Fusion Art Gallery - Dettaglio evento

Piazza Peyron 9/g, Torino 10143
Tel +39 335 6398351
http://www.fusiongallery.it/
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Torino
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Personali di Carlo Giuliano, Ferruccio D'Angelo, Mirella Ribaudo

Fusion Art Gallery

Sede Piazza Peyron 9/g, Torino 10143
Altre informazioni Tel +39 335 6398351 | info@fusiongallery.it | http://www.fusiongallery.it/

Data di apertura venerdì 10 dicembre 2004
Data di chiusura martedì 18 gennaio 2005

Comunicato della mostra : Personali di Carlo Giuliano, Ferruccio D'Angelo, Mirella Ribaudo

La Fusion Art Gallery , Piazza Peyron 9 g Torino, inaugura venerdì 10 dicembre, dalle 19 alle 23, le personali di Carlo Giuliano e Ferruccio D'Angelo. Nel cortile installazione di Mirella Ribaudo.
Mostra a cura di Fabrizio Boggiano e Edoardo Di Mauro, contributo critico di Gabriele Fasolino, allestimento di Walter Vallini.
La mostra prosegue fino al 18 gennaio 2005, apertura martedì, giovedì e venerdì 16.30 - 19.30 o su appuntamento.
Info 335/63.98.351 fusionartgallery@tiscali.it
Ufficio Stampa : Marcella Germano 339/35.31.054
Patrocinio : Regione Piemonte. Sponsor : "La Torinese", "Printotex s.n.c." "Lema", "Acqua Minerale Lauretana" "Cantine Fontanile"

