Un tema sociale analizzato con il linguaggio della comunicazione
attraverso la fotografia di Sebastião Salgado e la pittura di Gino Covili
Caserta – Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio
3 novembre 2007 – 6 gennaio 2008
Manifestazione patrocinata dalla Camera dei Deputati e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Conferenza Stampa -
Caserta Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio - 31 ottobre - ore 12,00
“Escluso. Esclusa. Esclusi. Nomi di facce sparute/sparite, etichette o brandelli di identità vissute senza continuità. …Né Maria, né Giorgio, né Salvatore. Solo l’Escluso un fuoriuscito dalla storia, con la benevolenza di una possibile desinenza o-a-i, per un genere mai esperito, per una appartenenza mai rassicurata, per un’esistenza trascinata, nascosta, negata”.
Un progetto singolare che intende sperimentare un programma innovativo di comunicazione e sensibilizzazione sulla problematica del lavoro, cardine oggi dei meccanismi di inclusione nella comunità e chiave di ogni politica diretta a contrastare l’esclusione sociale.
Promuovere le nuove politiche del lavoro in una Provincia che conosce pochi esempi di qualità del lavoro e forti fenomeni di insicurezza del lavoro e sul lavoro, e che deve inoltre fare i conti con la diffusa illegalità e con la maggiore appaltatrice di sicurezza del territorio, la camorra. Questo è l’obiettivo che la Provincia di Caserta, Assessorato alle Politiche del Lavoro, ai Centri per l’Impiego e alla Formazione Professionale, vuole raggiungere attraverso l’evento – Terre di lavoro. Quadri sociali dell’esclusione - presentato negli splendidi spazi restaurati del Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio.
Il programma, incentrato sulla comunicazione, si articola attraverso una serie di iniziative artistico-culturali differenti, quali mostre, spettacoli teatrali e musicali e più cicli di incontri dedicati alla sicurezza e al mercato del lavoro. La comunicazione derivata dall’immagine, medium che può raggiungere un pubblico ampio e diversificato è affidata a due importanti rassegne: “In cammino” esposizione fotografica di Sebastião Salgado e il ciclo pittorico “Gli esclusi” di Gino Covili.
Salgado e Covili, due personaggi diversi e distanti tra loro, il primo brasiliano nato nel 1944, il secondo classe 1918 nato e cresciuto a Pavullo nel Frignano sull’Appennino modenese, che hanno scandagliato il problema dell’emarginazione, attraverso le proprie conoscenze, l’obiettivo della macchina fotografica e la tavolozza con i pennelli. L’esposizione di Salgado realizzata in collaborazione con Contrasto e Amazonas suddivisa in 5 sezioni, è frutto di sette anni di lavoro, testimonianza visiva della mobilità forzata, “in cammino”, a cui è sempre costretta, dai conflitti e dalla divisione internazionale del lavoro, una alta percentuale della popolazione mondiale. Il ciclo “Gli esclusi” di Covili, composto da 139 opere, raffigura la condizione umana determinata dall’internamento in manicomio. In questa occasione, nel trentesimo anno della sua composizione, il ciclo fu realizzato tra il 1973 il 1977, viene esposto e pubblicato per la prima volta integralmente.
“Terre di Lavoro. Quadri sociali dell’esclusione” è riferito a questa fetta di Campania felix detta Terra di lavoro. Il destino di queste terre è legato forse all’equivoco fondamentale del nome, dove lavoro è letto come attività lavorativa dai suoi abitanti, mentre in realtà è toponimo legato ai Liburni, una popolazione che vi abitò in tempi antichi. Sembra predestinato ad un fraintendimento costante, questo lembo di terra campana, terra amena, scelta per gli ozi dall’aristocrazia imperiale romana, ma terra amara per coloro che hanno visto nei secoli dominazioni e sfruttamento, con la condizione di vita sottoposta alle soprusi naturali e sociali. La Campania felix di oggi insegue i grandi mutamenti sociali ed economici che hanno riscritto la storia di questi ultimi secoli. La memoria di queste terre viene così ad essere il presente della situazione internazionale, poiché la storia delle migrazioni di queste terre è la storia degli esodi delle popolazioni che si spostano nel mondo alla ricerca di possibilità di un futuro.
