LIVING EXHIBITION
ANDRÉ VILLERS. PICASSO E ALTRI RITRATTI
Roma, TA MATETE, Via della Pilotta 16
Giovedì 29 aprile dalle ore 19.00
(Preview per la stampa, alla presenza dell’artista, mercoledì 28 aprile dalle ore 20.00)
“Nel marzo del 1953, a Vallauris, per caso, ho conosciuto Picasso. Un ceramista ha attirato su di lui la mia attenzione, me l’ha indicato con il dito. All’epoca non mi aveva nemmeno sfiorato l’idea che lo avrei fotografato; mi avevano detto che era il pazzo di Vallauris, dunque una persona da evitare... Ho raccontato un’infinità di volte questo primo incontro con Pablo, ma ogni giorno spuntano fuori nuove immagini, nuovi ricordi, più concreti. È come una proiezione del film della vita, che permette di rivedere con maggior precisione i momenti importanti, quelli che m’importavano allora.”
Così André Villers (Beaucourt 1930) descrive nella sua Autobiografia del 1983, il suo primo incontro con il grande Maestro spagnolo, di cui da lì a poco sarebbe diceventato l’oeil ufficiale.
Dopo la living exhibition Stategie del corpo, il critico d’arte Flaminio Gualdoni cura per TA MATETE un’altra grande mostra, questa volta dedicata ad André Villers, in cui si potranno ammirare 98 scatti realizzati da colui che, a partire dagli anni Cinquanta, per mezzo secolo è stato l’autore di una delle più geniali gallerie di ritratti del Novecento.
Oltre a Picasso tra i soggetti di Villers spiccano Jaques Prévert, Marc Chagall, Jean Cocteau, Le Corbusier, Alberto Magnelli, Max Ernst, Joan Mirò e Salvador Dalì, per citarne solo alcuni.
Nei suoi ritratti l’autore riesce a far emerge la personalità, l’anima stessa del soggetto: “Mi rendo conto – scrive Villers – che le facce delle persone sono in fondo ciò che più mi interessa nella vita…I volti mi hanno permesso di trovare l’aria indispensabile a farmi vivere, sopravvivere.”
Villers spiazza lo spettatore, cogliendo dei personaggi più noti quei dettagli di normalità che fanno del ritratto stesso l’espressione di un rapporto personale, non tanto tra il Maestro e il suo fotografo, ma tra due amici davanti all’obiettivo: “Il suo gioco – scrive Gualdoni – è di far sembrare queste foto delle immagini d’un dialogo privato, in cui il signore che appare davanti all’obiettivo non è Hartung o Tàpies.”
Il rapporto tra Villers, allora poco più che ventenne, e Picasso non è mai di subordinazione, ma conserva tratti di stupore che consentono al giovane fotografo di penetrare molte pieghe della forte personalità dell’artista.
La mostra – che si inserisce nel programma di FotoGrafia-festival internazionale di Roma, giunto quest’anno alla sua terza edizione – comprende una selezione di scatti in bianco e nero, in cui emergono l’estrema attenzione alla pura qualità dell’immagine, l’approccio analitico e lo stile secco tipici di Villers.
In anticipo rispetto alla mostra che Villers terrà il prossimo ottobre a New York presso la famosa Galleria Gagosian, la rassegna romana rappresenta un’occasione per gli appassionati per ammirare da vicino le produzioni dell’autore, che sarà eccezionalmente presente nel corso della serata di preview.
Durante il periodo espositivo di ‘André Villers. Picasso e altri ritratti’ , mostra che sarà visitabile fino al 20 giugno, la Living Gallery offrirà ai visitatori anche una serie di eventi che caratterizzeranno tutti i giovedì del TA MATETE proponendo, fra l’altro, performance teatrali e pittoriche, videoinstallazioni, fotoinstallazioni e presentazioni di libri a tema. Il 16 maggio e il 13 giugno non mancheranno i Tornei del gioco TA MATETE.