Chi scrive ha sempre guardato con occhio il più possibile attento l’evoluzione fenomenologica delle arti, arrivando alla convinzione che il progresso della tecnologia gioca da sempre un ruolo centrale in quello che è l’adeguarsi del linguaggio a nuove impostazioni formali. Così come la modernità venne contrassegnata in origine dall’elaborazione della prospettiva come metodo di inquadramento spaziale, dove l’opera veniva delimitata nel recinto bidimensionale della tela, all’interno della quale l’artista dava sfogo alla sua inventiva in relazione al rapporto intercorrente tra figura ed ambiente circostante, che troverà piena applicazione con la visione aeiriforme ed il gioco di luci ed ombre tipico dell’arte barocca, di pari la contemporaneità non può essere interpretabile od addirittura concepibile senza tenere presente la rivoluzione scatenata dall’avvento delle tecnologie fondate sull’elettromagnetismo. Dopo l’ultima grande invenzione moderna, la fotografia, che libera l’artista dall’onere di essere l’unico possibile riproduttore della realtà, dando il via alla fase dell’espressionismo e dell’astrazione, la stagione della contemporaneità tende all’ambizione di far fuoriuscire l’arte dal suo classico confine, fosse esso lo spazio pittorico, od il classico monumentalismo, per invadere lo spazio circostante, esaltando il procedimento mentale e scapito di quello manuale, con l’arte vista come evento cerebrale ed immateriale e l’artista come lo sciamano in grado di “virgolettare” artisticamente l’universo mondo. La non rinviabile necessità di violare tutti i dogmi e tutti i tabù, che troverà il suo culmine con la stagione del Concettuale degli anni ’60 e ’70, dove si arriverà al “grado zero” dell’espressione artistica e dove la manualità, e quindi la pittura, verranno messe ignominiosamente al bando, porterà ad una fase successiva di grande libertà formale dove questi valori, affiancati da altri, torneranno decisamente in auge. Questi primi anni del nuovo secolo, esauritisi fortunatamente gli eccessi di disordine teorico e produttivo degli anni ’90, fase decadente del primo ciclo del post moderno, stanno permettendo, nell’ambito di una scena sempre estremamente affollata di sollecitazioni visive, ed è ormai inevitabile sia cosi, ma più fluida e contrassegnata, specie da parte dei giovani artisti, da un maggiore tasso di umiltà e rigore progettuale, momenti di importante verifica ed aggiornamento di fasi importanti dell’arte degli ultimi decenni del Novecento, sia rispetto ai flussi generazionali che alle singole personalità, di cui ora si può verificare con calma il progetto e l’attualità dello stile. Attualità è un termine che ben si confà all’opera di Carlo Giuliano. Pur gettando solide radici in una ben precisa porzione del terreno fecondo della ricerca artistica degli anni ’60, il suo lavoro è stato in grado, all’interno di un coerente percorso progettuale, di germogliare frutti estetici assaporabili anche in seno alla nostra contemporaneità. La cifra stilistica dell’artista torinese si manifesta come simbolico ponte gettato tra “modernità” e “contemporaneità”, mantenendo della prima alcune fondamentali linee guida di ricerca e di attitudine mentale, della seconda precise predisposizioni comportamentali. Per meglio intenderci, Giuliano incarna da un lato molti aspetti relativi al perfetto prototipo dell’artista rinascimentale, periodo simbolo della stagione moderna, in merito alla tipologia albertiana e poi leonardesca dell’ artista – scienziato, in grado con la sua dottrina di spiegare le leggi della natura e di elaborare, con passione sposata al raziocinio, macchine e strumenti elaborati e complessi. Dall’altro la sua produzione si incunea nelle linee guida dell’estetica tardo novecentesca, conscia dell’importanza di una fruizione allargata e collettiva dell’evento artistico e dell’importanza dell’interazione tra opera, ambiente e pubblico. L’origine di Carlo Giuliano come artista può, per certi aspetti, essere inserita all’interno delle ricerche cinetiche dei primi anni ’60, pur con una visione assolutamente personale, estranea a certe rigidità “macchiniste” tipiche di quel movimento nei suoi aspetti organizzati, e rivendicante l’esigenza di tenere ben presente la primarietà dell’intervento manuale dell’artista rispetto alla “secondarietà” assoluta simboleggiata dall’evidenziazione della nudità oggettuale. L’arte cinetica è una importante esperienza dell’avanguardia novecentesca, le cui radici si rinvengono all’interno del costruttivismo