La mostra collettiva che propone Galleria Continua per tutto il periodo estivo si pone come momento di riflessione su alcune tematiche che, benché affrontate e sviluppate da ciascun artista in modo diverso, appaiono come comune denominatore di una precisa sensibilità artistica.
Percorrendo le sale espositive si individua un duplice filo conduttore che ha determinato la scelta delle opere: da un lato quegli artisti che pongono il loro lavoro in dialogo con lo spazio ovvero che fanno dello spazio, sia fisico che mentale, un termine di confronto imprescindibile; dall’altro artisti che lavorano sul corpo intendendo il termine nella sua accezione più ampia di significato, di analisi e di elementi che vi si pongono in relazione.
Le opere di Daniel Buren, Loris Cecchini, Anish Kapoor, Monika Sosnowska e Italo Zuffi occupano il primo piano della galleria. E se per Buren e per la giovane artista polacca l’opera è un vero e proprio site specific che interviene sull’ambiente modificandolo e alterandone anche i parametri percettivi, per Cecchini diventa invece progettualità di architetture che si collocano tra astrazione e praticabilità; nel lavoro di Zuffi l’architettura reale viene decontestualizzata e acquista mobilità, nell’esperienza di Kapoor diventa un viaggio nello spazio dell’immaginazione. Indagare le regole del movimento, studiare il corpo umano, esplorarne i limiti cercando di superarli realizzando così l’impossibile, questo è il lavoro di Panamarenko, la sua indagine inesauribile che dà vita a poetiche macchine capaci di far sognare. Anche l’altra artista belga ospitata in questa collettiva, Berlinde de Bruyckere, incentra la sua ricerca sulla fisicità del corpo, quello umano e quello animale, ma nei suoi studi di figure femminili come nelle installazioni che hanno come soggetto i cavalli, si parla di corpi in trasformazione. Mutazioni genetiche ma anche disagi psicologici resi manifesti da corpi impercettibilmente deformi che cercano disperatamente di comunicare. Ed ancora, procedendo in questo cammino, l’analisi ironica quanto malinconica dell’individuo che Juan Muñoz è sempre riuscito a rendere manifesta attraverso i suoi umanoidi sorridenti e solitari; il corpo come metafora nelle opere di Chen Zhen: la trasparenza e la luce del cristallo attraverso i quali l’artista rappresenta la forza primordiale dell’afflato vitale. Ed ancora il corpo come ‘strumento’ performativo nell’arte di Marina Abramovic, un corpo che sa parlare, interpretare, comunicare ma anche che ricerca nel pubblico il coinvolgimento e la partecipazione attiva all’azione artistica.
Questi gli artisti presentati ripercorrendo il cammino intrapreso in questi anni. La mostra sarà anche lo spunto per un approfondimento, diretto o trasversale, delle tematiche trattate attraverso alcuni appuntamenti estivi (performance e incontri con gli artisti) di cui verrà in seguito data specifica comunicazione per tutti coloro interessati a partecipare.
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