Per informazioni:
Living Gallery TA MATETE - Via della Pilotta, 16 (angolo via Quattro Novembre) - 00187 ROMA
Orario: da martedì a domenica dalle 11.00 alle 21.00; chiuso il lunedì; ingresso: libero
Fino al 20 giugno 2004
E’ preferibile prenotare al nº 06/6791107
Ufficio Stampa:
ART'E' Communication - Gruppo ART'E'
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ANDRÉ VILLERS. PICASSO E ALTRI RITRATTI
di Flaminio Gualdoni
L’eterno dal transitorio, come voleva Baudelaire: e si era nel 1863, quando il pensiero dello scrittore, ragionando di Constantin Guys, declinava l’ossessione della fotografia, e la vicenda storica del ritratto come genere, in un’unica soluzione.
Ragione documentaria, ragione retorica, ragione espressiva, e la facoltà di conservare il fattore referenziale nella stagione in cui la primazia del puro formale pareva definitiva, hanno reso la fotografia padrona assoluta del ritratto: in un’epoca in cui, oltretutto, l’arte stessa prendeva a contaminare i propri miti di purezza con l’eroizzazione dell’autore, dunque con la necessità affermata di enfatizzarne le fattezze quasi fossero elemento geneticamente necessario dell’opera.
André Villers, per mezzo secolo autore di una delle più geniali gallerie di ritratti del Novecento, è testimone perfetto di tali protocolli, in un centro, la Francia, in un tempo, il periodo che si apre con gli anni Cinquanta, e a fianco di personaggi, da Pablo Picasso a Jean Cocteau a Salvador Dalí, per i quali l’identificazione tra l’artista personaggio e il suo lavoro, tra la mitizzazione del soggetto agente e il progetto culturale, è stata ragion d’essere e innovazione dirompente.
Quel ch’è certo, peraltro, è che quando il giovane André Villers accetta, nel 1953, di divenire l’oeil ufficiale di Pablo Picasso, il testimone oculare per eccellenza d’una esistenza in cui la gloria ha già sdrucito i confini tra biografia e opera, si ritrova nella condizione eccezionale, unica si può dire nel secolo, di poter decidere la qualità e l’impostazione della narrazione cui è chiamato; di decidere, in altri termini, di scrivere un autentico, ininterrotto, saggio critico su Picasso, immagine dopo immagine.
Sostiene Jean-Luc Nancy, in Le regard du portrait, che “lo stato civile del ritratto è il suo stato figurale”. Questo comprende Villers scatto dopo scatto, giornata dopo giornata, a fianco del personaggio che va scrivendo l’iconografia stessa, meglio, il senso stesso dell’immagine, nel moderno.
Non può essere un rapporto puramente professionale. Neppure è un incontro tra grandi, avvolti da simmetrico carisma, com’è invece per altre foto che ci hanno raccontato Picasso, da Brassaï a Lartigue a Doisneau. Villers è poco più che ventenne, il suo rapporto con il maestro spagnolo, tra Vallauris e Mougins, è talmente intenso, giorno dopo giorno, ora dopo ora, in una confidenza domestica unica, familiare, da dipanarsi senza soluzioni dai momenti di vita privatissima alle occasioni ufficiali, della pittura, della cronaca. Soprattutto, quella del fotografo è devozione, rispetto, ma mai mitologia, mai subordinazione: il suo sguardo è sempre – e sempre rimarrà – di una tale casta capacità di meraviglia da penetrare molte pieghe della personalità potente dell’artista, ma senza farsene plasmare in modo passivo, senza farsi strumento d’un teatro artistico che era, per altri, già pura apparenza mondana.
