Miniature, santini e incisioni - Dalla collezione Walther Mazzoni
Oratorio di Santa Maria della Vita
Sede Via Clavature 8, Bologna 40124
Data di apertura venerdì 30 marzo 2007
Data di chiusura domenica 15 aprile 2007
Orari: Inaugurazione: venerdì 30 marzo 2007, alle ore 17.00
Periodo: dal 30 marzo al 15 aprile 2007
Orari: tutti i giorni, ore 10.00-12.00 / 15.00-18.00; chiuso il lunedì
Comunicato della mostra : Miniature, santini e incisioni - Dalla collezione Walther Mazzoni
Venerdì 30 Marzo 2007, alle ore 17
presso il Museo della Sanità e dell’Assistenza, Oratorio di Santa Maria della Vita
via Clavature 8 – Bologna
promossa da
Museo della Sanità e dell’Assistenza e Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
in collaborazione con
Comune di Pieve di Cento, Immobiliare Kamarpathos srl
Studio Zero 4 Architecture & Engineering
In esposizione oltre 150 pezzi di una raccolta di migliaia di santini, miniature e incisioni sacre, frutto della passione personale del maestro Walther Mazzoni. Una raccolta che gode di valore proprio, degli intenti educativi ed estroversi del suo autore, del merito di aver creato un circolo virtuoso in Africa.
Per molti anni il Maestro Walther Mazzoni ha raccolto come passione personale, migliaia e migliaia di santini, incisioni sacre e miniature, mentre ogni giorno lavorava come maestro nella scuola «G. Pascoli» cercando di allevare generazioni intere di bravi ragazzi, bravi cittadini. La sua raccolta di santini è stata messa a disposizione della famiglia e grazie all’intervento di un acquirente, è servita a finanziare una scuola che porta il suo nome, nella Repubblica Democratica del Congo. Attualmente la scuola Walther Mazzoni è in corso di costruzione e i lavori termineranno entro il mese di giugno 2007. Essa sorge a Malinda, località a sette chilometri dalle sede parrocchiale di Rungo e potrà accogliere 360 bambini provenienti da quattordici villaggi limitrofi.
Padre Mariano Prandi nell’autunno 2006 fu invitato da Valerio Gualandi, sindaco di San Giorgio di Piano e da don Luigi Lavagna, parroco di quella comunità, a tenere una relazione pubblica sulle condizioni sociali e politiche nella Repubblica Democratica del Congo, essendo da anni missionario comboniano e parroco di Rungo, nel Distretto di Haut-Uele. Fu in quella occasione che Vanni Mazzoni, anche a nome della madre Ermelinda Girometti e della sorella Luisa, gli diede la somma ricavata dalla cessione della raccolta di santini e stampe del padre.
La mostra esporrà i pezzi più interessanti e antichi di questa grande raccolta che avrà in futuro destinazione pubblica. Sarà possibile vederla poi a novembre a Pieve di Cento, in occasione della locale Mostra Nazionale del Santino.
Il catalogo a cura di Matteo Gehringer e Vanni Mazzoni, propone circa 70 esemplari, con presentazione di Graziano Campanini Direttore del Museo della Sanità e dell’Assistenza, testi di Matteo Gehringer sul significato religioso delle immagini sacre, Vanni Mazzoni in ricordo del padre Walther, e Padre Mariano Prandi comboniano.
