Andrew Lichtenstein ha documentato attraverso i funerali delle vittime della guerra in Iraq, il sacrificio dei militari americani e il dolore delle loro famiglie. Ha partecipato per tre anni a funerali di giovani soldati mai più ritornati alle loro case e ai loro familiari, per confermare un’idea che aveva da sempre: la guerra porta con sé un inestimabile sacrificio umano che non può e non deve essere ignorato. In una guerra, accanto alle ragioni di Stato vivono quelle personali di chi con dolore e rimpianto subisce un’inaccetabile perdita. Questo lavoro fotografico fa riflettere su quanto tutto ciò sia ingiusto, su come la guerra provochi inutili ed inevitabili sofferenze, e mostra l’insensatezza di ogni patriottismo.
Inaugurazione: lunedì 22 ottobre 2007 alle ore 18,30
Galleria Grazia Neri, via Maroncelli 14, Milano
Andrew Lichtenstein sarà presente all’inaugurazione e firmerà le copie del libro delle Edizioni Charta
ingresso libero
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NEVER COMING HOME
Ho assistito per la prima volta a un funerale militare nel novembre del 2003.
Un giornale locale aveva scritto che Jacob Fletcher, un soldato ventottenne di Long Island, sarebbe stato seppellito con gli onori militari nel cimitero nazionale di Pine Lawn. Centinaia di soldati americani erano già morti in Iraq; ero profondamente convinto del fatto che il loro sacrificio fosse importante, che le loro morti non dovessero essere ignorate.
La cerimonia in sé fu breve. Un trombettiere ha intonato il silenzio, una guardia d’onore di sette soldati ha sparato in aria tre scariche di fucile, ventun colpi di saluto, e la bandiera americana che copriva il feretro è stata ripiegata con cura e consegnata alla famiglia di Jacob. Un funerale militare dà l’impressione di essere stato pensato durante la guerra, sotto il fuoco, al cimitero tutto si svolge in circa otto minuti.
Nonostante la tristezza e il dolore attorno a me, ho apprezzato la semplicità e la bellezza della cerimonia. In quel periodo le morti dei soldati in Iraq non venivano ancora raccontate dai media nazionali. E’ stato lì, accanto alla terra appena smossa della tomba del soldato Fletcher, che mi sono reso conto che per me non si trattava più solo di una storia. Era un compito che dovevo svolgere, una possibilità di essere testimone.
Nella primavera del 2004, US News and World Report ha acconsentito a finanziare le mie spese di viaggio per partecipare a dieci funerali in diversi stati. Dato che le cerimonie erano brevi, e in un certo senso anche simili fra loro, sentivo che era importante aggiungere la differenza geografica. Ogni buon fotografo è anche paesaggista: questo viaggio significava per me una riscoperta del mio pease attraverso un percorso determinato dalla sofferenza e dalla morte. Così una settimana andai nelle grandi pianure del Nebraska, quella dopo nel deserto del sud dell’Arizona, poi fra i terreni lottizzati della Florida centrale.
Avevo torto. Non importa quanto standardizzato sia il cerimoniale di ogni funerale militare, non ce ne sono due uguali. Nella contea di Berk, nel Massachusetts occidentale, la polizia locale aveva chiuso tutte le vie al traffico locale tranne che per i partecipanti al funerale. In Arkansas il padre di un ragazzo che aveva dato via tutti i suoi beni più cari prima di partire per la guerra, sapendo che non sarebbe più tornato, mi invitò dopo il funerale per un barbecue in ricordo del figlio.
Non sentendomi a mio agio, non volendo offendere nessuno né essere un intruso, e ricordandomi sempre che le persone che vengono sepolte sono molto più importanti rispetto a una foto in più per un saggio fotografico, ci sono stati funerali ai quali non ho nemmeno estratto la macchina fotografica dalla borsa. E poi ce ne sono stati altri in cui sono stato una sorta di fotografo ufficiale, mandando poi le immagini per e-mail agli amici e ai familiari dei soldati. Il rapporto con la morte è diverso da persona a persona.
Per questo libro, dall’autunno del 2003 alla fine del 2006 ho partecipato a cinquanta o sessanta funerali, non so esattamente, non ho tenuto il conto. Alcuni sostenevano con tutto il loro cuore la guerra e l’amministrazione Bush che l’aveva iniziata. Una minoranza era arrabbiata col governo. Ma per la maggior parte di loro la morte del proprio caro era un fatto profondamente personale, al di là della politica. E’ da queste famiglie che ho imparato di più. Mi hanno aiutato a mostrare quello che davvero avevano perso, l’incredibile, inestimabile sacrificio umano della guerra.
Andrew Lichtenstein, dall’introduzione del libro “Never Coming Home”, Edizioni Charta
Le ragioni per cui ho scelto di esporre
‘NEVER COMING HOME’
di Andrew Lichtenstein
La mia galleria compie 10 anni tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2008.
È sempre stata una galleria legata al reportage, attenta ai cambiamenti tecnologici e ai nuovi linguaggi della comunicazione fotogiornalistica. Una galleria sperimentale. Ispirata da scelte personali e talvolta coraggiose.
La mia agenzia di anni ne compie 40.
Tra tanti fotografi che hanno documentato o stanno documentando la follia della guerra ho scelto senza esitazione Andrew Lichtenstein. La sua proposta di esporre il proprio reportage sui soldati americani morti in Iraq, composto da foto minimaliste ma di un’onestà sorprendente, l’aver conosciuto il suo lavoro attraverso Jocelyne Benzakin (qualcuno che ha saputo creare fotografi impegnati a documentare la storia), il mio impegno, alla nascita dell’agenzia, nella diffusione di immagini legate alla guerra in Vietnam quali presa di coscienza collettiva dell’assurdità di quel conflitto, mi hanno orientata nella scelta di offrire ancora una volta una riflessione sul dolore, attraverso un lavoro umile e onesto.
Andrew racconta: “Per questo libro, dall’autunno del 2003 alla fine del 2006 ho partecipato a cinquanta o sessanta funerali, non so esattamente, non ho tenuto il conto. Alcuni sostenevano con tutto il loro cuore la guerra e l’amministrazione Bush che l’aveva iniziata. Una minoranza era arrabbiata col governo. Ma per la maggior parte di loro la morte del proprio caro era un fatto profondamente personale, al di là della politica. È da queste famiglie che ho imparato di più. Mi hanno aiutato a mostrare quello che davvero avevano perso, l’incredibile, inestimabile sacrificio umano della guerra.”
Mi auguro che chiunque veda la mostra possa esprimere dentro di sé un proprio giudizio sulla guerra. Non si può cambiare la Storia, ma si può richiamare l’attenzione sull’inutile dolore che scaturisce dalle guerre e sulle vite che a causa di esse vengono sprecate.
Grazia Neri