Informazioni:
Ass. alle Politiche del Lavoro, ai Centri per l’Impiego alla Form. Professionale: Adele Magrelli - 0823.247321
Ufficio Stampa - Nicoletta Di Benedetto
06.6538859 -
ennedb@libero.it
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www.contrasto.it
La Conferenza Stampa è organizzata a Caserta nel Complesso Monumentale di San Leucio, mercoledì 31 ottobre 2007 – 0re 12,00
Si prega di dare conferma al
ennedb@libero.it
SEBASTIÃO SALGADO
IN CAMMINO
A cura di Lélia Wanick Salgado
Caserta – Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio
3 novembre 2007 – 6 gennaio 2008
Conferenza stampa mercoledì 31 ottobre 2007 – 0re 12,00
Sabato 3 Novembre 2007 negli spazi del prestigioso Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio torna eccezionalmente in Italia la mostra di Sebastião Salgado In Cammino un progetto organizzzato in collaborazione con Contrasto e Amazonas.
Le immagini raccolte dal grande fotografo Sebastião Salgado sulle strade delle migrazioni e riunite nella mostra In Cammino, testimoniano la dimensione di massa di questo evento cruciale del nostro tempo e restituiscono la condizione umana dell’individuo, emigrante per scelta o per necessità.
Le foto esposte costituiscono un documento storico sull’umanità in cammino frutto di un progetto di indagine fotografica che dal 1993, Sebastião Salgado, con la collaborazione dell’agenzia Amazonas, ha realizzato su quella che si può definire la “grande saga” del nostro tempo: le migrazioni di massa.
In sette anni di lavoro, attraverso più di trentacinque paesi, il fotografo brasiliano ha percorso le diverse strade dell’esodo per documentare l’epopea di centinaia di milioni di persone che spezzano i legami con le loro radici opponendosi a una stabilità a volte millenaria, cercando se stessi in un viaggio verso altre destinazioni.
Il progetto, è diviso in 5 capitoli.
EMIGRANTI E RIFUGIATI: L’ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA
Quasi sempre, chi emigra lascia la propria casa colmo di speranza, mentre di solito i rifugiati sono spinti dalla paura. Ma gli uni e gli altri sono animati dall’istinto di sopravvivenza. Travolti da un vortice di miseria e violenza che va oltre la loro comprensione, per loro l’unica via d’uscita è partire.
Molti emigranti che provengono dal Terzo mondo si dirigono alla volta di grandi città, dove spesso si ricongiungono con familiari partiti prima di loro e con il passar del tempo si costruiscono rudimentali alloggi. Ma i più ambiziosi fanno rotta per gli Stati Uniti o per l’Europa. Il viaggio è lungo e irto di pericoli, ma agli occhi di messicani, marocchini, vietnamiti, russi e tanti altri, i rischi sono giustificati dal sogno di una vita migliore. E se riescono a raggiungere la loro destinazione, di rado si voltano indietro.
Nessuno diventa rifugiato per scelta. Eppure i civili sono le prime vittime dei conflitti regionali del nostro tempo. Milioni di curdi, afgani, bosniaci, serbi e kosovari sono stati costretti a fuggire dai loro villaggi e dalle loro città. E al pari dei palestinesi, che vivono da decenni in campi profughi, il loro sogno è tornare a casa. Ma per alcuni la rottura con il passato diventa irreversibile: da rifugiati divengono esuli, e da esuli emigranti.
LA TRAGEDIA DELL’AFRICA: UN CONTINENTE ALLA DERIVA
L’Africa vive ormai da tempo il trauma della sofferenza e della disperazione, e i suoi popoli recano le profonde cicatrici della povertà, della fame, della corruzione, del dispotismo e della guerra. A queste piaghe si è ora aggiunto l’Aids, che sta decimando la popolazione di molti paesi dell’Africa centrale e meridionale. Quasi ovunque si sono estinte le speranze suscitate dalla conquista dell’indipendenza, che ormai risale a quarant’anni fa. Quasi ovunque, la situazione è in via di peggioramento.