Estrazione dal catalogo. Testo “Intimi ritagli di devozione e santità. Il santino nella devozione e nell’arte popolare” di Matteo Gehringer
[….] Dalla fine del Medioevo il santino è parte integrante della pratica religiosa e devozionale della Chiesa Cattolica. Le immagini che questi cinque secoli ci hanno trasmesso, formano un materiale ingente, prezioso e nel contempo appassionante per vari motivi, fra i quali il dato storico, artistico, socio culturale. (…) Il santino, oltre ad essere un vero e proprio raffinato gioiello d’arte per il raffinato tratto delle incisioni, delle acqueforti, dei bulini, nell’elaborato traforo dei canivet su pergamena, o dei più commerciali punzoni, nelle ricercate miniature e acquerellature, il santino è soprattutto un incontestato gioiello di traduzione in maniera figurata, dei più grandi e sublimi dogmi della fede. Tutto questo reso piacevole al senso della vista e del cuore, da racemi intricati e mirabilmente colorati dalle abili mani di claustrali che nel loro tempo libero si dedicavano a creare questi gioielli, vera preghiera manuale, o al tratto di famosi incisori, presenti anche in questa mostra come Voet, Gallè ecc, o i più nostrani come la stamperia Salvardi. In questa rosa di santini ve ne sono appunto alcuni eccezionali come quello con Gesù Bambino che pesca i cuori, o quella di un cuore incatenato ad una colomba in un paesaggio paradisiaco, metafora dell’anima santa che riposa in Dio. Questi santini usciti dal delicato pensiero di qualche nostro antenato, sono la dimostrazione concreta di cosa possa essere il rapporto con Dio. Sentimento e non sentimentalismo. […]
Intimi ritagli di devozione e santità
Il Santino nella devozione e nell’arte popolare
di Matteo Gehringer
Citazione
Fra il Golgota e il Taborre
L’agricola Divino
Pose l’armata torre;
A cui piantò vicino
Eletta vigna, e argentea fonte schiuse
Di siepi ardue la chiuse
A tutti quattro i lati,
Onde i furti, e gli aguati
D’insidiosi predator deluse.
Poi disse a Pier: la vigna mia tu guarda,
Germini e cresca oltre l’età più tarda.
Pellegrino Salandri 1723 – 1771
Il titolo di questi rapidi appunti – con quel certo po’ di sicumera che ogni intestazione ostenta per il fatto stesso di essere breve e compendiosa – e specialmente il lusso e il pur cospicuo numero delle tavole non devono ingannare il lettore provveduto. L’argomento, che qui si sfiora appena nella sue grandi linee, esigerebbe di essere trattato con quell’impegno di apparati documentari e scientifici che solo una dissertazione comporterebbe.
Né questa, era l’occasione come già d’altronde sapevo accettando l’invito a stendere alcune note sui santini.
Anche se l’invenzione del santino o della più casalinga immaginetta non fosse propriamente attribuibile al grande predicatore francescano, S.Bernardino da Siena, è tuttavia l’epoca sua e a quel determinato contesto religioso che bisogna far risalire la comparsa e la diffusione del santino.
Dalla fine del medioevo sino all’inizio del XX secolo il santino è parte integrante della pratica religiosa e devozionale della Chiesa Cattolica, (rimando i lettori alla questione dottrinale sulla venerazione delle immagini specialmente durante lo scisma luterano).
Le immagini che questi cinque secoli ci hanno trasmesso formano un materiale ingente e prezioso e nel contempo anche appassionante per svariati motivi, che non mi competono, ma e che elenco che sono propriamente: il dato storico, artistico, socioculturale ....
Sei italiani su dieci recitano giornalmente qualche preghiera, (è quanto emerge da un recente sondaggio demoscopico apparso su un noto quotidiano nazionale).
Queste pratiche devozionali non sono più, per la maggior parte dei fedeli, “supportate” dall’uso del santino, poiché questo non è più mezzo di diffusione della devozione e della pietà, legate indissolubilmente a un tipo di religiosità ormai scomparsa con le vecchie generazioni, abituate a usare i santini ricevuti, spesso, come unico tipo di dono da parte di parenti, padrini e dai buoni curati delle nostre terre. Di certo però questo tipo di religiosità non fu meno profonda e meno ricca di frutti di quanto lo sia la visione odierna.
Chissà quale risultato avrebbe dato un genere di sondaggio come quello da poco citato se fosse stato effettuato da qualche parroco del ‘700 - ‘800, momento di massimo splendore del santino, quando venendo distribuiti largamente, erano l’unico o quasi, mezzo a disposizione della Chiesa di raggiungere i suoi fedeli dai più dotti ai più semplici, dai più convinti ai più scettici, per istigare e accrescere la loro fede e la loro conoscenza della dottrina, nonché della storia sacra e dei momenti più salienti della vita di Cristo e di Maria S.S. e dei Santi.
