Twilight of the turbulant Gods
A cura di Filippo Maggia
Galleria di piazza San Marco
La BLM è felice di presentare in occasione della 52ma Biennale di Venezia la prima importante personale europea dedicata all’artista giapponese Yasumasa Morimura (Osaka, 1951), a cura di Filippo Maggia, responsabile per la fotografia dell’Istituzione. La mostra si presenta come un’occasione per riflettere su quelli che furono negli anni ottanta, proprio attraverso il lavoro di Morimura, i primi passi verso quell’apertura all’arte asiatica che oggi sta esplodendo anche in direzione di Cina, India e Corea. La poetica di Morimura, del resto, è esattamente centrata sulla necessità da parte dell’Est di accogliere e inglobare i modelli della vita occidentale.
A Venezia saranno proposte una selezione di opere, tutte inedite e in grande formato, appositamente realizzate in occasione della 52ma Biennale, raccolte sotto l’emblematico titolo Requiem for the XX Century. Twilight of the turbulant Gods Per la prima volta, saranno visibili anche alcuni video ispirati a controversi personaggi del Ventesimo secolo, come ad esempio il drammaturgo e scrittore giapponese Yukio Mishima morto suicida nel 1970, oltre a una singolare videointervista di circa 10 minuti nella quale l’artista giapponese introduce il pubblico nel suo studio di Osaka. Figura unica nel panorama internazionale contemporaneo, Morimura è capace attraverso la fotografia di offrire inaspettate riletture di alcuni temi centrali dell’arte, in particolare della pratica pittorica, reinterpretando in prima persona opere di famosi pittori europei, da Velazquez a Goya, da Leonardo da Vinci a Rembrandt van Rijn, da Lucas Cranach a Monet.
Il “vedere” e “l’essere visto”, la ridefinizione del genere sessuale e l’appartenenza ad esso o a una delle sue tante declinazioni -così ambiguo specialmente nella nostra epoca, tant’è che la maggior parte dei soggetti di Morimura sono in origine donne-, portano in sé altre e ben più profonde riflessioni che vanno dalla religione alla politica, alla consapevolezza di appartenere a un tempo, un’epoca storica ben determinata. Da qui nasce la necessità, per Morimura, di evidenziare la differente percezione che l’io può avvertire di se stesso e la capacità dell’uomo, dell’artista, di sperimentare un ruolo alternativo, dando così al soggetto valenze che sovente trascendono la storia medesima di “quel” quadro o di “quel” particolare artista divenendo un “nuovo” quadro realizzato da un “altro” artista.
Questo approccio tematico deriva senz’altro dalla scelta che sin da ragazzo ha allontanato Morimura dallo studio dell’ukiyo-e di Hokusai così come dai suibokuga di Sesshu per avvicinarlo ai Van Gogh e ai Picasso, in una sorta di fatale attrazione per tutta l’arte occidentale, eterogenea negli stili e distante dal rigore giapponese. Nascono così altri importanti capitoli scritti dall’artista giapponese: la serie dedicata alle attrici e gli omaggi resi a colleghi artisti a lui contemporanei, come il celebre To My Little Sister: For Cindy Sherman del 1998. Nonostante la manifesta predilezione per la “western art”, Morimura cerca comunque dei punti di incontro fra le due culture, orientale e occidentale, per provocare ma soprattutto per capire l’effetto che può suscitare nel pubblico vedere una Brigitte Bardot in sella a una motocicletta per le vie di Osaka, o una svolazzante Marilyn su una pedana collocata al centro di una sala dell’Università di Tokyo. L’ampia serie dedicata all’artista messicana Frida Khalo, dal titolo An Inner Dialogue with Frida Kahlo, riassume e dà conto in maniera esaustiva del percorso artistico di Morimura, e di quanto l’interesse per le sfaccettature della psiche determini la scelta di ogni dettaglio delle sue foto.
