Amedeo modigliani, disegni ed acquerelli
Dal giovedì 26 settembre 2002
al sabato 12 ottobre 2002
Comunicato stampa evento: Amedeo modigliani, disegni ed acquerelli
Si aprirà alla Farsettiarte di Milano, il prossimo 26 settembre la mostra di disegni “AMEDEO MODIGLIANI, DISEGNI E ACQUERELLI”, che vedrà esposte 35 opere del celebre artista livornese realizzate tra il 1906 ed il 1920 e provenienti da collezioni private.
Tratti dai rari taccuini rimasti ci sono anche due piccoli disegni che Modigliani faceva di notte nei bistrot, ritraendo vari personaggi per un bicchiere di Pernod. Non sono firmati ma recano la scritta dessin à boire. La maggior parte di questi disegni venivano poi distrutti non appena l’effigiato lasciava il locale.
“L’arte del disegno non deve perire, la sua fine significherebbe la fine dell’arte stessa”. Così scriveva Modigliani nel 1902, una frase che racchiude l’importanza del disegno per l’artista stesso e con questa frase Osvaldo Patani, curatore del catalogo e della rassegna, apre il suo saggio ”Modigliani e l’arte dell’anima”:
“Modigliani chiude la sua drammatica vita a trentasei anni; le sue opere frementi di un segno che diventa luce sono l’orgoglio dell’arte del ritratto e pongono la nostra epoca accanto a quelle di maggior prestigio, dal Fayyum al gotico internazionale, dai fiamminghi a Raffaello.
Picasso muore dopo aver divorato i suoi giorni, senza staccare mai da un lavoro che con la vita si confondeva tanto da non potersi distinguere negli umori e nelle impennate inventive; fino all’ultimo i suoi occhi, le sue mani trovarono nel disegno il supremo disordine di una forma che con lui si identificava. La chiave dell’arte di Picasso sta proprio in quel suo disegnare, in quel suo scavare con il segno per far affiorare la forma.
Anche Matisse che amava il colore dei fiori e il disegno a filo continuo, lussuoso e calmo, ha lavorato finché l’età da febbre alta glielo ha consentito, lasciando del suo ineguagliabile intelletto che prendeva energie da Oriente e da Occidente, una traccia ininterrotta, dando fiori e frutti come in una eterna primavera.
Modigliani, Picasso, Matisse. Campioni dell’arte del secolo che appena abbiamo lasciato e ancora alita sulle nostre preferenze, non è facile staccarsi da un sogno. Ci hanno aperto la mente con modi nuovi di intendere l’arte del disegno.
Da Mario Sironi, un altro grande del Novecento, udii queste parole: «La cosa più bella per un artista è disegnare». I disegni non hanno età. Un bel disegno è come una buona poesia per gli occhi. Modigliani aveva occhi bene aperti sul soggetto, guardava e insieme penetrava le sue ansie, i desideri, la malinconia, consentiva ordine grafico alle strutture interiori, apriva magnifiche stanze umane, dava intensità allo stupore.
Quando dispiegava il disegno le sue mani erano l’occhio stesso del suo essere creativo, la traccia della matita, della penna, era una sorta di musica, di filo melodico che si manifestava con linee filanti e minutamente sensibili. Un suo disegno ha dentro vene che pulsano e nervi, è un segnale amoroso o amichevole, è rarefatto di solitudine o pervaso di simboli, un campo di immagini rare, di ineffabili sensazioni.
Il disegno di Modigliani ha uno svolgimento sintetico con una sua sintassi e un lessico asciutto, pieno di forza rattenuta. Questa sintassi scandita nel segno costituisce la spina dorsale di una pittura essenziale insieme e ricca. Ogni segno in lui è geniale, persino quando traccia un nome o firma un foglio si percepisce un senso di bellezza decorativa, la semplicità diventa il fiore dei sensi.
Quanto mai legittimo per Modigliani parlare di arte del disegno, il disegno per lui è un’arte a sé stante, non un mero preliminare alla pittura. Si può parlare per il grande livornese di disegno come arte dell’anima, qualcosa che valica il sensibile e penetra nell’indefinito, la materia perde gravità, l’ovale galleggia nell’infinito. Nel foglio disegnato la figura umana abita come nel primo giorno della creazione, è sul punto di sciogliersi in luce.