Da qui si evince che il santino oltre ad essere un vero e proprio raffinato gioiello d’arte, (e questo lo sanno gli amanti e gli appassionati collezionisti) per il raffinato tratto delle incisioni, delle acqueforti, dei bulini, nell’elaborato traforo dei canivet su pergamena, o dei più “commerciali” punzoni, nelle ricercate miniature e acquarellature, ma specialmente il santino è anche un incontestato gioiello di traduzione in maniera figurata, in immagine per intenderci, dei più grandi e sublimi dogmi della nostra fede e delle agiografie tratte per la maggioranza dai vangeli detti apocrifi, o dalla famosissima Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. Tutto questo reso piacevole al senso della vista e del cuore da racemi intricati e mirabilmente colorati dalle abili mani di claustrali che nel loro “tempo libero” si dedicavano a creare questi gioielli, vera preghiera manuale, o al tratto di famosi incisori, presenti anche in questa mostra come Voet, Gallè ecc. o i più nostrani come la stamperia del Salvardi.
Indubbio è dunque il valore artistico e venale del santino antico da collezione, che qui spazia da una lettera miniata del 400 alle cromolitografie con la preghiera dei soldati della seconda guerra mondiale, ma altrettanto indubbio è il loro valore da un punto di vista della fede e della devozione.
Se le raffigurazioni dei vari santi, e il santino è il luogo naturale dove accoglierli, lo dice il nome stesso, si ripetono spesso nell’iconografia tradizionale, (Sant’Antonio Abate con il maialino, San Luigi Gonzaga con il giglio e la corona, San Sebastiano con le frecce del martirio conficcate nella carne e altri) nei santini di questa sostanziosa collezione che non tutta è presente, molti di questi presentano elementi non sempre legati al linguaggio codificato della agiografia tradizionale, ma molti contengono metafore spirituali che denotano una grande profondità mistica e una grande fantasia descrittiva, basti pensare a mettere su immagine la devozione del Sacratissimo Cuore di Gesù, dove alle classiche raffigurazioni del Cristo con il cuore in mano spesso tratte dal Batoni si accostano ingenui disegni che però non sminuiscono la grandezza di questa sublime realtà di fede, anzi la fanno diventare parte integrante del nostro intimo, la rendono nostra.
In questa rosa di santini ve ne sono appunto alcuni eccezionali come quella con Gesù Bambino che pesca con i cuori o quella di un cuore incatenato ad una colomba in un paesaggio paradisiaco, metafora dell’anima santa che riposa in Dio. Questi santini usciti dal delicato pensiero di qualche nostro antenato sono la dimostrazione concreta di cosa possa essere il rapporto con Dio. Badate bene: sentimento e non sentimentalismo!
Questi santini venivano visti un po’ come reliquie, o perché provenivano da insigni santuari o perché erano stati a contatto con qualche immagine taumaturga spesso raffiguratavi come è il caso dei santini di S.Filomena dove non avendo una raffigurazione dal vivo viene sempre raffigurata nell’urna dove è conservato il corpo.
Servivano a scongiurare vari episodi nefasti della vita come accadeva, al tempo delle epidemie, dove veniva associata la peste a S.Rocco e in seguito a S.Carlo Borromeo, è quindi facile evincere il procacciamento da parte dei fedeli di immagini di questi santi da poter tenere con sé, citiamo ancora S.Pellegrino per i viandanti, dove il viaggio era fatto a piedi o in carrozza e dove serviva sì l’intercessione del santo in un’epoca, non molto lontana, dove i pericoli erano compagni di viaggio dei viandanti sulle vie di transito.Da qui la nascita anche di vari oratori disseminati per i paesi e le campagne e il fiorire in epoca post-tridentina di confraternite laicali intitolate e votate alla venerazione e conservazione di queste o quelle devozioni, spesso legate al ciclo della vita e della terra.