Requiem for the XX Century. Twilight of the turbulant Gods è una galleria di personaggi chiave del XX secolo, dei quali Morimura offre una nuova versione di alcune delle loro più celebri immagini divenute icone per intere generazioni: Mao, Che Guevara, il buffo Hitler di Charlie Chaplin, l’istrione Einstein, accanto a Mishima o a Oswald? invitandoci a riflettere, oggi, sul significato delle loro esperienze, e sul peso della loro eredità politica, culturale e soprattutto sociale.
Testo critico di Filippo Maggia
Banzai! Banzai! Banzai! Banzai! Long Live Art! Banzai! Banzai! Banzai!
“La vera arte, per me, è la pittura ad olio”(1), e non c’è dubbio che questo assunto abbia tanto significato e influenzato la crescita e la maturazione artistica di Yasumasa Morimura, sin da quando, ragazzino, amava dilettarsi con il disegno. Presto Van Gogh e Picasso prendono il sopravvento sui maestri dell’ukiyo-e, i loro capolavori si fissano negli occhi e nella mente del giovane artista sostituendosi alle stampe di Hokusai. L’educazione artistica nelle scuole giapponesi del resto privilegiava la storia dell’arte occidentale, dai primordi dell’arte greca sino al Novecento, attraverso il Rinascimento, il Barocco, l’Impressionismo, per giungere a Duchamp e ai surrealisti. Nonostante Morimura abbia sempre avvertito come imprescindibile dal suo essere artista la radice giapponese, sembra sin dagli esordi incapace di trovare una giusta ragione che lo porti a sviluppare uno stile definitivamente ascrivibile all’una o all’altra tradizione. Questa consapevole mancanza di equilibrio si manifesta chiaramente nell’opera del 1990 Daughter of Art History: Princess A, un autoritratto “manifesto” dell’artista che nasce dal ritratto della Infanta Margarita dipinto da Velázquez nel 1656: Morimura la cita come esempio di uno stato mentale alterato, fastidioso e per certi versi inspiegabile che si è insinuato in lui una volta terminati gli studi e da allora lo accompagna nella sua produzione(2).
Questo invisibile disagio appena percepibile -perché così appare agli occhi di chi guarda le sue opere perfettamente finite e raffinatissime in ogni particolare- è di fatto la principale peculiarità di Morimura, una sorta di make-up psicologico che il performer giapponese è capace di esprimere attraverso il proprio corpo e, specialmente, la propria mente, allenata a guardare attraverso se stessa ogni qual volta da soggetto dell’immagine Morimura diventa fotografo, inquadrando con l’obiettivo qualcosa che non è di fronte a lui, ma solo nella sua immaginazione e psiche va lentamente prendendo forma.
Taro Amano, in suo approfondito saggio(3) sulla serie dedicata dall’artista giapponese a metà anni Novanta a celebri attrici fervide rappresentanti della West Culture tanto amata dai giapponesi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale innanzi -quando il Giappone “scopre” davvero l’Occidente, prima di allora descritto come il diavolo che avrebbe invaso e tutto distrutto, dagli uomini alle cose-, parla degli autoritratti di Morimura come di esercizi di autoriflessione, sottolineando la sua profondità di analisi nello smontare e rimontare in forma diversa icone metafore della bellezza, ricontestualizzandole in ambienti e sfondi che sembrano stridere con il soggetto, ma che in realtà danno vita a una nuova relazione fra culture tanto lontane e sovente incapaci di comunicare fra loro. Così appaiono infatti Vivien Leigh in un giardino fiorito di Kyoto, Brigitte Bardot a cavallo di una motocicletta nelle strade di Osaka -città natale di Morimura-, o Marilyn Monroe in posa alla Tokyo University. E’ importante sottolineare come, oltre a cercare nuove forme di dialogo restando sempre in bilico fra Oriente e Occidente, l’artista giapponese ogni volta rielabori se stesso “Io ho impersonato almeno 300 volti. Ogni volta è come un atto di sospensione del proprio io o dell’individualità, diffondendo l’identità di qualcun altro. Per me realizzare un autoritratto è come esplorare le tante possibilità che io ho”(4). Morimura è al tempo medesimo affascinato e ossessionato dall’autoritratto (si guardi a questo proposito l’esaustiva ed estenuante serie dedicata a Rembrandt van Rijn da egli considerato un anticipatore per la sua abilità di ritrarsi e così riguardare la realtà), da questo vedere e vedersi contestuale che permette all’artista di riflettere il mondo in sé.