Una rara eccezione è costituita dal Mozambico, dove la guerra civile è finalmente terminata dopo decenni, consentendo a centinaia di migliaia di rifugiati di tornare alle proprie case. Invece la guerra infuria ancora in Angola e nel Sudan meridionale, costringendo milioni di persone alla fuga. E, come sempre, i civili, fra cui una miriade di bambini, sono pedine impotenti di un gioco di denaro e potere i cui protagonisti sono i capi politici, religiosi e tribali.
A volte si ha l’impressione che Stati Uniti ed Europa abbiano abbandonato l’Africa, considerandola irrecuperabile. Di certo hanno fatto ben poco per mettere fine al genocidio del Ruanda nel 1994, in cui sono periti, secondo le stime, un milione di Tutsi. In seguito, il conflitto ha oltrepassato i confini del Ruanda riversandosi nello Zaire (oggi Congo), dove centinaia di migliaia di rifugiati Hutu sono le nuove vittime dei conflitti etnici alla base delle vicende politiche dell’Africa centrale. Ormai sono entrati in guerra anche i vicini del Congo.
AMERICA LATINA: ESODO DALLE CAMPAGNE, CAOS NELLE CITTÀ’
La storia recente dell’America Latina è caratterizzata dalla migrazione di decine di milioni di contadini verso le aree urbane. Fin dall’epoca coloniale, le migliori terre coltivabili del continente sono in mano a una minoranza ricca, mentre la popolazione rurale è da sempre di una povertà estrema. Oggigiorno, la meccanizzazione dell’agricoltura e l’uso sempre più frequente di terre coltivabili a pascolo per il bestiame hanno ulteriormente ridotto le possibilità occupazionali per i contadini senza terra. Intanto le famiglie crescono, e l’unica via d’uscita diventa l’emigrazione.
Ma vi sono comunità che si rifiutano di darsi per vinte: gli indios del Rio delle Amazzoni lottano per non cedere le terre che appartengono da sempre alle loro tribù a chi specula sull’oro e alle imprese del legname; i ribelli zapatisti del Messico meridionale combattono per recuperare le terre che gli alleati del regime politico hanno confiscato illegalmente; in Brasile, il movimento dei “senzaterra”, divenuto ormai una forza politica ben organizzata, occupa sempre più frequentemente le aziende agricole improduttive appartenenti a privati, sfidando la repressione posta in atto dai proprietari.
Tuttavia, per gran parte della popolazione rurale dell’America Latina la battaglia è ormai perduta: in Ecuador vi sono villaggi montani popolati quasi esclusivamente da donne e bambini, perché tutti gli uomini sono emigrati nelle città o nelle zone costiere. E in tutto il continente latino-americano, il prodotto inevitabile di quest’esodo sono metropoli gigantesche, afflitte da problemi di gestione insolubili, come Città del Messico e San Paolo del Brasile: qui, soffocati da bidonville popolate da migranti, neanche i privilegiati sfuggono più alla violenza urbana.
ASIA: IL VOLTO NUOVO DEL MONDO URBANO
La fuga dalla miseria delle campagne ha dato all’Asia un nuovo profilo urbano. Per i contadini del Bihar, uno degli Stati dell’India, per gli agricoltori di Mindanao, un’isola delle Filippine, per i pescatori del Vietnam, le città esercitano un magnetismo irresistibile. Attratti dal miraggio della vita cittadina presentato dalla televisione, i migranti molto spesso non immaginano gli stenti e le privazioni che li attendono. E così, l’esodo continua.
