme in una favola modesta e tenera, condividendo sogni e ristrettezze. Lasciarono - tranne brevi periodi - Torino per Carrù quando, dal ’34, la “Lenci” mutò volto e proprietà. Emilio si concentrò sulla pittura e su rade mostre a Mondovì e Cuneo; lei gestì la casetta affacciata sul Tanaro e sulla Langa assicurando una presenza discreta e protettiva. La serenità e la poesia gentile che spira dalle opere di Emilio hanno una scaturigine proprio lì, nell’ovattata atmosfera di quella casa, nei sogni e nelle difficoltà di quella vita a due condivisa con la capacità di godere di piccole cose, di rispettarle e di contemplarle nella loro gratuita bellezza e nella loro fragilità: con l’impegno - specifico dell’arte - di donar loro una persistenza oltre la breve durata concessa dalla natura. Se in quella casa erano mancati sorrisi di bimbi, suppliva il sorriso dei fiori, amati dello stesso trepidante amore, come creature vive. Emilio sopravvisse quasi vent’anni a Pippo, e scomparve nel dicembre 1964 a 84 anni.
Sbocciati dalla memoria, senza più tracce né regole.
Un giudizio di Lorenzo Mamino sui fiori di Emilio Vacchetti:
“Nei paesaggi degli anni venti e trenta (come nei ritratti a matita, nelle caricature, nei bozzetti e nelle illustrazioni) Emilio Vacchetti aveva dato saggi convincenti di una perfetta acquisizione di enunciati di scuola e anche di modi accademici in uso per la rappresentazione della figura e del paesaggio. Nei fiori dipinti tra le due guerre aveva dato prova di perizia nel presentare rose, acque e trasparenze, ombre di petali e di vasi sul piano, macchie e decori di tovaglie e tende. Negli ultimi anni della vita fu invece impegnato a provare che si poteva anche fare a meno di molti espedienti tecnici e di molte regole compositive, semplificando con sole pennellate, senza tracciato preparatorio, semplificando, anche senza contorni, anzi con mescolanza di colori e di forme: seguendo la memoria più che l’occhio, serbando il ricordo di fiori visti e confondendoli coi fiori che erano lì sul tavolo. Una pittura di ricerca, non conclusa, in cui prese il sopravvento, ad un certo punto, il ghirigoro insistito del fare e del disfare, dell’andirivieni, del vagare divertito…”.
Sandro Vacchetti (1889 - 1976)
Ceramiche (e paesaggi) - Nato nel 1889, Alessandro fu precocemente stimolato a seguire le orme dei fratelli. Ospitato da loro a Torino, si pagò gli studi lavorando con Dalmonte e Guarlotti come cromolitografo e come incisore. Alla sicura pratica del disegno e del colore accompagnò una notevole abilità nel modellato sostenendola con una singolare arguzia ed eleganza di notazioni. Con Emilio elaborò centinaia di manifesti: un’esperienza che gli tornò utile quando, nel 1913, sconvolto per la morte immatura del fratello Angelo, emigrò a Boston e poi a New York. In America disegnò cartelloni per il cinema, eseguì ritratti e modellò ceramiche apprezzate dai divi; ma nel 1917 fu richiamato in Italia per la Grande Guerra, e rimase in grigioverde fino al 1919.
Quell’anno a Torino in casa di Emilio Scavini e di Helen (Lenci) Konig, Sandro trovò la grande occasione: un coinvolgimento diretto, a fianco di artisti come Riva, Tosalli, Sturani, De Abate, Da Milano, Quaglino, in una fabbrica fantastica: le bambole in panno della “Lenci”, per la quale modellò visi, ideò costumi, scenari, mobili in miniatura, e allestì sale per esposizioni importanti che assicurarono un successo internazionale e una grande risonanza su giornali e riviste. Dal 1922 la “Lenci” aggiunse una produzione di ceramiche, spiritose, divertenti, congeniali alla creatività di Sandro, che assunse la direzione artistica del reparto. Riprodotte in piccolo numero, quelle statuette, maschere, piastrelle venivano dipinte a mano con continue varianti dai sorprendenti effetti. Poi, a metà degli anni Trenta, il clima alla “Lenci” cambiò, e cambiò pure la proprietà. Allora Sandro Vacchetti diede vita, sempre in Torino, a una manifattura sua, la “Essevì, e vi profuse creatività ed energie in anni febbrili, fecondi di risultati e di soddisfazioni. Solo nei pomeriggi domenicali si concedeva una pausa per recarsi in periferia a dipingere luminosi scorci di paesaggio.
Sono oltre ottocento le figure e i gruppi in ceramica festosi di colore e di acute notazioni a cui Sandro diede vita in decenni di intenso lavoro alla “Lenci” e alla “Essevì”. Cordiale ed estroso, ammiratore della grazia femminile, egli sfornò a getto continuo statuette di fanciulle sprizzanti salute e gioia di vivere, colte in atteggiamenti ora ingenui ora sofisticati, vestite secondo la moda del tempo, ma creature vispe, non manichini. Accanto ad esse, nudine ingenue e maliziose, Veneri ed Eve dalla pelle candida e levigata. Aneddoti elaborati con sapienza e buonumore; pettinature alla maschietta, pose da diva, colpi di vento birichini; ma anche giovani madri sorprese nella quotidianità, alle prese con figli ora leziosetti ora dispettosi. Inoltre, su richiesta di una variegata clientela, mascherine dal fascino misterioso e, all’opposto, soggetti ispirati al sacro. Volti angelicati, dolci espressioni verginali, madonnine tenere e protettive: anch’esse però con una vena terrena e popolaresca affiorante tra le linee stilizzate, i volumi disincarnati, i toni tenui e celestiali.
Concepite per essere osservate e donate con intenti affettuosi o allusivi o ironici, quelle creazioni seppero coniugare le attese del pubblico col rigore dell’artigianato e lo slancio dell’arte. Ma la guerra e le bombe non risparmiarono il fragile atélier della “Essevì”. Un affannoso sfollamento a Carrù riuscì a salvare solo una parte di esemplari e di attrezzature. Poi Sandro riprese faticosamente, con la tenace volontà di sempre, a riproporre le sue spensierate statuette ad un mercato e ad un mondo molto mutati. Infine nel 1952, a 63 anni compiuti, chiuse la fabbrica e si concesse soggiorni sempre più lunghi nella verde quiete di “regione san Pietro” a Carrù, dedicando le sue ore a dipingere in tonalità chiare e serene paesaggi d’alberi, acque, erbe, langhe.
Morì nell’aprile 1976 prima di poter vedere accendersi l’attenzione di critici e di storici dell’arte e del costume sulla sua copiosa, elegante, ilare produzione, oggi studiata, quotata, ricercata dai collezionisti e gelosamente custodita da invidiati proprietari. Ernesto Billò
19 - 27 aprile 2008
Inaugurazione venerdì 18 aprile ore 18.30
Catalogo in mostra
Ingresso 5,00 €
Ridotto 3,00 €
Fondazione Amleto Bertoni - Città di Saluzzo
Piazza Montebello 1
12037 SALUZZO
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Fax 0175 42427
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