Come per Yukio Mishima -non a caso il primo dei personaggi del XX secolo protagonisti della nuova serie Requiem for the XX Century-, la cura estrema del dettaglio è un indizio inequivocabile dell’opprimente fascino che la bellezza esercita sull’artista. Ma se Mishima delega al giovane monaco balbuziente Mizoguchi, tormentato personaggio de Il Padiglione d’oro(5), l’onere di dar fuoco al Kinkakuji, quattrocentesco tempio zen di Kyoto simbolo della bellezza eterna, pensando così di poter modificare l’ordine naturale del mondo, e soprattutto la “sua” realtà, Morimura ogni volta che coscientemente si mostra attraverso altri corpi manifesta piena assunzione della responsabilità che questo gesto comporta, cercando anzitutto di stabilire una relazione diretta con lo spettatore che, per quanto affascinato, è al tempo stesso disturbato da ciò che osserva. Si pensi infatti alla serie dedicata a Mona Lisa, alle due versioni dell’Infanta Margarita, o all’intera collezione di Frida Khalo: in queste opere il sublime concetto di bellezza torna in discussione, viene attualizzato e riconsiderato alla luce di molti altri fondamentali temi che oggi lo riguardano, primi fra tutti la sessualità, l’identità culturale, il potere comunicativo delle immagini. Morimura, che è il primo autentico voyeur di se stesso, ci invita a guardare con la medesima morbosità intellettuale le mutazioni che attorno a noi continuamente intervengono.
Altrettanto importante è il titolo che ogni suo lavoro recita: a differenza di molti altri artisti che hanno fatto del proprio corpo il loro concreto campo d’indagine –gli Untitled Film Stills di Cindy Sherman ad esempio, come ancora ricorda Taro Amano-, l’artista di Osaka indica con precisione il percorso d’approccio all’opera, basti pensare alla serie intitolata An Inner Dialogue with Frida Khalo dove Morimura ci spinge inesorabilmente alla scoperta di quella “zona grigia” che è presente in ogni dominio solo apparentemente ben determinato, quel lembo di territorio che separa un campo dall’altro, il passaggio delicato e tante volte irrisolto quale può esserlo il diventare adulto lasciandosi alle spalle la spensierata giovinezza, accettandosi per ciò che, a quel punto, la vita ha dimostrato noi siamo.
Requiem for the XX Century segna un importante, decisivo momento nella produzione artistica di Morimura: le tele dei grandi maestri della storia dell’arte da Leonardo da Vinci a Van Gogh attraverso Rembrandt van Rijn, Velazquez e Goya, i volti e i corpi delle star di romantiche e appassionanti movies lasciano adesso il palcoscenico ai volti e ai corpi di personaggi controversi e turbolenti del XX secolo, tutti uomini, non più donne quindi. Non più bellezza esibita, non più ambigua sessualità, ma il disagio dell’artista catapultato in un presente-futuro che sente sfuggirgli, scivolare via e che talvolta non riesce ad essere come prima condensato in una sola immagine, ma ha bisogno di un impianto narrativo delineato e preciso. Per questo, alla pittura, alla scultura e alla fotografia oggi Morimura aggiunge il video, avvertendo la necessità di un mezzo espressivo più coinvolgente e diretto, in grado di emozionare ma anche di coinvolgere, di rendere partecipe lo spettatore. Il dominio adesso è chiaramente quello ancora più ampio del “chi siamo”, del “cosa siamo divenuti” e del “dove stiamo andando”, e non poteva essere altrimenti considerando la selezione di personalità adunate. La zona grigia è ora diventata una palude di domande irrisolte, di quesiti urlati attraverso la voce alta di uomini che hanno fatto nel bene e nel male la Storia del secolo scorso, ai quali Morimura chiede anzitutto di interrogare il mondo sui destini dell’arte così compromessa dai tanti sistemi che ne regolano lo sviluppo e la trasmissione dei contenuti, troppo sovente relegati a un mero e triste ruolo di secondo piano.