Nell’ottocento il santino cambia fine. Mutata la destinazione: non per i muri di casa o gli stipiti delle stalle, ma per i frontespizi di libri di devozioni quali ad esempio, la famosa e universale Filotea del Riva, compendio di tutte le pratiche da farsi del buon cristiano o ancora per i santini delle ordinazioni delle prime comunioni. Così il commercio s’ingrossa sminuendo il valore artistico dei santini facendone un oggetto di commercio per venditori e santuari e non più memoria di una grazia chiesta o ricordo di qualche parente pellegrino a qualche santuario lontano.
In questo nostro secolo il dono di un santino fa sorridere i più, che sono meglio disposti a buste con lauti contenuti in ben più interessanti tipi di materiali che non le banali cromolitografie o le più ricercate pergamene. Men che meno a nessuno nell’epoca del digitale interessa “crearsi” il santino ricordo di qualche gita o pellegrinaggio, più facile la fotografia, il dvd ecc..
Rimane comunque la vicinanza dei nostri amati protettori che vegliano sulla nostra vita, e spero, scopo di questa mostra, che non solo i collezionisti inveterati, ma anche i non addetti ai lavori si avvicinino a quest’arte minore che, più che arte dell’effimero è arte al servizio della salvezza dell’uomo che ha bisogno di riscoprire coloro che meglio di tutti hanno seguito il Divin redentore sulla via dell’evangelo, i Santi!.
Le passioni di mio padre, un collezionista
Mio nonno Giovanni era un uomo estroso: quando gli nacque il figlio maschio lo chiamò, memore dei suoi giovanili soggiorni in Germania, Walther, col «th», cosa che fece avere alcune grane a mio padre quando, verso i cinquant’anni, se ne accorse e dovette rifare tutti i documenti. Soprattutto il nonno aveva già deciso, al momento stesso della nascita, che il suo erede maschio aveva tre possibilità: avrebbe fatto il liutaio, oppure il biliardiere o l’impagliatore di uccelli. Così, al termine delle elementari a undici anni, Walther Mazzoni divenne garzone di un biliardiere che aveva casa in Vicolo della Castellata e bottega in Via Rialto. Furono anni che mio padre ricordava con rabbia, perché la giornata iniziava alle sei con l’accensione della stufa e la preparazione del caffè in casa del padrone e finiva solo quando il titolare rientrava in bottega, a volte anche a mezzanotte. Eppure quando parlava di quell’artigiano l’ammirazione superava ogni altro sentimento: aveva visto come da assi di legno stagionato, lastre d’ardesia, panno verde egli «creava» un biliardo, compresa l’intagliatura di figure mostruose o mitologiche sulle gambe. Da allora mio padre ebbe il culto della precisione, della pazienza, della moralità del lavoro ben fatto; e un rispetto immenso per chi usa le mani come strumenti al servizio del cervello e della fantasia.
A vent’anni disse basta con quella vita: ricominciò a studiare; con quello che guadagnava cambiando il panno logoro o strappato di due o tre biliardi in un mese si manteneva e comprava i libri. Mio padre fu dunque un autodidatta, cosa di non poco conto che gli lasciò in dote una marcata insofferenza per chi dice «Non ce la posso fare» e, soprattutto, un grande amore per i libri e la lettura. In poco tempo riuscì a prendere il diploma magistrale, ma non voleva fermarsi: acquistò il vocabolario e alcuni libri di greco (che ho poi avuto tra le mani io), perché intendeva arrivare alla maturità classica e quindi andare all’università. Un esaurimento nervoso, una volta si chiamava così, lo bloccò e rimase maestro. Per trovare lavoro cominciò ad insegnare in Istria, nelle scuole di quella che si definiva l’«Italia Redenta»; là conobbe mia madre, anche lei maestra. Si sposarono nel ’40 e vennero trasferiti a Forlì, dove nascemmo mia sorella ed io. Finalmente nel 1948 i miei ebbero il posto a Bologna e mio padre giunse alla scuole «G. Pascoli», a due passi da casa, dove continuò ad insegnare fino a quando andò in pensione nel 1976, dopo 42 anni di servizio. Lì diventò «il maestro Mazzoni», conosciuto da tutti da Via Santo Stefano fino alle ville signorili di Via Putti e Via delle Rose, il territorio da cui provenivano gli scolari delle «Pascoli». Era maestro nell’animo, perché vedeva nei bambini soprattutto delle speranze di future esistenze, diverse fra loro ma tutte con un senso, e sapeva che il suo lavoro era quello di aiutarli a migliorare.
