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Maurizio Taioli - EX 872 variabili sull’aggressività | Room Installations

Dal sabato 16 giugno 2007
al giovedì 30 agosto 2007

Orari:
sabato/domenica 10.30/12.30 e 15.30/18.30
o su appuntamento

Comunicato stampa evento: Maurizio Taioli - EX 872 variabili sull’aggressività | Room Installations

Il progetto Ex 872 variablii sull’aggressività rappresenta, nel lavoro di Maurizio Taioli, una sintesi degli elementi raccolti durante il percorso di ricerca condotto negli ultimi anni. La struttura di quello che si può definire un vero e proprio itinerario di indagine è facilmente articolabile in tre tappe, tre risvolti della riflessione, tre ribaltamenti del punto di vista. L’oggetto, per la prima volta, è svelato esplicitamente e programmaticamente dal titolo: ex 872, il codice di riconoscimento di un condannato a morte dallo stato del Texas nel 1987, gioca mimeticamente con i termini che seguono, fino a suggerire la chiave di lettura più interessante che sembrerebbe essere “872 variabili sull’aggressività, ad esempio”. L’artista offre quindi un campionario ampio ma che, tuttavia, non pretende di esaurire in ogni suo aspetto un tema ontologico di tale portata per l’essere umano.
Procedendo con ordine attraverso le tappe del percorso allestitivo ci troviamo –letteralmente- circondati da una serie di nove sagome in lamiera grezza. Le grandi dimensioni e lo spessore medio di circa tre millimetri del metallo conferiscono alle sculture un peso immane, percepibile nonostante le sagome siano fissate alle pareti. Anzi proprio questa sospensione fisica, avvertita dallo spettatore come gravosa, si traduce nella sensazione emotiva di sospensione, di all’erta rispetto a qualcosa che sta per succedere o che, probabilmente, è già successo. Infatti, se l’impatto con l’installazione porta con sé una generica inquietudine, motivata anche soltanto dall’imponenza delle silhouette scure che incombono come presenze nello spazio, dopo aver posato gli occhi sulle singole composizioni, abbandonando la visione d’insieme, l’inquietudine assume una connotazione ulteriore. L’immagine che lo spettatore si trova di fronte lo rimanda al retrocoscienza della sua memoria visiva, viene riconosciuta come parte del proprio archivio personale di immagini, probabilmente registrata tra quelle che hanno suscitato in lui una sensazione di turbamento.
Dietro a un tale processo di decodifica nello sguardo dell’osservatore si snoda il lavoro dell’artista, l’efficacia del suo risultato. Questo ha inizio immagazzinando una quantità notevole di immagini: quotidiani, locandine di film, riviste sono la fonte principale che informa un lavoro minuzioso e paziente di raccolta delle informazioni visive che ogni giorno raggiungono e vengono consumate da centinaia di migliaia di occhi. Solo in seguito all’archiviazione mentale di un’elevata quantità di immagini Taioli è in grado di isolare quelle più significative, destinate a restare a far parte del repertorio collettivo di immagini condiviso da molti di noi. E quanto più fedelmente l’artista riproduce nella propria memoria visiva il processo di divoramento/espulsione di informazioni che quotidianamente impegna l’individuo occidentale, tanto più riuscito sarà il risultato di selezione finale delle immagini. Il materiale di partenza delle sculture sono dunque immagini di scene reali, non scene dalla realtà tout court. Questo aspetto non è assolutamente secondario nella riflessione dell’artista e viene ribadito da più d’un indizio. Le sagome, ad esempio, mantengono spesso il taglio fotografico della fonte, riproducendo il punto di vista della macchina foto che ha immortalato la scena e la sua prospettiva. Ogni singolo lavoro è dunque il prodotto dell’elaborazione di un’elaborazione, è il riutilizzo di un oggetto già circolante, di una riproduzione che, già in partenza, ha perduto il proprio legame con la realtà per trasformarsi in qualcos’altro.