Dal Cairo a Shanghai, da Istanbul a Jakarta, da Bombay a Manila, questa migrazione di massa, cui contribuisce l’alto tasso di natalità, ha dato vita a megalopoli estesissime. Già oggi, la maggioranza delle più grandi città del mondo si trova in Asia. Il trend è irreversibile: la rapida crescita economica che ha caratterizzato gli anni Ottanta e gran parte degli anni Novanta ha accelerato l’espansione delle metropoli, ma quando le economie asiatiche, alla fine degli anni Novanta, hanno conosciuto una crisi breve ma acuta, nessuno di quanti erano emigrati in città ha fatto ritorno al proprio villaggio.
Forse il cambiamento più repentino è stato quello di Shanghai: in appena dieci anni questa metropoli della Cina meridionale si è trasformata fino a diventare irriconoscibile. Eppure, nonostante i lussuosi complessi finanziari e i centri commerciali che caratterizzano la “nuova” Cina, Shanghai è ancora lontana dall’offrire un lavoro e un alloggio adeguato a una popolazione cresciuta a dismisura. In questo senso, essa è emblematica di tutte le megalopoli: a tutt’oggi, una vita migliore per gli emigranti poveri è più una promessa che una realtà.
RITRATTI DI BAMBINI IN CAMMINO
I bambini che compaiono in queste fotografie sono simili ad altre decine di milioni di bambini che vivono nelle bidonville, nei campi profughi e nelle comunità rurali dell’America Latina, dell’Africa, dell’Asia e dell’Europa. In questo senso sono stati scelti a caso. D’altra parte, sono dotati di un’orgogliosa individualità, perché-in un senso diverso ma molto reale-hanno scelto loro di farsi fotografare.
Un bel giorno, hanno visto uno straniero con la macchina fotografica: elettrizzati da quella novità, hanno cominciato a schiamazzare tutti eccitati. Poi, come compenso per aver consentito al visitatore di lavorare in pace, sono stati invitati a mettersi in fila per essere fotografati. Di colpo il loro comportamento è cambiato: sono sfilati uno a uno davanti alla macchina fotografica, e sono stati loro a decidere in che modo farsi ritrarre.
In tutte le situazioni di crisi, le prime vittime sono i bambini, innocenti per definizione poiché non hanno alcun controllo sul proprio destino. Ma se è vero che le loro storie sono quelle dei loro genitori, è anche vero che i bambini hanno un modo tutto loro di viverle e di raccontare la propria vita. Attraverso gli abiti che indossano, la posa che assumono, attraverso l’espressione del viso e degli occhi, i bambini raccontano la loro tristezza e la loro sofferenza. Ma qualche volta parlano anche di allegria e di speranza... o così ci piace credere.
La verità è che noi adulti possiamo soltanto immaginare che cosa provano questi bambini. Ma almeno, qui li vediamo come loro stessi hanno scelto di essere visti. Davanti all’occhio della macchina fotografica sono soli. E forse per la prima volta nella loro giovane vita, possono dire: “io sono”.
Questa sezione verrà esposta presso l’Istituto Milanese Martinitt e Stelline, storica istituzione di beneficenza di Milano. L’Istituto ospita bambini e ragazzi, italiani e stranieri, con difficoltà sociali o famigliari e offre loro accoglienza e istruzione in vista di un loro inserimento sociale.
All’interno dell’Istituto per tutto il periodo della mostra, verrà organizzato a cura del Servizio Didattico del Comune di Milano, un percorso educativo per studenti dal titolo “Ascoltare gli Sguardi”. L’iniziativa è sponsorizzata da Coop.
La mostra In Cammino, a cura di Lélia Wanick Salgado, verrà esposta in tutti i più grandi musei del mondo in un tour che durerà circa due anni.
La mostra In Cammino è realizzata grazie alla collaborazione di Kodak Professional, una divisione di Eastman Kodak Company e di Leica Camera. Salgado è rappresentato in esclusiva in Italia da Contrasto.