Aveva fama di essere severo, probabilmente lo era, ma alla stessa maniera col figlio del professionista e con quello dell’immigrato meridionale; tuttavia io ricordo anche di aver sentito uscire spesso dalla classe di mio padre (io stavo in quella accanto) scoppi di risate generali e voci allegre. Affezionarsi e voler bene a dei bambini con i quali si passano assieme degli anni è una cosa normale; penso che tutti i maestri lo facciano; quello che forse non era normale è che mio padre veniva fermato per strada da molti che erano stati suoi alunni venti o trent’anni prima: veniva ancora ringraziato per quello che aveva saputo dare loro. Alcuni fecero di tutto per iscrivere i propri figli nelle classi del «maestro Mazzoni».
Sostanzialmente era rimasto un artigiano: il bimbo che gli veniva affidato era la materia sulla quale interveniva per giungere al prodotto finito; e dell’artigiano conservò sempre la meticolosità: in famiglia ricordiamo come la sera, ogni sera, accendesse la sua lampada da tavolo e si dedicasse alla correzione dei quaderni che tutti i giorni portava a casa, perché i «ragazzi» avevano sempre scritto qualcosa e risolto qualche problema di aritmetica e geometria. Non stava zitto, però, perché nell’assegnare i voti manifestava la sua soddisfazione, quando vedeva che finalmente un bimbo era riuscito a superare la difficoltà che l’aveva bloccato fino al giorno prima, oppure la delusione per un fallimento. Finita la correzione cominciava a scrivere su di un grosso quaderno a quadretti, acquistato nuovo ad ogni inizio d’anno scolastico, quella che lui chiamava la «preparazione», vale a dire programmava ciò che avrebbe fatto a scuola il giorno successivo: spiegazioni e lezioni delle singole materie, esercizi, problemi, titoli di temi, interrogazioni, ecc., con la corrispondente indicazione degli orari di inizio e fine delle varie attività. Era l’artigiano che prepara la borsa degli attrezzi che serviranno per il lavoro del giorno dopo. E poi il trionfo dell’artigianato: ogni programma di giornata veniva concluso con l’invenzione di un «bordino»; si trattava di disegni geometrici colorati fatti di archi e di segmenti variamente intrecciati su due o tre righe del quaderno, ogni giorno diversi. La mattina mio padre entrava in classe una mezz’ora prima dell’inizio delle lezioni e copiava sulla lavagna il «bordino» inventato la sera prima e i ragazzi l’avrebbero poi riprodotto sui loro quaderni per abituarsi all’ordine e acquisire una certa manualità. In casa nostra abbiamo ancora pacchi di questi quaderni con centinaia di «bordini».