Le sue immagini si allineano negli anni, dunque, come un continuum di suggestione e d’importanza straordinaria. Picasso, con Villers, non può permettersi la posa, ritrova una quotidianità in cui il gioco del travestimento da Popeye, le carezze ai bambini, la festa di piazza, il magnetismo ieratico davanti alla tela, il momento di stanchezza feroce e solitaria, si fanno immagini d’una strepitosa umanità, e allo stesso tempo ci dicono la sostanza, quella autentica non quella agiografica, della personalità di un genio. Davvero, fuor di retorica, la serie picassiana di Villers è il punto in cui noi cogliamo lo strato in cui il vivere e l’essere artista non fanno differenza: c’è l’istantanea, il ricordo d’un istante (ma per una figura come Picasso, esistono “istanti decisivi” e istanti che non lo siano?), e c’è l’avventurarsi addirittura nella ricerca pura di linguaggio, in un
privilegiato à quatre mains com’era, anno 1962, la serie di immagini di Diurnes, esperimenti e montaggi eseguiti solidalmente da Picasso e Villers dei quali, ahinoi, Berggruen editò troppo pochi esemplari.
Villers non è, beninteso, “di” Picasso. Da quella stessa metà degli anni Cinquanta vengono altre attività che consolidano la vocazione dell’autore per un ritrarre asciutto, sottilmente antiretorico, in prima lettura d’un understatement amicale ma in realtà nutrito d’una cultura del vedere di formidabile ampiezza, in cui avverti lunghe confidenze concettuali non solo con Man Ray e i maestri del ritrarre nuovo, ma anche con i Fouquet e i Clouet e l’identità storica stessa del ritratto. Per “Les Lettres Françaises”, per “Aujourd’hui”, per “XX siècle”, ma soprattutto nei modi dell’autonoma forma d’arte, Villers prende a realizzare una serie di ritratti che diverranno a loro volta dei classici non tanto per il peso specifico dei soggetti – ci sono “tutti”, da Prévert a Chagall, da Le Corbusier allo stesso Brassaï, da Magnelli a Max Ernst, da Mirò a Dalì… – quanto per la sua capacità di prosciugare le retoriche del genere forse più stratificato di incrostazioni di maniera, e di elaborare su questo approccio rigidamente analitico – mai, però, inutilmente concettoso, mai minimalista “ad arte” – uno stile secco, scabro, in cui la fedeltà al bianco/nero sia davvero scelta sorgivamente pittorica, devota alla pura qualità d’immagine. Se è vero, come vuole Georg Simmel, che “il viso risolve nel modo più completo il compito di produrre con un minimo di variazione dell’elemento singolo un maximum di variazione dell’espressione complessiva”, i visi ritratti da Villers sono davvero l’immagine compiuta di una personalità, di un’anima, di un umore.
Caratteristica forse più evidente, certo più sostanziosa, dello sguardo di Villers è una sorta di arguta, sottilmente aristocratica lateralità. Ben consapevole che i protagonisti del suo ritrarre sono già circondati da un’aura talora addirittura ossedente, e parimenti – da uomo scrutinante com’è – che l’aspettativa stessa dello spettatore proietta sulle sue immagini una sorta di preventiva monumentalità, egli fa di quest’aura e di queste aspettative la materia problematica stessa dei propri scatti, in un gioco di sottili spiazzamenti, di sottrazioni di ufficialità, di dettagli di normalità fatti cadere come altrettanti disturbi del mito. Il suo gioco, in altri termini, è di far sembrare queste foto delle immagini d’un dialogo privato, in cui il signore che appare davanti all’obiettivo non è Hartung o Tàpies, l’estroverso César o il meditativo Kolář, il luciferino Peverelli o il funambolico Butor (per non dire di Picasso e dei suoi coetanei), ma un artista colto fuori dalla messinscena della posa, oppure che in questo caso, di fronte allo sguardo puro e confidente di Villers, gioca con vezzo alle pose non ufficiali; che in quel momento, cioè, non “fa”, non “si sente”, il maestro da immortalare, ma un amico che gioca alla foto con un altro amico.