Ufficio Stampa
Contrasto
Roberta de Fabritiis
tel.06328281
fax 0632828240
rdefabritiis@contrasto.it
www.contrasto.it
MOSTRA
GLI ESCLUSI
CICLO PITTORICO REALIZZATO DA GINO COVILI
DAL 1973 AL 1977
ALLESTITA NELL’AMBITO DEL PROGETTO
TERRE DI LAVORO
QUADRI SOCIALI DELL’ESCLUSIONE
Un tema sociale analizzato con il linguaggio della comunicazione
attraverso la fotografia di Sebastião Salgado e la pittura di Gino Covili
Caserta – Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio
3 novembre 2007 – 6 gennaio 2008
(Testo dal catalogo “Gino Covili. Gli esclusi – 1973-1977)
Escluso. Esclusa. Esclusi. Nomi di facce sparute/sparite, etichette o brandelli di identità vissute senza comunità. Mani di cartone. Occhi scoloriti appesi ad essiccare. Non c’è giorno santificato a ricordare i nomi di questi volti che Gino Covili ha acchiappato nelle sue tele. Né Maria, né Giorgio, né Salvatore. Solo l’Escluso, un fuoriuscito dalla storia, con la benevolenza di una possibile desinenza o-a-i, per un genere mai esperito, per un’appartenenza mai rassicurata, per un’esistenza trascinata, nascosta e negata. Negata nei corpi, nei desideri, nei pensieri più intimi così come nelle pulsioni del quotidiano. Una condizione che spietatamente ci interroga, ci incalza, ci urla addosso e contro: occorrono pur sempre, nel nostro tempo ricodificato dalle ingegnerie virtuali, zavorre per tenerci ancorati nel nostro spicchio di mondo. La forza di gravità dei nostri sistemi di sicurezza si è rarefatta, sotto i colpi di maglio della “promessa garantita” del quarto d’ora di celebrità per ciascuno, surrogato maleodorante di una socialità rottamata per decreto negli sprofondi della storia.
Gli Esclusi del maestro Covili hanno i nostri occhi, odorano dell’umidità delle nostre cantine, hanno l’alito acre dei nostri giorni difficili, quando la difficoltà del vivere ci spinge a stenderci sotto la coperta dell’abbandono. Sono quel noi che avremmo potuto essere se... , quel noi che potremmo ancora essere se... Perché l’esclusione è prêt-à-porter, a misura di tutti, merce a buon mercato, prodotto della catena di montaggio dei percorsi di vita, della precarietà di esistenze/sussistenze che spinge alla mutevolezza e all’evanescenza. Che ci costringere a recitare a braccio. Senza ruoli, palcoscenici, copioni. Senza identità. Oggi questo, domani chissà...
Gli Esclusi sono tutti i corpi spezzati, corpi inflitti di colpa (come quelli dei carcerati), corpi clandestini (come quelli degli immigrati), corpi sconfitti (come quelli dei profughi), corpi flessibili (come quelli dei disoccupati), corpi senza più storia, ripiegati su se stessi. Perché la storia ha una logica, non si campa alla giornata. Non più uomini e donne con la libertà, gioia e dignità del vivere, ma corpi senza potere. Senza età esattamente come Gli Esclusi strappati al divenire da Covili, non certo nati già vecchi ma affaticati, consumati, dall’attrito stridente tra le energie necessarie per vivere e il desiderio di vivere. Ma oggi non ci sono più manicomi in cui immobilizzare i reietti della società: e allora il morbo si attacca alle nostre stesse carni. La depravazione e l’imputridimento li vediamo nello specchio ogni mattina. Siamo vittime del nostro stesso marchingegno. Nuovo tributo che il “mostro” dell’esclusione esige ogni giorno. Il manicomio di incomprensibili esistenze si dilata all’insieme del vivere sociale, moltiplicando esponenzialmente gli esclusi ma condannandoli a non riconoscersi e a non parlarsi.
Ecco perché una mostra su Gli Esclusi. Non I poveri e nemmeno I disoccupati. Ma Gli Esclusi.