Mio padre si interessava di arte; fin da piccoli mia sorella ed io siamo stati portati per musei e chiese e a volte si facevano gite di uno o due giorni (le finanze familiari non permettevano di più) per visitare Firenze, Mantova, Ravenna e altre città raggiungibili in treno. La sua preparazione era limitata, probabilmente risaliva agli anni dei suoi studi ed era infarcita di quei luoghi comuni che oggi non sono più praticati, che il barocco è una degenerazione del Rinascimento, che fino al Quattrocento non si conosceva la prospettiva, ecc. Soprattutto amava leggere e rileggere libri che erano già datati ai suoi tempi e, da maestro, non sopportava la scrittura dei critici più aggiornati che usavano una prosa contorta e piena di tecnicismi; si rifugiava quindi tra le amate pagine di Berenson e soprattutto di Piero Bargellini per il quale nutriva una venerazione, ancor più accesa da quando scoperse che era stato un maestro: ogni tanto mi chiamava, entusiasta mi leggeva alcuni passi e mi diceva: «Senti che toscano purissimo! Com’è chiaro! Si vede proprio che era un maestro!». Non credo che mio padre si sia mai cimentato con la prosa di un Arcangeli e tanto meno di un Bonito Oliva, ma sono sicuro che non sarebbe riuscito a leggerli senza riempire le pagine di segnacci blu, di punti interrogativi e insulti scritti a margine di fronte a sintassi tanto precarie. Quando cominciai a studiare storia dell’arte al liceo cercai varie volte di dirgli che ciò che leggeva aveva uno scarso o nullo valore scientifico, ma questo non intaccò le sue sicurezze: se uno scrive male e non si fa capire è perché non ha chiaro ciò che vuole dire e molto probabilmente ha in testa delle stupidaggini.
Un’idea che gli si era radicata in testa era che i pittori «fino a Giotto» si caratterizzassero per una sorta di immediatezza comunicativa; di fronte alle tavolette di Vitale della Pinacoteca di Bologna andava in sollucchero per l’«ingenuità» con cui venivano rappresentati gli spruzzi di sangue che zampillavano dal Cristo in croce e le movenze drammatiche di personaggi, per il fondo oro che stabiliva una semplice equazione fra materiale prezioso e sacralità. Tutto questo corrispondeva all’idea di religione di mio padre, che nutriva forti riserve per le istituzioni religiose, ma riconosceva la funzione storica e sociale del cristianesimo e considerava la Bibbia e le storie dei santi come strumenti per comunicare alle masse buoni principi e norme utili e consolatorie. E qui occorre ricordare uno dei punti fermi nella sua vita, l’immensa ammirazione per la figura di San Francesco. Ancora una volta in questo culto facevano spicco i valori della semplicità, della bontà, della prevalenza degli aspetti spirituali ed intellettuali dell’uomo su quelli materiali ed economici. Si mise a raccogliere tutte le opere di San Francesco in diverse edizioni, più o meno rare e quelle di autori francescani; lesse anche alcuni libri sulle vicende dell’ordine, ricavandone l’idea che il messaggio originale era stato presto edulcorato o tradito. Punto di riferimento rimase per lui la bella biografia del santo del Sabatier. Andò più e più volte da solo e altrettante con noi nei luoghi francescani: Assisi, la Verna, Gubbio, Spello, i conventi dell’alto Lazio: era per lui un modo di riappacificarsi col mondo. La sua passione? I Fioretti. Era prevedibile, perché vi ritrovava quella miscela di semplicità, ingenuità, chiarezza e lingua toscana che costituivano per lui una gioia ed una soddisfazione complete. Quante volte l’abbiamo visto leggere e rileggere quel volume illustrato con alcune xilografie.
Ormai adulto ebbi l’occasione di fare qualche ricerca sulla letteratura francescana; ne parlavamo, ma io non ero più il ragazzino un po’ presuntuoso e la conflittualità adolescenziale col padre era da tempo finita, perciò cercavo di trasmettergli sì alcune precauzioni filologiche come correttivo alla sua lettura ingenua, ma senza rovinargli quel bene per lui prezioso. Negli ultimi giorni della sua vita, quando soffriva nel letto e voleva sempre qualcuno accanto che gli parlasse, mia moglie Lia ebbe l’idea di leggergli qualcosa e mio padre scelse i Fioretti; stava ad occhi chiusi ad ascoltare, sembrava che riposasse, ma quando Lia arrivava ai passi salienti lui, con voce faticosa e flebile la anticipava e diceva lui le parole che aveva imparate …scrivi, frate Leone, che quivi è perfetta letizia.