Perché ciò è accaduto, e accade, con Villers e non con i molti, pur grandi, che ci hanno dato testimonianza – tra eroica e mitologica e autoreferenziale – dell’arte e delle sue figure, da Irving Penn a Hans Namuth, da Ugo Mulas a Annie Leibovitz?
Credo, soprattutto, per due ragioni. La prima è la costante sprezzatura, la naturalezza a propria volta non automitologica che consente all’autore di non mettere in gioco il proprio carisma in sommatoria, o in contraddizione, con quello del personaggio ritratto. Egli non è mai il maestro della fotografia in visita cerimoniale al “pari grado” della pittura o della letteratura. Villers, insomma, tra gli argomenti della propria grandezza annovera una serena, lucida, rilassata consapevolezza della medesima, indifferente alla esibizione di sé: né altrimenti potrebbe comportarsi, a ben vedere, chi in canottiera fotografava Picasso in canottiera.
La seconda, certo di maggior momento, è che Villers è, generazionalmente, una figura cresciuta insieme al formarsi stesso del mito dell’arte moderna, che ne ha potuto assaporare le stagioni, ma sa, sa bene, che c’è stato un tempo in cui anche questi santoni non erano circondati da liturgie e officianti. Mentre, dall’altra parte dell’Oceano, Warhol erigeva il monumento all’artista come star, sulle rive del Mediterraneo Villers, feroce europeo, continuava a vedere delle umanità, delle normalità, delle bevute di pastis e delle conversazioni domenicali in giardino, sul ciclismo e sui figli: cioè, l’aspetto più difficile e intrigante del genio.
Elenco opere in mostra
1 AV Ben, 1982, fotografia con polaroid applicata, mm 402x303
2 AV Antoni Tàpies, 1977, fotografia rielaborata, mm 402x298
3 AV Jiří Kolář, 1969, fotografia rielaborata, mm 302x403 (mm 283x385)
4 AV Pablo Picasso, Cannes, 1956, fotografia rielaborata, mm 395x302 (mm 365x277)
5 AV Gli occhi di Pablo, 1955, fotografia rielaborata (stampa 1992), mm 404x301 (mm 382x283)
6 AV Salvador Dalí, 1956, fotografia rielaborata, mm 404x302 (mm 390x289)
7 AV Arman, 1980, fotografia rielaborata, mm 404x302
8 AV Pablo Picasso, Vallauris, 1953, fotografia, mm 302x404 (mm 289x326)
9 AV Jacques Prévert, Parigi, 1963, fotografia, mm 404x294 (mm 364x276)
10 AV Brassaï, Beaulieu-sur-Mer, 1981, fotografia, mm 303x404 (mm 290x388)
11 AV Madeleine Renaud e Jean-Louis Barrault, teatro dello Châtelet, Parigi, 1959, fotografia, mm 304x405
12 AV Pablo Picasso, 1955, fotografia, mm 420x289 (mm 372x277)
13 AV Pablo Picasso, 1955, fotografia, mm 302x397 (mm 278x365)
14 AV Pablo Picasso, Vallauris, 1953, fotografia, mm 303x396 (mm 280x333)
15 AV Pablo Picasso, Vallauris, 1953, fotografia, mm 405x302 (mm 376x285)
16 AV Pablo Picasso all’atelier Madoura, Vallauris, inizio 1954, fotografia, mm 404x302 (mm 380x283)
17 AV Pablo Picasso, Vallauris, 1953, fotografia, mm 392x301 (mm 340x280)