astratto russo, così come del Futurismo e di Dada, per poi sfociare, negli anni caratterizzati dall’ottimismo del “boom” economico del secondo dopoguerra, in un’attitudine espressiva atta a privilegiare i meccanismi percettivi della fruizione condotti in parallelo ad una verifica analitica e rigorosa dei procedimenti creativi. L’esperienza di Giuliano presenta delle indubbie analogie con questa impostazione formale, pur nell’assoluto privilegio riservato alla rivendicazione della centralità della sua ispirazione pittorica ed al diniego manifestato nei confronti di ipotesi di lavoro di gruppo tendenti a relegare in un angolo la personalità del singolo artista così come alla serializzazione eccessiva del prodotto, frutto delle utopie di un determinato periodo storico nei confronti di un’ alleanza, improponibile in quei termini, tra produzione industriale ed artistica. Le opere di Giuliano sono certamente “mentali” nella loro genesi, privilegiano in prima battuta il procedimento intellettuale che porta all’elaborazione del progetto. Questo si evidenzia dalla pulizia formale che le contraddistingue, dalla linearità geometrica che caratterizza il sapiente dosaggio degli spazi, dove il ritmo alterna pieni e vuoti, luci ed ombre. Tuttavia la tensione lucida ma irrequieta dell’artista è lì, ben viva e presente, pronta ad intervenire per spezzare una linea formale altrimenti troppo razionale, ad introdurre la casualità come componente non eludibile di qualsiasi esperienza artistica ed esistenziale. In molti lavori di Carlo Giuliano la nudità espressiva dei materiali mostrati nella loro essenzialità archetipa è addolcita sia dall’inaspettato intervento manuale che dall’uso della luce, una luce essenziale, mai tendente a fini meramente spettacolari, eppure in grado di gettare un tramite poetico nei confronti del fruitore, di collegare non solo la sua mente all’interno dell’opera, ma anche la rete delle sue percezioni immaginative e sensoriali. Questa capacità di sposare con esiti felici fantasia e rigore, antica “technè” ed estetica nella sua etimologia originaria di “sentire con i sensi”, dimensione privata e spazio pubblico, è, non a caso, assai ben simboleggiata dalle fondamentali esperienze professionali cui Giuliano ha armonicamente affiancato la sua attività di artista, quella di scenografo, dove spicca la responsabilità degli allestimenti del Teatro Stabile di Torino dal 1976 al 1990, e quella didattica, con la direzione dell’Accademia Albertina ricoperta dal 1992, in parallelo con un periodo di rilancio della storica istituzione torinese. Carlo Giuliano è presente in questa nuova edizione di “Moncalieri Porta dell’Arte” con due importanti produzioni. Nelle sale espositive della Biblioteca Civica sarà allestita una personale di opere recenti. Questa mostra testimonia quella che è un’altra componente fondamentale del suo lavoro, la duttilità nei materiali prescelti e nella capacità di assemblarli con soluzioni formali mai ripetitive. Strutture minimali in metallo improvvisamente spezzate nella loro sequenzialità dall’irrompere epifanico della luce, o dall’irregolarità della forma che, improvvisamente, da geometrica si fa curvoidale, superfici specchianti in plexiglas intarsiate di regolari estroflessioni che simboleggiano il ritmo percettivo, punte acuminate di metallo che, collocate su supporti piatti e regolari, con tramite dell’illuminazione danno conto del cinetismo luminoso, carboncini che rappresentano intensi grumi di materia primaria, sono un’efficace sintesi della coerenza di quarant’anni di carriera. Il titolo “Effetti speciali”, non è privo di sagace ironia, in quanto indica la capacità di raggiungere risultati di intelligente stupefazione visiva, con l’avvallo e la capacità combinatoria di elementi semplici e primari. Il tutto suggellato dalla posa di un’ installazione permanente studiata e prodotta per l’occasione, a testimonianza della costante vocazione pubblica nel percorso dell’artista. È come se uno dei lavori di scala più ridotta prima descritti si spostasse ad occupare lo spazio esterno, accrescendo la sua valenza espressiva, ma anche l’approccio divulgativo e didattico. Su una delle pareti esterne della Biblioteca, quella rivolta in direzione di Torino, Giuliano allestirà una serie di punte di metallo estroflesse e disposte negli spazi tra le finestre ed il tetto, installate in modo da rifrangere la luce e creare suggestivi effetti visivi, variabili e mai eguali, fedeli all’elementare eternità dei ritmi naturali.

