Galleria Civica di Arte Contemporanea - Dettaglio evento

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Gillian Wearing - Family Monument

Dal venerdì 23 marzo 2007
al domenica 10 giugno 2007

Orari:
10.00/18.00 chiuso il lunedì
Gli artisti correlati Gillian Wearing

Comunicato stampa evento: Gillian Wearing - Family Monument

A cura di Fabio Cavallucci e Cristina Natalicchio

Quali caratteristiche ha la famiglia dei nostri giorni? Da quanti componenti è formata? Come vive? Che aspirazioni ha e come si prepara al futuro? E soprattutto, come può l’arte, sempre pronta a toccare gli ambiti più dibattuti dell’evoluzione della nostra società, porsi in relazione con un’entità oggi così varia e multiforme? È il tema che affronta l’artista britannica Gillian Wearing, che dal 24 marzo al 10 giugno 2007, presso la Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento, per la sua prima personale in un’istituzione pubblica italiana dedica a questa secolare istituzione un progetto specifico e inedito, Family Monument.
Il lavoro, un work in progress che coinvolgerà per alcuni mesi lo spazio espositivo della galleria e la realtà locale, mira a scegliere la famiglia trentina cui dedicare un monumento, e verrà sviluppato mediante una serie di candidature proposte attraverso la stampa regionale, sfruttando, ai fini della selezione, anche dei videodocumenti televisivi. Non si tratta però di una versione rivisitata della solita formula “reality show”, ma di una vera e propria opera d’arte, un progetto di ricerca che si insinua nell’articolata varietà delle famiglie contemporanee, osservate e valorizzate tanto nelle componenti demografiche, quanto nelle dinamiche di relazione interpersonale, per individuare, infine, il modello più aderente alla “famiglia tipo” dei nostri giorni. I vincitori saranno ritratti in un monumento in bronzo, che verrà eretto in uno spazio pubblico della città.
Gillian Wearing propone un lavoro basato su di un metodo di selezione empirico (a partire cioè da casi realmente esistenti, le singole famiglie) per ottenere un vincitore che rappresentanti una comunità specifica, quella trentina. Ecco allora che il monumento finale, pensato per durare in eterno, rivela l’ironia, e allo stesso tempo la malinconia di fondo su cui poggia l’intero progetto, mentre la carica simbolica che normalmente investe il soggetto rappresentato sfuma dietro l’estrema difficoltà di dare forma a un’entità tanto dinamica e complessa quanto la famiglia contemporanea.
Negli spazi della Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trentoper tutto il periodo previsto troverà spazio la documentazione del progetto in corso. Il monumento che immortalerà i vincitori, ideato dall’artista in un materiale classico, il bronzo, richiederà invece un periodo di realizzazione più lungo e verrà inaugurato nel mese di settembre 2007. Ad accompagnare il progetto sarà il n°18 di “Work. Art in progress”, che dedica ampio spazio all’artista e al suo lavoro.

GILLIAN WEARING - PROFILO

L’attività di Gillian Wearing si muove in campo antropologico, per mezzo di media quali video, fotografia e televisione attraverso cui smaschera gli stereotipi legati alla condizione umana, esplorandone la complessità, rivelandone i traumi e le emozioni e andando a toccare temi scottanti quali l’identità e l’autorappresentazione.
Nel 1992, ad esempio, l’artista realizza Signs That Say What You Want Them To Say And Not Signs That Say What Someone Else Wants You To Say (Cartelli che dicono quello che tu vuoi che dicano e non cartelli che dicono quello qualcun altro vuole che tu dica), in cui ferma alcune persone incontrate per la strada e chiede loro di scrivere una frase, qualsiasi cosa passi loro per la testa in quel preciso momento, su di un foglio di carta, ritraendoli quindi in una fotografia. Talvolta appare forte il contrasto tra come una persona appare e ciò che sta pensando, come il business man, vestito in modo sobrio ed elegante, che sceglie di scrivere “I’m desperate”. In altri casi la frase che ne esce è di una innocenza sconcertante, come quella della vecchina che, incrociata in un parco pubblico, candidamente afferma “I love Regent’s Park”.
Nel 1993 invece, con Take Your Top Off, Gillian Wearing si mette in gioco in prima persona, facendosi fotografare a letto con dei transessuali appena conosciuti, mentre nel 1996, con Sixty minute silence, coinvolge attraverso un video alcune dozzine di uomini e donne vestiti in uniforme poliziesca, facendoli posare, per 60 minuti, in una sorta di ritratto di gruppo. Proiettata su parete, l’opera domina un’intera stanza della Tate Gallery e i suoi soggetti, inizialmente immobili, rendono l’immagine assai simile ad una fotografia. In realtà, con il passare dei minuti, agli spettatori appaiono chiari alcuni impercettibili movimenti, che tradiscono la vera natura del lavoro: una sorta di test di resistenza, che riduce in cattività la tradizionale autorità rappresentata dalle uniformi e si trasforma in un commento sulla natura effimera del potere sociale. In Confess All On Video. Don’t worry You Will Be in Diguise. Intrigued? Call Gillian (Confessa tutto in video. Non preoccuparti, sarai mascherato. Incuriosito? Chiama Gillian), invece, l’artista raccoglie le scabrose confessioni di alcune persone mascherate, che proprio grazie a questo espediente, si sentono libere di confessare le cose più turpi o assurde relative alla loro vita passata o attuale. Anche il tema della famiglia, vero cuore del progetto trentino, trova già dei precedenti nell’opera dell’artista, ad esempio con Sasha and Mum, del 1996, in cui l’artista mette in scena un’aggressione avvenuta fra le mura domestiche, servendosi di attori e parti video e audio montate in loop, per esplorare il sottilissimo limite tra amore e odio, cura e oppressione, protezione e controllo. In 2 into 1, del 1997, invece, Gillian Wearing mette in scena uno dei suoi “cambi di identità” attraverso una madre e due figli che si scambiano la voce e le idee, riuscendo così a compenetrarsi e comprendersi maggiormente gli uni con gli altri. Questo genere di interazione/scambio prosegue anche con Album, 2003, in cui l’artista indossa delle maschere raffiguranti i rappresentanti più stretti della sua stessa famiglia, provando così in prima persona l’esperienza dell’immedesimazione. Nel 2006 infine, l’artista realizza Family History, un remake di The Family, produzione a metà fra fiction e documentario prodotto dalla BBC negli anni Settanta, incentrato sul tema della famiglia.
Nel 2006 l’artista partecipa alla Quarta Biennale di Berlino, nel 2004 a Manifesta 5, San Sebastian e alla Busan Biennale di Seoul, Korea, nel 2002 alla Biennale di Sao Paulo, Brasile, nel 2001 alla Biennale di Lione, nel 1999 alla Biennale di Istambul, nel 1995 a Campo, Biennale di Venezia. Nel 1997, infine, l’artista è stata insignita del prestigioso Turner Prize.

Inaugurazione venerdì 23 marzo 2007 ore 18.00

24 marzo - 10 giugno 2007