18 AV Pablo Picasso, Jacques Prevert e Brassaï, Museo di Antibes,1963, fotografia, mm 302x407 (mm 280x363)
19 AV Gli strumenti di Picasso, Cannes, 1955, fotografia, mm 403x293 (mm 379x263)
20 AV Ben, 1982, fotografia, mm 404x302
21 AV Autoritratto, 20 marzo 1990, fotografia, mm 406x301 (mm 365x260)
22 AV Pablo Picasso, Vallauris, 1954, fotografia, mm 403x292 (mm 375x277)
23 AV Picasso, la pistola e il cappello che gli aveva regalato Gary Cooper, Cannes, 1959, fotografia, mm 398x288 (mm 380x280)
24 AV Pablo Picasso, Cannes, 1957, fotografia, mm 303x395 (mm 280x367)
25 AV Gli occhi di Picasso, Cannes, 1956, fotografia, mm 404x297 (mm 366x280)
26 AV L’atelier Picasso, Cannes, 1957, fotografia, mm 303x392 (mm 284x305)
27 AV Bram Van Velde, 1976, fotografia, mm 303x404 (mm 262x390)
28 AV Joan Mirò, Parigi, 1956, fotografia, mm 393x297 (mm 365x284)
29 AV Pablo Picasso, Cannes, 1955, fotografia, mm 398x298 (mm 382x263)
30 AV Autoritratti, foto in uno specchio, Picasso e io, 1955, fotografia, mm 294x376 (mm 280x357)
31 AV Pablo Picasso, Vallauris, 1953, fotografia, mm 303x405 (mm 289x365)
32 AV Georges Ribemont-Dessaignes, 1969, fotografia, mm 304x405 (mm 260x363)
33 AV Cesare Peverelli, Seillans, 1986, fotografia, mm 305x404 (mm 291x387)
34 AV Pablo Picasso, 1955, fotografia, mm 303x360 (mm 285x288)
35 AV Picasso e Pierre Matisse, Cannes, 1958, fotografia, mm 302x404 (mm 290x330)
36 AV Emile Gilioli, 1978, fotografia, mm 404x303 (mm 389x290)
37 AV Pablo Picasso, 1956, fotografia, mm 404x303 (mm 365x288)
38 AV Pablo Picasso, Vallauris, marzo 1953, fotografia, mm 394x285 (mm 380x280)
39 AV Pablo Picasso, 1956, fotografia, mm 303x394 (mm 277x348)
40 AV Pablo Picasso, per André Villers, Cannes, 1957, fotografia, mm 403x302 (mm 375x285)
41 AV Pablo Picasso, 1955, fotografia, mm 303x402 (mm 274x375)
42 AV Picasso e mio figlio Bertrand, Cannes, 1958, fotografia, mm 395x287 (mm 365x280)
43 AV Pablo Picasso, Vallauris, 1954, fotografia, mm 402x292 (mm 357x272)
44 AV "Il mistero Picasso": Henri-Georges Clouzot, Pablo Picasso e Claude Renoir, 1955, fotografia, mm 303x394 (mm 280x357)
45 AV Pablo Picasso, 1955, fotografia, mm 376x282 (mm 358x264)
46 AV Pablo Picasso, Cannes, 1956, fotografia, mm 300x388 (mm 278x371)
47 AV Sviatoslav Richter, 1994, fotografia, mm 405x302 (mm 380x262)
48 AV Salvador Dalí, 1956, fotografia, mm 403x302 (mm 365x274)
49 AV Jean Arp, 1962, fotografia, mm 303x343 (mm 285x288)
50 AV Alexander Calder, Parigi, 1957, fotografia, mm 407x302 (mm 365x263)
51 AV Jacques Henri Lartigue, 1956, fotografia, mm 402x303
52 AV Le Corbusier, Parigi,1957, fotografia, mm 305x390 (mm 290x383)
53 AV Jean Marais, 1997, fotografia, mm 303x396 (mm 278x385)
54 AV Le Corbusier, Parigi, 1955, fotografia, mm 404x302 (mm 377x274)
55 AV Pablo Picasso, 1953, fotografia, mm 403x292 (mm 370x276)