L’uso delle parole certe volte è il problema. Questo insegna Covili. Le parole definiscono le circostanze in cui gli uomini conducono la propria esistenza, permettendo in tal modo di comprenderle ed elaborarle. Ma gli usi delle parole possono essere insidiosi ed occultare ciò che descrivono. I termini povertà e disoccupazione, declinati alla sola regola del reddito, finiscono così per essere un binomio troppo semplice per descrivere i circuiti perversi cui costringe la deprivazione, che non è solo deprivazione materiale ma innanzitutto sociale.
Ecco perché accogliamo con commozione e onore il lavoro dell’uomo e del maestro Covili, di una saggezza semplice e profonda, come la sua sensibilità.
Perché riflettere e lavorare e combattere per il lavoro e contro il sistema del lavoro ci ha insegnato a non esporci alle seduzioni delle soluzioni “usa e getta”. Quanti oggi sono impegnati sul terreno dei diritti non possono non interrogarsi a fondo sulla frizione tra necessità di garanzie e pericolo di relegare le popolazioni in nuovi recinti, appiccicare alle persone etichette attraverso l’inserimento in politiche frigidamente circoscritte “per i disoccupati”, “per i migranti”, “per i disabili”. Ad ogni problema la sua -presunta o solo evocata- soluzione. Una discriminazione positiva, certo, ma pur sempre una discriminazione. E la politica non può e non deve prestarsi alle deformazioni ed allo scempio pianificato della stigmatizzazione sociale. Fare politiche attive e indirizzarle a categorie deboli/svantaggiate della società è un dovere cui siamo chiamati per colmare il divario di opportunità. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che ciascuno di noi non è al riparo dalla minaccia di esclusione, a causa della precarizzazione progressiva delle condizioni generali di vita.
La lotta all’esclusione deve giocarsi sul piano preventivo, nel contrasto ai dilaganti fattori di deregolazione del mercato del lavoro. Le istituzioni non possono disinteressarsi dello sviluppo e lasciare in mano al mercato la distribuzione dei redditi e l’equità sociale.
L’utopia che la giustizia distributiva possa realizzarsi esclusivamente con politiche di sostegno, e che queste ultime possano risanare i conflitti sociali, è alla fine dei suoi giorni. Non basta una boccata di ossigeno per rendere gli uomini più solidali, per tessere la fitta trama delle reti sociali e della solidarietà. Certo, una donna/un uomo senza mezzi é una donna/un uomo senza libertà. Ma l’esclusione tracima sul terreno della marginalizzazione e della solitudine, e ineluttabilmente le reti della socialità passano attraverso la cruna del lavoro.
Più una persona resta al di fuori dei percorsi regolari di lavoro, più la sua capacità di relazione sociale si sclerotizza, si spreca, si estingue. Morte sociale e, sovente, fisica.
Ho il rammarico di non aver conosciuto di persona questo grande artista. Mi auguro che il nostro lavoro possa avvicinare quante più persone alla sua lirica e possa aiutare a cogliere che, pur nella gravosità e persino nella drammaticità delle vicende, esiste pur sempre un dover essere che ci spinge a non rassegnarsi allo stato di cose presente.
ENRICO MILANI
Assessore alle Politiche del Lavoro,
ai Centri per l’Impiego e
alla Formazione Professionale
Per ulteriori informazioni
www.ginocovili.com
www.coviliarte.com
Per il trentennale del ciclo “Gli esclusi” è stato allestito il Volume:
“GINO COVILI - GLI ESCLUSI 1973 - 1977”
Edito da Quodlibet, Roma, ottobre 2007.
Testi di:
1) Enrico Milani > Il catalogo degli esclusi.
2) Ciro Tarantino > I quadri sociali dell'esclusione. Gino Covili 1973-1977.
3) Robert Castel > Le nuove immagini dell'esclusione.
4) Loic Wacquant > La penalizzazione della povertà e l'ascesa del neo-liberismo.
5) Pierangelo Di Vittorio > L'anima oltre le sbarre.
La biopolitica dalla segregazione alla comunità terapeutica.
6) Maria Teresa Orengo > Gli "esclusi" di Gino Covili, dalla parte dei malati.
7) Gabriella Baldissera > La parola restituita. Gino Covili, colori e voci dell'esclusione.