Automatico, quindi, il passaggio del performer Morimura da soggetto ritratto e fotografo di se stesso ad attore protagonista e regista del suo film.
Esemplare, in tal senso, è la rielaborazione del discorso che accompagna il video ispirato all’ultimo celebre discorso di Yukio Mishima tenuto ai cadetti di una caserma prima della sua morte avvenuta il 25 novembre 1970 con il “seppuku” -suicidio rituale giapponese-, alla fine di una rocambolesca occupazione: “Voi siete artisti, non è vero? Se voi lo siete perché siete così affascinati da forme d’espressione che negano ciò che voi siete? Perché baciate il sedere di ogni fuggevole capriccio e fantasia dell’arte giapponese di oggi, dato che questi minano la vostra identità? Se voi continuate così, niente potrà salvarvi, niente.” Mishima -che, ricordiamo, è il primo dei personaggi impersonati, link ideale tra le precedenti figure femminili e gli attuali leader maschili per la sua ambiguità estetica e sessuale costretta a convivere con la ferma convinzione del primato dell’essere sull’apparire- dà innanzitutto voce all’artista tormentato e probabilmente disilluso, ma rappresenta solo la punta estrema e più dolorosa delle riflessioni che stanno alla base dei nuovi lavori di Morimura, risoluto nell’estendere le sue preoccupazioni a questioni ben più ampie, appartenenti al quotidiano vivere e dibattersi di ognuno di noi, dilatando quella zona grigia fino a qualche anno fa meglio circoscritta.
Occorre adesso ricordare due importanti assunti dai quali non si può prescindere nell’esaminare questo nuovo corpo di lavori: la loro genesi e il punto di vista di Morimura. Sono, queste fotografie e video, opere che nascono da immagini tratte dai giornali dell’epoca, e ricostruiscono nel dettaglio la situazione originale ove il fatto realmente accadde, venendo come d’abitudine ricollocate in uno scenario giapponese: la strada di Osaka per la tristemente famosa esecuzione in Vietnam o il degradato quartiere di Kamagasaki, sempre a Osaka, per il rifacimento del discorso di Vladimir Lenin del 1920. In aggiunta alla consueta ricerca di una relazione fra due diversi elementi in grado di dar vita a nuove interpretazioni, qui il campo di indagine si allarga: perché non sono queste opere d’arte esistenti, perché non sono icone stereotipate del glamour internazionale, ma specialmente perché, oltre che essere fatti storici realmente accaduti o uomini realmente esistiti essi, persone o avvenimenti, hanno significato tanto nella formazione della coscienza civile, sociale e politica -e di conseguenza artistica- di Morimura. Per sua stessa ammissione, egli sente di appartenere generazionalmente a quella parte del secolo Ventesimo, che ritiene esaurito alla fine degli anni Settanta. Nel testo di Kai Itoi riportato in questo volume, Morimura considera la visione del film Star Wars come il “suo” punto di rottura fra il XX e il XXI secolo, da lui percepito come un’incombente tempesta tecnologica che da lì a poco si sarebbe abbattuta sulla creatività, fenomeno associato anche a un nuovo modo di fare comunicazione -e non più semplicemente comunicare- immensamente lontano da lui e dal suo modus operandi come artista, dal suo tempo interiore. Il punto di vista di Morimura -finissimo artigiano oltre che colto artista- non può allinearsi al ritmo esasperato dell’arte contemporanea e, specialmente oggi, l’artista giapponese sente di non poter più accettare il furibondo consumo quotidiano di immagini e la conseguente dispersione di quei fondamenti capitali dell’arte con cui sin dall’adolescenza si è nutrito, espressi proprio da quel mondo occidentale che oggi li trascura e pare abbandonarli in favore di un sistema che ogni istante necessita nuove forme -e non contenuti- per sopravvivere a se stesso.