56 AV Pablo Picasso, 1954, fotografia, mm 393x300 (mm 356x290)
57 AV Brassaï, Beaulieu-sur-Mer, 1981, fotografia, mm 400x288 (mm 374x270)
58 AV Pablo Picasso, Vallauris, 1953, fotografia, mm 403x294 (mm 371x280)
59 AV Jacques Prévert, 1958, fotografia, mm 465x559 (mm 414x474)
60 AV Pablo Picasso, Cannes, 1956, fotografia, mm 417x475 (mm 398x465)
61 AV Pierre Boulez, 2000, fotografia, mm 480x585
62 AV La mia ultima foto di Doisneau a Seillans da Lison, agosto 1994, fotografia, mm 380x517
63 AV Autoritratto, 1990, fotografia, mm 542x475
64 AV Jean-Charles Blais, 1990, fotografia, mm 590x490
65 AV Hans Hartung, Antibes, 1988, fotografia, mm 474x572
66 AV Marc Chagall, 1974, fotografia, mm 591x477 (mm 498x398)
67 AV Pierre Soulages, 1986, fotografia, mm 606x468
68 AV Francis Ponge, 1978, fotografia, mm 606x475
69 AV Fernand Léger, Biot, 1954, fotografia, mm 578x492 (mm 495x423)
70 AV Jacques Prévert, St. Paul, 1967, fotografia, mm 578x481
71 AV Hans Hartung, Antibes, 1975, fotografia, mm 574x485 (mm 492x415)
72 AV Jacques Prévert, Antibes, 1966, fotografia, mm 482x578
73 AV Francis Ponge e io, fotografia, mm 560x466
74 AV Jean Cocteau, St. Jean Cap Ferrat, 1955, fotografia, mm 588x482 (mm 499x398)
75 AV Jacques Prévert, Antibes, 1968, fotografia, mm 562x468
76 AV Jacques Prévert, Parigi, 1959, fotografia, mm 573x460
77 AV Léo Ferré, 1979, fotografia, mm 666x505
78 AV Pierre Boulez, 2000, fotografia, mm 480x575
79 AV Alberto Magnelli, Grasse, 1968, fotografia, mm 474x556
80 AV Max Ernst, 1968, fotografia, mm 580x460 (mm 498x387)
81 AV Federico Fellini, Parigi, 1955, fotografia, mm 581x475 (mm 498x398)
82 AV Luis Buñuel, 1963, fotografia, mm 582x484 (mm 498x398)
83 AV Sonia Delaunay, 1970, fotografia, mm 578x488 (mm 492x400)
84 AV Simone de Beauvoir, 1964, fotografia, mm 485x584 (mm 400x498)
85 AV Alberto Magnelli, 1960, fotografia rielaborata, mm 568x494
86 AV Salvador Dalí, 1957, fotografia rielaborata (stampa 1990), mm 590x470 (mm 550x470)
87 AV Jacques Lacan, Parigi, 1957, fotografia rielaborata, mm 580x487 (mm 500x396)
88 AV Fernando Arrabal, Lirac, 1995, fotografia rielaborata (stampa 1996), mm 607x478
89 AV César, 1990, fotografia rielaborata, mm 605x485
90 AV Ben, 1985, fotografia rielaborata (stampa 1990), mm 595x485
91 AV Max Ernst, 1968, fotografia rielaborata, mm 582x485 (mm 500x398)
92 AV Pierre Restany, 1994,fotografia rielaborata, mm 590x484
93 AV Michel Butor, 1988, fotografia rielaborata, mm 607x465
94 AV Eugene Ionesco, 1974, fotografia rielaborata (stampa 1988), mm 594x481
95 AV Jean Cocteau, St. Jean Cap Ferrat, 1955, fotografia rielaborata, mm 496x561
96 AV Jean Cocteau, St. Jean Cap Ferrat, 1955, fotografia rielaborata, mm 584x492
97 AV Jean Cocteau, St. Jean Cap Ferrat, 1955, fotografia rielaborata, mm 467x398 (mm 430x398)
98 AV Brassaï, Beaulieu-sur-Mer, 1981, fotografia rielaborata, mm 557x487