E San Francesco ebbe il primato anche nella raccolta di santini e di stampe devozionali che mio padre aveva iniziato fin dagli anni ’50. Ancora una volta la molla che fece scattare l’interesse fu l’ammirazione per l’abilità degli incisori: un lavoro in cui l’artista non può sbagliare, la mano deve essere ferma nel trasferire sulla lastra il disegno, la capacità di disegnare si deve unire ad una tecnica perfetta e ad una precisione assoluta, pena un risultato mediocre o difettoso. Le tecniche più amate erano, ovviamente, l’incisione a bulino e l’acquaforte, ma col tempo cominciò ad apprezzare anche la litografia (che difficoltà fare quella a più colori!) e le altre tecniche come l’acquatinta, e trovava molto belli i libri illustrati con xilografie. All’inizio le raccolte di piccole stampe, illustrazioni di libri che qualcuno aveva ritagliato e di santini si arricchirono notevolmente; erano anni che quella roba non la voleva nessuno.
Alcuni antiquari, amici di mio padre, tornavano a Bologna, da Londra o da altre città dove si tenevano le aste, con rotoli di stampe che si acquistavano un po’ al buio, tanto se in mezzo si trovava anche un solo pezzo di discreta qualità il guadagno era assicurato. Dentro a questi rotoli si trovavano spesso quelle piccole stampe devozionali, illustrazioni, santini che venivano ceduti a mio padre per poche lire e spesso regalati. Un’altra fonte di approvvigionamento erano i frati (francescani, naturalmente!) e i preti che, sollecitati, rovistavano negli angoli abbandonati delle sacrestie e delle canoniche e scoprivano quelli che mio padre considerava piccoli tesori. Parallelamente la sua biblioteca si arricchiva di libri sulle varie tecniche e di alcuni strumenti necessari per il collezionista di stampe, come le Notizie storiche degli intagliatori del Gandellini; una delle sue passioni erano i volumi di Cesare Ratta, che continuava a sfogliare, lanciando ogni volta esclamazioni di ammirazione per alcuni artisti. Spesso mi convocava nel suo studiolo per farmi vedere qualche pezzo interessante, per magnificarmi la bravura di qualcuno, per spiegarmi le tecniche, ecc. Cercava insomma di coinvolgermi, ma restava un po’ deluso del mio modesto entusiasmo; d’altra parte la mia bravissima insegnante di storia dell’arte del liceo mi stava facendo innamorare di Picasso, Klee e Kandinskij, e non avevo certo tempo da perdere dietro alle «arti minori». I santini poi, quelli non li capivo proprio; vivevo allora nel fuoco della mia personale rivolta e quelle immaginette mi apparivano come prodotti deteriori di una religione oppio dei popoli. Invece mio padre, proprio attraverso i santini, recuperava il sapore, il gusto di una religiosità popolare, quindi genuina, semplice, che metteva le cose a posto: Santa Lucia per la vista, Sant’Antonio Abate per la salute degli animali, Sant’Antonio da Padova per ritrovare le cose che uno ha perduto, Sant’Apollonia per i denti, ecc. Sapeva benissimo che dietro la diffusione dei santini c’era un’industria fiorente, un vero business; tanto è vero che molte stamperie di paesi protestanti non si peritavano di produrre migliaia e migliaia di immaginette di santi e madonne. Tuttavia a lui interessava, come al solito, l’aspetto artigianale del prodotto, ed anche la sua funzione culturale; la dottrina fissata nel Concilio di Trento, con evidenti sfumature anti-protestanti, fu diffusa tra la gente cattolica non solo attraverso i libri, le pale d’altare, i grandiosi cicli di affreschi, ma anche con l’umile ed immediato strumento del santino.
La storia di queste immagini è un contributo, certo marginale, ma meno irrilevante di quel che si creda, alla più vasta storia della cultura; si vede, nel passaggio fra le varie epoche, che alcuni santi emergono ed altri invece scendono nella mappa della diffusione delle immagini, probabilmente anche in relazione al lento passaggio da una società agricola ad una industriale.