In un certo senso Requiem for the XX Century è un lavoro molto intimo per quanto tratti di questioni universali, e la solo apparente ingenuità con cui Morimura affronta tali temi si risolve felicemente e sorprendentemente nell’efficacia dei risultati alle volte disarmanti per come riescono, infine, a equilibrare valenza estetica e valore etico: il suo Che Guevara e il suo Mao Tse Tung hanno il volto stanco e segnato, portano con sé decenni di diatribe e controversi pareri, il loro sguardo domanda, e sembrano chiedere, ancora una volta, il consenso del popolo che tanto li ha amati e idealizzati, o allontanare da sé l’odio di quanti li hanno combattuti e osteggiati. Il suo Adolf Hitler/ Charlie Chaplin ci dice che chiunque oggi abbia una posizione sociale middle bourgeois può venir definito un “dictator”, perché il suo benessere probabilmente lo deve alle sofferenze di altri, e il suo Valdimir Lenin ricorda al pubblico che “l’umanità è tristemente futile”.
L’elaborazione del vissuto di tutti questi ingombranti personaggi, nel tentativo di calmare il Susanoo che c’è in loro(6), porta Morimura per la prima volta oltre se stesso, oltre la “zona grigia” tante volte esplorata, verso una sorta di consapevole “seppuku” artistico in nome dell’Arte.
“Banzai, Banzai, Banzai, Banzai, Long Live Art, Banzai, Banzai, Banzai”(7)
Note
1. Nel volume Daughter of Art History Photographs by Yasumasa Morimura, l’artista introduce al suo lavoro in un interessante testo autobiografico. Il volume è edito da Aperture Foundation, New York, 2003.
2. Ibidem.
3. Taro Amano, chief curator del Yokohama Museum of Art, nel suo saggio Can Yasumasa Morimura Save Umanity? pubblicato nel catalogo The Sickness unto Beauty in occasione della mostra personale dell’artista presso il museo di Yokohama nel 1996.
4. Dall’estratto dell’intervista Interviewing Yasumasa Moritura: A system of endless rebirth, Hanga geijutsu 81, pp.134-35, anche riportato da Taro Amano nel suo saggio di cui a nota 3.
5. Yukio Mishima, scrittore e drammaturgo giapponese il cui vero nome era Hiraoka Kimitake, autore de Il Padiglione d’oro, titolo originale dell’opera Kinkakuji (1956), edizione italiana Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1962.
6. Susanoo, Dio della Tempesta e del Mare nella mitologia giapponese.
7. Dal testo rielaborato dall’artista che accompagna il video ispirato all’ultimo discorso di Mishima.
Inaugurazione giovedì 7 giugno 2007 ore 18.30
8 giugno – 8 ottobre 2007
Ingresso: Intero 3 €, ridotto 2 €
Fondazione Bevilacqua La Masa
Galleria di piazza San Marco, 71/c
30122 Venezia
Informazioni:
Fondazione Bevilacqua La Masa
Dorsoduro 2826
30123 Venezia
Tel. 041 5207797
Fax 041 5208955
press@bevilacqualamasa.it
http://www.bevilacqualamasa.it
Ufficio Stampa
Studio Pesci di Federico Palazzoli
Via Giuseppe Petroni 18/3
40126 Bologna
Tel. 051 269267
Fax 051 2960748
info@studiopesci.it
http://www.studiopesci.it