Attraverso un lavoro di scanning millimetrico dei contorni l’artista studia proporzioni, movimenti, assi prospettici, alleggerendo la massa dal suo peso e restituendole vita nella nuova forma. Le immagini-oggetto di Taioli, ammorbiditi gli spigoli vivi ed eliminati i particolari eccessivi, si avviano verso una sintesi decontestualizzata e resa significante in un orizzonte linguistico nuovo, che scaturisce da un discorso nato dalla relazione tra elementi afferenti, in origine, a universi di senso distanti fra loro. Così, ad esempio, gli attacchi violenti della polizia durante il G8 di Genova, il soldato italiano che guida l’autoblindo in territorio iracheno, i protagonisti di C’era una volta il West, il matador infilzato dal toro e la vittoria alata si accostano in una dialettica diversa, suggerita dall’artista come scansione possibile di alcune delle forme che l’aggressività umana può assumere.
Lo statuto di sagoma conferisce inoltre all’immagine una certa, non casuale, dose di ambiguità. In alcuni casi, come ad esempio in quello del soldato irakeno incappucciato e brutalizzato dai militari statunitensi, lo scarto tra le possibili interpretazioni del contorno, che vanno dal folletto intento a compiere una magia al bambino che gioca ai travestimenti, è talmente ampio da creare un effetto paradosso molto forte. Una sorta di inganno grottesco che mette in luce un altro aspetto importante che caratterizza spesso gli atti di umana violenza: è come se il rituale dell’aggressività, dalle sue forme più ostentate e collettive a quelle più intime e nascoste tradisse una grande fame estetica. La necessità di trovare una scenografia, un corredo simbolico che completi il senso e il piacere dell’atto aggressivo, come per richiamare dei riferimenti antichi, cultuali. L’oggetto del sacrificio, l’uomo travolto dalla sua stessa violenza si carica di rimandi fino al punto di assumere esso stesso lo status di simbolo: non più soldato catturato dal nemico, ma vittima sacrificale dell’umanità intera, quasi un crocifisso contemporaneo, con le braccia aperte e i piedi uniti.
In questa messinscena collettiva si svela infine un’ultima sfumatura dell’aggressività umana, quella ludica. Taioli vi si sofferma assumendo egli stesso un tono giocoso e leggero nella serie di dipinti in cui i colori sgargianti e innaturali gli permettono di rovesciare il registro e di trattare il tema proponendone una lettura diversa. I personaggi che popolano questa serie di lavori non sono più meri contorni, ma la piattezza che segna il tratto, la mancanza totale di prospettiva e di realismo li rende, anche in questo caso, solamente rimandi simbolici: icone.
Poi la riflessione dell’artista prosegue ancora. Nel video, che idealmente chiude l’installazione e che produce il sottofondo audio dell’intera mostra, un karateka è ripreso da quattro prospettive diverse mentre svolge i katà. Le grida marziali che accompagnano l’esercizio restituiscono all’orecchio una sensazione di grande violenza ma quando, scostata la tenda nera che lo separa dal resto dello spazio, finalmente lo sguardo si posa sull’immagine, la percezione cambia radicalmente. La lucidità dello sguardo e la pulizia del gesto dell’uomo intento a compiere l’antico rituale di difesa esprimono un altissimo grado di misura della forza, di controllo del gesto, di consapevolezza del singolo in quanto portatore di una memoria atavica, di una cultura che affonda le radici in un tempo lontano.
Secondo l’antropologo tedesco Arnold Gehlen la pulsione aggressiva nell’uomo non sembra avere lo stesso valore di sopravvivenza che ha per gli altri animali. Mentre gli animali possiedono istinti sicuri e organi efficaci di difesa e di attacco, l'uomo manca di tutto ciò e deve compiere un grande sforzo per padroneggiare ogni giorno l'esistenza. E, il fatto che egli ci riesca appare quasi incredibile, se lo consideriamo in termini puramente biologici e zoologici. L’unica via di salvezza per l’uomo, secondo Gehlen, sta nella ricerca di integrazione di questa sua “incompletezza biologica” attraverso la conoscenza, la disciplina, la cultura. È nella cultura che l’individuo può trovare una sintesi, un’elaborazione accettabile, per quanto provvisoria e relativa, delle proprie pulsioni. Che riporti in luce gli aspetti funzionali dell’istintualità. E gli permetta di sopravvivere alla sua specie.

Diletta Benedetto

Room Installations
Felix Gonzalez-Torres – 1991
Pino Pascali - 1968
Aldo Mondino – 1982
Giorgio Ciam – 1970
Tino Stefanoni – 1969/70

Inaugurazione sabato 16 giugno 2007 ore 18.00

16 giugno - 30 agosto 2007

Pubblicazione: Maurizio Taioli, Ex 872 variabili sull’aggressività, testo di Diletta Benedetto, edizione Castello di Rivara-Centro d’Arte Contemporanea

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