Qualcosa che è ritratto e che va oltre il ritratto: gli amici che vivono nelle sue carte, sulle sue tele hanno una sorta di immortalità; popolano la nostra fantasia affacciati da un mondo ideale, restano immutati come arabeschi celesti. Eppure sono stati personaggi veri, hanno fatto parte di quel mondo magico che era la città di Parigi, la corte miracolosa delle arti.
Per Albert Camus i disegni di Modigliani «sono l’espressione più alta e libera dell’artista». Anche Federico Zeri a proposito del «pittore dei colli lunghi», come chiamava Modigliani, mi disse di «preferire le sculture e in modo particolare i disegni per la loro spontaneità, la forte intensità espressiva, l’eleganza del segno profumato di secoli andati, pur nella loro modernità».
In taluni fogli ispirati alle cariatidi Modigliani trattava il disegno come Stravinskij trattava un tema musicale, variandolo, modellandolo, ripetendolo con segni precisi e veloci secondo un libero concetto estetico, un’immaginazione purissima; come Stravinsij Modigliani non ha mai amato il sole, ma non ha mai conosciuto l’ombra: viveva di notte nei bistrots dove disegnava gli avventori in cambio di un Pernod; fogli che hanno formato il gusto di un’epoca. Modigliani considerava l’orecchio, l’occhio, la bocca e il naso le parti più difficili del ritratto. Li ha semplificati, disegnando pinne nasali, la bocca di Iside con il labbro superiore sinuoso, l’arco degli occhi obliqui risolto con due virgole unite in orizzontale, orbite vuote e a volte quadrettate che attraggono la luce del foglio e in qualche caso nel raggio della proiezione sembrano dare il luminello con espressione malinconica.
In una rara giornata parigina con aria croccante e luminosa, come in riviera – era la fine di febbraio del 1964 – in compagnia di Alberto Giacometti e del pittore Clemente, passeggiavo per rue de Seine; nella vetrina di una galleria d’arte era esposto un ritratto di Soutine disegnato da Modigliani cinquant’anni prima. Giacometti si fermò a lungo osservando il disegno e ci disse che secondo lui «Modigliani era stato un artista del tutto autonomo, insuperabile nella matita e tra i più grandi ritrattisti di tutti i tempi. L’ultimo grande eroe prometeico. Doveva avere un’intelligenza e una libertà ammirabili. Oltre a creare un ritratto dava vita a un disegno e questo è ciò che io cerco di fare da sempre: disegnare, disegnare, questo è il segreto».
Tra le caratteristiche del disegno di Modigliani una ve ne è sempre sfuggita anche ai più attenti falsari; l’ho svelato nel testo del catalogo generale dei disegni: Modigliani, disegnava la maggior parte delle opere partendo dal basso verso l’alto, facendo crescere la forma come le piante in natura, dalle radici su su al cielo. Me ne sono accorto quasi per caso dopo anni di studi e riflessioni sui lavori originali, me lo hanno confermato i suoi amici André Salmon e Balise Cendrars, da lui più volte ritratti e che lo videro disegnare nei bistrots.
A Milly-la-Fôret l'11 ottobre 1963, a settantaquattro anni, moriva il poeta Jean Cocteau, il dandy più fantasioso, brillante e sofisticato dell’avanguardia parigina tra le due guerre. Disse di sé: «Quando una mia opera sembra in anticipo sul tempo è vero che il tempo è in ritardo rispetto alla mia opera». Ricordo che ero andato a trovarlo in una giornata afosa di agosto a Villefranche-sur-Mer per sapere del suo sodalizio con Amedeo Modigliani. Fu subito disponibile. Lo ascoltavo ammirato per le informazioni e la considerazione artistica del livornese. Sento ancora le sue parole intessute di poesia che mi furono di grande aiuto per i miei libri su Modigliani. Cocteau sosteneva che «Picasso, de Chirico e Modigliani erano i più grandi artisti del secolo, in particolare Modigliani che creò un genere del tutto originale, partecipando la psicologia dei personaggi ritratti, dando alla cultura il profumo di un’avventura esistenziale».
Si potrebbe dire che l’arte di Modigliani imperniata sull’essere umano è una sorta di autobiografia. Le sue opere sono un’antologia degli amici poeti, scrittori, pittori, mercanti d’arte, modelle, attori che gravitavano tra Montmarte e Montparnasse, in quel crogiolo creativo dove inferno e paradiso si incontravano dando un’idea di ebbrezza alla vita, ancora sul ritmo di Baudelaire e Rimbaud.