Edoardo Di Mauro, maggio 2004.



Il lavoro di Ferruccio D’Angelo è esemplare, non solo per i suoi pregevoli aspetti formali, delle vicende complessive che hanno caratterizzato l’arte contemporanea italiana nell’ultimo quindicennio. Quali sono state queste vicende ? Chi è stato fedele lettore dei molti saggi, delle riflessioni critiche di questi anni, in particolare a partire dai primi anni’90, conosce bene il mio punto di vista. Ma rimane un’abitudine ripercorrere sempre, quando mi trovo a scrivere d’arte, il mio pensiero, per i molti che ancora non lo conoscono, sia si tratti di occasioni espositive ampie quanto a dimensioni, magari tendenti a rievocare ed illustrare uno stile od un periodo, sia quando il cimento riguarda le vicende di un singolo autore. In questo caso perché ritengo, pur nell’assoluto rispetto della sensibilità ed individualità dell’ artista, sempre irripetibile, che quest’ultima non possa essere affrontata nella dimensione idealistica del dominio della singola personalità, ma riferita sempre alla generalità dei fenomeni caratterizzanti un’epoca, in una logica di reciproco stimolo e collegamento, anche generazionale. L’Italia, a partire dalla metà degli anni’80, si trova a vivere, né più né meno, la condizione caratterizzante un universo estetico ormai globalizzato, quantomeno rispetto al mondo occidentale o, ancor peggio, “occidentalizzato”, pur nell’irriducibile forza delle radici, del “genius loci”, che sempre distingue in positivo la sincerità, e conseguente qualità, del prodotto artistico. Quindi, in rispetto di un andamento ciclico presente anche in altre epoche, sebbene con diversi modi e maniere in virtù dei mutati contesti, l’arte di fine secolo in cui, ad onta del calendario, siamo ancora pienamente calati, affronta una fase di citazione e di consapevolezza dell’importanza delle rivoluzioni linguistiche che hanno caratterizzato il Novecento. Quindi dopo alcuni anni, facenti seguito come reazione di segno opposto alla stagione del Concettuale, segnati da un massiccio “ritorno alla pittura”, inquadrabile anche come riscoperta delle radici, europee ed italiane, primonovecentesche, il grafico dell’arte ha assunto un andamento tormentato, decisamente diacronico, improntato ad un eclettismo di stili. L’Italia si è inevitabilmente accodata a questa tendenza, fornendone una versione estremamente ricca e fantasiosa, qualitativamente di tutto rispetto, non inferiore, negli aspetti migliori, alla fortunata ondata di Transavanguardia ed affini. Nella seconda metà degli anni’80, fino ai primi anni’90, l’arte italiana dell’ultima generazione porta avanti una rivisitazione intelligente degli stereotipi formali delle avanguardie novecentesche, da quelle storiche fino alle più vicine nel tempo, compresi pop e concettuale, con un pluristilismo che vede in quegli anni prevalere ancora la pittura, poi l’installazione e le proposte astratto-geometriche, condite da una buona dose di sagace ironia e da una dovuta immersione nel clima della contemporaneità. Gli anni’80 segnano la riscoperta della dimensione individuale, in una accezione talvolta eccessiva di sfrenato edonismo, dopo la disillusione ideologica e ribellista del decennio precedente, di cui però si tendono a riprendere gli aspetti migliori, legati alla creatività, ed in cui domina un clima di multidisciplinarietà ed una esaltazione dell’immaginario metropolitano. In quel periodo si forma e prende corpo il progetto artistico di Ferruccio D’Angelo. Seguendo dapprima una linea, frequente allora, di rinnovamento del linguaggio della scultura e dell’installazione sia dai canoni, ormai superati, del monumentalismo d’avanguardia, legato a rigurgiti spazialisti mal digeriti, sia da quelli, di rottura,ma divenuti già allora, e purtroppo tuttora, accademia, seppure d’alto livello, dell’Arte Povera. E’ comunque dal quel tracciato che trae inizialmente ispirazione il lavoro di D’Angelo, sebbene subito discostandosene, non accettando sudditanze né di tipo formale, e ancor meno psicologiche. D' altronde Torino, città di entrambi, mia e sua, è luogo di lunghi ed incontrastati domini, ed il peso di quella situazione è stato, anche per indubbi meriti, da cui è però dipesa un’egemonia protrattasi oltre i limiti fisiologici, un’eredità da cui è difficile, ed entro certi limiti inutile, svincolarsi. Lungo tutto il corso degli anni’80 molti giovani artisti sono stati attratti dall’orbita ravvicinata del “saturno” poverista finendone quasi sempre fagocitati, con l’unica eccezione rappresentata da Luigi Stoisa. Ma D’Angelo, come detto, da quella sfera d’influenza si è sempre tenuto saggiamente distante. In realtà il riferimento è stato soprattutto indirizzato nei confronti di una elementarità ed archetipicità dei moduli espressivi prescelti. Nei fatti il rapporto possibile, e nel primo caso idealizzato, tra artificio, inteso come tecnologia, e natura, è stato da D’Angelo invertito nei termini, con un netto predominio formale del primo, in accezione simbolica, rispetto al secondo. I bidoni riciclati, dipinti monocromaticamente con tempere acriliche blu e nere ed altre vernici, rappresentano, ad onta dello spunto iniziale, un superamento delle tematiche classiche dell’installazione concettuale, rivolto in direzione di un funzionalismo provocatoriamente vicino alle forme più recenti del design, come nel caso delle grandi sedie oggetto di una personale nella galleria milanese di Piero Cavellini nel 1991 e poi riproposte, sempre con successo, in varie altre occasioni nel corso degli anni. Anche quando oggetto della proposta è l’evocazione della natura, come nel caso dei tronchi d’albero e di altre soluzioni visive affini, il risultato è quello di un’immagine rigorosa formalmente, come un minimalismo aggiornato ai nostri giorni, ma al tempo stesso ludica, al pari dell’artificio assoluto tipico dei principali esponenti dell’oggettualismo pop italiano, come Gilardi e, soprattutto, Pascali.