Quando nel corso del Settecento la Chiesa cattolica inventò il culto del Sacro Cuore di Gesù, in funzione di argine al razionalismo illuminista e alle idee rivoluzionarie francesi, il santino ne promosse la diffusione e il successo. Spesso le preghiere stampate sul retro si presentano come preghiere del contadino o dell’operaio e trasmettono, in maniera semplificata ed efficace, gli ideali interclassisti e cooperativi che la dottrina sociale della Chiesa aveva promulgato nella Rerum novarum di Leone XIII nel 1891, in contrapposizione alla crescente influenza del socialismo marxista sulle masse popolari. Anche quando la «Patria» chiamava i suoi figli alle armi il santino forniva la preghiera specifica del soldato, del marinaio, dell’alpino e l’immagine dava la sicurezza che Gesù, la Madonna e i vari santi si schieravano a fianco dei combattenti e nutrivano una protettiva comprensione per i giusti scopi della guerra.
Mio padre era particolarmente affezionato ad una parte della sua collezione, quella dei santini in cui l’immagine è contornata da veri pizzi, ottenuti traforando la carta minutamente e pressandola per ottenere il rilievo. In genere opera di suore, essi hanno dentro di sé una doppia quantità di devozione: quella rappresentata dalle finalità religiose e quella del lavoro dedicato a Dio, attraverso la pratica della pazienza e l’abilità manuale che però non impediscono la preghiera.
Negli ultimi anni l’arricchimento della raccolta rallentò: i santini erano diventati di moda, erano sorte riviste specializzate, si moltiplicavano le mostre, nessuno regalava più niente e i prezzi di mercato erano saliti tanto che mio padre non poteva più permettersi se non rari acquisti. Amici e parenti, di ritorno da viaggi e vacanze, portavano alcuni pezzi comprati in mercatini; venivano ringraziati, nulla era buttato, ma lui, in separata sede, mi diceva, con un’aria tra la commiserazione e la tristezza, «Fotolito!»: era la fine di quell’artigianato che rende divine e sante le mani che lavorano.
Il maestro Mazzoni morì nel settembre del 2001. Mia madre, mia sorella ed io ci trovammo ad avere, tra i tanti ricordi e rimpianti che mio padre ci ha lasciato, anche questa vasta collezione di santini. Venderla ci sembrava un’offesa a chi aveva passato tanto tempo nel raccoglierla, osservarla, curarla, a chi da essa aveva tratto gioia, sollecitazioni intellettuali, nutrimento culturale. Intanto un piccola parte della raccolta viene messa in mostra: si tratta di una soddisfazione grande, perché mio padre era stato più volte sollecitato a fare qualcosa del genere, ma varie circostanze e la sua ritrosia a chiedere e cercare aiuto anche per realizzare un sogno ne impedirono la realizzazione. Vincenzo Casella, una volta mio studente all’Istituto «Pacinotti» ed ora amico prezioso e vulcanica fonte di idee, ha poi avuto un’intuizione che ci ha subito entusiasmato: i santini di mio padre diventeranno una scuola a lui intitolata. Se ne occuperà Padre Mariano Prandi che svolge la sua missione in Congo.
È una vera consolazione per noi familiari, e sicuramente per tutti quelli che hanno conosciuto il maestro Mazzoni, sapere che grazie a lui e alla sua passione altri bimbi siederanno sui banchi di una scuola, perché le loro menti si aprano e i loro occhi siano più sorridenti.
Vanni Mazzoni
LA MOSTRA RIMARRA’ APERTA FINO AL 15 APRILE 2007
TUTTI I GIORNI, ESCLUSO LUNEDI’
ORARIO DI VISITA: 10 - 12 e 15 -18
Informazioni:
Museo della Sanità e dell’Assistenza
Via Clavature 8 – 40124 Bologna
Tel. 051/23.02.60 – Tel/Fax 051/65.69.777