Ritornando adesso ai riferimenti d’obbligo sulla storia recente dell’arte italiana, di cui D’Angelo è sicuramente parte, bisogna dire, e ho affermato questo più volte, come alla fine degli anni’80 l’arte italiana abbia perso una grande occasione. Infatti si era in presenza di una scena non eccessivamente estesa, di numerose individualità di sicuro valore. Purtroppo tutte le componenti del nostro sistema artistico, con qualche sparuta eccezione in termini singolari, hanno operato, ed in buona parte operano tuttora, in una direzione completamente opposta. Invece di dare il via ad una promozione capillare, in Italia ed all’estero, dei nostri migliori artisti, si è preferito favorire il progressivo innalzarsi di un intollerabile tasso di confusione, incoraggiando un’inflazione senza pari di artisti pallidi quanto a personalità e stilisticamente epigoni, pronti solo ad orecchiare le mode del momento, con la decisiva complicità di una critica d’arte priva di dignità. Il tutto per proverbiali limiti nostri, sia istituzionali, sia relativi all’osteggiare in tutti i modi, invece di favorire, il necessario ricambio generazionale. Complessivamente lo stile degli anni’90, fino ad oggi, ha mantenuto inalterate le caratteristiche del decennio precedente, con alcune significative varianti, sia sociologiche che formali. Per il primo aspetto il pieno ingresso nella società postindustriale, segnato da una sempre più ampia invasività delle nuove tecnologie, ha innalzato notevolmente, anche in risposta ad una reale esigenza sociale, il numero di coloro che si cimentano in attività estetico-creative, quindi anche di artisti. Dall’altro la sempre più crescente immaterialità, se non artificialità, del nostro vivere quotidiano, ha generato due opposte reazioni. Da un lato un avvicinamento, nei casi peggiori un appiattimento, dell’arte sul reale, dall’altro un distacco, un rifugiarsi nei territori dell’allegoria e del simbolo. L’installazione è sfociata sempre più nell’oggettualismo, la pittura ha mantenuto la sua centralità, grande e fin troppo enfatizzato successo ha conosciuto l’uso della fotografia e del video. Ferruccio D’Angelo, tra le onde di questo caotico pelago, ha mantenuto salda la barra del timone, indirizzando il suo stile verso approdi sicuri. Il plurale è dovuto alle nuove ricerche formali che l’artista torinese ha perseguito negli ultimi anni, alcune delle quali, le più recenti, sono oggetto di questa personale. La vocazione installativa, nella falsariga di quanto prima menzionato, si è mantenuta costante, anche per la richiesta esterna in tale senso, sono però state perlustrate altre strade, in omaggio allo spirito sanamente eclettico di D’Angelo. Dapprima la fotografia, a colori ed in bianco e nero, riproducente le installazioni stesse, con un risultato finale ambiguo e straniante. Successivamente con la proposta di sculture da interno, ancora più vicine all’universo dello stilismo e del design, e fede ne fa la partecipazione a varie rassegne internazionali dedicate alla contaminazione tra l’arte visiva e le sue varie applicazioni funzionali. Poi ancora con una pittura curiosa, minimale, proposta su superfici atipiche, prodotte con oggetti riciclati. Nell’ultimo biennio l’artista si cimenta con una serie di lavori dal felice esito estetico. Vi è nuovamente il preciso richiamo alla pittura, ma non più in dimensione minimale. Si potrebbe semmai parlare di un attenzione rivolta al barocco, di una voluta teatralità e ridondanza dell’immagine. Un barocco contestualizzato in una dimensione presente. Prova né è il richiamo “secondario” nei confronti della tecnologia, in particolare ai fotogrammi di immagini televisive e pubblicitarie. Queste non sono, però, proiettate sulla tela adoperando unicamente il ricalco fotografico. D’Angelo reinventa l’iconografia con una modifica dei toni graduale, prodotta con colori ad olio ed una prassi rigorosamente “classica”. In questo modo si ottiene un reale straniamento e non una suggestiva, ma in fondo banale, riproposizione dell’originale, tanto in voga oggi, con la coltre mimetica del colore che si sovrappone alla fotografia. I temi prescelti dall’artista si pongono in stridente opposizione rispetto all’insopportabile “international style” di cui sono colme le pareti di gallerie e musei. Vi è, al contrario, una rivendicazione profonda ed orgogliosa delle nostre radici mediterranee. D’Angelo, calabrese di origine, per meglio dire di quella parte della Calabria storicamente imparentata con la Grecia, trae il suo repertorio da inquadrature tratte da quel variegato mondo che si pone al confine tra Occidente ed Oriente, oggi attraversato da tensioni di molteplice natura. Da un lato il voler guardare alla cultura europea di cui è stato padre, mantenendo al tempo stesso l’orgoglio della propria tradizione e diversità. Dall’altro, come nel vicino Medio Oriente, essere squassati da una violenza che da cinquant’anni non conosce sosta e costituisce una delle pagine più vergognose della cultura e della politica occidentali. In Ferruccio D’Angelo la sintesi, formale ed ideologica, di queste opposte tensioni, si estrinseca in opere di grande fascino visivo e complessità, in grado di scuotere positivamente la sensibilità del fruitore.

EDOARDO DI MAURO, maggio 2001.